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Una storia del sud: l’omicidio di Vagno – prima parte –

Una storia del sud: l’omicidio di Vagno – prima parte –

di Giacinto Reale

 

PREMESSA

Confesso di essermi accostato alla storia di Giuseppe Di Vagno, il parlamentare socialista ucciso la sera del 25 settembre 1921 a Mola di Bari, con un di più di curiosità ed interesse dovuto alle mie origini baresi, alla conoscenza dei luoghi, alla familiarità di molti dei cognomi (e anche dei soprannomi) dei protagonisti, alla –ritengo – capacità di comprendere, meglio di altri, mentalità e comportamenti, sia pure a tanti anni di distanza.

Ne è uscito fuori il racconto che vi farò, che presenta, però caratteri comuni con tante altre storie di quegli anni, ivi compresa quella alla quale spesso viene accostata, e cioè l’episodio Matteotti.

Anche se nel secondo dopoguerra da parte di qualcuno si è parlato di Di Vagno come “Matteotti del Sud” molte restano, comunque, le differenze tra la vicenda del leader socialista polesano e quella del suo collega conversanese.

Vi è, alla base, solo una singolare caratteristica “di partenza” in comune tra i due: entrambi appartengono alla ricca borghesia terriera di paese, alla quale pensano forse di conservare posizioni di predominio locale sposando la causa del socialismo in tempi in cui le vecchie consorterie conservatrici appaiono in inarrestabile declino.

Ma di questo parlerò dopo….

 

CHI ERA GIUSEPPE DI VAGNO

Giuseppe Di Vagno nasce a Conversano, grosso borgo agricolo (più di 10.000 abitanti) in provincia di Bari, il 12 aprile del 1889, da una agiata famiglia borghese (“benestante famiglia di proprietari terrieri, che gli ha consentito un’istruzione universitaria e l’ingresso nella professione forense” secondo la definizione della Colarizi).

Iniziati gli studi nel locale Seminario, viene successivamente inviato a Roma dove si laurea in Giurisprudenza nel 1912 ed ha la sua prima esperienza lavorativa in uno studio legale della Capitale. Torna poi a Conversano, dove si scopre il fuoco della politica, si candida alle elezioni amministrative del giugno ’14 e viene eletto al Consiglio Provinciale, collocandosi, all’interno del Partito Socialista, su posizioni riformiste.

È, coerentemente, oppositore della guerra, e protagonista, il 10 novembre del 1917, di un episodio – in realtà non ben chiarito negli unici due testi che di Di Vagno parlano, e che sono alla base di questa ricerca (1) – che rappresenta la prima prova della sua sopravvenuta conversione al massimalismo estremista.Di_vagno[1]

Quando in Consiglio Provinciale si discute della costituzione di un Fondo a favore dei profughi delle terre invase dagli Austriaci (siamo all’immediato indomani di Caporetto), egli interviene in maniera molto “ambigua”, vantando – e sostanzialmente giudicandole più sufficienti, sì da negare l’appoggio al nuovo Fondo proposto – alcune iniziative umanitarie già prese dall’Ente Provinciale dei Consumi, del quale è Presidente.

Nel corso della seduta, proprio in ragione del suo atteggiamento (al termine rifiuta anche di alzarsi in piedi, e, alcuni sostengono di averlo sentito dire “Viva Caporetto”) volano parole grosse e si rischia un passaggio alle vie di fatto. C’è anche un Consigliere di parte nazionale che mostra minaccioso un revolver al suo indirizzo, e lui viene denunciato per essersi rifiutato di salutare con il tradizionale “Viva il Re” finale.

La seduta del 17 novembre avrà uno strascino polemico: i suoi avversari lo additeranno al pubblico disprezzo per l’atteggiamento “antinazionale”, e arriveranno ad interdirgli l’ingresso al cittadino caffè Stoppani, dove è solito intrattenersi con la borghesia “intellettuale e socialisteggiante” del capoluogo pugliese.

Sono fatti che, probabilmente, contribuiscono a radicalizzare la sua posizione, già “minata” dall’influenza della rivoluzione bolscevica. Avviene così che il suo atteggiamento muti, si attesti su posizioni “massimaliste” e si venga via via distinguendo per il tono dei pezzi su “Puglia Rossa” sempre “più duro e più aspro”.

Nell’insieme, qualche zona d’ombra resta anche sulle sue vicende guerra durante: infatti non va al fronte, ma nemmeno – come Matteotti che, arruolato, viene spedito a Messina dove non può far danni – è in qualche modo “punito”.

Anzi, molto probabilmente usufruendo di qualche meridionalissima “raccomandazione” resta a Bari, Caporale in un Ente territoriale, continuando ad esercitare una certa “influenza” (parliamo di clientelismo spicciolo) che gli viene anche dall’appartenenza alla stessa ricca borghesia che è, da sempre, detentrice del potere locale.

L’ex Segretario regionale socialista Raffaele Pastore, per esempio, attribuisce l’accoglimento della sua domanda di esonero dal servizio militare alla “influenza in Prefettura” che ha Di Vagno, e un suo commilitone ricorda come la Caserma che li ospitava sia stata allacciata alla rete idrica sempre grazie al personale intervento del Consigliere Provinciale socialista (che per questo ebbe 15 giorni di licenza) molto bene ammanicato con le Autorità civili e militari preposte alla decisione.

Finita la guerra, proprio quando la sua fama sembra destinata ad estendersi ad altre zone della Puglia, oltre i confini del capoluogo, supportata da articoli sempre più “infiammati” che solleticano la diffusa voglia di “rivoluzione”, Di Vagno deve, però, fare i conti con la vecchia regola che vuole che, nel campo dell’ estremismo e della purezza ideologica “c’è sempre qualcuno più puro che ti epura”.

Infatti, alla fine del ’19, i bordighiani, che sono maggioranza nel socialismo barese, lo estromettono dal Partito, costringendolo a rintanarsi – per un annetto di “penitenza” –a Conversano, dove fonda una sua Sezione, con annesse Lega proletaria, Lega dei contadini e Circolo giovanile.

È così che nella piccola realtà locale prende corpo una vigorosa ed irrequieta presenza di socialisti massimalisti, non alieni dalla violenza e che, con il loro operato il 25 febbraio del ’21, e ancor di più il 30 di maggio dello stesso anno, saranno la causa della successiva tragica fine del loro leader e fondatore.

Infatti, se si esclude la particolarissima realtà di Cerignola (dove pure emergerà un’altra figura dominate della galassia sovversiva, Giuseppe Di Vittorio), Conversano resta un unicum nelle cronache del periodo, per la violenta aggressività manifestata non da masse contadine in qualche modo sobillate, ma da nuclei di attivisti di Partito che perseguono un chiaro fine insurrezionale.

Finalmente rientrato, alla fine del ’20, nel Partito socialista, ed eletto al Parlamento nel maggio del ‘21, Di Vagno si schiera contro l’ipotesi del “Patto di pacificazione”, arrivando ad affermare che: “la pacificazione completa non può avvenire, né è bene che avvenga, poiché la vita e il progresso sono dati dagli attriti”.

Tesi che, va da sé, appare in forte contrasto con la definizione di “gigante buono” che la retorica antifascista gli ha appiccicato post mortem.

In effetti, le cronache ci dicono che era un omone alto più di un metro e ottanta e piuttosto robusto (ed è lecito supporre che questa prestanza fisica abbia contribuito al “fascino” del personaggio in una terra dove l’altezza media di contadini e braccianti superava di poco il metro e sessanta su corpi ingraciliti dalle fatiche), ma non danno grandi testimonianze della sua “bontà”, che forse è più che altro il classico paternalismo tipico delle classi dirigenti meridionali nei confronti dei “cafoni”, condito da piccole clientelari manifestazioni di un “potere” che incute rispetto.

Anche sulla “bontà”, quindi, forse si è un po’ esagerato: a prescindere dalla virulenza del linguaggio, della quale si è detto, va ricordato che Di Vagno, al momento della tragica aggressione è armato (e prova a sfoderare il suo revolver) e si era reso protagonista alla Camera, qualche mese prima, di un episodio burrascoso, come emerge dal pur benevolo ed edulcorato racconto del suo compagno di partito Di Vittorio: “…pensavo alla sua forza erculea, e quasi involontariamente ricordavo un gustoso incidente avvenuto nel corridoio dei “passi perduti” a Montecitorio. Il deputato popolare ultra fascista Cappa tentava di aggredire il compagno Giacomo Matteotti, che è snello, esile. Vidi Giuseppe Di Vagno prendere agilmente per il petto il Cappa e deporlo delicatamente per terra a quattro passi di distanza, interponendosi tra i due litiganti per impedirne il contatto. Lo prese con la stessa facilità che una madre sana prende il suo bambino poppante”.

Utile a capire la psicologia del personaggio può essere anche la relazione scritta (e pubblicata su “L’Araldo” dell’11-12 giugno) da Arnaldo Ponzè, inviato dal Comitato Regionale dei Fasci di Combattimento per un’indagine, nel giugno del ‘21, dopo i gravi incidenti verificatisi nel paese il 30 di maggio, con il ferimento e l’incarceramento di parecchi fascisti:

“Professionalmente, come avvocato, non può dirsi gran cosa, perchè ha esercitato pochissimo, valendosi piuttosto della sua laurea a scopo politico e per la conquista di ottimi stipendi a spese dello Stato.

Come distinzione di classe dovrebbe appartenere alla “odiata borghesia” perché è un ricco proprietario terriero che cerca di aumentare ogni giorno la sua proprietà e che, se riuscirà ad acquistare altri terreni, come ne ha l’intenzione, diverrà uno dei più forti proprietari del paese. Naturalmente non sogna neppure per un istante di dover dare la terra a chi la lavora.

Politicamente appartiene a quella numerosa falange di arrivisti che nell’oratoria demagogica e piazzaiola del Partito socialista hanno trovato il facile sgabello proletario per salire. Nel Partito è sempre stato un girella emerito, con frequenti passaggi dal socialismo riformista al più puro rivoluzionarismo di Lenin. Questi passaggi egli li chiama “crisi spirituali”.

Ho detto che la causa prima del tragico epilogo degli avvenimenti va cercata nella creazione – voluta e patrocinata dal Di Vagno espulso dal partito barese e in cerca di rivincita – a Conversano di una organizzazione socialista votata all’intransigentismo più violento.

Lo conferma il fatto che anche commentatori antifascisti sono concordi nel ritenere l’assassinio del parlamentare come atto finale di una faida paesana, vedendo nel morto una “vittima del livore e dei contrasti comunali” e nel delitto la conseguenza di un “feroce odio paesano”.

E’ per questo che la difesa al processo del ’22 parlerà di “crimine d’ambiente…inevitabile epilogo di un inconciliabile stato d’animo”, trovando concorde la stessa pubblica accusa che escluderà ogni questione di natura ideologica e attribuirà l’omicidio non “al contrasto delle idee politiche”, ma “ad interessi personali lesi” che la “giovinezza irriflessiva” dei responsabili farà sfociare nell’aggressione fatale.

Solo nel secondo dopoguerra, al nuovo processo imbastito a Potenza, questa tesi sarà rovesciata per ragioni politiche, anche se la Corte non potrà negare la “sostanziale imparzialità” del primo processo.

Inquadrato, come si dice, il contesto, cerchiamo ora di vedere lo svolgimento dei fatti.

L’ANTEFATTO

Chiarito che, come riconosciuto in un recente studio: “la centralità di Conversano nella spiegazione del delitto appare indiscutibile, e ove ciò fosse trascurato…ventilare ipotesi di una “congiura politica” ordita da ras del fascismo del calibro di Giuseppe Caradonna (è) non solo privo di fondamento, ma addirittura un autentico depistaggio”, veniamo alla narrazione vera e propria.

Un pre-antefatto si può vedere già nella giornata del 25 febbraio del ‘21, allorchè la Camera del Lavoro di Conversano proclama lo sciopero generale per protesta contro l’azione fascista che a Bari ha impedito l’ingresso in città a Bombacci ed è poi sfociata in violenti incidenti.

Lo sciopero ha subito carattere “prepotente e violento”: gruppi di socialisti armati di nodosi bastoni percorrono le vie del paese (presidiato solo da un Brigadiere dei Carabinieri e due militi dell’Arma), impongono la chiusura delle chiese, impedendo la celebrazione dei riti, bastonano avversari politici e non, tirano qualche bomba che ha loro procurato un mercenario ex ardito fiumano, si accaniscono – fin quasi a ridurlo in fin di vita – contro il ventiduenne Sottotenente Oreste Calacaterra, addetto alla requisizione dei cereali.

Il tutto, sotto l’occhio benevolo del Sindaco, che è il cognato di Di Vagno.

I pochi fascisti (tutti giovanissimi, come vedremo meglio parlando dell’omicidio) si riuniscono e cercano protezione nello stare insieme, senza per questo riuscire ad evitare ad alcuni di loro, colti isolatamente, una solenne bastonatura.

Solo il giorno dopo, giunti in paese rinforzi di Carabinieri e Guardie Regie, si procederà al fermo di una quindicina dei più esagitati rivoltosi, riconosciuti dalle loro vittime.

Come accade nel resto d’Italia, sono proprio queste indiscriminate violenze socialiste a costituire il punto di svolta che rovescerà la situazione a favore dei fascisti. All’indomani della sommossa paesana, la loro prima esigua schiera viene infatti rinforzata da afflussi continui, sì che già ai primi di maggio potrà essere incendiata la Camera del Lavoro e comminato il “bando” a Di Vagno, ritenuto il vero responsabile delle violenze di febbraio, dal momento che l’organizzazione socialista del paese da lui è stata messa in piedi e a lui fa capo.

Si tratta, in realtà, di minacce che gli stessi fascisti sanno bene di non poter mantenere vista la sproporzione che ancora persiste tra le forze in campo, e così, quando per il 30 maggio – dopo le elezioni che lo hanno visto eletto al Parlamento – Di Vagno decide di tenere un comizio a Conversano, uno di loro si reca a Cerignola a chiedere aiuto a quel fascio col quale c’è particolare sintonia, visto che Caradonna è venuto a comiziare a Conversano attraversando le vie “sotto un tappeto di fiori”.

In effetti, un manipolo di squadristi cerignolani, il giorno del previsto comizio di Di Vagno, parte in treno per Conversano, ma, giunto quasi alla meta, alla stazione della vicina Polignano, viene fermato dal Presidente del fascio conversanese, Lovecchio Musti, ed invitato a tornare indietro, per i sopravvenuti accordi con le Autorità, che si sono impegnate ad evitare ogni aggressione ai danni dei fascisti.

Le cose, però, non vano così: finito il comizio, si verificano i temuti incidenti: un fascista, Emilio Ingravalle, resta a terra ucciso da colpi di pistola sotto la casa di Di Vagno, e la successiva reazione fascista fa un altro morto nella vicina piazza XX Settembre, mentre nelle viuzze del paese si sviluppano inseguimenti, zuffe e scontri a pistolettate e bastonate.

Al termine di quello che sarà il battesimo del fuoco del fascio conversanese, 13 fascisti saranno incarcerati. Resteranno in carcere (al Castello Svevo di Bari) per parecchi mesi, ed inizieranno addirittura uno sciopero della fame per ottenere la fine della carcerazione preventiva, oltremodo gravosa, anche perché, per una singolare sbadataggine delle Autorità essi, per un certo periodo, occuperanno un camerone di fronte a quello dei loro avversari socialisti, con le turbolente conseguenze che è facile immaginare.

Nel comune sentire appare certa la responsabilità di Di Vagno in questi fatti, così come la fisserà il Tribunale di Bari, in data non sospetta, il 6 marzo del 1922:

“Verificatisi dei conflitti tra socialisti e fascisti nel 23 febbraio 1921 e dopo un comizio tenuto dal Di Vagno in quel Comune, anche nel 30 maggio, rimanendo uccisi un fascista ed un socialista, tal Ingravalle e tal Conte, oltre a parecchi feriti, si credette di far risalire al Di Vagno la responsabilità di siffatti luttuosi avvenimenti.”

A conferma di quanto siamo venuti dicendo a proposito della stretta connessione esistente – anche a livello di rancori e desideri di vendetta paesani – tra i fatti del 30 maggio e la successiva morte del Deputato socialista il 25 settembre valga, infine, la circostanza che, nel 1944, nel chiedere la revisione del processo Di Vagno, la Corte di Cassazione richiamerà, insieme, anche quello per i fatti del 30 maggio.

fine prima parte

 

NOTA

–        Mario Dilio, “Di Vagno”, Adriatica Editrice, Bari 1971

–        Aa Vv, “Il processo Di Vagno, un delitto impunito dal fascismo alla democrazia”, Camera dei Deputati, Roma 2011

A parte qualche pubblicazione di Partito, e riferimenti sparsi qua e là, vi è anche un libricino (37 pagine) agiografico di Alfredo Violante edito nel 1921, di difficile reperimento

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Categorie: Storie italiane

Pubblicato da Giacinto Reale il 11 Aprile 2015

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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