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1921: Primavera di Bellezza (decimo capitolo)

1921: Primavera di Bellezza (decimo capitolo)

 

19. Semplice gregario del Fascio milanese

Da parte di Mussolini, alle parole seguono i fatti; dopo che, il 16 agosto, a Bologna, i rappresentanti dei maggiori Fasci padani si sono espressi nuovamente contro il patto, egli si dimette dalla Commissione esecutiva:

La partita è ormai chiusa. Chi è sconfitto deve andarsene. E io me ne vado dai primi posti. Resto, e spero di poter restare, semplice gregario del Fascio milanese.

 

Con lui, si dimette da Vicesegretario Rossi, con una lettera molto dura, nella quale denuncia:

…la mentalità codina, tirannica e sopraffattrice che noi abbiamo rimproverato al Partito socialista degli anni aurei e tenebrosi della sua tracotanza che si trasferisce in pieno nel campo fascista… amici, vi siete mai chiesto, per esempio, cosa rappresentino di sacro quelle case con tutto il loro carico di masserizie e di affetti che in alcune zone della Val Padana i nostri gregari bruciano con tanta serenità sol perchè abitate da avversari?

 

Parole pesanti, che di fatto renderanno definitive, per i suoi oppositori, le dimissioni di Rossi e gettano lo scoramento tra i fascisti, frustrati da tanta incomprensione, anche da parte del vertice del movimento; lo sbandamento serpeggia, anche se l’ipotesi di un allontanamento di Mussolini deve essere stata considerata dagli intransigenti.

Ai primi di agosto, infatti, Grandi e Balbo si recano a Gardone, da D’Annunzio, per sondare le possibilità che egli assuma la guida di un moto rivoluzionario; il poeta, però, è evasivo e non se ne fa nulla.

Nelle grande crisi ed incertezza, molti Fasci si convincono ad accettare il patto, come a Torino, Milano, Trieste, Roma, Perugia, Livorno, ma l’ostilità dei Fasci emiliani e toscani continua a farne un pezzo di carta senza valore.

A Mussolini giungono messaggi affettuosi da parte di molti Fasci, anche di quelli dissidenti, finchè ad agosto, il Consiglio nazionale, riunito a Firenze, respinge le dimissioni sue, di Farinacci e di Marsich, e fissa il Compresso nazionale “chiarificatore” a Roma per il prossimo mese di ottobre.

Non è la fine delle polemiche, ma un primo passo per la riappacificazione degli animi: ancora nelle settimane successive si susseguono convegni e riunioni di squadristi contrari al patto; il raduno più importante ha luogo a Todi, in settembre, con la partecipazione o l’adesione di tutta l’Italia squadrista: Bolzon, Marsich, Calza Bini, Uccelli, Grandi, Giuriati, Arpinati, Caradonna sono tra i protagonisti dell’incontro.

Balbo, da parte sua, organizza, per il 9 settembre, una marcia su Ravenna, nell’ambito delle celebrazioni dantesche, con l’intervento di Caradonna e di altri capi intransigenti, e con la partecipazione di oltre tremila squadristi emiliani, inquadrati militarmente e perfettamente equipaggiati.

I Fasci toscani, a loro volta, ufficializzano, con un telegramma al Presidente del Consiglio Bonomi, il rifiuto del patto e, contestualmente, denunciano, oltre al perdurare di violenze ai loro danni, le persecuzioni poliziesche che, da qualche tempo, si vanno facendo particolarmente fastidiose.

Infatti, sta accadendo anche questo: approfittando delle incertezze e divisioni in campo fascista, il Governo cerca di dare un giro di vite, convinto che sia giunto il momento adatto per un atteggiamento più fermo e deciso: arresti di noti capi squadristi come Marsich, Bresciani e Chiurco, denunce di dirigenti e gregari, strigliate a Prefetti e Questori, tutto sembra voler preparare la liquidazione dello squadrismo.

A Firenze, in un sol colpo, sono trentacinque i fascisti colpiti da mandato di cattura; a Legnano dodici gli arrestati; a Porto Barros – dove dal 26 giugno un centinaio di squadristi provenienti da tutta Italia hanno messo in atto una simbolica occupazione della città − dopo violenti incidenti con la forza pubblica, che causano sette morti e molti feriti, sono arrestati una quindicina di fascisti e viene sgombrato l’abitato.

Le Autorità non disdegnano nemmeno il ricorso a metodi drastici, anche se vi è un prezzo alto da pagare, in vite umane: a Moderna, il 26 settembre, è la strage.

I rapporti tra fascisti e forze dell’ordine in città sono tesi, da quando, il 4 giugno, il Fascio cittadino ne ha combinata una grossa allorché alcuni squadristi hanno bastonato il Prefetto in carica, Paolo Bodo, reo di un commento poco lusinghiero al passaggio di un camion fascista; anche se è più che probabile che l’alta Autorità non è stata riconosciuta, i fascisti non rinnegano, però, il gesto, ed anzi, allegramente intonano, sotto gli occhi (e le orecchie) dei questurini:

A noi che siam di Modena

Ci piace molto il brodo

E abbiamo bastonato

Il Prefetto signor Bodo

C’è quindi dell’attrito, e così, mentre è in corso un pacifico corteo fascista, succede il finimondo: dopo che un giovane squadrista diciassettenne Carpigiani, che poi morirà, colpito a bruciapelo, ha tolto, al passaggio del gagliardetto fascista, con un “buffo” la paglietta dal capo di un commissario, le Guardie Regie aprono il fuoco, e provocano otto morti squadristi e una trentina di feriti, molti dei quali “giovinetti imberbi dai lineamenti gentili”, come li definirà Mussolini nell’orazione funebre, di lì a qualche giorno.

 

20. Mussolini e lo squadrismo

Quello tra Mussolini e lo squadrismo, è un rapporto molto particolare, fatto di slanci e di incertezze, di sincerità ed ipocrisie, di rispetto e di insofferenza, di blandizie e di rimproveri; è indubbio che, aldilà delle minacciose intenzioni manifestate in tanti articoli e discorsi, Mussolini rimane sempre un “politico”, disposto, come tale, a cercare la mediazione, ad individuare la strada da percorrere con dibattiti e discussioni, evitando, finchè possibile, la contrapposizione estrema.

Nel biennio `19/21, egli persegue il tentativo di un’alleanza a sinistra, che tagli fuori le frange estremiste del Partito socialista, ma, nello stesso tempo, eviti ogni contatto inquinante con la destra nazionalista e conservatrice; la manovra, però, si dimostra impossibile, per la cecità degli avversari, i rancori personali, la prospettiva stessa di vittoria che ai socialisti sembra arridere.

Gli tocca, allora, andare avanti da solo, costruire la “terza via”, con quei pochi giovani seguaci che a lui si ispirano, e che hanno le idee ancora un pò confuse: sono antiborghesi, anticapitalisti ed antimarxisti ad un tempo, e manifestano più che un vero discorso politico, una somma di stati d’animo e di negazioni fini a se stesse.

In politica estera, rivendicano un ruolo più incisivo e riconosciuto per l’Italia: quando Giolitti sfratta D’Annunzio da Fiume, vorrebbero fare sfracelli, ma, poi, si devono accodare al realismo mussoliniano, e vivono così una prima situazione di attrito con il capo milanese, che non provoca sul momento grossi danni, ma è destinata a durare nel tempo.

Allorché la squadrismo esplode, nella primavera del `21, è sempre da Milano che si cerca di dare al movimento uno sviluppo in qualche modo organico, ed una linea politica degna di questo nome, con obiettivi concreti e raggiungibili: la manovra raggiunge il suo culmine con l’inserimento dei blocchi, che sembra destinato a sancire il momento culminante dell’azione antisovversiva.

Il pericolo socialista è vinto sul campo, i moderati hanno dovuto riconoscere il valore trainante del fascismo, il ruolo di Mussolini quale capo è indiscusso, tutto sembra rendere possibile un Governo di unità nazionale nel quale anche il nuovo movimento potrebbe avere il suo meritato riconoscimento.

Si realizza, a questo punto, la maggiore identificazione e la maggior separatezza tra il capo e la base: il discorso sulla tendenzialità repubblicana, forse fatto proprio per alzare il prezzo, in vista di una collaborazione governativa, è condiviso in pieno dalla stragrande maggioranza dello squadrismo che conta.

Ex repubblicani, rivoluzionari tout court, sindacalisti ed anarco-fascisti sono con Mussolini, finchè, però, non arriva l’ipotesi del patto di pacificazione a divaricare le strade: per il futuro duce è un rischio calcolato; egli ha del movimento veramente una concezione “paternalistica”, come chiaramente afferma; ritiene che i sussulti estremistici dello squadrismo siano in quel momento un fattore di debolezza, un’arma in mano agli avversari, e non intende sopportare.

Sa pure, però, che la vera forza del movimento, valutabile in uomini, capacità di mobilitazione, organizzazioni avversarie annientate, proselitismo crescente, è degli squadristi, mentre sua è la forza morale, politica ed ideologica.

Senza di lui, forse, lo squadrismo si esaurirebbe in un bagno di sangue, nel confronto con l’ordine borghese; con lui lo squadrismo è destinato egualmente ad esaurirsi, ma in un discorso ricco di concessioni fatte ed ottenute, di articoli di giornale più o meno mirati, di contrattazioni a tavolino, anche con interlocutori non sempre graditi.

Da qui nasce il continuo inseguimento al quale Mussolini è costretto, per non essere scavalcato in maniera irrimediabile dal movimento, per non vedere naufragare le sue manovre politiche, il suo “piano” nello scomposto, frenetico ed antipolitico agitarsi dei seguaci: non è solo una questione di “gagliardia e gagliardetti”, ma forse non è nemmeno vero che, senza il capo milanese, lo squadrismo era privo di ogni prospettiva:

Nella galleria pittoresca dei capi del fascismo – giovanotti tra i venti ed i venticinque anni, tra i quali gli anziani non superavano i trent’anni − il “professore” Benito Mussolini, vicino ai quaranta, spiccava come l’esponente di maggior prestigio, come l’uomo fornito di un’esperienza e di un passato, al quale ci si rivolgeva con deferenza, curiosità ed interesse, ma Mussolini era ben lungi dall’essere il “Duce” incontrastato.

Per quanto la cosa possa sorprendere, è un fatto che l’appellativo di “duce” non fu inventato dai fascisti della prima ora – gente piuttosto spiccia e scanzonata − ma a Mussolini fu applicato per la prima volta dai bravi compagni della Federazione socialista di Forlì.

In realtà, l’azione di comando di Mussolini, nei primi anni, si esercitò solo di riflesso, attraverso il Popolo d’Italia, che ai nuclei fascisti indicava gli obiettivi e chiariva le idee.

D’altra parte, sullo sfondo, c’è sempre l’ingombrante figura di D’Annunzio, al quale certamente i fascisti guardano come l’unico in grado di risolvere, anche con un atto di forza, la situazione.

Nel 1921, le polemiche che precedono e seguono la firma del patto di pacificazione non sono solo sul “senso del limite”, sulla capacità di anteporre la Nazione alla fazione, ma investono due modi di interpretare il futuro del fascismo: sbagliato pensare che l’opposizione al patto nasca solo dai propositi “sterministi” di grette anime di servi del padronato.

Ad opporsi sono uomini come Marsich, Balbo, Grandi, Arpinati, all’epoca tutti fascisti “di sinistra”, che rivolgono, significativamente, ai loro avversari interni, l’accusa di essere “reazionari”, perché sono convinti che interrompere ora la battaglia significa dare spazio ai maneggioni della politica (in particolare presenti, secondo la loro convinzione, nel gruppo parlamentare fascista e nella dirigenza milanese) e al riemergere delle manovre degli sconfitti sul campo.

Addio alla rivoluzione, quindi, e vittoria di quell’assurda teoria ribadita dallo stesso Mussolini nell’articolo del 7 agosto, che vede nel fascismo solo “un mezzo” per ristabilire l’equilibrio di una situazione che, nel primo dopoguerra, era sbilanciata a sinistra.

Agli squadristi appare, invece, non tollerabile che il fascismo debba ora sparire, quando è apparentemente finito il suo compito: non è certo per questo che tanti sono caduti e che tanti sacrifici sono stati sopportati; lo scontro deve continuare, per rivolgersi ora contro l’apparato statale, incapace di dare alla Nazione pace all’interno e dignità all’estero.

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Categorie: Storia del Fascismo

Pubblicato da Giacinto Reale il 5 Maggio 2015

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

Commenti

  1. Molto interessante…grazie…da fascista da sempre alcune cose le ignoravo….Carlo.

  2. marco

    quando gli italiani erano italiani,altro che le checche di oggi.e noi che siam di Modena ci piace molto il brodo e,abbiamo bastonato il prefetto signor bodo.grandi squadristi.

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