“Seppur morto Egli arde…”

“Seppur morto Egli arde…”

Sono alcune considerazioni finali quelle che voglio scrivere per ringraziare chi ha seguito la mia rubrica e ha condiviso i miei articoli allo scopo di divulgare e far conoscere la verità su quei seicento giorni in cui gli Italiani si trovarono con due eserciti, due stati, divisi tra verità e menzogna, fra onore e tradimento e di dar voce a quei ragazzi che “ERAN FATTI COSI’…”:rsi onore

Uomini e donne che morirono con il sole in faccia e guardando il nemico negli occhi, che dimostrarono un coraggio da lasciare senza parole i loro stessi aguzzini. Giovani e meno giovani andati serenamente incontro alla morte con la sola colpa di aver servito la Patria e di averla amata più della loro stessa vita.

Nonostante questo immenso sacrificio, purtroppo la nostra Italia non è risorta, non ha intrapreso una nuova strada verso la pacificazione, ma ha ostinatamente occultato, diffamato, denigrato e calunniato chi l’ha difesa con onore. La democrazia italiana è nata da un disegno sbagliato, perverso, da calcoli di partito, da logica di potere, dall’ondata di fango del tradimento che ci travolse e di cui ancora oggi siamo macchiati.

A quei giovani, a quegli uomini, a quelle ragazze a quelle famiglie intere va comunque la nostra gratitudine, un commosso, sentito ringraziamento e tutta la riconoscenza di chi continua a credere in quei valori che li animarono.

Noi siamo stati fascisti, sissignori, e continuiamo ad esserlo
Ma sapete qual è il nostro fascismo? E’ quello che è entrato nella storia della Nazione, con le opere, con le leggi, con le istituzioni sociali, con la bonifica, con gli stadi, con le strade, con l’incremento dei traffici, col potenziamento delle industrie, con lo sfruttamento intensivo del limitato suolo della Penisola, con la previdenza, con l’assistenza per il popolo, con quello che gli Inglesi hanno chiamato il miracolo della civilizzazione dell’Etiopia, che era stato preceduto da quello che tutto il mondo aveva chiamato il miracolo della colonizzazione libica.
Di questo fascismo non ce ne vergogniamo”

(Bruno Spampanato, “parliamo tra Italiani”, Il Messaggero del 27 gennaio 1944)

E noi non ci vergogniamo nemmeno del Fascismo di chi ha difeso i confini dall’invasione angloamericana e dall’importazione della loro “democrazia” che con la collaborazione dei traditori ci ha fagocitati e ci ha resi schiavi senza speranza.SCHIAVI SENZA SPERANZA

La storia ci insegna che le carogne si muovono all’ombra di ogni bandiera, ma aver voluto far credere in tutti questi anni, attraverso pubblicazioni ritenute prestigiose, che le formazioni della RSI fossero una congrega di accoliti delinquenti, è oltre che da stupidi soprattutto da vigliacchi.MUSINGEN TARGA RICORDO

Nel 1986: in seguito a una richiesta inoltrata alle autorità germaniche, da parte di alcuni reduci, di apporre una targa, a Musingen in ricordo del periodo di addestramento trascorso dagli alpini insieme ai soldati tedeschi dopo il 1943, insorsero le associazioni partigiane di tutta Italia. Sulla rivista semestrale dell’istituto storico della resistenza di Cuneo si poteva leggere che “la famigerata divisione Monterosa era stata allestita in Germania per l’armata del criminale di guerra Rodolfo Graziani”.

È falso.

Tanta faziosa ipocrisia suona davvero male alle orecchie di chi oggi, con il giusto distacco, voglia ricordare che la suddetta Divisione era composta per la maggior parte di giovani che avevano risposto alla chiamata di leva, che combattevano il nemico e non che si erano “distinti per le loro efferatezze contro i civili”.

In realtà gli accadimenti storici smentiscono le menzogne care al partigianato italiano, poiché le truppe della Divisione Monterosa e Littorio, insieme a truppe germaniche, dopo il tracollo tedesco in Francia meridionale, si opposero sul fronte occidentale al tentativo di invasione delle truppe francesi e americane ed è grazie al sacrificio e all’eroismo di tanti alpini se la Liguria e il Piemonte non furono mai conquistate, o forse dovrei dire “liberate”?

Il processo contro il generale Graziani nel dopoguerra fu istruito per accertare se le Divisioni ai suoi ordini fossero state impiegate, come voleva l’accusa, nella guerra civile. Questa la sentenza:

Le genesi delle grandi unità italiane, la loro stessa natura non rispondente ad una esclusiva funzione di contro guerriglia, i motivi della propaganda di guerra della Repubblica, l’esistenza di reparti specializzai per la contro guerriglia, concorrono univocamente a dimostrare che il motivo originario della costituzione delle Divisioni era altro da quello di un impiego nella guerra civile ed era invece costituito dal proposito di una diretta partecipazione a una guerra esterna.”

Giorgio Bocca in “Storia dell’Italia partigiana” scriveva: “…il fascismo produce “ville tristi”, le cliniche della tortura dove essa è una professione…”

In pratica nel suo libro affermava che i prigionieri venivano torturati in quasi tutti i reparti fascisti e che, di conseguenza, quella era la regola sottoscritta dai capi, mentre solo in poche eccezioni poteva succedere lo stesso nelle formazioni partigiane per colpa di qualcuno non approvato dai capi.

È falso.

Prendiamo il più famoso dei personaggi ritenuti responsabili di torture e nefandezze durante la RSI: Pietro Koch. Le sue tristi avventure si svolsero tra Roma e Milano dopo l’armistizio del 1943, quando venne incaricato dal capo della Polizia Tamburini di formare un Reparto Speciale.

Per i metodi adottati divenne famoso come titolare della “Banda Koch”, colpevole di torture e metodi di interrogatorio veramente crudeli. Quando la fama del reparto oltrepassò i cancelli di villa Fossati, la “villa triste” di Via Paolo Uccello a Milano, furono però i fascisti, il 25 settembre del 1944 e non i partigiani, a smantellare la banda e arrestarne il responsabile. Questo dimostra che i “Capi”, a partire da Mussolini, non avevano nessuna connivenza e non davano nessun avallo a pratiche del genere.

Koch rinchiuso nel carcere di San Vittore a Milano, il 17 dicembre dello stesso anno fu messo sotto processo. Nessuno sconto gli venne fatto fino alla “Liberazione”, infatti fu proprio durante il caos del 25 aprile che egli riuscì a evadere. In seguito si consegnò spontaneamente alle autorità neo costituite presso la Questura di Firenze, per evitare conseguenze alla sua compagna, Tamara Cerri che era stata arrestata. Difficile pensare che una persona senza scrupoli al par suo potesse avere il cuore tenero o una coscienza che gli facesse sentire obblighi verso la sua donna, ma compì comunque un gesto coraggioso, poiché sapeva a cosa andava incontro consegnandosi, infatti venne processato con procedura d’urgenza e immediatamente fucilato, il 5 giugno del 1945 .

Il torturatore pagò dunque con la vita il suo debito con la giustizia.

Non si può dire la stessa cosa di molti partigiani che, anche a guerra finita, commisero efferatezze inaudite verso civili incolpevoli. Furono compiuti eccidi, vendette personali, scorribande senza controllo, che portarono all’uccisione di intere famiglie e alla sparizione di persone i cui cadaveri furono ritrovati solo molti anni dopo. I responsabili non pagarono mai per le loro colpe e, anche quando furono incriminati, fuggirono oltre cortina o se la cavarono con pochi anni di carcere poiché usufruirono dell’amnistia Togliatti.

Due pesi e due misure dunque, basti pensare che Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, i due divi del cinema fascista, solo per essere stati sospettati di appartenere alla banda Koch furono trucidati senza pietà, con l’avallo dell’allora partigiano Sandro Pertini, mentre Silvio Pasi, assassino dell’intera, incolpevole, famiglia dei conti Manzoni ricevette onori dal partito una volta amnistiato, una bella poltrona alla Camere del Lavoro e, per una vergogna senza fine, alla sua morte gli fu intestata anche una via nel paese d’origine.

Nel 1965 Giuseppe Marozin, capo della brigata partigiana Pasubio, ed esecutore materiale della morte dei due attori Ferida e Valenti, nel corso del procedimento penale a suo carico per quegli episodi, rese pubblici i fatti avvenuti all’epoca:

La Ferida non aveva fatto niente, veramente niente. Ma era con Valenti. La rivoluzione travolge tutti” racconta lo scrittore Odoardo Reggiani, che gli ordini a Marozin vennero direttamente dal CLNAI

Quel giorno – 30 aprile 1945 – Pertini mi telefonò tre volte dicendomi: Fucilali, e non perdere tempo!”

A detta di Marozin, Pertini si rifiutò anche di leggere il memoriale difensivo che Valenti aveva scritto durante i giorni di prigionia, nel quale erano contenuti i nomi dei testimoni che avrebbero potuto scagionare i due attori da ogni accusa. Nessun altra fonte confermò il diretto coinvolgimento del futuro presidente, tuttavia, egli stesso non scaricò mai le responsabilità che gli aveva addebitato Marozin.

Ci vollero anni e un’accurata inchiesta dei Carabinieri per riabilitare i due attori e far riconoscere una pensione alla madre di Luisa Ferida.

Menzogne, falsi storici, racconti volutamente distorti, riempiono le pagine della resistenza italiana.

Il dogma della liberazione e della lotta partigiana continua oggi come ieri a essere portato nelle scuole e sui libri di testo. Negli anni ottanta fu creata nella città di Boves, “culla della resistenza”, una Scuola di Pace, ovviamente sovvenzionata con fondi pubblici, esattamente come l’attuale campagna dei “maestri partigiani” di cui ho parlato nel presentare questa rubrica.

Una scuola di pace “ancorata ai valori della Resistenza per unire le coscienze sotto il segno di una pace vera e condivisa”.

È falso.

Al contrario la “scuola di pace” altro non volle essere che uno strumento di potere politico, atto a dividere non a unire, tanto è che gli insegnanti incaricati a gestire tale percorso istruttivo, i “maestri” invitati a catechizzare, sono sempre stati scelti in base all’ideologia di appartenenza.

Proprio Boves, città pluridecorata, rappresenta un simbolico caso in cui si la guerra è stata sfruttata politicamente. Lapidi e sacrario del fronte di liberazione sono stati riempiti aggiungendo nomi di persone uccise dagli stessi imboscati o dai bombardamenti anglo americani.

Nel libro “Il contributo delle donne alla lotta di liberazione” si legge:

“Mino Giulia (…) uccisa nella seconda ondata di terrore scatenata su Boves dai nazifascisti ed in cui rimasero uccise altre cento persone…”.

È falso.

Mino Giulia, fu dilaniata a Boves nell’esplosione di un vagone ferroviario fatto saltare dai partigiani in un vigliacco attentato in cui persero la vita quattordici civili e in cui altre decine di persone rimasero ferite o mutilate, ma il consiglio regionale e l’ANPI hanno volutamente incolpato della morte di questa donna e di tutti gli altri, “i nazifascisti”.

Bugie, montagne di bugie costruite ad arte e ripetute cento, mille volte finchè sono diventate verità.

FALSI FOTOGRAFICICi sono immagini destinate a celebrare episodi mai avvenuti, interi rullini fotografici scattati a testimonianza della militanza del popolo alla lotta antifascista, della partecipazione degli operai a difesa delle “loro” fabbriche contro gli attacchi tedeschi. Partigiani insieme a operai, o sedicenti tali, appostati sui tetti della fabbrica impegnati in aspro combattimento.

È falso, infatti è del tutto evidente che essendo la strada molto più in basso, dalla posizione in cui sono ritratti non avrebbero potuto, senza sporgersi, sparare e colpire eventuali assalitori . Addirittura in una foto compare il fotografo che li riprende nascosto dietro un comignolo e in un’altra ancora allargando il campo, si vedono uomini e bambini che assistono alle riprese.FALSI FOTOGRAFICO

Queste e molte altre immagini comparvero su volumi a firme autorevoli, a scopo auto rappresentativo o meglio auto celebrativo e solo in seguito fu chiarito nel libro “Storia fotografica della Resistenza” edito da Bollati Boringhieri nel 2002, che gli operatori fotografici di importanti istituti italiani, dopo il 25 aprile, si erano posti al servizio del movimento partigiano nello “sforzo di ricostruire, non di falsificare, si badi bene, momenti di una lotta che non sarebbe stato possibile fotografare mentre avvenivano”.

E così, finalmente, si seppe che tante immagini che avevano fatto il giro del mondo erano dei falsi costruiti ad arte.

La domanda sorge spontanea, perchè se tutto era così chiaro e lampante, perchè se si era operato così in buona fede si era dovuto aspettare tanti anni per chiarire ed ammettere la messinscena?

FALSO FOTOGRAFICOIn realtà si era volutamente taciuto per corrompere le coscienze di intere generazioni cresciute nella dottrina dell’apostolato partigiano.

E non è ancora finita, la pacificazione nazionale chiesta, con ipocrisia, a gran voce è a tutto oggi negata anche dagli atteggiamenti delle più altre cariche dello Stato.

E’ storia recentissima che ha destato polemiche e ha fatto insorgere tutte le categorie antifasciste, quella di una Medaglia al valore concessa al bersagliere Paride Mori, “in riconoscimento del sacrificio offerto per la Patria”. Un eroe che difese i confini dall’invasione titina, ma lo fece con la divisa della RSI e questo non può essere accettato da chi coi paraocchi ancora oggi, cantando “Bella Ciao”, accoglie alla Camera solo i rappresentanti dell’ANPI, e dice loro:

“Questa è casa vostra”

e non può certo piacere a chi, come il neo eletto presidente della repubblica di tutti gli italiani, precisa:

“No a pericolose equiparazioni tra le due parti in conflitto”.

Ha ragione il presidente non si facciano equiparazioni, le parti in lotta non erano due ma una sola, vestiva la divisa della repubblica e difendeva la Patria dai nemici invasori.

“Patria di tutti, non potè nel passato l’Italia, e non può oggi, esser la patria degli Italiani” (Giuseppe Prezzolini)

Domani, 28 aprile, ricorre l’anniversario dell’assassinio del Duce, la fine orribile che gli fecero fare e lo scempio di piazzale Loreto suscitano ancora vergogna e sgomento e altresì aspettano giustizia.

A conclusione di questo mio breve percorso nella storia della Repubblica Sociale, di quei mesi di orgoglio nazionale e delle persone che la resero un esempio unico e indimenticabile, mi auguro che ogni uomo onesto, qualunque sia l’ideologia che lo anima, possa trovare dentro di sé stima e rispetto per coloro che in buona fede, si sono immolati anche su trincee opposte.PEDRO FERREIRA

Pedro Ferreira, ufficiale in servizio effettivo, dopo l’8 settembre si diede alla lotta clandestina entrando nelle formazioni del Partito D’Azione. Catturato una prima volta venne liberato in seguito a uno scambio di prigionieri. Catturato una seconda volta venne fucilato il 23 gennaio del 1945. In una delle sue ultime lettere scritte ai compagni, poche ore prima di morire, disse parlando del fascista tenente Marcacci:

Egli ha sempre trattato col massimo rispetto, con deferenza e talvolta con attenzione quasi amorevole tutti gli avversari leali (…)tanto al tenente Marcacci che al tenente Barbetti va commossa tutta la mia riconoscenza, e voi dovete associarvi a questo sentimento che io provo in punto di morte…”

l'esecuzione di Franco AschieriFranco Aschieri, romano di diciassette anni, nel settembre 1943 lasciò gli studi per arruolarsi nella X MAS. Paracadutista, assegnato ai Servizi Speciali operanti al di là delle linee nemiche, venne catturato dagli angloamericani e fucilato il 30 aprile 1944. le sue ultime parole nella lettera indirizzata alla madre furono:

…Non ho alcun risentimento contro coloro che stanno per uccidermi … sono contento della morte che mi è destinata perchè è una delle più belle, essendo legata a un sacro ideale…”

Quando vi fu onestà intellettuale, vera fede e dedizione all’idea, non si può che nutrire rispetto per il partigiano come per il fascista. Entrambi morendo chiesero pacificazione, ciononostante mentre i partigiani come Ferreira continuano a essere tenuti in vita sui libri di storia, nelle lapidi, nella memoria collettiva, per gli altri, per i “repubblichini” come Aschieri, restano il disprezzo e l’odio, che li perseguitano anche oltre la vita.

Una discriminazione che fa a cazzotti con la pretesa della pacificazione nazionale. Il nostro Paese ha accampato mille false ragioni per non riconciliarsi coi propri morti e la regola, anche dopo settant’anni, continua a essere la stessa: chi perde ha sempre torto.

“…ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo(…) ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione. (…) io non credo che possa finire. Ora che ho visto cos’è guerra, cos’è guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: “E dei caduti che ne facciamo? perchè sono morti?” io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero.

(Da “La casa in collina”- Cesare Pavese)

GRAZIE a tutti.

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Categorie: Eran fatti così...

Pubblicato da Franca Poli il 27 Aprile 2015

Franca Poli

Franca Poli, appassionata di storia recente, consulente del lavoro ma scrittrice e poetessa per divertimento. Scrivo, per passione da quando appena ne fui in grado pensai di vergare a grandi lettere il mio nome sui muri della camera da pranzo. Ecco scrivo da sempre e con lo stesso successo di allora.

Commenti

  1. Signora Poli ,la ringrazio x questo bell’articolo.Da anni ripercorro gli anni di mio padre giovanissimo,tornato perdente dopo sei anni di prigionia in Africa.Per capire ciò di cui lui non parlava mai.Proprio perché perdente,Non è morto in Africa,e’ morto in fabbrica. Distinti saluti.g

  2. Scusi, quella g in fondo non c’entra nulla .

  3. giuseppe

    Grazie Franca Poli

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