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La vergogna, la violenza e la stupidità

La vergogna, la violenza e la stupidità

Di Fabio Calabrese

In tutta sincerità, io pensavo che l’ampio saggio suddiviso in quattro articoli che avete visto sulle pagine di “Ereticamente” e che precede questo scritto, fosse sufficiente a spiegare cosa è stato il 25 aprile 1945, il momento più buio della nostra storia millenaria, che gli antifascisti da settant’anni continuano a celebrare con una festa che è un inno ipocrita alla vigliaccheria, al tradimento alle atrocità di cui furono vittime a migliaia coloro che avevano la colpa di non credere alla truculenta ideologia della falce e martello, o anche – se vivevano sui confini, come la gente del nord-est – solo quella di essere italiani.

Tuttavia, questo è un pozzo di putridume e di sangue che sembra davvero senza fondo, e più si scava, più sono le atrocità intollerabili che vengono alla luce.

Con questo titolo, La festa della vergogna, la mia intenzione era soprattutto quella di sottolineare il ridicolo e il discredito che ci tiriamo addosso a livello internazionale continuando a celebrare la sconfitta nella seconda guerra mondiale come se fosse stata una vittoria, oltre all’altra inqualificabile vergogna di continuare a ignorare, o peggio dileggiare la gente italiana del nord-est che è stata vittima della pulizia etnica, della spietata mattanza compiuta dai partigiani slavi con la stella rossa.

Ma questo è solo un aspetto dell’INFAMIA resistenziale. A lato delle celebrazioni ufficiali, pompose e retoriche quanto false, ci sono l’insulto, la profanazione delle lapidi dei caduti della RSI, delle vittime della violenza rossa, dei martiri delle foibe, tutti segni palesi che la violenza assassina della falce e martello, nonostante il fatto che la loro ideologia sia stata clamorosamente smentita dalla storia recente, è sempre lì, col suo veleno intatto, e soltanto il fatto che oggi non viviamo più in tempi convulsi come quelli in cui all’invasione “alleata” del nostro Paese si sommarono gli orrori della guerra civile, le impedisce di esplodere nella maniera sanguinaria di allora.

VIOLENZA immotivata, assurda, folle, e soprattutto vile, contro i deboli, gli inermi, coloro che non sono in grado di difendersi, è questo il segno può caratteristico, inconfondibile della “resistenza”, dell’antifascismo.

Io credo che avrete notato senz’altro l’immagine che correda la quarta parte de La festa della vergogna, è una fotografia che di certo non troverete mai nei libri di testo scolastici che riflettono la propaganda di regime, ma che nei nostri ambienti ha una certa diffusione: un gruppo di partigiani armati che circondano una bambina a cui hanno già deturpato il volto. Si tratta di una storia davvero esemplare per capire in cosa effettivamente è consistito il fenomeno resistenziale.

Questa povera creatura tredicenne, Giuseppina Ghersi, fu catturata da un gruppo di partigiani, ripetutamente violentata, seviziata in maniera atroce e infine – ovviamente – uccisa. La sua “colpa”? Aver scritto un tema scolastico che era piaciuto a Mussolini e che le aveva fruttato un premio.

LA PREPOTENZA DEI VIGLIACCHI quando si sentono forti, questo è lo spirito partigiano nella sua essenza. Un gruppo di uomini armati che se la prendono con una bambina indifesa. “Uomini”, me ne rendo conto, è una parola grossa per quei vermi a due gambe, per quei pezzi di sterco ambulanti che sono stati i partigiani.

Questa violenza assurda, stupida e soprattutto vigliacca di chi sa di poter contare sull’impunità assicurata da un regime antifascista e quindi indegno del nome di “stato”, continua ancora oggi in varie forme, e proprio questo 25 aprile, tanto per celebrare “degnamente” i “gloriosi” settant’anni dalle “radiose giornate”, ne abbiamo avuto svariati esempi che ci hanno fatto rivivere il clima atroce degli “anni di piombo.

Siamo andati dalla deturpazione, dall’imbrattamento delle lapidi dei caduti della RSI e delle vittime delle foibe agli assalti e le devastazioni di varie sedi di partiti anticomunisti, all’attentato incendiario che ha distrutto la sede delle edizioni e la libreria Ritter.

Sembrerebbe che non resti altro da dire, se non concludere che la violenza è e rimane l’argomento principale dell’antifascismo, ma poiché noi siamo uomini e non partigiani, e un cervello lo possediamo, vi chiedo un piccolo sforzo di riflessione supplementare per cercare di capire cosa c’è alla base del livore antifascista, che non è solo violento ma anche stupido e masochista.

L’esempio migliore di questo masochismo è forse dato da quanto accadde a Trieste in quel tragico 25 aprile 1945, quando i partigiani del CLN triestino dopo aver costretto alla resa i tedeschi che se ne stavano andando, andarono festanti incontro agli jugoslavi del IX Corpus titino che  si apprestavano invece a occupare la città giuliana. Questi ultimi li catturarono e li fucilarono in blocco, senza porre tempo in mezzo. A parte la soddisfazione data dal fatto che almeno una volta dei partigiani abbiano avuto per mano dei loro esattamente quello che si erano meritato, occorre riflettere sul fatto che gli jugoslavi erano ben consapevoli del carattere etnico della guerra che invece i partigiani italiani (si fa per dire!) avevano del tutto obnubilato dalle loro menti.

E’ un tema che dobbiamo approfondire, ma prima occorre osservare che una componente non di poco conto dell’antifascismo è la COSCIENZA SPORCA. Ci sono altre immagini delle “radiose giornate” che, come quella della piccola Giuseppina Ghersi, a meno che il vento non cambi radicalmente, non compariranno mai sui libri di testo, fra di esse, quelle dei corpi di Mussolini e di Claretta Petacci che, dopo essere stati appesi assieme a quelli degli altri gerarchi di Salò alla pompa di benzina di piazzale Loreto come quarti di bue, furono dati in pasto alla folla inferocita che li ridusse, soprattutto le facce, a una poltiglia sanguinolente orribile a vedersi.

En passant si può ricordare un uomo (si fa per dire) che è stato egli stesso un monumento all’ipocrisia resistenziale e che fece una bella carriera da capo partigiano a presidente della repubblica, e in questo ruolo seppe abilmente riciclarsi dando di sé un immagine del tutto falsa come di “nonno” bonario e saggio, Sandro Pertini. Pertini si è vantato spesso di aver fatto togliere i corpi appesi a piazzale Loreto, attraverso i quali la resistenza e la repubblica nata da essa davano di sé da bel principio un’immagine vergognosa e sconcia che settant’anni di amara esperienza hanno poi pienamente confermato. Bene, sappiamo che non lo fece se non per darli ancora meglio in pasto alla folla imbestialita.

Perché tanto accanimento nel vilipendere quei poveri corpi? L’odio che si scatenò allora era probabilmente nella maggior parte dei casi un fenomeno reattivo, un volersi scaricare la coscienza ingraziandosi i vincitori da parte di coloro, con un mezzo così indegno, vile e macabro, volevano rinnegare il passato di fascisti che certamente avevano avuto prima della guerra, all’epoca in cui il fascismo aveva potuto dimostrare di saper elevare le condizioni di vita degli Italiani, e di rendere il nome dell’Italia rispettato nel mondo.

Se noi consideriamo cosa è stato e cosa è oggi l’antifascismo, esso ci appare subito una forma di ODIO, odio – si badi bene – non solo e non tanto contro il fascismo, ma CONTRO IL POPOLO ITALIANO. Altrimenti che senso avrebbe, come è stato fatto con le immonde scritte con le quali sono state deturpate le lapidi dei martiri delle foibe, esaltando un massacratore della nostra gente quale fu il certo non rimpianto maresciallo Tito?

A questi antifascisti gli Italiani devono proprio fare schifo; ieri erano con gli slavi massacratori della nostra gente (e ancora oggi continuano a esaltarli, come si vede), oggi con l’invasione allogena che eufemisticamente chiamano “immigrazione”, sempre e comunque contro la nostra gente.

Persino la delirante affermazione di quella che probabilmente è la persona più indegna che abbia mai ricoperto la terza carica dello stato, Laura Boldrini, che “I migranti sono i nuovi partigiani”, non appare del tutto infondata. Se noi consideriamo la lunga serie di tristi fatti di cronaca dovuti ai “migranti”: aggressioni e rapine agli anziani, stupri di donne, assalti in branco ai tutori dell’ordine che cercano ancora vanamente di difendere la legalità, vediamo che almeno una cosa in comune con i partigiani, i cosiddetti migranti ce l’hanno: la prepotenza dei vigliacchi che si sentono forti contro gli indifesi.

Da dove viene l’odio che gli antifascisti, i “compagni” dimostrano verso i loro connazionali?

In realtà, non è tanto difficile da capire: dopo il crollo dei regimi comunisti dell’est europeo e della stessa Unione Sovietica che ha clamorosamente sbugiardato la loro utopia, l’odio verso di noi è l’unico “argomento” che gli rimane, odio che finisce per coinvolgere tutto ciò che a noi è caro, a cominciare dal senso di appartenenza nazionale.

Il tipico esemplare della teppa d’assalto antifascista, il frequentatore dei sedicenti “centri sociali”, è un essere fondamentalmente stupido, lasciamo stare se per nascita, per l’influenza di un ambiente negativo o perché si è bruciato i neuroni con la droga, all’atto pratico non fa molta differenza, che agisce in base a una serie di riflessi condizionati, che non è capace di fare un ragionamento, ma solo di gridare slogan e insulti, “fasssista!”, “rasssista!”, con cui qualsiasi specie di dialogo risulta impossibile.

Se non fosse tragica, la faccenda dell’accusa di razzismo risulterebbe di un’amenità assoluta. Teniamo conto che l’idea di razzismo ha subito negli anni uno spostamento concettuale: dal discriminare qualcuno in base alla sua appartenenza etnica e razziale, è passato a bollare coloro che si accorgono del semplice fatto che le razze esistono, e che conseguentemente si oppongono all’universale meticciato e alla conseguente sparizione dei popoli europei; è il segno più evidente del fatto che l’ideologia democratica IMPOSTA con metodi sempre più coercitivi, man mano che si sente più forte, si fa sempre più oppressiva.

Se teniamo conto di questo, viene da dire: ma come? Costoro che praticano la forma di razzismo più odiosa che possa esistere, la discriminazione dei propri connazionali a favore dello straniero ultimo venuto sul nostro suolo, hanno la faccia di bronzo di accusare di razzismo gli altri? E’ veramente la storia del bue che da del cornuto all’asino.

Accanto al razzismo anti-italiano pratico di cui la sinistra ci ha dato innumerevoli esempi, esiste un razzismo rosso semi-argomentato. Se ricordate, ve ne avevo già parlato in un articolo che si intitola appunto Razzismo rosso. Citavo tra l’altro il caso di una mia collega – la scuola è un campo di battaglia in cui la sinistra ha assunto una posizione di supremazia la cui pericolosità e nocività sono in genere sottovalutate – che tutta entusiasta e infoiata di convinzioni cosmopolite e mondialiste oltre che marxiste e che, per ovvi motivi, non è al corrente di come io la pensi politicamente, che mi manifestò tutto il suo dileggio e disprezzo per coloro che hanno la ventura di vivere nella stessa terra dei propri genitori, di aver scelto un partner della propria gente, e via dicendo, creature decisamente “retro”, escluse dalla grande avventura cosmopolita dell’imbastardimento dei popoli. Caso strano, costei è la nuora di un uomo che dovetti subire come maestro in terza elementare e che, austriacante convinto, ce l’aveva con me a causa delle mie origini meridionali. Bizzarro, vero? I razzismi anti-italiani finiscono sempre per darsi la mano. Io non voglio paragonare il mio caso alla tragedia della piccola Giuseppina Ghersi, ma è un fatto che questi individui tendono sempre a prendersela con chi, per età o altro, non è in grado di difendersi, la vigliaccheria è il loro tratto caratteriale più costante.

Non si tratta di un caso isolato e neppure di una casistica limitata all’Italia. Penso che vi ricorderete che tempo fa vi avevo presentato una serie di articoli su come i nasuti circoncisi che gestiscono la sinagoga Hollywood plagiano attraverso il sistema mediatico con idee funzionali al loro dominio e che, presentandosi come fiction non hanno alcun bisogno di corrispondere neppure lontanamente alla realtà ma sono lo stesso tremendamente efficaci, l’opinione pubblica prima yankee poi del modo intero.

Alcune pellicole come Un tranquillo week end di paura, Le colline hanno gli occhi e diversi episodi della serie TV X Files ci dipingono l’ambiente rurale americano come un luogo di deformità, di perversioni, di mostruosità inenarrabili, e io mi sono chiesto a lungo quale sia il “messaggio” sottinteso a tutto ciò.

Nel 2010 mi è capitato di leggere Gheto capio? (in veneto, “Hai capito?”), un bell’articolo pubblicato sul suo sito da Eugenio Benetazzo, di cui vi riporto questo stralcio:

“Secondo l’ultimo censimento la popolazione statunitense è costituita dal 60% di bianchi caucasici, il 15% da afroamericani, il 15 % ispanici, il 5% da orientali ed il restante da una molteplicità di etnie. Presa in senso generalizzato questa è la statistica media della popolazione americana. Tuttavia i 2/3 degli americani vive in aree metropolitane od urbane con più di 100.000 abitanti: l’intera economia statunitense è radicate e sviluppata nelle grandi aree metropolitane. Ma nelle aree metropolitane non abbiamo questa ripartizione : [in esse la popolazione bianca è in minoranza].

Se invece andate a visitare i paesini rurali in cui vive il restante 1/3 degli americani scoprirete con grande sorpresa che la popolazione è costituita al 98% da bianchi caucasici (ad esempio Springfield in Nebraska rappresenta una insignificante nucleo cittadino con appena 1500 abitanti, il 99% dei quali sono bianchi caucasici). Sono i nuclei di insediamento nelle aree rurali che alzano abbondantemente la percentuale dei bianchi per tutta la popolazione, tuttavia queste piccolissime comunità vivono di una economia stanziale caratterizzata da relazioni commerciali quasi rarefatte: difficilmente vi troverete la sede di una grande corporation o il jet market di una famosa catena alimentare”.

All’improvviso, tutto è chiaro: i liberal americani che dominano a Hollywood e che senza averne apertamente il nome, sono l’equivalente dei “compagni” nostrani, cercano di gabellare la società unirazziale che ancora esiste negli ambienti rurali, il fatto di avere partner e di conseguenza figli della propria stessa origine etnica, come la stessa cosa dell’incesto col suo seguito di tare ereditarie, e per questo motivo “i campagnoli” sono dipinti come deformi e pervertiti.

Bisogna non dimenticare che gli yankee sono una massa di gente (è eufemistico considerarli “un popolo”) fondamentalmente stupida e ignorante che non sa nulla di storia, basta infilare qualche individuo di colore fra le comparse dei film “storici” travestendolo da legionario romano o da cavaliere medioevale – cosa che Hollywood fa sempre più di frequente – per far credere loro che le società multirazziali siano la norma nella storia.

L’atteggiamento è lo stesso dei sinistrorsi nostrani, RAZZISMO verso i propri connazionali che hanno il torto di essere bianchi caucasici di ceppo anglosassone.

Sinistrismo significa perversione e deformazione mentale a qualsiasi latitudine e clima.

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Categorie: Approfondimento

Pubblicato da Fabio Calabrese il 4 Maggio 2015

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Stefano Ferrario

    “…basta infilare qualche individuo di colore fra le comparse dei film “storici” travestendolo da legionario romano o da cavaliere medioevale…”

    Chiaro riferimento a quella schifezza di film chiamato Centurion.
    E chi, come me, segue telefilm criminali americani, non si è mai chiesto perché il cattivo è sempre un bianco?

  2. Primula Nera

    Sostanzialmente d’accordo,anche se va precisato che tra i cosiddetti migranti vi sono,ovviamente,anche delle brave persone.Ciò non toglie che nelle dimensioni che presenta,da 2 anni a questa parte,il fenomeno delle migrazioni di massa è intollerabile per l’Italia e la sua gente,ma temo faccia comodo a tanti altri italiani che con gli immigrati ci campano (ong,cooperative,associazioni”caritatevoli”varie…).
    A proposito di Hollywood,”un tranquillo week end di paura”nel 1972,ha dato origine al fenomeno dei campagnoli cattivi ,dementi e sanguinari contro i cittadini civili e sensibili.Ma”Non aprite quella porta”del 1974 di Tobe Hooper,enfatizza in chiave horror e splatter le intuizioni del film di Boorman,ed è,da almeno una decina di anni a questa parte,l’horror più imitato(“La maschera di cera”,”Cabin fever”,”La casa dei 1000 corpi”,”La casa del diavolo”,etc).Poco importa che le cause siano via via diverse(disastri nucleari,epidemie,traumi giovanili,etc),il messaggio inequivocabile è che le chiuse comunità rurali americane siano abitate da individui sociopatici e pericolosi.Le ragioni sono,molto probabilmente,quelle dette da Calabrese.
    I film sugli antichi romani sono diventati insopportabili per come vengono presentati da Hollywood,con legioni talmente multietniche da scimmiottare l’esercito degli Stati Uniti contemporaneo(“L’ultima legione”,”Centurion”,etc).L”unica nobile eccezione (forse perchè si tratta di un film più inglese che americano)è “The Eagle” di Kevin Macdonald(nipote del grande Pressburger,buon sangue non mente…),realmente rispettoso di quella che fu la grandezza di Roma e del senso dell’onore dei suoi soldati.
    Infine sulla Ritter,ogni volta che qualche sinistrorso ricorderà il rogo dei libri commesso dai nazisti,elevando la sua parte politica a paladina della cultura,basterà ricordargli l’episodio ignobile avvenuto a Milano pochi giorni fa per farlo tacere(se avrà la dignità di farlo…).

  3. vivo nella citta’ in cui gli eroici partigiani hanno commesso quelle atrocita’ su di una povera bambina, ma per loro quello era un atto eroico come tutte le altre infamita’ che hanno compiuto nella mia regione anche quando la guerra era terminata da tempo.A parte questo volevo ringraziare il dott. Fabio Calabrese per aver scritto questo stupendo articolo

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