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Don Chisciotte nella notte somala

Don Chisciotte nella notte somala

Mi racconta Umberto, mentre guida spedito in direzione di Prato, di una notte di sentinella a Mogadiscio, al tempo della spedizione militare, fomentata dagli USA, anno 1993. Venne denominata Restore Hope (cioè ripristinare la pace), una pace confortata da bombardamenti, con uomini e donne e vecchi e bambini tanti falcidiati, le abitazioni distrutte, di cui gli americani furono usi già durante la Seconda Guerra Mondiale (In Italia, ma soprattutto in Germania e Giappone con esponente progressione) e in quella del Viet-Nam. Del resto insisteva Giano Accame nell’affermare che aggressive, pronte a scatenare la guerra, subordinate ad interessi finanziari al dominio delle materie prime al controllo delle vie di comunicazione mercantile, sono le democrazie… (e qui consiste l’errore del Fascismo di pensarle ormai in crisi irreversibile, esangui stanche riluttanti a scendere in campo).

Una notte alle porte di Mogadiscio, l’elmetto il giubbotto anti-proiettile la tuta mimetica, il mitra puntato verso il buio. Silenzio. Mentre gli occhi sono vigili e le mani strette sul grilletto e il calcio dell’arma, ‘ogni pensiero vola’ (nella cosiddetta Villa dei Mostri a Bomarzo, le cui orride figure in pietra vennero costruite dai prigionieri turchi dopo la battaglia di Lepanto, di cui s’è sforzato trarne significato, all’ingresso di una nuda stanza a forma di bocca aperta d’un volto di ignoto essere mostruoso, vi sono proprio queste parole. La morte che tutto sottrae, s’interpreta oppure – a me piace pensare – quell’immaginazione che ci porta al di là del tempo ed oltre lo spazio di uomini finiti alla catena, quei vinti d’allora, metafora della condizione di ciascuno di noi e carne ed ossa e sangue). Corre veloce la mente e si riempie d’immagini care e lontane, i volti di coloro che amiamo il corpo di una donna i luoghi della terra natale… (C’è un ‘attimo fuggente’ nella reiterata vita quotidiana del carcerato, un attimo d’attesa risolta nella gioia o nella delusione. E’ quando, mentre si sta in cortile nell’’ora d’aria’, il secondino chiama tenendo in mano la posta da consegnare. Lo so bene, io. Trattenute dal giudice prima e dalla censura poi della galera le lettere, a me indirizzate, arrivavano tutte in una sola volta – fino a sette otto -, suscitando moti di stizza rabbiosi sbuffi degli altri detenuti). Così Umberto e, accanto a lui, un commilitone, Attila. Forse è uno pseudonimo, preso dal racconto, mi sono dimenticato di chiedere. Certo un tipo dall’aspetto, immagino, rozzo, magari di fegato cuore un po’ di zucca e niente cervello (‘il fritto misto alla fascista’ si ironizzava un tempo). Così lo pensava di certo Umberto. Ed hanno voglia di fumare, ma in quel buio che li circonda la brace della sigaretta diverrebbe bersaglio per qualche cecchino somalo. Anche il parlare è strepitio, rullo di tamburi squilli di tromba, muggito di mandria terrorizzata dal ruggito dei leoni, parole dilatate nello spazio, chilometri distanti. Si accontentano di frasi smussate, quasi un sussurro, per sentirsi vicini, fratelli in questa notte così diversa da quelle trascorse nella propria città, in caserma, in qualche pub fumoso chiacchiere e boccali di birra gelata…

Notte di giugno. Paracadutisti del 183° btg. Nembo. Nome ereditato, come quello della Folgore, da eroica tradizione. El Alamein, in primo luogo. Alle porte di Roma, anche allora giugno del ’44. Castel di Decima. I carri armati Sherman del 46° reggimento avanzano sulla Pontina a copertura dei ranger americani. Ciò che resta della Folgore, al comando del maggiore Mario Rizzatti, tenta di arginarli. L’ufficiale si lancia contro uno dei mezzi corazzati, mitra e bomba a mano. Viene colpito a morte. Poche ore prima aveva incontrato il figlio Alessandro, volontario del Nembo; l’altro figlio era rimasto tra le dune del deserto libico, guardando il nemico in faccia. Uomini di altra razza, si dirà, soldati al servizio di un ideale… Umberto ed Attila lo sanno e, proprio per quell’esempio, sono sotto le armi. Il valore compensa e nobilita ogni causa, rifiuto d’essere solo vuoto a rendere, è l’ammonimento di Nietzsche. Stanno lì, sentinelle alle porte di Mogadiscio, del deserto che cresce ma non dentro di loro…

Il capitano, quasi ogni sera, li riunisce mettendoli in modo da formare un cerchio, simili a indiani di qualche tribù della pianura del Far West o fra le aspre e aride rocce del Nuovo Messico – e ad Umberto tornano a mente le ultime frasi di Alce Nero parla (‘Lassù morì il sogno di un popolo. Era un bel sogno… Il cerchio non ha più centro, e l’albero sacro è morto’) – e dà loro lezione di strategia che, poi, altro non è che lezione di vita. Accostarsi alla popolazione locale con cautela e rispetto, non lasciarsi ingannare dalle misere baracche di pietra lamiere tetti in legno e paglia; dagli uomini in pantaloni sdruciti e sandali, magri come chiodi, che nascondono però anni e anni di lotte, abituati a sparare con il kalashnikov il lanciarazzi, non tenere alcun conto dell’altrui esistenza e, tanto meno, della propria; evitare di giocare alla guerra, con la prosopopea tipica del marine USA, che forte della tecnologia e d’ogni bene di consumo, è convinto come il resto del mondo debba inchinarsi al suo modello di vita. E quella sera, poi, l’avvertimento che il comando americano ha deciso di effettuare un bombardamento notturno sulla città. Scaldare i muscoli dal cielo, senza pericolo, fregandosene se ci andranno di mezzo civili, mentre ‘i signori della guerra’ troveranno sicuro rifugio… Poi, il mattino successivo, toccherà loro – il contingente italiano – ad entrare a Mogadiscio e magari trovarsi a fare il lavoro sporco e il più pericoloso. Già – pensa sempre Umberto – non siamo altro che sudditi, truppe cammellate all’ombra della bandiera stelle e strisce. Non ci si perdona l’8 settembre del ’43 e l’essere ormai parte del girone Occidente come un marginale tassello del puzzle mondiale…

Non so come, mi sfugge il passaggio, si mettono a parlare della posta arrivata o di qualcosa di simile. Attila (ora so che si tratta del suo nome proprio) se n’esce che s’è fatto mandare il Don Chisciotte del Cervantes nel testo spagnolo, suscitando lo stupore di Umberto che non l’avrebbe mai immaginato. La maschera e il volto… ‘Mi vuoi dire, caro Sancho, che dovrei tirarmi indietro – perché il male ed il potere hanno un aspetto così tetro? – Dovrei anche rinunciare ad un po’ di dignità, – farmi umile e accettare che sia questa la realtà?’ (dalla canzone di Francesco Guccini). Un anno, insegnando ad Artena, intorno all’’83 o ’84, mi portarono da un pastore a comprare una forma di pecorino fresco. Costui girava il latte e nel pentolone vi erano rametti di fico legati fra loro. Gli chiesi spiegazione; avanzai l’idea che servissero come caglio. Rispose che non lo sapeva – per l’abbisogna usava le budella dell’agnellino -, ma così faceva suo padre e il padre di suo padre. Superstizione, pensai, boria da ‘civilizzato’ cresciuto tra smog e asfalto. Anni dopo, in un testo di frammenti greci, sfogliando l’introduzione (del resto modesta), l’autore riportava un verso omerico tratto dall’Iliade ove, narrando di un guerriero caduto in battaglia, si descriveva come il suo sangue venisse rappreso dalla terra allo stesso modo di come fanno i pastori con il ramo di fico nel latte. Quel pastore di Artena, ai miei occhi così ‘primitivo’, rappresentava la cultura secolare dell’Europa contro castelli di carta straccia…

Confessioni di Alonso Chisciano di Ivano Fossati: ‘Ma senti che odore di carta e incenso – da una parte ti dico grazie – e dall’altra continuo – solo e senza corpo – a scornarmi con il vento’. Così Umberto ed Attila stringono le mani intorno all’arma, ne traggono sicurezza, uomini che fondano i piedi sulla solida base della realtà e ne accettano le condizioni nel tempo e dello spazio, il che non equivale ad esserne succubi inermi e tanto meno vili; poi vi sono i sognatori, che nulla possono sulla realtà, ma squarciano gli orizzonti ne fanno percorrenze per uomini nuovi trasmutano ogni impianto codice confine… Il rombo degli aerei, gli elicotteri da combattimento dissolvono la dicotomia, aprono le tenebre scavano ferite. Un gioco feroce ed infame dà al cielo e alla terra il colore livido della morte.

Ripenso a Strade d’Europa, edito nel 2006. Introducendo i primi due capitoli, inerenti la Spagna e in parte il Portogallo, Rodolfo propose, quale mito fondante, proprio il Don Chisciotte (un Don Chisciotte atterrato da Ronzinante scalpitante, in cielo una luna velata, il volto tanto simile ad un Merlino più giovane e capelluto si trova alla parete del mio rifugio-biblioteca-branda-sogni-storie-vanità). Quello che il Cervantes voleva che fosse, ironia e dissacrazione del poema epico e cavalleresco, s’è ribellato alla penna dell’autore per divenire il grande sogno, l’illusione per non morire all’alba, di uomini che, come ebbe a dire Martin Heidegger, ‘colui che pensa nella grandezza, nella grandezza costui è costretto ad errare’… Al centro di Plaza de Espana un obelisco di pietra e la statua del Cervantes, che sovrasta Don Chisciotte su Ronzinante e il paffuto Sancho Panza sul suo asino. Le due Spagne s’è scritto da più parti. Eternamente in lotta fra loro, tanto diverse quanto simili. Simbolo, in fondo, d’un medesimo incanto dove il sogno e la realtà coabitano senza una linea di demarcazione netta e dove è impossibile stabilire quale delle due sia la più rappresentativa. E vengono a salvarci ogni volta che si necessita trasformare i mulini a vento in giganti a cui dare pur vana battaglia. Nella notte alle porte di Mogadiscio, ad esempio.

Sabato 6 giugno sarò a Madrid. A vecchi e nuovi camerati racconterò come la nostra cifra più alta e nobile è stata ed è quel saper ‘tener duro’, nonostante tutto e comunque. Nessun merito in ciò perché, come nella follia di Don Chisciotte, combattere è un destino…

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Categorie: Punte di Freccia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 30 Maggio 2015

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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