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Una guerra sbagliata, seconda parte

Una guerra sbagliata, seconda parte

Di Fabio Calabrese

Sbagliato dal punto di vista politico, l’intervento italiano nella Grande Guerra, lo fu anche dal punto di vista militare e strategico. Questo, lo sottolineo ancora una volta, non toglie nulla al valore dei nostri soldati dei combattenti di prima linea che spesso si batterono con valore strenuo in circostanze disperate, ma rimane il fatto che essi furono impiegati malissimo, che le loro vite furono letteralmente sprecate da alti comandi che erano ben lontani dall’essere all’altezza della situazione.

Nel conflitto, e non solo sul teatro italiano, si confrontavano due scuole, due tradizioni militari del tutto diverse. Da una parte c’era quella germanica, figlia della tradizione prussiana. Dal 1945 è diventato di moda parlare di essa e del prussianesimo come di un “militarismo ottuso”. Militarismo, è chiaro, ma ottuso no di certo, non fu certo l’ottusità che le consentì di cogliere tanti successi dall’epoca di Federico il Grande al 1940. Si pensi al miracolo delle Guerra dei Sette Anni, quando la piccola Prussia tenne testa da sola alla coalizione di Francia, Austria e Russia, o nel XIX secolo alle fulminanti vittorie di Sadowa e Sedan, o alla grande “corsa” della primavera del 1940 che mise a terra la Francia in un mese.

La “ricetta segreta” era costituita da flessibilità, grande attenzione alle innovazioni tecniche, e al fatto che le promozioni si guadagnavano sul campo assieme al rispetto dei propri uomini, da parte di comandanti che combattevano alla loro testa. La Grande Guerra non fece che confermare la bontà di questa scuola, perlomeno là dove il conflitto non era immobilizzato nella guerra di trincea, si pensi alle schiaccianti vittorie riportate dagli uomini di von Hindenburg a Tannenberg e ai Laghi Masuri a dispetto della superiorità numerica dell’esercito russo.

Una scuola completamente diversa era quella francese, passata all’esercito italiano attraverso la tradizione sabauda-piemontese; qui la struttura militare continuava a rispecchiare direttamente la società feudale, con gli ufficiali che corrispondevano alla nobiltà, i sottufficiali ai valvassini e ai borghesi, la truppa alla plebe e ai servi della gleba, con un forte classismo soprattutto psicologico che separava gradi, baffi e maniche e spalline senza contrassegni, una tradizione che dalle guerre di successione del settecento al disastro di Sedan, aveva brillato per inefficienza.

Le glorie militari del periodo napoleonico non devono al riguardo trarre in inganno, perché Napoleone Bonaparte era stato una personalità eccezionale, un autodidatta sostanzialmente estraneo alla “casta” degli ufficiali per tradizione familiare e, come rileva Oswald Spengler nel Tramonto dell’Occidente, il suo tallone d’Achille fu quello di dover prendere spesso decisioni di dettaglio di natura tattica, poiché non poteva contare su di un corpo di ufficiali nemmeno lontanamente paragonabile a quello prussiano.

Il forte classismo portava a considerare la truppa come bestiame umano, a non curarsi della sproporzione tra perdite e risultati, era insomma ancora lo spirito di Luigi XIV, il “re sole” che portava le sue amanti in carrozza a godersi lo spettacolo delle battaglie, dei contadini in divisa costretti a farsi massacrare per la sua “gloria”.

Occorre però dire che le orrende stragi del 1914 e 15 portarono i Francesi abbastanza presto a rimuovere il generale Nivelle, l’ultimo esponente di questa nefasta tradizione, e a sostituirlo con generali capaci di un rapporto più umano coi loro sottoposti, come Foch e Petain, mentre gli Italiani si tennero Cadorna, che non era migliore di Nivelle, fino a Caporetto.

Nel 1968, in occasione del cinquantenario dalla conclusione del conflitto, la “Domenica del Corriere” pubblicò un ampio reportage a puntate sulla Grande Guerra dovuto al giornalista Franco Bandini, un reportage che ancora oggi rappresenta un documento storico notevole.

Il giudizio di Bandini su Cadorna è estremamente chiaro e non certo tenero, ma trova la piena conferma negli eventi:

“Le sue corte vedute In fatto di guerra e di tecnica costarono all’Italia ben più che una riparabile sconfitta, come era successo, per esempio, col Lamarmora, che era quanto di più lontano potesse esistere da un’aquila. Lamarmora ci costò soltanto Custoza: il prezzo che pagammo per Cadorna fu così alto che ancora oggi non sappiamo ben valutarne il peso e l’estensione: i primi trenta mesi di guerra stritolarono praticamente l’Italia, le tolsero energie giovani ed ardenti, portarono una drastica ferita nella nuova borghesia che si stava formando. Resero possibili gli anni foschi del dopoguerra, e forse influirono anche più lontano.

Secondo il generale Douhet, che fu una delle pochissime “teste geniali” uscite da quel periodo (la sua teoria della “aviazione integrale” doveva furoreggiare tra le due guerre), “anche le serve ed i portinai ne sapevano più di Cadorna “. (…) Cadorna, per nostra disgrazia (…) non si chiese mai nulla che non fosse compreso dentro il manuale dei regolamenti”.

I dieci mesi già trascorsi fra l’inizio del conflitto e l’intervento italiano, non gli avevano insegnato nulla, la terribile staticità imposta alla guerra dalla combinazione trincea-mitragliatrice-reticolato, aveva ancora in testa le rapide e brevi campagne dell’età napoleonica e ottocentesca. Il suo disegno strategico, ricalcato sull’analoga campagna napoleonica, prevedeva di oltrepassare rapidamente l’Isonzo e l’arco alpino e puntare direttamente su Vienna con un’offensiva veloce e fulminante che doveva cogliere gli Austriaci di sorpresa, infatti…

Infatti, questa offensiva che divenne la prima delle sanguinose battaglie dell’Isonzo iniziò il 23 giugno, mentre la dichiarazione di guerra era avvenuta il 24 maggio, dopo un mese, sai che sorpresa!

Adesso non è necessario rifare in dettaglio la storia del conflitto. Le dodici sanguinose battaglie dell’Isonzo riproposero lo stesso carnaio che si era visto sul fronte occidentale, con la perdita ogni volta di migliaia di uomini per poche centinaia di metri di terreno, un tributo spropositato di sangue che non diede risultati più decisivi della presa di Gorizia. Nel 1916 i nostri alpini riuscirono a stento a bloccare la Strafeexpedition, la spedizione punitiva austro-tedesca che se fosse riuscita a sfondare penetrando oltre le valli trentine, avrebbe potuto prendere tutto il nostro schieramento alle spalle, e si può dire che questa sia tutta la storia del conflitto sul nostro fronte fino a Caporetto.

Caporetto: sebbene esista su questa battaglia una memorialistica ormai enorme, non si può dire che il suo significato sia stato interamente compreso. Certamente, l’aumento della disponibilità di uomini per gli austro-tedeschi in conseguenza della capitolazione della Russia, vi ebbe la sua parte, ma il successo austro-tedesco ebbe anche altri motivi; certamente le perdite umane e il logorio psicologico degli Italiani dopo più di due anni di assalti che avevano comportato un costo umano spaventoso e si erano rivelati sostanzialmente inutili, ma anche da parte tedesca l’impiego di una nuova tattica, quella dello Scwehrpunkt, letteralmente “punto pesante” ma che forse in italiano si potrebbe rendere meglio come “punto di pressione”. In pratica, invece di affrontare frontalmente i capisaldi nemici, cercare di aggirarli premendo là dove la difesa appare meno solida e, una volta fatto questo, avanzare lasciandoseli alle spalle, perché isolati dalle proprie linee, finiranno comunque per cadere.

A illustrare questa nuova tattica fu nel dopoguerra un ufficiale allora congedatosi con il grado di maggiore, in un libro, Infanterie Grifft An, (La fanteria attacca), che rimase sostanzialmente ignorato e che invece avrebbe dovuto interessare gli esperti militari di tutto il mondo. Quello sconosciuto maggiore reduce dall’esperienza sul fronte italiano, era Erwin Rommel, e la tattica dello Scwehrpunkt applicata stavolta non da fanterie appiedate ma dai mezzi corazzati, si sarebbe dimostrata nel 1939-40 una valanga irresistibile.

La verità è che i Tedeschi si dimostrarono, come si erano già dimostrati nelle guerre settecentesche, a Sadowa, a Sedan, a Tannenberg, e come si dimostreranno ancora all’inizio della seconda guerra mondiale, un passo e forse più di un passo, avanti a tutti gli altri.

Un punto sul quale non varrebbe nemmeno la pena insistere, tanto oramai il fatto è risaputo, è che lo sfondamento delle linee italiane in realtà non avvenne affatto a Caporetto ma tra Plezzo e Tolmino, solo che il comandante responsabile di quel settore aveva importanti “agganci” politici e riuscì a far “trasferire” altrove il disastro e la responsabilità di esso, che avrebbero potuto comprometterne la carriera. Quest’uomo era lo stesso che più avanti riuscirà a scippare a Rodolfo Graziani il merito della conquista dell’Etiopia e peserà negli eventi successivi come una figura davvero nefasta della nostra storia. A lui fu affidato da Vittorio Emanuele III il compito di formare un nuovo governo dopo le dimissioni e l’illegale sequestro di Mussolini, fu lui responsabile dell’armistizio di Cassibile e del maldestro tentativo di sganciarci dall’alleanza coi Tedeschi, e soprattutto insieme al re, dell’ignominiosa fuga della mattina del 9 settembre 1943, che lasciava l’Italia senza un governo e allo sbando. Pietro Badoglio. Ben poche figure della nostra storia si sono meritate altrettanta infamia.

Caporetto tuttavia fu semplicemente una sconfitta, non il disastro totale. Il piano austriaco che prevedeva di prendere il nostro intero esercito in una trappola, accerchiarlo senza lasciargli scampo e annientarlo, fallì, e fallì perché alcuni nostri reparti soprattutto di cavalleria, a Pozzuolo del Friuli sbarrarono la strada agli austriaci con un coraggio degno degli eroi delle Termopili, facendosi massacrare sul posto fino all’ultimo uomo, ma permettendo al resto del nostro esercito di riparare dietro la linea del Piave. La guerra fu vinta lì a Pozzuolo in quel momento, anche se nel caos e nella confusione di quei giorni disperati era impossibile anche soltanto immaginarlo, perché fallito il progetto austriaco di una battaglia di annientamento, venne a mancare l’ultima occasione di una grande vittoria che avrebbe potuto rialzare il declinante prestigio della monarchia, con l’impero ormai dilaniato dalle rivalità fra le sue eterogenee componenti etniche.

Luigi Cadorna fu finalmente rimosso dall’incarico per cui si era dimostrato così palesemente inadeguato, non prima però di aver riversato tutto il proprio livore contro i combattenti di prima linea che erano da più di due anni le sue vittime, accusandoli di aver provocato la sconfitta con uno “sciopero militare” e diramando ordini durissimi che invece di attenuare il caos, servirono ad accrescerlo, come quello che prevedeva che tutti i reparti rimasti senza ufficiali fossero considerati disertori e fucilati sul posto. Girando per l’Italia, si trovano vie e piazze a lui dedicate. Anche a Trieste c’è una via Cadorna, e quando passo di là e vedo la targa con l’intitolazione della via, sento lo stomaco che si rimescola. Altro che vie, piazze e monumenti, la memoria di quest’uomo dovrebbe essere condannata all’esecrazione eterna!

Il dubbio che mi viene, è che costui abbia goduto di una sorta di riabilitazione postuma perché un membro della stessa famiglia, Raffaele Cadorna si è messo in luce durante la seconda guerra mondiale come comandante partigiano. E’ una cosa che indigna se pensiamo come un simile riconoscimento sia stato negato dagli ingrati nipoti a uomini di ben altra levatura e meriti perché “compromessi con il fascismo”, Giovanni Gentile, tanto per fare un nome.

Ma in realtà non è che il suo successore, Armando Diaz meriti molto di più o di meglio.

Dopo Caporetto, il re non se la sentì di scegliere come successore di Cadorna qualcuno che appartenesse al suo stesso entourage e portatore della stessa mentalità classista e insensibile alla sorte dei poveretti costretti alla dura vita di trincea con la possibilità a ogni momento di una morte orribile, e giocoforza scelse come nuovo capo si stato maggiore un fin allora sconosciuto generale di brigata – pare – direttamente dall’annuario militare. Quando gli fu comunicata l’inattesa promozione, “Si sentì crollare il mondo addosso”, come ebbe l’onestà di ammettere almeno in una lettera privata alla moglie, si sentiva inadeguato al compito che gli era stato affidato, e in effetti lo era.

Diaz era l’eccesso opposto rispetto a Cadorna, il suo senso di inadeguatezza, la sua insicurezza lo portarono a una politica di attendismo che ci fu altrettanto nociva.

Nel giugno 1918 ci fu l’ultima offensiva austriaca, il tentativo di forzare il Piave, la battaglia del Piave al termine della quale gli Austriaci furono sanguinosamente respinti. Allora si ebbe la sensazione che l’esercito nemico avesse dato fondo alle sue ultime energie e stesse per crollare, sarebbe stato il momento giusto per un contrattacco decisivo, ma Diaz preferì non farne nulla, anzi stroncare la controffensiva spontanea a cui le nostre truppe si erano date una volta ricacciati gli Austriaci sulla sponda orientale del fiume, per timore di incappare in una seconda Caporetto.

Come riferisce Franco Bandini:

“Diaz è stato spesso accusato, soprattutto dal generale Capello, di non aver saputo approfittare della critica situazione nella quale si venne a trovare l’esercito austro-ungarico all’indomani della sua fallita offensiva sul Piave. Sotto l’incalzare della nostra immediata controffensiva gli imperiali avevano dovuto ripassare in disordine il fiume, mentre il comando [austriaco] s’era visto costretto, per la impreveduta piega delle cose, a sacrificare le ultime riserve a disposizione. Sappiamo oggi che la prosecuzione della nostra offensiva avrebbe molto probabilmente comportato una decisiva vittoria già nel giugno-luglio del 1918”.

Sarebbe bastato un ultimo sforzo per non vanificare il frutto degli enormi sacrifici dei mesi e degli anni precedenti.

Diaz non si insospettì nemmeno del fatto che i Francesi, che prima della battaglia del Piave avevano insistito perché gli Italiani riprendessero un comportamento offensivo, dopo di allora moltiplicarono gli inviti alla prudenza.

Neppure l’intervento diretto del presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando riuscì a scuotere Diaz e il suo stato maggiore – dove ritroviamo Pietro Badoglio incombente come una sciagura cronica sulla nostra storia nazionale – dal loro atteggiamento letargico.

Sempre Bandini racconta così l’episodio:

“A Padova, Orlando si batté per ottenere almeno una promessa di offensiva (…) All’unisono Diaz e Badoglio gli risposero che non accettavano di dover subire influenze politiche (…) Badoglio (…) batté un pugno sul tavolo ed esplose:

“Allora dia l’ordine scritto”.

“Quest’ordine non lo scriverò mai”, ribatté indignato Orlando.

Badoglio assunse un’aria disgustata e poi chiese con quel pestifero italiano che non riuscì mai a correggere: “Ma allora perché viene fin quassù a infelicitarci?”.

Il fatto è che, arrivando dopo i rivolgimenti sul Fronte Occidentale di luglio, che videro il crollo delle forze tedesche, il tardivo successo di Vittorio Veneto sembrò una conseguenza di questi ultimi, non della durissima lotta che i nostri avevano impegnato per tanto tempo.

Il danno era duplice, non solo psicologico, infatti, una cosa era rivendicare al tavolo della pace i territori che ci erano stati promessi con il trattato di Londra del 1915 (tra l’altro non riconosciuto dagli Stati Uniti), tutt’altra cosa se ci fossimo potuti presentare ad esso avendoli sotto il nostro controllo, come sarebbe potuto accadere se la nostra controffensiva fosse partita a giugno 1918, anziché a ottobre.

Chiusa la partita con l’Austria, infatti, ne cominciava un’altra non meno insidiosa con gli “alleati” dell’Intesa. In conseguenza dell’attendismo di Diaz, ci presentammo al tavolo della pace non come i vincitori di Vittorio Veneto ma come gli sconfitti di Caporetto, offrimmo agli anglo-franco-americani il pretesto per concederci il meno possibile rispetto alle promesse pre-belliche. Quelli che sarebbero stati i nostri nemici nel 1940-45 cominciarono a trattarci da nemici già allora.

Al tavolo della pace di Parigi nel 1919 (non Versailles, quello di Versailles fu il trattato più importante, quello consegnato ai Tedeschi, però uno solo dei trattati che composero il complesso meccanismo diplomatico che fu la pace di Parigi), Orlando e la delegazione italiana brillarono per mancanza di abilità e diedero il loro contributo a vanificare il tremendo sacrificio che era stata la guerra.

E’ sempre Bandini a spiegarcelo:

“[Gli obiettivi su cui avremmo dovuto puntare erano] le colonie, gli indennizzi finanziari o in materiali, grandi prestiti, soprattutto americani, che ci aiutassero a vincere anche la nostra costituzionale debolezza economica. In altre parole sbocchi commerciali, fonti di reddito in materie prime, apporti di naviglio mercantile, materiali, denaro: tanto maggiori fossero state queste acquisizioni, tanto più forte e feconda sarebbe divenuta la nostra posizione nel Mediterraneo e in Europa.

Non facemmo nulla di tutto questo, gli occhi ostinatamente puntati sull’indistinta costa dalmata e sul magnetico punto focale di Fiume”.

Gli “alleati” non aspettavano altro per trasformare l’esito del conflitto in quella che per noi era la più amara delle beffe.

“Al tavolo verde della pace, gli alleati compresero rapidamente che potevano tenerci saldamente incatenati su questi pochi nomi, per essi di nessunissimo rilievo, e approfittarono destramente delle circostanze (…).

Gli alleati non potevano negarci la soddisfazione della polverizzazione dell’impero austriaco, semplicemente perché non era in loro potere resuscitare cadaveri. Ma si sarebbero opposti con energia a qualsiasi rivendicazione che intaccasse i loro interessi e i loro compensi: era chiudere gli occhi davanti alla verità pensare che l’Inghilterra non fosse almeno annoiata dalla nostra ipoteca navale sul Mediterraneo e la Francia da quella terrestre sui Balcani. Si sarebbero sempre opposte a qualsiasi aumento di potenza anche economica, che avrebbe potuto far divenire più potenti quelle ipoteche (…).

In quei tristi e amari mesi del 1919 perdemmo forse per molti decenni, non solo il risultato di quell’immane sacrificio che era stata la guerra, ma anche il frutto del paziente lavoro che i padri avevano accumulato nell’erezione di un grande stato nazionale dal 1870 in poi”.

Probabilmente nulla avrebbe potuto compensare l’errore iniziale consistito nello scendere in campo a fianco dell’Intesa che ora ci imponeva quella che giustamente venne detta “la vittoria mutilata”.

Come ha osservato Julius Evola, noi dovemmo entrare nella seconda guerra mondiale dalla parte giusta in condizioni molto più difficili come conseguenza del fatto di essere scesi in campo dalla parte sbagliata nella prima. Si può dire di più: in una guerra di logoramento causata dalla staticità dei fronti come è stato il primo conflitto mondiale, qualsiasi apporto, militare, demografico, industriale da una parte o dall’altra poteva essere determinante, e se le cose fossero andate diversamente, il secondo carnaio planetario poteva essere evitato; la decadenza del nostro continente che l’ha portato a essere un condominio americano-sovietico dal 1945-91 e poi una serie di proconsolati statunitensi, poteva essere evitata allora.

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Categorie: Grande Guerra

Pubblicato da Fabio Calabrese il 15 Maggio 2015

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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