Scoprire il Risorgimento ∼ 1a parte

Scoprire    il   Risorgimento ∼ 1a  parte

C’è ormai un’idea fissa, fra le tante, alcune aberranti, date a bere nello smarrimento generale del nostro tempo, e cioè che il Risorgimento fu opera di una minoranza, una sorta di “quattro gatti” non si sa come ritrovatisi, ai quali la gran maggioranza del popolo italiano, contadina e analfabeta, rimase estranea se non addirittura refrattaria o avversa. Questa fola, in parte partorita dai soliti noti, in parte lanciata e rilanciata da spalti non meglio identificati, è rimbalzata qui e là, e infine ha preso a galoppare e si è imposta in quel nebbioso e inaffidabile anfratto della coscienza che si chiama immaginario collettivo.

Queste e altre inesattezze, unite ai luoghi comuni sull’Italia e gli Italiani, capita di sentirle sovente da gente improvvisata che del Risorgimento non sa nulla, o conosce quelle poche nozioni scolastiche-convenzionali che da decenni forniscono agli studenti un’infarinatura superficiale e insufficiente, per non dire mediocre.

Anzitutto, per chi lo ignora, il Risorgimento ebbe un seguito, dopo il 1870 in cui avvenne la presa di Roma. Se la presa di Roma, infatti, sancisce la fine del Risorgimento ufficiale, esso in realtà continuò con un altro nome: Irredentismo. A parte ogni altra considerazione, perciò, se il Risorgimento fosse stato di una minoranza, relegato in un angolo, non si capisce come avrebbe potuto dar vita al vigoroso fenomeno dell’Irredentismo che è la sua prosecuzione, il quale fu così forte e radicato che portò alla rottura della Triplice Alleanza tra Vienna, Roma e Berlino, e, sull’onda di imponenti dimostrazioni popolari con le quali non poteva competere la minoranza dei pacifisti e neutralisti, all’intervento dell’Italia nella Grande Guerra a fianco di Francia e Inghilterra il 24 maggio del 1915.

Né l’Irredentismo si esaurì con questa, ma continuò dopo la Vittoria del 4 novembre 1918, infine unificandosi al Fascismo, che sempre mirò alle terre italiane che ancora rimanevano sotto dominazione straniera. Ciò ebbe un senso fino all’8 settembre del 1943, dopodichè l’Italia, a seguito della sconfitta nella seconda guerra mondiale, passò dallo stadio di potenza a quello di comparsa o poco più, e quindi non fu più in grado di rivendicare un bel nulla.

Ciò premesso, bisogna chiarire una volta per tutte che il Risorgimento attraversò in ogni direzione la società italiana, senza eccezioni di sorta: né il censo, né l’età, né l’essere o meno istruito, né la collocazione geografica, né il sesso, né le idee politiche personali, né la classe sociale, riuscirono a porsi come uno steccato a una passione che coinvolse, cointeressò e, spesso, travolse nel suo impeto generoso e coraggioso, un popolo intero. Il nome stesso “Risorgimento” rimanda non già ai sommessi conciliaboli di pochi, bensì a un atto corale, collettivo, che è poi quello che salta all’occhio guardando alle numerose stampe e opere pittoriche dell’epoca, dove la coralità, la partecipazione popolare, gli assembramenti di popolo, la condivisione, sono chiaramente delineati da artisti e ritrattisti che amavano la riproduzione dal vero.

Parlare del Risorgimento, perciò, mentre sembra facile, in realtà è assai difficile. Erroneamente si crede che basti aver leggiucchiato qua e là qualche libro sparso per poter dire di conoscerlo, ma non è così. Esso sorprende sempre, quanto più ci si addentra a studiarlo nelle decine di migliaia di pagine che formano l’ossatura della sua documentazione. E’ una galleria in cui, una volta entrati, non si riesce più a uscire perché sono tante e tali le sue vicissitudini, i personaggi e le vicende che lo riguardano, che se ne resta sbalorditi. Altro che minoranza.

E, del resto, come avrebbe fatto Garibaldi a salvarsi, sempre, in ogni situazione, inseguito com’era da sei polizie che gli davano la caccia e con una taglia elevatissima messa dagli austriaci sopra la sua testa, se la popolazione non l’avesse sempre accanitamente protetto e nascosto? In massima parte proprio quei contadini ignoranti che si vorrebbero estranei al processo risorgimentale. Garibaldi era dappertutto e andava dappertutto, avrebbero potuto catturarlo cento volte. Ma non lo presero mai. Perché la popolazione unanime faceva muro: coriacemente e pervicacemente.

Tralascio le ragioni, spesso meschine, se non riprovevoli, che hanno portato a rimpicciolire il Risorgimento, addirittura denigrandolo. Non tutti i revisionismi sono corretti dal punto di vista storico, e fare il parallelo con la Resistenza –soggetta a un giusto revisionismo- non ha alcun senso, trattandosi di due fenomeni storici completamente diversi, checchè a suo tempo ne abbia detto il Presidente Ciampi. Di conseguenza, la tesi che il Risorgimento fu di una minoranza è inaccettabile, e metterlo in chiaro è fondamentale per intraprendere qualsiasi discorso storico di più ampio respiro sull’Italia. Non bisogna confondere gli stati d’animo attuali di un popolo abbattuto, scoraggiato, deluso e disilluso com’è il nostro, con quelli di un popolo che, centocinquant’anni fa, nonostante fosse molto più povero e ignorante, possedeva tutto ciò che noi non possediamo: il coraggio, la fede, la speranza e la volontà. Altrimenti, in che altro modo spiegare episodi di massiccia coralità quali l’insurrezione di Catania, di cui ci parla lo scrittore Federico Di Roberto nel suo capolavoro “I Vicerè”, l’epica resistenza di Venezia all’assedio austriaco, quella di Ancona, l’insurrezione di Livorno, di Perugia, dell’Aquila, di Potenza, e tante altre? Nel 1835, un “maxi-processo” nell’Italia settentrionale contro patrioti accusati di appartenere alla Giovine Italia, portò a 19 condanne a morte, trecento all’esilio e sessanta a pene detentive di varia entità, con relative confische dei beni. Quando non era sufficiente colpire i capi, le autorità colpivano la popolazione che li seguiva: così avvenne, per esempio, a Cesena, dove le truppe papaline e austriache si scagliarono sulla città dando luogo a quello che è passato alla storia come il “massacro di Cesena.” Del resto, la popolazione che seguiva il Risorgimento, pur essendo la quasi totalità, più che partecipare attivamente alle azioni cruente, conduceva una preziosa opera fiancheggiatrice e simpatizzante, nascosta e defilata, clandestina e silenziosa, ma non per questo meno utile, meno incisiva e meno rischiosa. I “falò patriottici”, per esempio, una sorta di fuochi a tre colori accesi in cima alle colline, molto frequenti in Veneto, erano una delle innumerevoli trovate escogitate dagli Italiani per infastidire gli Austriaci e i loro manutengoli. La fantasia certo non mancava  nell’ideare sempre nuove forme di provocazione, di resistenza e di protesta che, benchè indolori e incruente, sortivano il loro effetto.

Cavour, che con tanta angoscia seguiva le prodezze dei patrioti, rimproverò aspramente Mazzini accusandolo di mandare schiere di rivoltosi allo sbaraglio, e per questo si disse contrario a insurrezioni che si risolvevano in un bagno di sangue senza concluder nulla. Fu per tale motivo che imbastì un accordo segreto con il poco affidabile Napoleone III, imperatore dei francesi (figlio di un fratello di Napoleone Bonaparte), nell’intento di raggiungere risultati più concreti, ponendo un argine allo spontaneismo-ribellistico che, per un uomo calcolatore e lungimirante come lui, appariva inutile. E Garibaldi finì per assecondare l’impostazione diplomatica impressa da Cavour agli avvenimenti, che poi dette la svolta pratica al Risorgimento italiano, ma abbisognò comunque di altre due guerre d’indipendenza e di ulteriori operazioni militari, tra cui l’impresa dei Mille, cui presero parte in realtà decine di migliaia di combattenti.

Dunque, il Risorgimento italiano fu e restò sempre un fenomeno collettivo.

A Potenza, nelle carceri di Santa Croce, erano stipati nel 1848 più di 1600 patrioti, (la cifra è indicata nel libro “Lucania 1860” di Enrico Ajello -1960), per la maggioranza provenienti dalle campagne: erano i “generosi della Lucania”, poi vertiginosamente aumentati nel corso degli anni seguenti, cui si rivolse Garibaldi in varie occasioni, e che tanta importanza ebbero nell’impresa dei Mille.

A Trapani, il Re Umberto I decorò l’intera città per i suoi alti meriti risorgimentali.

A Torino, il 3 dicembre 1847, si radunò una folla di 40.000 persone in delirio a cantare “Fratelli d’Italia” davanti a Re Carlo Alberto e a suo figlio Ferdinando il duca di Genova.

L’esistenza e la diffusione capillare della Carboneria in tutta Italia, perfino nell’isoletta di Favignana nelle Egadi, ove esisteva un duro carcere borbonico nel quale molti carbonari, per lo più di origini modestissime, patirono i ferri e l’ergastolo, non si spiega con l’idea di un Risorgimento esiguo,  pianificato dai Massoni o da un cenacolo di idealisti e intellettuali, magari del nord Italia. Peraltro la Massoneria, al contrario della Carboneria (che nacque senz’altro nel Sud Italia), era un cenacolo aristocratico-altolocato di derivazione inglese, piuttosto tradizionalista, ormai assai diverso dall’antica progenitrice medioevale. Tra Carboneria e Massoneria esistevano fondamentali differenze, rimaste a lungo misconosciute dietro l’apparente analogia, il che ha creato la “communis opinio” che si trattasse di sette molto affini se non uguali (o che addirittura la Carboneria fosse nata dalla Massoneria), ma non era così, e infatti nel tempo, mentre la Carboneria ha continuato a rimanere misteriosa e a far arrabbiare gli storici, la Massoneria è venuta allo scoperto coi suoi riti, le sue beghe, i suoi adepti, i suoi intellettualismi, le sue evoluzioni e involuzioni, e, soprattutto, le sue divisioni. Bisogna perciò essere molto chiari su questo punto, e sbugiardare i denigratori di professione, che di solito sono anche incompetenti.

Prenderò a ulteriore esempio della diffusione a livello nazionale del Risorgimento, la città di Trento: una volta baluardo di Italianità e di Romanità, adesso, in questi tristissimi tempi, è divenuta una cittadina austriacante, disdegnosa del suo eroe Cesare Battisti e del di lui monumento funebre (peraltro un’opera d’arte, inaugurata con gran solennità dal Fascismo nel 1935): i suoi cittadini sono platealmente disinteressati alle Patrie memorie, incuranti della casa natale dell’eroe ubicata in pieno centro cittadino, e si guardano bene dal celebrare degnamente l’anniversario della Grande Guerra, mentre si sono mostrati solleciti nel fare affiggere una lapide per commemorare i trentini morti, a detta loro, per l’Impero asburgico. Dietro a questi gesti antipatici c’è sempre lo zampino dell’amministrazione locale, si sa, e possiamo immaginare come sia quella di Trento in particolare e della regione Trentino Alto-Adige in generale.

Francesco Gandolfi (1824-1873) Partenza del soldato

Francesco Gandolfi (1824-1873) Partenza del soldato

E’ d’uopo a tal proposito puntualizzare alcune cose non di poco conto, e cioè che la  maggioranza dei soldati trentini “morti per l’impero asburgico” era costretta a farlo, tant’è che veniva inviata in fronti lontani dove si dava spesso e volentieri prigioniera al nemico, invocando, da quella prigionia, l’Italia; i rifugiati trentini in Italia furono molte migliaia, per non parlare di quelli rinchiusi nei campi di concentramento austriaci; ma gli smemorati di oggi non sanno o fingono di non sapere che anche l’allora podestà di Trento, cav. Vittorio Zippel, destituito dalla sua carica, fu imprigionato e condannato a otto anni di carcere duro, così come il vicepodestà, avv. Giuseppe Menestrina, che si salvò solo nascondendosi, e perfino l’arcivescovo di Trento, mons. Celestino Endrici, per tradizione considerato un principe austriaco, venne esiliato nell’abbazia di Heiligenkreuz, presso Baden, e sottoposto a processo disciplinare per aver manifestato chiari sentimenti d’italianità. Fine ancor peggiore fece il Presidente della Camera degli Avvocati di Trento, avv. Valentino Peratoner, che, rinchiuso nelle tetre carceri del castello del Buon Consiglio, non resse alle torture e si suicidò.

Soltanto sulle fughe e sui sistemi di fuga adottati dai trentini per varcare il confine con l’Italia allo scoppio della Grande Guerra, non basterebbe un libro. E infatti ne furono scritti diversi, tra cui “Per l’ideale- Fughe avventurose dei Trentini dall’Austria”, di Mario Ceola, edito nel 1933. Alcuni fuggiaschi vennero perfino nascosti in casse con sopra scritto “fragile-non toccare”. Altri si travestirono da ferrovieri. Altri ancora si nascosero sotto il carbone o immersi nel deposito d’acqua delle locomotive. Nei più svariati in molti riuscirono a farcela, anche con l’aiuto di organizzazioni apposite che procuravano documenti falsi, ma per alcuni la fuga si concluse tragicamente, come per Guido Ducati, un magistrato di Rovereto che fuggì attraverso la montagna, ma fu travolto da una valanga. Le fughe attraverso la montagna erano infatti assai rischiose: Vico Bonfioli, di Trento, dalla Galizia ove si trovava presso l’imperial esercito in qualità di soldato automobilista, scappò percorrendo in due giorni 800 chilometri con l’automobile di servizio che avrebbe dovuto far riparare dopo averla guastata intenzionalmente. Giunto in Val di Sole, lasciò colà l’automobile, e coraggiosamente, a dir poco, in quella stagione avanzata (era novembre), affrontò da solo, munito di scarsi viveri e di modesto equipaggiamento, i paurosi ghiacciai del gruppo Cevedale-Ortles. Narrare le peripezie, le fatiche, l’ardimento e la tenacia di quest’individuo, che s’avanzò per giorni nel freddo, nella neve e nelle tempeste, farebbe impallidire anche Salgari e tutti i registi di tutti i film odierni scritti intorno a eroi immaginari. Questo invece è esistito per davvero, e se fossi un trentino mi sentirei di sprofondare dalla vergogna davanti a lui, con tutta una città immemore, arida e irriconoscente, e una nazione ignorante e indifferente.

In conclusione: che cosa è mai successo in Italia perché, dai e dai, si arrivasse  a denigrare il Risorgimento, a disconoscerlo, rinnegarlo, manometterlo, sminuirlo e tradirlo? Chi e perché ha potuto così impunemente rivoltare le carte, sputando sulle patrie memorie, seminando a piene mani confusione, notizie false e tendenziose, calunnie, infangamenti, su di un evento così importante della Storia d’Italia, atteso e vagheggiato fin dalla caduta di Roma?

La risposta è racchiusa nella tragedia di una nazione che, 70 anni fa, ha perso una guerra nella cui Vittoria aveva riposto tutte le sue speranze e puntato tutte le aspettative. Il Fascismo era considerato infallibile, e quando ha perso l’infallibilità, il popolo italiano adorante si è sentito tradito e ha subito un tracollo psicologico, perdendo bruscamente la fede e la sicurezza in sé stesso, il rispetto di sé stesso, la certezza delle cose, l’obiettiva capacità di valutarle e di reagire, piegandosi infine alla rassegnazione, alla sterile rabbia e al disimpegno patriottico.

Di questo clima purtroppo anche il Risorgimento ha fatto le spese, finendo per lo più nel dimenticatoio, studiacchiato, per uscirne infine strapazzato dalla ben nota schiera di denigratori neoborbonici, leghisti, clericali, gramsciani, autonomisti, che, trovata la porta aperta, hanno rialzato la cresta. E’ ben vero che, quattro anni fa in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, c’è stato un parziale recupero della sua Sacra Memoria con mostre e iniziative in tutta Italia, ma è anche vero che gli Italiani vi hanno aderito in parte, distolti da altri problemi e comunque sviati dal coro di voci venefiche che tuttora insistono e persistono a spacciare per vere illazioni, invenzioni e diffamazioni insopportabili su quel fondante evento storico.

Ma, senza il Risorgimento, è inutile parlare di Italia. C’è infatti un ineludibile filo che lo unisce alla Grande Guerra e quindi al Fascismo, e ben lo precisò Giovanni Gentile, il quale non a caso lo definì la “resurrezione della Patria”, e nella sua riforma della scuola del 1923 lo inserì nei programmi di studio fin dalle elementari.

Maria Cipriano

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Categorie: Risorgimento

Pubblicato da Ereticamente il 9 Maggio 2015

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Gianluca Padovan

    Gentile Signora,
    se il suo articolo è stato scritto con intento faceto oppur provocatorio, i miei complimenti.
    In caso contrario del “risorgimento” si potrebbero riempire, a mo’ risposta, interi volumi dai toni non certo entusiasti.
    Grazie ai Savoia è stato eliminato il Regno delle Due Sicilie che batteva moneta propria, le sollevazioni popolari e le feroci repressioni non sono mai mancate: Fiorenzo Bava Beccaris represse la rivolta milanese di fine Ottocento facendo caricare la gente con la cavalleria e sparando su di loro con i cannoni. Ricevette dal magnanimo re, capo nominale della massoneria italiana, la “gran croce dell’ordine militare dei savoia” e fu da esso piazzato in Senato. Il risorgimento ha portato cose poco o affatto buone, tra cui zingari e soldi che tutt’oggi a loro vengono elargiti a mo’ di stipendio mensile, la consegna del diritto a battere cartamoneta alla privata Banca d’Italia e ben 2 guerre mondiali.
    Il resto, se vogliamo, sono dettagli.
    Cordialmente.
    Gianluca Padovan

    • Maria Cipriano

      Gentile signor Padovan, di solito l’umorismo non mi manca, ma mai quando si parla di Storia, e in particolare del Risorgimento.
      Lei m’informa delle cannonate del generale Bava-Beccaris a Milano, nel 1898, durante il Regno d’Italia, come se io non lo sapessi: e con ciò cosa intenderebbe dimostrare? Che i Savoia erano dei mostri di crudeltà e il Regno d’Italia un fallimento? Mi citi un paese del pianeta dove non si sparava sui dimostranti a fronte di violente dimostrazioni di piazza, a maggior ragione se i dimostranti erano armati come nel caso di Milano e fomentati dal già attivo socialismo-marxista. Ma il Risorgimento è tutta un’altra cosa, è ben altro. E la Storia, come la Scienza, si basa sulle differenziazioni e i distinguo, altrimenti sarebbe superfluo studiarla. Se i morti, gli eroi e i caduti per l’Unità d’Italia costituiscono per lei un argomento faceto e un dettaglio, francamente non so che dirle, è una questione sua personale, non storica.
      Circa il Regno delle due Sicilie, estremo propugnacolo di una Spagna morente, puntellato dall’Inghilterra, poi anche dall’Austria, godette di una pallida sovranità solo con il primo sovrano, Carlo III, il quale fece ritorno in Spagna molto presto per motivi familiari.
      Circa poi i problemi attuali che confusamente ascrive al Risorgimento, le faccio notare che questa repubblica in tutte le sue finte varianti è stata per 70 anni ed è “felicemente” governata a tutt’oggi dai catto-comunisti, cioè dal fior fiore dell’anti-Risorgimento. Conseguentemente, se la prenda con loro.
      Cordiali saluti.
      Maria Cipriano

  2. Lavinia

    Salve,
    mi sono imbattuta in quest’articolo per caso mentre cercavo notizie in rete, ed è stata una fortuna averlo trovato. Condivido pienamente ogni cosa che ha scritto! La penso esattamente come lei.
    Sono un’appassionata di storia italiana e del suo passato glorioso, oggi purtroppo dimenticato o infangato. Oggi l’Italia è un paese completamente immemore di sé, della sua storia, degli uomini che l’hanno fatta grande, nessuno ne sa più niente e le nuove generazioni sempre meno. Nelle mie ricerche storiche ho raggiunto anch’io la consapevolezza della sostanziale continuità tra Risorgimento e Fascismo, passando per la Grande Guerra, visione della storia sconosciuta ai più. per me la storia d’Italia è tutto un progressivo slancio verso la grandezza, verso la dignità, uno slancio che si conclude bruscamente con l’8 settembre 1943, la morte della nostra Nazione. Anch’io, come lei, sono giunta alla consapevolezza che le risposta della denigrazione attuale intorno al Risorgimento, o più in generale al concetto di Unità e di Patria, affonda le radici in quel tragico evento. Da allora infatti, da quando la Nazione morì e scoppiò la guerra civile, non esiste più una memoria condivisa che unisca il popolo Italiano; in questi 70 anni una parte s’è imposta sull’altra, appunto l’anti-Risorgimento, gli anti-italiani, che in tutti questi anni non hanno fatto altro che distruggere ogni valore, primo fra tutti l’amor di Patria. (mi ricollego alle ultime righe della sua risposta al commento dell’utente precedente, ancora una volta sottoscrivo le sue parole)Il modo in cui la memoria del Risorgimento viene ogni volta infangata e svilita è assolutamente vergognoso e purtroppo rientra in quella tendenza (o sarebbe meglio dire battaglia politica?) volta a denigrare tutto ciò che riguarda l’amor di Patria e l’orgoglio italiano, e in cui per esempio rientra il modo in cui il centenario della Grande Guerra è passato quasi sotto silenzio, senza una commemorazione valida dei nostri soldati.L’aver appiattito la storia Risorgimentale nel corso degli anni senza farne comprendere l’importanza e il significato, la dissoluzione di ogni valore e dell’identità Italiana,insieme alle misere condizioni in cui versa il nostro paese (spiritualmente e materialmente) hanno portato all’affermazione di movimenti come gli indipendentismi e il neoborbonismo, che tradiscono un’ignoranza sempre più dilagante circa la storia del popolo Italiano. Per questo purtroppo la storia italiana non è più storia condivisa come una volta (nessuno una volta avrebbe messo indubbio il valore ad es. di Garibaldi e gli eroi del Risorgimento) ma è continuamente oggetto di strumentalizzazioni politiche. Così i nemici dell’Unità d’Italia si aggrappano a episodi o citazioni estrapolate dal contesto per dimostrare la non convenienza dell’Unità d’Italia. (in barba alla verità storica) Invece non capiscono (o non vogliono capire) che non solo all’epoca come ha giustamente messo in luce nel suo articolo i sentimenti del popolo italiano erano diversi (e quindi commettono l’errore- probabilmente voluto- di leggere il passato con la lente del presente) ma al tempo stesso danneggiano se stessi; invece di cercare un sostegno e un’identità nelle glorie regionali basterebbe che guardassero alla nostra storia Nazionale che è ricca di esempi di valore straordinario, da parte di tutti gli Italiani, d’ogni regione, d’ogni condizione sociale, d’ogni ideologia. Solo ritrovando questi valori che resero grande il nostro popolo il nostro paese potrà risollevarsi. Sono molto preoccupata e amareggiata per tutte queste denigrazioni che riguardano la nostra storia e che infangano vilmente la memoria dei grandi uomini del passato; è un argomento che mi sta molto a cuore e a cui sono molto sensibile. Non solo per l’importanza che avrebbe nella ricostruzione del nostro popolo ormai distrutto, ma anche per loro, per i nostri martiri ingiustamente calunniati dopo aver dato tanto alla Patria. Sinceramente all’inizio non credevo che la situazione del Risorgimento nell’immaginario collettivo fosse così tragica; ma presto ho dovuto fare i conti con la dura realtà. mi sono informata: i romanzi storici che trattano di questo tema attualmente presentano tutti una visione sfiduciata del Risorgimento, sono tesi a metterne in luce gli episodi più cupi o apparentemente controversi, e presentano quest’idea del “Risorgimento tradito” per cui questi giovani che lottavano per l’Unità d’Italia in realtà erano degli illusi che speravano in un miglioramento ma non l’hanno ottenuto per il prevalere di forze avverse, e dal presunto fallimento del Risorgimento derivano i mali attuali. Mentre invece quello fu un periodo glorioso e se si sapesse guardare la storia d’Italia nella sua interezza, si comprenderebbe come i mali dell’Italia derivano dai fatti di 70 anni fa! Mi perdoni per essermi tanto dilungata a ribadire concetti che del resto lei ha già espresso con tanta efficacia; ma ci tenevo a dire la mia su un argomento che mi sta molto a cuore. Io la devo veramente ringraziare per quest’articolo. perché ormai m’imbatto sempre in rete (e in libreria) in testi che parlano con ira e cattiveria del Risorgimento, con vergognoso accanimento, che mi fa molto soffrire (non è un’esagerazione, davvero) per il modo orribile in cui la nostra storia giorno dopo giorno viene manomessa. Quindi immaginerà il sollievo che ho provato nel leggere il suo articolo, il primo che esprime esattamente quei concetti che mi stanno tanto a cuore e che fa un’analisi dei fatti pressoché simile a quella che per conto mio ho tratto. Pur avendo a cuore queste tematiche spesso mi abbatto e mi chiudo in me stessa e non ho il coraggio di ribattere come si dovrebbe a chi tanto vilmente infanga la nostra storia; spesso mi lascio travolgere dalle parole tanto accanite dei denigratori e non ho la forza di ribattere perché penso che tanto non capirebbero e che insulterebbero ancora di più i grandi uomini della nostra storia (cosa che non posso tollerare) e così mi chiudo in me stessa e tengo tutte queste riflessioni per me. La ringrazio perché non solo con quest’articolo ha fatto un’opera meritoria, ma soprattutto mi ha fatto capire che non tutti hanno dimenticato la vera storia e che non sono la sola (come spesso amaramente penso) e perché è riuscita ad esprimere con chiarezza ed energia questi importanti concetti che io (seppur lo desidero) non riesco per timore. Perdoni il disturbo e il poema,
    Cordiali saluti

    • Maria Cipriano

      Cara Lavinia, lei non mi ha disturbato affatto, anzi si è dimostrata all’altezza del nome Romano che porta, dal momento che il movente principale del Risorgimento fu proprio la Romanità. Tutto il Risorgimento è stato un echeggiare l’antica grandezza passata dei nostri augusti Padri, elemento, questo, che fu comune anche al Rinascimento, cioè a un altro grande momento storico di risorgenza dell’orgogliosa coscienza identitaria del popolo italiano.
      Le consiglio di non dare soverchia importanza ai denigratori in libera uscita: sono tanti, è vero, ma si tratta di un’ammucchiata così eterogenea e meticcia, confusa e confusionaria, che proprio non val la pena di attaccarvicisi.
      Io ho scritto e scriverò ancora sul Risorgimento in altri siti. Mi segua, se vuole. Non mi farà altro che piacere. Un affettuoso saluto.
      Maria Cipriano

  3. Etica

    Maria Cipriano, cercare di dimostrare che il Risorgimento fu fenomeno di massa solo perché dopo la presa di Roma ci fu l’Irredentismo e il Fascismo è volersi arrampicare sugli specchi. Per comprendere un fenomeno complesso è fondamentale conoscerne la genesi, osservarne gli esiti potrebbe addirittura essere fuorviante.
    Precisiamo subito che due secoli fa nei vari Stati italiani il 90% della popolazione era analfabeta e i due terzi facevano fatica a procurarsi un tozzo di pane, molti non avevano mai oltrepassato i confini del proprio paese e non parlavano italiano. Sottoposti all’arbitrio dei potenti di turno (baroni, preti, giudici) molti si trasformavano in “briganti”. Solo una piccola e interessata cerchia di popolazione sperava in un cambio di “padrone” ma solo per migliorare la propria condizione economica e sociale, non certo per unire l’Italia. Resta il fatto che il Risorgimento italiano fu voluto, pianificato ed attuato più dalle potenze straniere, interessate a vario titolo alle sorti del Mediterraneo, che non dai vari Cavour o Mazzini. Purtroppo nei libri di scuola che lei giustamente critica, da 150 anni si raccontano solo le storielle su Pisacane, sui “Mille”, e di quanto era bello e biondo Super Garibaldi e del suo dono dell’ubiquità! Queste facezie lasciamole ai creduloni, la storia è una cosa seria.

  4. Maria Cipriano

    Appunto Perciò la lasci perdere, non fa per lei, visto le stupidaggini che dice.
    Lei non ha letto neanche l’ombra del più elementare documento in materia.
    Pensi piuttosto all’ubiquità di Padre Pio che maggiormente le si addice.

  5. Etica

    Maria Cipriano , la sua risposta, poco elegante ed aggressiva, tradisce un approccio fazioso ed antistorico all’epopea risorgimentale. Appare evidente, purtroppo, il taglio ideologico e l’intento “partigiano” che nulla hanno a che vedere con la Storia. Si dedichi ad altro!

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