Sull’orlo della storia, seconda parte

Sull’orlo della storia, seconda parte

Di Fabio Calabrese

Per puro caso, probabilmente senza nessuna intenzione di contestare la vulgata storica ufficiale, un testo scolastico, Clio dossier di Mario Palazzo e Margherita Bergese, tomo B, editrice La Scuola, apre un’inedita finestra su tre popoli antichi, uno dell’Anatolia occidentale, un popolo-ponte fra Europa e Asia, gli altri due decisamente europei, di cui di solito non ci viene raccontato quasi nulla: Lidi, Sarmati e Traci.

Dei Celti, dei Germani e degli Etruschi tutti noi abbiamo sentito parlare, ma di numerosissimi altri popoli che hanno abitato l’Europa nell’età antica, i non specialisti sanno ben poco, si lascia la calcolata impressione che si sia trattato in ogni caso di tribù barbariche senza importanza.

E’ probabile che i Traci dicano all’uomo mediamente acculturato ancora meno dei Lidi o dei Sarmati di cui ci occuperemo più avanti. Di questo popolo stanziato nell’odierna Bulgaria, sappiamo che scomparve con la conquista romana e gli sconvolgimenti dell’età medievale. Qualcuno forse ricorderà che trace era Spartaco, il gladiatore che capeggiò la celebre rivolta antiromana, ma è poco probabile che se ne sappia altro. Sembrerebbero forse l’esempio più tipico di una popolazione barbarica senza importanza, e invece il testo ci spiega che si trattò di una grande cultura che ebbe forse un’importanza determinante nel favorire la nascita di quella ellenica; l’ennesimo esempio di quella minimizzazione del ruolo dell’Europa nella storia antica, che ho tante volte documentato:

“Senza i Traci non ci sarebbe stato il “miracolo greco”. Infatti, attorno al VII-VI millennio a. C. mentre la Grecia si trovava in età arcaica, la Tracia era più evoluta, in quanto si trovava in una posizione ideale per ricevere gli influssi provenienti dall’Asia, dall’Anatolia e dall’Europa mediterranea.

La Tracia era famosa nell’antichità per l’estensione delle sue terre e per il numero degli abitanti.

Erodoto definisce i Traci “il popolo più grande dopo gli Indi”; Pausania “quello più numeroso dopo i Celti”.

Nell’età del rame e del bronzo la struttura della società tracia era fondata sui clan. Nell’Età del Ferro, dopo il XII secolo a. C., i clan si allargarono fino a diventare delle tribù organizzate: in pratica degli stati.

Conosciamo anche il nome di oltre cinquanta tribù tracie. Le più importanti sono le tribù degli Odrisi, dei Besi, dei Sapei, dei Medi, dei Triballi, dei Denteleti, dei Crobizi, dei Geti.

L’ultimo passo nello sviluppo politico del paese fu la fondazione, agli inizi del V secolo a. C. dello stato Odrisio, dal nome della famiglia regnante. Questo stato unitario durò però un breve periodo. Intorno alla metà del IV secolo a. C., lo stato tracio, prima si divise in tre regni, poi crollò definitivamente, creando numerosi staterelli legati alla Macedonia.

Per i Traci l’agricoltura era molto importante. Gli antichi autori greci chiamavano le terre tracie “fornitrici di grano” e i Traci “protettori del grano”, “quelli che vivono nei campi di grano”. Oltre al grano erano anche noti nel mondo antico per la coltivazione della canapa, dell’orzo, dell’aglio e della cipolla. Inoltre in Tracia cresceva l’ulivo e si coltivava la vite: “bevanda divina”, dice Omero che chiama la Tracia “madre di pecore” e definisce i suoi cavalli “Belli, robusti, molto bianchi e veloci”.

La maggior fonte di ricchezza dei Traci erano però le miniere di oro, argento, rame e ferro.

La Tracia esportò per tutto il I millennio a. C. soprattutto grano, bestiame, legname, miele, resine, metallo e schiavi. I Greci utilizzavano gli schiavi traci come rematori, minatori e, se donne, come nutrici o domestiche.

Sui vasi greci le schiave tracie sono riconoscibili soprattutto per i tatuaggi sulle braccia, sulle gambe e, più raramente, sul collo o sul viso (per i Traci simboleggiavano la nobiltà o la schiavitù).

Il re tracio preferiva essere in continuo movimento a capo del suo seguito armato, per esercitare un controllo militare, politico ed economico su tutto il suo territorio. Infatti i re normalmente non avevano una sede fissa, ma disponevano di molte residenze fortificate oppure di cosiddette città reali. La città del re includeva in genere una cittadella, con depositi per alimenti e per armi, luoghi per ricoverare il bestiame e botteghe destinate alla lavorazione del metallo prezioso.

Gli edifici principali erano quelli destinati al culto, e si trovavano nel complesso del palazzo. Situati in boschetti sacri, alcuni santuari presentano un altare centrale talvolta limitato a una grande pietra. Sulle montagne quei santuari risultano ancora più primitivi, sempre costruiti su rocce e in funzione di sacrifici cruenti, con piscine e canali per la raccolta e il deflusso del sangue delle vittime nella terra.

La vittima sacra per eccellenza era il cavallo, poiché nel mondo indo-iranico, di cui anche i Traci fanno parte per cultura e storia, il cavallo equivale all’uomo. Tuttavia tra gli animali sacrificati figuravano pure il toro e il montone, incarnazione della ricchezza del re” (1).

La storia di come l’antico popolo dei Lidi e la sua civiltà, di cui ci rimangono una raffinata oreficeria e l’eco leggendaria di ricchezze favolose, sono riemersi dalle tenebre dei millenni, hanno rischiato di risprofondarvi per sempre, è stato almeno in parte sottratto a questo destino non senza una cospicua e irrimediabile perdita di tesori archeologici e di informazioni storiche, è una di quelle che fanno ribollire il sangue al pensiero dell’incuria con cui vengono trattate le testimonianze archeologiche che hanno la disgrazia di essere reperite fuori da quella Mezzaluna Fertile dove ormai deve essere stato rivoltato anche l’ultimo sasso.

Nel 1965 gli abitanti di Usak, un paese della Turchia occidentale che si trova non lontano da dove doveva sorgere l’antica Sardi capitale del regno lidio, scoprirono all’interno di alcune collinette artificiali simili ai tolos micenei, tre tombe monumentali risalenti – pare – al V secolo avanti Cristo, e le saccheggiarono facendone anche saltare una con la dinamite. I siti e le antiche salme che vi giacevano furono distrutti, mentre i corredi funebri, un profluvio di gioielli, argenti, oggetti preziosi, prese la via del mercato clandestino delle antichità.

Quasi vent’anni dopo, nel 1984, alcuni di questi oggetti che per vie traverse erano finiti negli Stati Uniti, confluirono in una mostra del Metropolitan Museum di New York dedicata ai “Tesori greci e romani”, e misero in allarme gli archeologi turchi che li fecero risalire alle tre tombe saccheggiate. Occorse poi un altro decennio per rintracciare almeno parzialmente i pezzi dei corredi funebri dispersi e mettere assieme quello che è stato chiamato probabilmente in maniera impropria il “Tesoro di Creso” (2).

Nel testo sono riportate le fotografie di alcuni monili, di una fattura molto simile a quelli tipici dell’oreficeria celtica, e un bruciatore di profumi d’argento, che nel loro insieme danno l’idea di una cultura alquanto raffinata.

Sarmati2

Cavalieri sarmati, colonna traiana

Creso, l’ultimo re di Lidia, è forse il personaggio più noto appartenente a questo popolo, e il suo stesso nome è diventato sinonimo di ricchezza favolosa. Si sa che mosse guerra a Ciro, fondatore dell’impero persiano, e ne fu sconfitto. La leggenda vuole che avesse chiesto consiglio all’oracolo di Delfi, che avrebbe risposto che se avesse mosso guerra a Ciro, un grande regno sarebbe stato distrutto, e così fu; il suo, però, non quello persiano. Pare tuttavia che Ciro l’abbia perdonato per un saggio consiglio avutone. La Lidia ad ogni modo sparì dalla storia diventando una semplice propaggine della Persia.

La storia dei Sarmati si lega a un’antica leggenda, quella delle Amazzoni. Una tribù almeno di questo antico popolo che è stato forse l’antenato degli Slavi, doveva essere composto da guerriere che tenevano gli uomini in soggezione ed erano considerate con autentico orrore dai Greci dalla mentalità patriarcale e misogina.

Secondo questi ultimi, le Amazzoni vivevano nella regione del Chersoneso, ossia la Crimea e le coste del Mare d’Azov. La storia delle Amazzoni è stata riferita da Erodoto e da Strabone, ma è sempre stata ritenuta una leggenda, tuttavia – ci riferisce il nostro testo – le più recenti ricerche sembrano confermarla:

“Nella provincia di Rostov, a pochi chilometri dal confine con l’Ucraina lungo in fiume Don, una squadra di archeologi all’interno di un kurgan, uno dei grandi tumuli funerari risalenti ad almeno duemila anni fa, tipici di quella zona, ha trovato i resti di una donna sepolta con la spada, il giavellotto e l’arco con la faretra e le frecce. Nella tomba c’era anche uno specchio di bronzo e dei monili tipicamente femminili. Con lei, ai suoi piedi, vi erano sei scheletri maschili, probabilmente suoi servitori.

Una delle archeologhe della spedizione, Vera Larenok, ipotizza che si potesse trattare di una sacerdotessa o comunque di una donna dalla posizione sociale elevata, soprattutto perché la forma del cranio lascia pensare che fosse stata bendata sin dall’infanzia, come si usava per le bambine votate agli dei. La regione di tali ritrovamenti inoltre corrisponde esattamente alla descrizione di Erodoto nelle Storie.

Già qualche decennio fa nella zona del mare di Azov – raggiunta dai Sarmati intorno al IV-III secolo a. C. gli archeologi avevano trovato numerosi scheletri di donne sepolte con vari monili e in qualche caso con punte di frecce. Altri scheletri femminili più antichi, risalenti all’incirca al V secolo a. C., sono stati recuperati nell’Ukok Plateau, un territorio tra Cina, Russia, Kazakistan e Mongolia, cioè la zona di origine dei Sarmati e degli Sciti. Avremmo così una fonte sul presumibile percorso seguito dalle donne guerriere e dal loro popolo nella marcia verso l’Occidente” (3).

La zona delle steppe eurasiatiche, la regione a cavallo tra Russia europea, Siberia occidentale e Kazakistan, è qualcosa di più della sede di popoli nomadi come Sciti e Sarmati che sono forse all’origine di qualche bella leggenda passata nella mitologia greca come appunto quella delle Amazzoni. E’ da qui che hanno forse avuto origine i popoli indoeuropei, un’origine che alcuni ricercatori, in primo luogo Marija Gimbutas, e lo vedremo dettagliatamente più avanti, connettono alla cultura dei kurgan, gli enigmatici monumenti funerari sparsi in un’area immensa a cavallo fra i due continenti. A tutt’oggi l’archeologia vi ha dedicato scarsa attenzione, sembra quasi che si debba ignorare tutto quanto si trova a settentrione della linea rappresentata dalla catena del Caucaso.

Eppure, a quanto pare, le sorprese che dobbiamo aspettarci sono ancora molte e non smettono di sconcertare. Forse un tassello molto importante è venuto ad aggiungersi il 4 ottobre 2010. In quella data, il sito britannico NDTV News ha pubblicato un articolo (al momento non ancora tradotto in italiano) che ci parla di un’importante scoperta di un team russo-britannico nella zona di confine fra il Kazakistan e la Siberia meridionale: le tracce di un antichissimo insediamento indoeuropeo.

Alla lettera, il titolo dell’articolo è 4000-years-old Aryan City discovered in Russia (4).

Forse parlare di città è esagerato, poiché si trattava di un insediamento dove sarebbero vissute dalle 1000 alle 2000 persone. In realtà, ci viene detto, la scoperta risalirebbe a una ventina di anni fa, ma non era stato possibile compiere alcun tipo di indagini e la localizzazione del sito era stata mantenuta segreta, perché la zona era di interesse militare, poi, con la scomparsa dell’Unione Sovietica e della conflittualità con l’Ovest, da questo punto di vista c’è stata una progressiva liberalizzazione. Questo insediamento, che si trova al confine fra la Russia meridionale e il Kazakistan, sarebbe il primo a essere esplorato di una ventina di altri simili che si trovano nella stessa zona. I manufatti rinvenuti lo collocherebbero in modo abbastanza certo nell’Età del Bronzo.

Gli archeologi che hanno studiato il sito sono il russo Gennady Zdanovich e l’inglese Bettany Hughes del King’s College di Londra che lavora anche come divulgatrice scientifica per la BBC.

Sono stati rinvenuti un carro, set da trucco e numerosi pezzi di ceramica, molti dei quali contrassegnati con delle svastiche che, ricordiamolo, nell’antichità non avevano significato politico, ma simboleggiavano l’energia solare e vitale, oltre a sepolture nelle quali cavalieri sono stati inumati assieme ai loro animali.

Zdanovich e la Hughes non hanno dubbi sul fatto che questi insediamenti si trovino proprio nella patria ancestrale degli Indoeuropei, che coloro che li hanno abitati quattro millenni or sono non solo avevano caratteristiche fisiche europidi, ma parlavano la lingua proto-indoeuropea da cui poi si sono differenziati i vari rami del centum del sātem. Sarebbe bello riuscire a capire su che cosa fondano tale certezza, se sono state ritrovate iscrizioni e di che tipo, ma purtroppo l’articolo non è affatto chiaro al riguardo.

Sospendiamo per il momento il giudizio in attesa di saperne di più. Quel che importa, è che cominciamo a vedere sempre più chiaramente le tracce di un antico popolamento indoeuropeo dell’Eurasia che è all’origine delle civiltà e culture che hanno popolato l’Europa in età storica.

Popolazioni europee o eurasiatiche, con qualche occasionale prolungamento in Asia minore, nella penisola anatolica come i Lidi, e non dimentichiamo gli Ittiti tanto cari ad Adriano Romualdi e a Ernesto Roli, dai due studiosi visti come l’antemurale indoeuropeo in faccia al mondo semitico, popoli e culture obiettivamente importanti nella nostra storia antica, e non possiamo non domandarci, ad esempio, se i Greci sarebbero riusciti ad essere tutto quello che furono: marinai, mercanti, esploratori, colonizzatori, guerrieri, artisti, filosofi, scienziati, se non avessero potuto rifornirsi di grano presso i Traci, culture minimizzate in ultima analisi perché la bibbia non ne parla o, come nel caso degli Ittiti, vi accenna appena. C’è però un altro motivo, probabilmente, per il quale la storia ufficiale tende a presentarci un’antichità più barbara di quanto effettivamente non fosse: ci si vorrebbe dare a intendere che l’essere umano non ha cominciato a essere veramente civile prima del XVIII o al massimo del XVII secolo, perché se ci rendessimo ben conto che civiltà fiorenti del passato possono poi essere decadute e scomparse, ci verrebbe il sospetto che un simile destino potrebbe toccare anche alla nostra.

In pratica si tratta di una forma di difesa preventiva di una delle più pervicaci illusioni dell’uomo contemporaneo, la leggenda, la favola (stento a usare la parola “mito” per la quale ho troppo rispetto) del progresso, di uno sviluppo ascendente continuo, garantito e inevitabile. Sempre per questo motivo, la civiltà non può nemmeno essere troppo antica: cinque millenni è quanto ci concede la storia ufficiale, respingendo in una dimensione leggendaria tutte le ipotesi su civiltà più antiche, eppure la nostra specie, homo sapiens, vale a dire esseri umani fisicamente e psichicamente simili a noi, non bruti semi-scimmieschi esistono su questo pianeta da un tempo almeno dieci, ma forse anche venti o trenta volte superiore.

Due esempi di questo atteggiamento di preclusione si sono ben visti quando gli archeologi ufficiali si sono rifiutati a priori di prendere in considerazione l’ipogeo di Glozel e le piramidi di Visoko.

Chi è interessato alla nostra storia remota non potrebbe non interessarsi dell’enigma rappresentato dall’ipogeo di Glozel. Un amico mi ha segnalato un post relativo a questa scoperta di cui, per essere sinceri, non ero minimamente informato, comparso nel 2014 sul sito del centrointernazionale diricercastorica (scritto così senza gli spazi fra le parole, se volete andare a controllare, probabilmente per distinguerlo da altri siti con denominazioni analoghe), ma quella avvenuta in questa località del centro della Francia, è una scoperta che risale al 1924, più di novant’anni fa (5).

 A questo punto, ho fatto la cosa più ovvia, sono andato a controllare su Wikipedia.

Secondo quanto riferisce l’enciclopedia on line, la scoperta fu fatta nel 1924 da un giovane agricoltore, Emile Fradin, che stava arando il campo assieme al nonno, quando il piede della mucca che trascinava l’aratro si impigliò in una cavità. Liberando la zampa dell’animale, Emile scoprì l’accesso a una cavità sotterranea. Era l’inizio di una scoperta sconcertante, perché dall’ipogeo di Glozel uscirono all’incirca tremila reperti fra ossa, manufatti di ceramica e pietre incise, molte delle quali lastre che riportano una sorta di scrittura che nessuno è riuscito a decifrare (6).

La cosa straordinaria è che questi reperti sembrerebbero risalire a qualcosa come 8-10.000 anni fa e, se la loro autenticità fosse confermata, imporrebbero di retrodatare e riscrivere completamente la storia dell’Europa. Non è spiegabile il disinteresse dell’archeologia ufficiale per una scoperta come questa, se non con l’esigenza di difendere da nuove scoperte antichi e radicati pregiudizi. Provate solo a immaginare che marea di pubblicazioni, interventi mediatici e discussioni, se una simile scoperta fosse avvenuta in Egitto o in Mesopotamia!

I pochi pronunciamenti dei ricercatori ufficiali sono stati perlopiù indirizzati a bollare la scoperta come un falso, una bufala. Immaginiamo se un giovane campagnolo diciassettenne come era allora Emile Fradin disponeva delle conoscenze e dei mezzi per mettere in atto una truffa così complessa! E’ interessante il giudizio di René Dussaud curatore del museo del Louvre, che concluse senza essersi degnato di esaminarli, che i reperti di Glozel dovevano essere per forza falsi perché 8-10.000 anni fa non poteva essere esistita una civiltà, dandoci davvero l’impressione di vedere uno dei pedanti che bollarono le scoperte di Galileo, uscire dalla tomba (7).

Un discorso analogo vale per le piramidi bosniache di Visoko che sarebbero state individuate dal ricercatore e studioso dei materiali Semir Osmanagic. E’ proprio l’evidente e preconcetto scetticismo dell’archeologia ufficiale che fa nutrire dubbi sul fatto che non si tratti di bufale, ma di scoperte genuine.

Devo all’amico Giancarlo Barbadoro la segnalazione di un caso analogo, che ha davvero dell’incredibile per il modo lampante in cui dimostra il disprezzo della “scienza”, della “cultura” ufficiale, DEL POTERE per un passato europeo che NON DEVE esistere. La segnalazione riguarda un articolo dello stesso Barbadoro comparso in data giovedì 12 febbraio 2015 sul periodico on line “Shan Magazine” riguardante la piramide di Nizza (8). Stando a quel che ancora oggi le fotografie consentono di vedere, nella città natale di Garibaldi, o più esattamente nella località di Saint André a nord-est della stessa, è esistita una piramide a gradoni di grandi dimensioni, abbastanza simile a quella egizia di Saqqara, sempre ignorata dai ricercatori ufficiali, e che alla fine è stata demolita negli anni ’70 per fare posto a uno svincolo autostradale.

Davvero quest’ultimo non poteva essere realizzato altrove, o piuttosto non si è voluta far sparire una testimonianza del nostro passato sommamente imbarazzante per la “scienza” e per la “storia” ufficiali che vogliono la civiltà europea tardiva e debitrice del Medio Oriente?

Quant’altro della nostra storia è stato manipolato, adulterato, fatto sparire? Barbadoro ce ne dà un’idea anche se c’è da temere che si tratti tutt’al più di un vago barlume. Oltre alle piramidi di Visoko e a quella di Nizza, ci racconta, esistono in Europa altri monumenti di struttura piramidale su cui l’archeologia ufficiale ha scrupolosamente evitato di indagare, a Barnenez in Bretagna, a Guimar nelle Canarie, a Monte D’Accoddi in Sardegna. Tutte e tre sono state seriamente danneggiate in tempi recenti, essendo state utilizzate come cave di pietra, come se simile materiale non potesse essere reperito altrove. O piuttosto perché imbarazzanti testimonianze che contraddicono quanto l’archeologia ufficiale vuole farci credere sul nostro passato. Forse è anche il caso di ricordare che non molti anni fa soltanto una mobilitazione internazionale di protesta salvò Stonehenge che si voleva demolire per far passare sul sito un’autostrada a quattro corsie.

Riguardo a cose tuttora misteriose, dove si è ben lontani dal poter dare delle risposte definitive, come l’ipogeo di Glozel e le piramidi di Visoko, di Nizza, di Barnenez, di Guimar, di Monte D’Accoddi, non disponiamo di risposte definitive, ma c’è una questione che possiamo comunque porre: la nostra specie, homo sapiens esiste da qualcosa come centomila anni, non stiamo parlando di bruti scimmieschi, ma di esseri umani come noi. La storia documentata copre gli ultimi cinquemila. Per quale motivo escludere dogmaticamente che non possa essere esistita alcuna civiltà preistorica, in quel 95% della nostra storia che ancora non conosciamo? Abbiamo visto che molto spesso gli archeologi “ufficiali” respingono a priori l’autenticità dei reperti di Glozel o la natura di manufatti delle piramidi di Visoko perché la civiltà umana “non può essere” così antica come questi reperti suggerirebbero. E’ un atteggiamento che ricorda molto quello dei pedanti seicenteschi che rifiutarono la scoperta di Galileo dei “pianeti medicei”, dei satelliti di Giove, perché sette erano le note musicali, sette i giorni della settimana, sette le aperture del corpo umano (bocca, narici, orecchie, ano e genitali), e non più di sette dovevano perciò essere anche i corpi del sistema solare.

Noi dobbiamo fare i conti anche con un pregiudizio di altro tipo rispetto allo strabismo mediorientale, alla fissazione della presunta “luce da oriente”. Per quale motivo si vuole negare a tutti i costi che in quell’enorme spazio di tempo che costituisce i nove decimi e mezzo della nostra storia su questo pianeta non possano essere sorte e poi sprofondate nell’oblio intere civiltà? In fin dei conti, cosa esisterà ancora di tutto quello che ci vediamo intorno, diciamo fra diecimila anni? Nulla, se non delle tracce labilissime.

Bene, qui è visibile che ci confrontiamo con UN DOGMA della mentalità contemporanea che ha assunto dimensioni e valenze tali da poter essere paragonato a un dogma religioso, tanto più forte quanto più in contrasto con la realtà, il dogma del progresso. Dicendo che il dogma progressista è una sfacciata falsità, in realtà non si dice nulla di nuovo, l’aveva già evidenziato (lasciando perdere il lavoro compiuto fra le due guerre mondiali da pensatori come Julius Evola e René Guenon) un gruppo di scienziati riuniti nel Club di Roma nel 1970 con il celebre rapporto “I limiti dello sviluppo” (9), dove si enuncia un concetto fondamentale che però in definitiva è un’ovvietà: in un sistema limitato con risorse limitate quale è il nostro pianeta, uno sviluppo illimitato è impossibile. Nonostante si tratti di un’ovvietà, “I limiti dello sviluppo” provocò la canea progressista che riuscì a dare un’eccellente dimostrazione del fatto che l’insulto e il ludibrio sono in grado di sopperire in maniera eccellente alla mancanza di argomenti.

Ora provate a pensarci un attimo: se accettiamo l’idea che in quel 95% della storia della nostra specie che ci è sconosciuto possano essere sorti e scomparsi nel nulla interi cicli di civiltà, questo cosa implica per noi? Implica la consapevolezza che nulla esclude che la civiltà moderna della quale siamo tanto orgogliosi possa andare incontro allo stesso destino.

Per evitare, per esorcizzare questa idea “deprimente”, si preferisce mutilare la storia della nostra specie, pretendendo che prima dell’Egitto dei faraoni non possa essere esistito alcunché se non bruti dalla faccia scimmiesca che andavano in giro trascinando clave, pur di salvaguardare il pregiudizio che una volta avviata la civiltà, essa sarebbe spinta a uno sviluppo ascendente, al raggiungimento di traguardi sempre più elevati da una sorta di provvidenza immanente che s’incarna in questo ridicolo idolo moderno che chiamiamo “progresso”.

La civiltà umana è forse molto più antica di quanto ci hanno raccontato, di quanto se ne vuole negare anche soltanto la possibilità in nome del dogma progressista.

 

NOTE:

 

1. Mario Palazzo e Margherita Bergese: Clio dossier, tomo B, editrice La Scuola.

2. Ibid.

 3. Ibid.

4.  4000-years-old Aryan City discovered in Russia, “NDTV News”, 4 ottobre 2010.

5.Centrointernazionale diricercastorica: L’ipogeo di Glozel

6. Wikipedia: voce Glozel.

7. Ibid.

8. Giancarlo Barbadoro: La storia celata, la piramide di Nizza, “Shan Newspaper”, Ecospirituality Foundation, giovedì 12 febbraio 2015.

9. Club di Roma: I limiti dello sviluppo, Mondadori, Milano 1970.

 

 

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Categorie: Popoli antichi

Pubblicato da Fabio Calabrese il 4 Aprile 2015

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Ernesto Roli

    Debbo complimentarmi con Fabio Calabrese per questa seconda parte del saggio “Sull’Orlo della Storia” in quanto rivela una sua competenza ed una conoscenza non indifferente delle antiche popolazioni indoeuropee, specialmente dei Traci, dei Sarmati e di tante altre. Comunque il punto più interessante del saggio di Fabio è la sua sacrosanta rabbia nel constatare come certe scoperte come l’ipogeo di Glozel in Francia o le piramidi di Visoko in Bosnia o di Nizza o di tante altre avvenute in Europa, non siano mai state prese in seria considerazione dagli archeologi. Ciò in quanto molto antiche; certamente più antiche delle così dette civiltà orientali; quasi a voler ignorare una possibile Civiltà Europea risalente a diversi millenni avanti Cristo. Secondo una certa “vulgata” archeologica, non può esistere una Civiltà Europea più antica di quelle orientali, altrimenti crollerebbe il castello dei luoghi comuni, come ad esempio “Ex oriente lux”. Circa l’antichità dell’ Europa ad esempio l’avevano già supposta nei loro studi sia Evola che Guenon. Siamo sempre lì caro Fabio. Esiste sempre una verità nascosta che non deve uscire fuori.

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