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1922: l’anno primo dell’Era Fascista (quarto capitolo)

1922: l’anno primo dell’Era Fascista (quarto capitolo)

 

7. Autonomi e legalitari

 

Un altro scopo che spesso i raduni riescono a conseguire, è tutto interno al fascismo: favorire, cioè, il rientro di quei fenomeni di dissidentismo che vanno espandendosi a macchia d’olio, provocati in genere da personalismi, solo mascherati da conflitti ideologici, mentre talvolta è  l’ “effervescenza” tipica dell’ambiente a manifestarsi in contrapposizioni, anche al limite dello scontro fisico, tra singoli e gruppi, in mancanza ormai di un vero sfogo attivistico all’esterno.

E’ il caso di Ferrara, dove si confrontano Gattelli e Balbo, due personalità forti, due modi diversi di concepire la politica: più romantico il primo, più realista, soprattutto in questo momento che sente di vigilia, il secondo.

Mentre, quindi, Balbo è più cauto, tutto preso dall’organizzazione “militare” del fascismo, e non vuole essere coinvolto in polemiche che sanno troppo di provinciale, Battelli, nel luglio, se la prende con gli agrari, gli eterni “falsi amici”:

Noi fascisti non siamo mai stati le vostre guardie bianche, anche se la nostra azione antisocialista vi ha reso indirettamente grandi vantaggi…

Voi, infami speculatori… non trionferete. Abbiamo messo in fuga l’esercito proletario di 90.000 zinardiani, possiamo ben sterminare voi, piccola combriccole di egoisti e di vigliacchi.

La situazione nella provincia, è, però, destinata a degenerare: in settembre i dissidenti saranno espulsi, e non mancano incidenti e feriti, allorché su Ferrara calano un centinaio di squadristi “rurali” provenienti da Copparo, fedeli a Balbo e risoluti a decidere sbrigativamente, alla vecchia maniera, la questione.

E’ a Firenze, però, che, almeno in termini numerici, il fenomeno della dissidenza assume le proporzioni più allarmanti: ecco perché, l’adunata fiorentina fissata per il 28 maggio assume, nelle intenzioni degli organizzatori,  una particolare rilevanza: essa deve servire a dimostrare la forza del fascismo “legalitario”, in una città dove il dissidentismo ha una delle sue roccaforti.

Ai fascisti “mussoliniani” convenuti in città in parecchie decine di migliaia, per una sfilata dimostrativa, rendono, però, gli onori, con un gesto “a sorpresa”, di simpatico cameratismo, oltre mille squadristi “autonomi”, schierati per proprio conto lungo il percorso del corteo e divisi in 19 squadre.

Il dissidentismo fiorentino ha alla base una serie di motivi anche caratteriali e molto “tipici” della realtà locale, ed uno svolgimento altrettanto caratteristico e singolare: all’origine ci sono i violenti contrasti tra Perrone Compagni, ispettore della 4° zona  e Tamburini, comandante delle squadre.

Nel tentativo di mettere ordine, Bianchi il 21 marzo espelle Tamburini da tutti i Fasci d’Italia, e, di fronte alla risentita reazione,  a favore dell’espulso, dello stesso Fascio di Firenze, il cui segretario è Pasella, scioglie il Fascio cittadino, per non avere obbedito alle decisioni della segreteria nazionale.

Nasce così il Fascio “autonomo”, che conta su oltre 2.800 iscritti dei 3.500 aderenti al Fascio prima della crisi; la contrapposizione tra le due associazioni in città è vivace e continua o per tuta l’estate, fino al 27 settembre, quando finalmente sarà salomonicamente sanata con l’espulsione di Pasella, il temporaneo allontanamento di Perrone Compagni e la riammissione degli autonomisti.

Durante tutto il periodo della dissidenza, il Fascio autonomo continua imperterrito a svolgere la sua attività, con frequenti frecciate alla burocratizzazione in atto nel Partito; “Camicia nera”, organo dei dissidenti, si diverte a raccontare l’episodio di quel fascista “autonomo” che, riconosciuto in piazza S. Maria Novella un capo degli Arditi del popolo, lo cazzotta dicendo: “Finalmente non ho più il bisogno di chiedere il permesso alla Direzione del Partito per gonfiarti la faccia”, ottenendo come immediata conseguenza, una formale richiesta al Prefetto di scioglimento dell’incontrollabile Fascio autonomo, da parte dell’Associazione cui apparteneva la vittima.

Su un piano più squisitamente politico, il Fascio dissidente fa sua un’impostazione sindacalista e populista, si rivolge alle masse e coinvolge direttamente il proprio gruppo femminile, con un ruolo sostanzialmente in linea con quello assegnatogli nel Partito:

Da oggi, il Fascio autonomo femminile inizia la sua opera di assistenza e di educazione fra le classi più umili, ripromettendosi di alleviare con amore le sofferenze di coloro che la sorte e la società dimentica vollero abbandonare.  

Tra coloro che, a dissidenza finita, rientreranno nelle file del fascio “ufficiale”, vi sarà anche Curzio Malaparte; egli poi, al tempo de “La conquista dello Stato”, nel ’26, retrodaterà la sua adesione al fascismo al 20 settembre del ’21 (salvo tornare a dire la verità in una autobiografia preparata per Togliatti nel ’44), mentre, in effetti, aderisce al Fascio autonomo il 20 settembre del ’22, mosso soprattutto dall’amicizia per il concittadino Tamburini.

E’, la sua, un’adesione “da sinistra”, antiborghese ed intransigente, con una forte componente sindacalista: Malaparte conserverà queste caratteristiche ancora per molto, polemizzando, sul suo giornale con l’elemento moderato nel fascismo ed arrivando addirittura, nel ’24 a pubblicare una lettera di Lenin, nella quale ha sostituito solo nel testo la parola “bolscevichi” con “fascisti”, proprio per dimostrare, polemicamente, i punti di contatto tra le due visioni rivoluzionarie della società e del mondo.

Non c’è, però, solo Firenze: questa è la “stagione della dissidenza fascista”,e, mentre da sinistra, Marsich si dimette da ogni carica, “da destra”, Misuri, alla fine di marzo, diserta per passare con i nazionalisti.

Per fronteggiare in qualche modo la situazione, il 3 e 4 aprile si riunisce il Consiglio nazionale che, nella seconda giornata dei lavori, discute esplicitamente il tema: Sulla disciplina. I Fasci autonomi… sul dovere della disciplina”; l’importante assise conferma lo scioglimento del Fascio fiorentino, già disposta da Bianchi, e vede affermarsi in pieno, sul piano delle impostazioni generali, la linea mussoliniana che vuole imporre, nella maniera però meno traumatica possibile, la tendenza legalitaria, giustificandola con il rallentamento delle simpatie del Paese verso  il movimento; dice Mussolini, con esplicito riferimento al rientro della dissidenza di Grandi:

In gran parte, tutti i dissidi sono dissidi di temperamento e di mentalità, e di stato d’animo. Vi sarebbero, insomma, due concezioni: quella del colpo di Stato e della marcia su Roma e l’altra, che è la mia, da due anni a questa parte. Ora bisogna sappiate che, in un certo periodo di tempo, non ho escluso dai calcoli e dalle probabilità la rivoluzione violenta, come non la escludo in modo assoluto per il domani. Non si può ipotecare l’avvenire.

Per ora, quindi occorre, ed è sufficiente, inserire più a fondo il fascismo nella vita italiana: l’alone di simpatia che ha sostenuto il movimento nel ’21 sembra essersi attenuato, mentre molti pensano di schierarsi “contro”; bisogna quindi che il fascismo faccia da solo, accantonando, almeno per il momento, ogni proposito insurrezionale; l’ordine del giorno approvato al termine dei lavori:

…impegna tutti i fascisti ad accentrare nel Parlamento e in tutti gli altri consessi politici ed amministrativi la propria attività di partito, che deve gradualmente, ma inesorabilmente, saturare di sé tutta la vita nazionale; richiama i fascisti all’osservanza delle precedenti deliberazioni per ciò che riguarda l’impiego della violenza, la quale non può e non deve avere che carattere di legittima difesa.  

E’ la piena vittoria dei “riformisti del fascismo”; il pericolo “sempre chiaro agli occhi dei dirigenti” che gli squadristi prendano la mano al movimento, deve essere sventato in ogni modo, anche con i sistemi più drastici e dolorosi; ciò che non viene però spiegato è come si possa realisticamente pensare che, nonostante il raffredamento in atto nella pubblica opinione borghese  e moderata, l’ipotesi di una partecipazione fascista “significativa” al Governo sia ancora praticabile, e, soprattutto, quali sarebbero i costi in compromessi e rinunce,  che questa eventuale partecipazione dovrebbe avere.

Nell’attesa, tutti fermi, a guardare il clamoroso fallimento del 1° maggio sovversivo, che arriva puntuale, senza alcun intervento fascista: è il 1° maggio più squallido e funereo degli ultimi trenta anni di storia del socialismo italiano, che si svolge senza incidenti, con l’unica eccezione di Megliadino, dove, in un conflitto a fuoco, muoiono tre squadristi.

Ai primi di giugno viene alla ribalta la questione dei “Deputati minorenni”, ineleggibili perché non ancora trentenni: Grandi, Bottai, Battelli e Farinacci; proprio quest’ultimo, quando il 2 giugno la Camera ne invalida l’elezione, reagisce, con la consueta irruenza: “Votate pure contro; voi mi caccerete da questa aula, ma io vi caccerò dalle piazze d’Italia!”, e se ne parte per Cremona, tutto sommato contento per non avere ancora trent’anni e per essere già un “caso nazionale”, riconosciuto leader dello squadrismo.

E’ proprio nelle piazze che si torna a giocare la partita: il 24 maggio a Roma, il corteo composto soprattutto da fascisti e nazionalisti, che accompagna al cimitero del Verano al salma dell’eroe Enrico Toti, viene preso a fucilate dagli Arditi del popolo, appostati alle finestre dei palazzi.

Gli incidenti, nel corso dei quali i fascisti, colti impreparati, sono costretti, per difendersi, ad impadronirsi delle armi delle Guardie Regie, si protraggono fino a tarda sera, e si concludono con parecchi caduti e feriti da ambo le parti: tre sono i morti fascisti ed oltre duecento gli arresti totali.

Partecipano agli scontri, a fianco dei fascisti,  anche i repubblicani del quartiere Trastevere, luogo di nascita di Toti, che si sentono offesi direttamente dall’oltraggio fatto alla salma del loro eroe; Mussolini, con la consueta capacità di recepire gli umori della sua gente e di adeguare il proprio linguaggio di conseguenza, commenta con parole estremamente dure gli incidenti e lancia la parola d’ordine:

Fascisti di tutta Italia! Consideratevi sin da questo momento materialmente e moralmente mobilitati. Se sarà necessario, scatterete fulmineamente, concentrandovi a masse nei posti che vi saranno indicati. E, dinanzi al vostro impeto, alla vostra fede, al vostro coraggio, cadranno tutti gli ostacoli e tutte le canaglie.  

 

8. Si va a destra?

 

Che, già anteriormente all’appello di Mussolini, gli squadristi si sentano mobilitati e pronti a scattare, lo dimostrano una serie di episodi, comunemente noti come “le occupazioni di città”, che caratterizzano la primavera estate: alla base fascista sembra essere giunta l’ora di rivolgere la propria azione contro i gangli vitali dello Stato in periferia (Prefetti e Questori), con il fine di saggiarne la resistenza, per arrivare, nella migliore delle ipotesi, al tracollo del Governo che acceleri la conquista rivoluzionaria del potere.

Molteplici, quindi, gli scopi che si prefigge l’iniziativa squadrista, compreso quello di tenere vivo lo spirito combattivo delle squadre e provarne la capacità organizzativa, con il concentramento e la permanenza, per più giorni, di grandi masse in un centro prestabilito; Balbo, a proposito del comportamento delle squadre durante l’occupazione di Bologna, nota:

E’ stato un esperimento che ha dimostrato la loro mobilità. Fino a ieri la squadra fascista di cento e duecento uomini agiva all’ombre del proprio campanile. Conosceva appena il capo locale e aveva visto di lontano il comandante della provincia. Nella adunata di Bologna, si è spostata dal proprio paese, ha combattuto per fini politici che trascendevano la mentalità campagnola. Ha ubbidito a capi sconosciuti. Si è trasportata da un campo all’altro della battaglia, sempre con duttile e pronta aderenza agli ordini. Truppa volante, capace di resistere nella battaglia civile per più giorni senza lamentarsi. Ha dormito sulla paglia, ha mangiato scatolette di carne quando capitavano.

E, più che altro, si è ingaggiata contro reparti armati, squadroni di cavalleria e perfino autoblindate, che occhieggiavano nell’atrio di palazzo D’Accursio.  

L’azione squadrista appare ora veramente inquadrata in una prospettiva di resa dei conti finale, che prescinde quasi completamente dall’uso della violenza contro gli avversari di ieri; senza curarsi più di tanto dei sovversivi ormai al tappeto, si canta infatti, allegramente:

Un vessillo nero nero,

che ci stringe intorno a sé,

me ne frego del questore,

del Prefetto e anche del Re  

Così a Ferrara, senza che ci sia “un vetro rotto”, come nota orgogliosamente Balbo, e così, salvo episodi assolutamente marginali, a Bologna e Cremona; episodi marginali, perchè l’incendio di qualche tipografia e l’occupazione “dimostrativa” di una Camera del lavoro sono infatti da considerare normale routine in un Paese che ha visto ben di peggio.

L’azione di piazza agisce da tonico anche sugli indecisi di ieri e di oggi: chi si aspetta un’iniziativa risolutrice, che ponga termine al clima di grande incertezza nel quale l’Italia si dibatte dalla fine della guerra, intuisce che lo scontro in atto è decisivo, e torna a schierarsi con chi pensa sarà il vincitore; questo è tanto più importante se si consideri che la tregua imposta da Mussolini nei mesi precedenti ha provocato, di certo contrariamente alle stesse previsioni di chi l’ha fortemente voluta ed imposta ai suoi, un intiepidimento delle simpatie verso il fascismo.

Di contro, le occupazioni di città, senza fugare le volontà di apertura a sinistra della base che in prima persona vuole, organizza e gestisce le iniziative, per il tramite dei capi più attivi e  sensibili agli umori del movimento, ravvivano le tendenza collaborazioniste dei ceti moderati, come effetto indotto dalla suggestione che esercitano la forza e la  potenza dimostrata dalle mobilitazioni di massa; scrive il Prefetto di Ferrara il 19 maggio, che tra la popolazione: “la grande maggioranza favorisce il fascismo guarda con simpatia all’occupazione della città”, e gli fa eco quello di Cremona il 14 luglio: “azione violenta contro fascisti appoggiati manifesta simpatia cittadinanza significherebbe guerra civile”.

Ciò, proprio mentre, verso la metà di luglio, si va profilando la possibilità concreta di un nuovo Governo Facta, orientato in senso più antifascista del primo, che, ove realizzato, acuirebbe la conflittualità nel Paese e rappresenterebbe il completo fallimento della trama mussoliniana, tesa a conseguire la conquista – certo parziale – del potere attraverso accordi parlamentari.

Malvolentieri, quindi, il capo sopporta ogni motivo di turbativa alla manovra che sta svolgendo a Roma: “Si va a destra” scrive il 12 luglio, il giorno in cui inizia l’occupazione di Cremona, e “destra” vuol dire ordine, rispetto dell’autorità dello Stato, fine di ogni intemperanza locale, “malata di infantilismo o senilità”.

Il ruolo di Mussolini, in luglio, è di freno e moderazione, contemperata alla innata capacità di “sentire” gli umori del movimento, in tempo utile per evitare frizioni e polemiche che potrebbero essere più dannose di quelle dell’anno precedente:

“E i fascisti? Penso che credessero più alla potenza del movimento e meno alle parole di Mussolini”nota Tamaro; non si può quindi pensare che la macchina delle occupazioni di città sia stata messa in moto dal capo e gli sia poi sfuggita di mano; è più esatto pensare che egli, sia pure di malavoglia, si trova a dover cavalcare la tigre dell’irruenza squadrista, nel tentativo di non compromettere del tutto il suo gioco politico.

Significativamente, il Prefetto di Milano Lusignoli, riferendo a Facta il 18 luglio di una conversazione avuta con Mussolini, dice che il suo interlocutore avrebbe convenuto che gli eccessi squadristici nuocciono al fascismo e:

…stasera parte per Roma, per porre nettamente alla Direzione del Partito ed al gruppo parlamentare questione nei seguenti termini: o fascismo vuole essere un movimento antilegale che opera per conquista Stato e, in questa ipotesi, che egli esclude, non è possibile partecipare al Governo, o fascismo vuole essere movimento che, nelle vie legali, contiene eccessi altri partiti, ed in questo caso egli reclama pieni poteri per controllare iniziative locali, e, occorrendo, respingerle; intende anche fare revisione di tutti gli associati.

Qualora non gli dessero questi poteri, egli abbandonerebbe fascismo a se stesso.  

Indubbiamente, quindi, le occupazioni di città sono un grosso problema per Mussolini; se, nel caso dell’occupazione di Ferrara, la città che appare a molti “il cervello e il cuore del nuovo Partito fascista”, Mussolini si astiene da un intervento diretto, forse anche perché colto alla sprovvista dall’imponenza dell’iniziativa, quando insorge Bologna provvede immediatamente a trasferire sul posto Bianchi, apparentemente per dare più consistenza all’azione, ma in effetti per meglio controllarne gli sviluppi ed impedire ogni deriva insurrezionale.

Nel caso di Cremona poi, città nella quale sa di poter contare, aldilà delle intemperanze caratteriali, sulla obbedienza e fedeltà incondizionata di Farinacci, interviene più pesantemente, con una lettera al ras, nella quale lo invita esplicitamente a non forzare la mano e ad accontentarsi del compromesso raggiunto a Roma.

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Categorie: Storia del Fascismo

Pubblicato da Giacinto Reale il 9 Giugno 2015

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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