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Una guerra sbagliata, terza parte: l’eredità avvelenata

Una guerra sbagliata, terza parte: l’eredità avvelenata

Di Fabio Calabrese

Questa terza parte la dedicheremo a un tema specifico: una domanda che non possiamo fare a meno di porci, è che genere di eredità la prima guerra mondiale abbia lasciato, e allora vediamo subito che c’è una leggenda che occorre sfatare: che sia stato il fascismo a creare sulla sponda orientale dell’Adriatico quella contrapposizione fra l’elemento italiano e l’elemento slavo di cui nel secondo conflitto i nostri connazionali di Istria, Fiume e Dalmazia pagarono un prezzo durissimo con le foibe e l’esodo.

Al contrario, ad onta di tutte le falsità che sono state raccontate al riguardo, questa contrapposizione, latente da sempre, ha cominciato a manifestarsi in modo evidente con il “risveglio dei popoli” del XIX secolo, ed è stata inasprita dagli eventi della prima guerra mondiale.

La pubblicistica antifascista (ed è strano quanto spesso antifascista viene a significare anti-italiano) ha spesso sostenuto e sostiene che la conflittualità cronica fra italiani e sloveni (con cui fanno corpo altri slavi, croati e via dicendo) sia iniziata con questo conflitto, e per colpa dell’Italia che con esso avrebbe invaso terre e annesso popolazioni che etnicamente non le appartenevano. Il fatto che simili affermazioni siano spesso ripetute da fonti cosiddette autorevoli, non le rende per questo meno false.

Innanzi tutto, dobbiamo considerare che il confine etnico fra Italiani e Slavi nell’Alto Adriatico è stato profondamente alterato a favore di questi ultimi in conseguenza degli eventi del 1943-45. Da terre un tempo italianissime, la presenza italiana è stata cancellata costringendo la popolazione alla fuga con la violenza e il terrore. Per sessant’anni ci si è ostinati a ignorare la spaventosa mattanza che i comunisti jugoslavi hanno compiuto precisamente allo scopo di costringere la popolazione italiana alla fuga.

L’altra menzogna che ha circolazione ancora adesso, anzi forse più adesso che in passato, man mano che il tempo allontana il ricordo dei fatti per lasciare il posto alle edulcorazioni, è la leggenda che sotto l’Austria, “Paese ordinato”, vi fosse un’armoniosa convivenza fra gli italiani del confine orientale e le altre componenti etniche dell’impero.

Ciò è totalmente falso: l’Austria incoraggiava la reciproca ostilità fra i gruppi etnici in modo che le rivendicazioni nazionali si neutralizzassero a vicenda, non solo, ma in Alto Adriatico tendeva a favorire la componente slava a danno di quella italiana. E’ del tutto falso e fuorviante, perciò, attribuire al “nazionalismo italiano” e al “fascismo” la responsabilità di un malanimo che è sempre stato reciproco e le cui origini si perdono nella notte dei tempi.

Per noi triestini, italiani del confine orientale nati dopo la seconda guerra mondiale, la presenza della Jugoslavia comunista a un tiro di fucile dalle nostre case, era una presenza incombente e minacciosa che nei quaranta giorni dell’occupazione della nostra città seguiti all’immediata conclusione del conflitto, aveva profondamente infisso i suoi artigli assassini nella carne della nostra gente, e che ora, non potendo per la situazione internazionale ritentare la via dell’annessione militare, cercava di portarci via quel che era nostro in un altro modo, sostenendo le più sfrenate rivendicazioni della minoranza slovena, sempre bene accolte dai partiti democratici e antifascisti.

In compenso, noi sapevamo di NON AVERE ALLE SPALLE l’Italia, di essere lasciati soli. Difendere l’italianità sui confini o altrove, non è stata mai cosa che abbia preoccupato l’Italia democratica nata dal tradimento dell’8 settembre 1943 e dai voltafaccia “resistenziali”.

La cosa assumeva spesso una dimensione grottesca: la minoranza slovena, ad esempio, ha sempre avuto la massima cura nell’impedire che si conoscesse la sua effettiva consistenza numerica, con ogni probabilità talmente esigua da far cadere nel ridicolo, se adeguatamente conosciuta, le sue pretese.

Anni fa, gli sloveni avevano chiesto al comune di Trieste l’introduzione di carte d’identità bilingui. Qualcuno avanzò una controproposta: carte bilingui o in sola lingua italiana a scelta dell’utente. Questa proposta fu respinta con sdegno dagli sloveni, perché sarebbe equivalsa a un censimento!

Non abbiamo avuto scelta, siamo – si può dire – nati schierati. Voler difendere un futuro per noi e per i nostri figli equivaleva a essere “fascisti”.

Oggi, a un quarto di secolo dalla dissoluzione dell’impero sovietico e della Jugoslavia comunista, dopo che la Slovenia e la Croazia sono entrate nell’Unione Europea, cosa rimane di tutto ciò? Sarebbe bello pensare che si possa semplicemente voltare pagina e dimenticare i veleni del passato, ma le cose non stanno esattamente così. La situazione è simile a quella di scorie velenose interrate: non sono visibili ma sono sempre lì, e continuano a diffondere tutt’attorno il loro veleno.

Occorre ricordare che la disintegrazione della ex Jugoslavia ha seguito modalità del tutto diverse da quelle che hanno portato alla caduta dei regimi comunisti nel resto dell’Europa orientale nel 1989, quando Michail Gorbacev decise di togliere ad essi il sostegno sovietico che era l’unica cosa che sostenesse questi protettorati odiati dai popoli che li subivano. Per evitare di fare la stessa fine, i vertici dell’ “Alleanza dei socialisti”, così si chiamava enfaticamente il partito comunista jugoslavo, scatenarono le componenti etnico-religiose della ex Jugoslavia in una guerra o una serie concatenata di guerre fratricide che in realtà avevano soprattutto uno scopo: quello di nascondere al popolo gabbato il fatto che al potere erano sempre gli stessi, gli eredi della covata malefica del maresciallo Tito.

Che in questa ondata di sciovinismo etnico provocata e manipolata, le superstiti posizioni degli Italiani ridotti a esigua minoranza nelle terre che ci erano state sottratte, siano diventate sempre più deboli, ei diritti degli esuli sulle terre e sulle proprietà che furono costretti ad abbandonare per salvarsi la vita, sempre più aleatori, non è purtroppo cosa che possa sorprendere.

Per motivi arbitrari che non hanno nulla a che vedere con la situazione della ex Jugoslavia, la NATO (cioè gli Stati Uniti, perché la NATO non è altro che un pupazzo in mano a Washington) ha deciso che nella crisi dello stato balcanico “i cattivi” dovevano essere i Serbi. L’organizzazione atlantica si è mobilitata prima a sostegno di Croati e mussulmani bosniaci, poi degli Albanesi del Kossovo.

Una guerra le cui finalità erano ben diverse da quelle dichiarate, per un accordo probabilmente intervenuto fra USA e Arabia Saudita per la creazione di una vasta area islamica in Europa stabilendo una continuità fra Bosnia e Albania-Kossovo riducendo la Serbia ai minimi termini, in cambio dell’isolamento internazionale dell’Irak di Saddam Hussein.

A prescindere dagli “apporti” dell’immigrazione, nell’Europa balcanica ci sono due aree islamiche: quella bosniaca e quella albanese. A tenerle separate, a frammentare questa scimitarra islamica puntata contro il cuore dell’Europa, c’era e c’è la Serbia che nei disegni della sconcia alleanza fra Riyadh e Washington doveva essere annientata, spazzata via. Ecco il motivo per cui i Serbi sono stati indicati alla pecoresca opinione pubblica internazionale come i responsabili della crisi delle ex Jugoslavia, “i cattivi” della situazione.

L’Italia non solo è per sua disgrazia un Paese membro della NATO, ma, insieme alla Grecia, il più vicino all’area della ex Jugoslavia da cui la separa solo lo sputo d’acqua dell’Adriatico. Il governo italiano – allora, paradossalmente ma non tanto – era presidente del Consiglio l’ex comunista Massimo D’Alema, non trovò nulla da ridire e prestò prontamente le basi da cui far partire gli aerei per bombardare la Serbia.

Durante la seconda guerra mondiale, i responsabili degli infoiba menti furono gli slavi che vivevano prossimi ai nostri confini: sloveni e Croati, e ora l’Italia concorreva alla protezione dei figli e nipoti di quegli assassini, contro i Serbi con i quali, non fosse altro che per motivi di distanza geografica, non avevamo contenziosi di sorta.

Chi fu forse il più rapido a capire l’antifona, fu il rais croato Frane Tudjman che proprio mentre la NATO bombardava Belgrado, fece approvare una legge che retrocedeva gli Italiani di Fiume da “minoranza” a “immigrati”, cancellando di fatto il vero ceppo autoctono della città, ma aveva capito una cosa d’importanza fondamentale: l’Italia democratica e antifascista ha una politica estera o addirittura militare al solo scopo di farsi ancor meglio pisciare in testa.

Forse ricorderete ai tempi della guerra delle Falkland le sanzioni emesse assieme ai partner europei contro l’Argentina e ritirate dopo un poco, oppure, quando ci fu la prima guerra del Golfo, la partecipazione a essa con un “nutrito” contingente italiano composto di sei (sei!) cacciabombardieri Tornado, e che pure si pensò di ritirare con un soprassalto emotivo, quando uno di essi fu abbattuto e l’equipaggio catturato dagli iracheni.

Tutte cose che nell’arco dei sette decenni che ci separano dalla conclusione del secondo conflitto mondiale, non hanno fatto altro che intaccare ulteriormente la già scarsa credibilità internazionale che avevamo.

Sull’altro piatto della bilancia ci sono invece i nuovi nazionalismi etnici terribilmente aggressivi degli stati nati dalla dissoluzione della ex Jugoslavia, e a fare da fulcro un’Unione Europea incredibilmente arrendevole davanti alle loro pretese. Che Slovenia e Croazia abbiano potuto, in spregio a tutti i trattati europei, porre e mantenere il veto sul rientro dei discendenti degli esuli nelle terre da cui i loro padri furono scacciati con la violenza, è una cosa di estrema gravità, che disegna un’Europa con cittadini di serie A e di serie B.

Ancora più grave, il fatto che il ricorso presentato recentemente dalle associazioni degli esuli sia stato “discusso” e respinto da un giudice ex jugoslavo, violando quel principio basilare di qualsiasi forma di diritto che è la neutralità e imparzialità del giudice, e gravissimo il fatto che il governo italiano (il governo del PD e del signor Renzi), degli Italiani e dell’italianità in Europa e nel mondo, abbia dimostrato una volta di più di infischiarsene altamente.

Mentre la comunità degli esuli lentamente si disperde, sparsa ai quattro angoli del mondo, man mano che spariscono “i vecchi”, mentre un’Italia impestata da un’ideologia sinistrorsa in modo simile a una repellente patologia, coltiva L’IGNORANZA sulla tragedia delle foibe e dell’esodo, i Croati sono arrivati a scalpellare i leoni di San Marco dai campanili istriani e dalmati, e addirittura ad alterare i nomi sulle lapidi dei cimiteri, in attuazione del precetto orwelliano che ciò di cui si è distrutto il ricordo, non è mai esistito.

Così si compie sugli italiani della sponda orientale dell’Adriatico l’ultima violenza, lo stupro della memoria.

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Categorie: Grande Guerra

Pubblicato da Fabio Calabrese il 18 Maggio 2015

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Michele Simola

    La memoria di ciò che avvenne è volutamente stata cancellata dal PCI, che dalle origini è sempre stato a favore dei cetnici jugoslavi, anche quando hanno massacrato il nostro popolo. Non sorprende che D’Alema abbia messo a disposizione della NATO le nostre basi aeree, ha continuato sulla scia vetero comunista instaurata dal compagno Togliatti, che peraltro non è mai stata abiurata dai nuovi comunisti, (nuovi o vecchi non fa differenza, restano sempre gli stessi). Il peggio è che oggi sono la più valida stampella dell’aquila bicefala sionista-americana. Ma anche questo non mi sorprende perché la finanza internazionale apolide (giudaica), da sempre ha posto una tesi, un’antitesi e poi fatto una sintesi, cosa che gli ha permesso di arricchirsi sia sponsorizza do l’occidente capitalista, sia i paesi comunisti. In fondo sono la stessa cosa: in occidente il capitalismo è l’arricchimento di un’elite spregiudicata, nei paesi comunisti l’élite spregiudicata è rappresenta dallo stato.
    L’Italia nell’ambito NATO è stata lo zerbino degli USA, molto più degli altri paesi appartenenti. Abbiamo combattuto le guerre degli Usa, possiamo affermare in maniera masochista, facendo finta di non vedere ciò a cui andavamo incontro: l’esportazione di democrazia degli americani, sulla punta delle baionette, ha causato l’immigrazione senza freni dai paesi del nord Africa.
    Gli Usa hanno appoggiato una monarchia, feroce e violenta come quella Saudita che è un vero stato canaglia;ma come sempre non si sono fatti scrupoli, per essi gli stati canaglia sono quelli che si oppongono ai loro interessi. I nostri politici come sempre hanno agito contro i Nostri interessi, favorendo quelli dello straniero.

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