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Partigiani brava gente…

Partigiani brava gente…

Felice Cascione è stato un partigiano comunista, medico e poeta, uno dei pochi combattenti veri della prima ora, che morì in uno scontro con i Fascisti nel gennaio del 1944. La poesia “Fischia il vento” da lui scritta fu cantata sulle note di una popolare canzone sovietica, divenne l’inno delle Brigate Partigiane Garibaldi e lo storico Roberto Battaglia la cita come la canzone più nota e più importante nella “lotta di Liberazione”.

Per settant’anni, l’Italia ha subito una dominante vulgata celebrativa della resistenza, del mito del partigiano senza macchia e portatore dei valori di unità e libertà, tanto che la festa di Liberazione del 25 aprile, abbandonate le bandiere rosse e adottato il tricolore, è divenuta la vera festa Nazionale per eccellenza, mentre quella del 2 giugno, che ricorda l’avvento della Repubblica, resta ancora del tutto marginale.

Gli agguati, le imboscate, le inutili uccisioni, divennero nel dopoguerra “eroiche gesta”, loro erano i “giustizieri” e non gli assassini, anche se i proiettili colpivano alle spalle un semplice soldato tedesco in ritirata o un giovane milite di ritorno dal fronte. Questo ero lo spirito che li animava e con cui avevano agito durante i mesi della Repubblica Sociale: colpire vigliaccamente e fuggire.soldati della Rsi durante una trattativa con partigiani per scambio di prigionieri

Paolino Leone era nato a Mogadiscio nel 1928 da genitori italiani. Nel 1941, quando gli inglesi avevano occupato la città somala, il padre era stato fatto prigioniero e lui si era occupato di aiutare la madre nella difficile sopravvivenza fino al 43, quando vi era stato il rimpatrio forzato di tutti gli Italiani. Il ragazzo, una volta in Patria, si iscrisse a un liceo di Siena e dopo i pesanti bombardamenti avvenuti sulla città si adoperò per scavare tra le macerie e salvare vite umane. Paolino, animato da purezza di ideali e da tanto coraggio non tardò ad arruolarsi volontario fra gli avanguardisti e il 18 maggio del 1944 salendo su un camion al volo salutò la madre per l’ultima volta. Chiese e ottenne di passare nei paracadutisti, sua grande aspirazione. Era l’11 ottobre, si trovava in Piemonte, quando mentre stava portando un ordine, fu accerchiato da alcuni partigiani che gli intimarono “Deponi le armi e arrenditi!”. Egli era solo, aveva poco meno di diciassette anni, ma animato di grande coraggio rispose prontamente:

” I Paracadutisti della Folgore non fanno né una cosa né l’altra!”

Lo freddarono con una scarica di fucile senza troppe cerimonie, senza “giusti” processi e abbandonarono il cadavere sul terreno.

Al nord i comunisti che parteciparono alla resistenza furono più attenti a costruire le premesse di una rivoluzione che a combattere i “nazifascisti”, ma Togliatti alias Ercole Ercoli, funzionario di spicco del Komintern, inviato da Mosca con direttive precise, sapeva bene che senza l’avallo di Stalin nulla sarebbe stato possibile. E sapeva bene che la strategia definita col “suo” dittatore era quella di inserire il PCI nella dinamica costituzionale e democratica.

Ciononostante, proprio nelle stesse ore in cui si festeggiava “la liberazione”, in molte zone del nord ebbe inizio una mattanza di vaste proporzioni con altissima concentrazione soprattutto nelle regioni ad alta predominante comunista. Una catena di eccidi, in cui vennero trucidati e seviziati ex fascisti coi loro familiari, ma anche sacerdoti, partigiani autonomi, o coloro che venivano individuati come nemici di classe, possidenti terrieri, professionisti e industriali. Un vero regolamento di conti politico, con l’aggiunta di crudeltà fine a se stesse e anche di omicidi comuni a scopo di rapina e tutto con la finalità di prendere il potere.

Eppure, ogni anno in cadenza dell’anniversario del 25 aprile non si parla di questi morti e di queste stragi ma si menzionano solo le rappresaglie avvenute per mano tedesca. Assistiamo nelle piazze dei paesi a solenni manifestazioni che ricordano ai cittadini i tragici eventi, commemorando le vittime, in alquanto macabri elenchi, con dovizia di particolari sulle circostanze delle morti. Dimenticano però da settant’anni a questa parte di raccontare perchè e a causa di chi avvennero queste pur gravi violente uccisioni di innocenti. La verità è che i caduti non morirono per la Patria, per la libertà o per la democrazia, ma vennero scientemente sacrificati per quella che, come dice Pisanò in “Sangue chiama sangue”, si può definire una “guerra privata” scatenata dai comunisti dopo la proclamazione della Repubblica Sociale. Coloro che aizzavano i tedeschi, sapevano benissimo di commettere atti terroristici al solo scopo di provocare reazioni che, quanto più sarebbero state dure, tanto più avrebbero sortito l’effetto di sollevare il popolo.

Durante il processo indetto verso il maresciallo Graziani, nel 1950, fu chiamato come testimone l’ex socialista Carlo Silvestri che documentò con un lungo elenco le azioni terroristiche commesse dai comunisti nell’inverno del ’43 e concluse con le seguenti parole:

L’iniziativa della guerra civile non fu di Graziani e di Mussolini, non fu del Fascismo repubblicano. Affinchè non vi siano ombre sulla mia chiarezza, testimonio, ancora una volta, che tutte queste uccisioni furono volute col criterio di esasperare la situazione e di rendere inevitabile la guerra civile…

Tutto questo fu confermato anche dallo storico ex partigiano Claudio Pavone, che nel suo libro “Una guerra civile: saggio storico sulla moralità nella Resistenza”, non solo avviò per la sinistra, che l’aveva sempre negato, il concetto di “guerra civile”, ma destò scandalo fra i detentori della “verità assoluta” ponendo una serie di riflessioni sulla moralità della resistenza stessa.

Il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) fu costituito a Roma già il giorno dopo l’armistizio, prese vita infatti il 9 settembre 1943 in un alloggio di via Adda da una riunione del “comitato delle opposizioni” cui parteciparono Alcide De Gasperi, democristiano, il socialista Pietro Nenni, il comunista Mauro Scoccimarro, il liberale Alessandro Casati, Ugo La Malfa del partito d’Azione e l’indipendente Ivanoe Bonomi. L’intento era quello di chiamare alla lotta e alla resistenza gli Italiani con lo scopo di non rendere possibile la restaurazione del Fascismo.

In realtà non ci furono mai rivolte di popolo, né a Roma, né altrove. La popolazione non insorse contro “l’incubo nazifascista” perchè questo incubo non esisteva e non si manifestò fino a quando non fu artatamente provocato.

A Roma in special modo, dove si ebbe una delle peggiori rappresaglie tedesche con l’uccisione di 335 persone alle Fosse Ardeatine, in realtà i partigiani e i nuclei combattenti fino alla data dell’attentato di Via Rasella erano ben pochi e non avevano compiuto azioni di rilievo. Jo di Benigno, antifascista, nel suo libro “Occasioni mancate”, ammette onestamente:

Non si riusciva sempre ad appurare cosa avessero fatto al di fuori di tenersi collegati fra di loro, comunicarsi le notizie e darsi misteriosi e buffi appuntamenti sui lungotevere o nelle chiese”.

Nella capitale, però, come in tutto il resto d’Italia, non appena giunsero gli angloamericani, furono invece migliaia coloro che si fregiarono del titolo di resistenti.

Gli stessi Ferruccio Parri e Luigi Longo, partigiani combattenti, manifestarono il loro disappunto sulle decisioni della Commissione Ministeriale istituita dopo la guerra per il riconoscimento delle qualifiche partigiane, ed entrambi denunciarono la falsificazione dei numeri dei combattenti in tutta Italia.

Basti pensare solo alla proliferazione di sedi ANPI anche in Sicilia, dove la resistenza non era mai iniziata essendo lo sbarco alleato avvenuto prima dell’8 settembre .

E’ fondamentale inoltre ricordare che la Resistenza, mostrò fin da subito una fredda competizione fra i gruppi ideologici. A poco a poco divennero marginali le formazioni autonome, presero forza quelle riconducibili a partiti politici che scatenarono una corsa frenetica per occupare i posti chiave una volta finita la guerra. Fu il partito comunista, su tutti, a ingaggiare una vera e propria lotta all’ultimo sangue non solo verso quello che doveva essere il comune nemico, ma contro gli stessi partigiani appartenenti a nuclei più moderati. Divisioni mai sanate che sfociarono in scontri, delazioni di una banda a danno di un’altra e questo soltanto per ragione di partito, con buona pace dell’unità nazionale e della democrazia.

Molti conoscono la controversa storia dell’eccidio di Porzus, località dove il 7 febbraio del 1945 vennero trucidati una ventina di uomini appartenenti alla brigata partigiana dei fazzoletti verdi “Osoppo”, comandati da Francesco De Gregori (Bolla) zio e omonimo del noto cantautore. Fra i morti anche Guido Pasolini (Ermes) fratello del regista Pier Paolo. Il capo della Osoppo, fervente anticomunista, si era rifiutato di passare sotto il comando dei partigiani jugoslavi come invece avevano fatto i garibaldini di quella zona, e questa “testardaggine” gli costò oltre la vita, sevizie ante e post mortem :il corpo venne trovato “trasfigurato, pugnalato e sputacchiato”. (Porzus 1945 edito dalla DC a Udine nel 1965)

L’esecutore materiale della strage fu Mario Toffanin (Giacca) ex operaio iscritto al PCI e in stretti rapporti coi comunisti jugoslavi. Finita la guerra date le contrastanti versioni sull’accaduto, vennero fatti diversi processi per chiarire la dinamica e i colpevoli della strage. I mandanti, oltre alle chiare responsabilità di Toffanin e di alcuni partigiani ai suoi ordini, non furono mai accertati.

A livello locale i veterani della Osoppo ricordarono ogni anno i loro morti e la vicenda fu motivo di scontro fra comunisti e anticomunisti, ma il resto d’Italia non seppe mai o si fece in modo che si dimenticasse della triste vicenda. Ancora nel 1997, quando il regista Renzo Martinelli si recò sul luogo per girare gli esterni del suo film intitolato appunto Porzus, trovò l’ostilità di molti sindaci dei luoghi interessati, che gli negarono il permesso di fare riprese sui loro territori.

Nel 1954 Toffanin venne condannato all’ergastolo in contumacia poiché subito dopo la guerra si era rifugiato prima in Cecoslovacchia e poi in Slovenia. Ciò non gli impedì comunque di parlare e rilasciare dichiarazioni in cui si disse sempre convinto che i partigiani della brigata Osoppo erano dei traditori, che avevano collaborato con i soldati della Repubblica di Salò e pertanto meritato quella orrenda fine. Nonostante la grazia ricevuta da Sandro Pertini nel 1978, non fece ritorno e preferì restare in Slovenia, godendo fino al giorno della sua morte, avvenuta alla veneranda età di 86 anni, di una pensione INPS erogata dall’Italia che, secondo un’inchiesta de “Il Giornale” del 1996, ammontava a 672.270 lire al mese.

I casi analoghi furono molteplici. Ricorderò ora qui di seguito l’uccisione di cinque partigiani di una brigata autonoma, perpetrata la sera del 26 novembre 1944 dall’ “eroe” Francesco Moranino in arte “Gemisto”, macchiatosi, come ben sappiamo, di altri numerosi orrendi delitti .

La strage da lui compiuta e conosciuta come “missione Stasserra”, era stata programmata col chiaro intento di far sparire alcuni partigiani, non schierati coi comunisti, che avevano chiesto il suo aiuto per raggiungere la Svizzera, dove contavano di prendere contatto diretto con gli alleati. Con l’inganno Gemisto fece loro credere che li avrebbero accompagnati e invece li fece trucidare durante il tragitto e, successivamente, il 9 gennaio del 45 fece assassinare anche Maria Santucci e Maria Francesconi, mogli di due dei cinque. Le donne erano state messe a tacere poichè essendo a conoscenza degli spostamenti dei mariti, avrebbero potuto scoprire il tradimento.

L’estenuante lotta processuale che affrontarono le famiglie degli uccisi nel dopoguerra, durò nove lunghi anni, che furono necessari per aprire un varco nello spesso muro di omertà eretto dai comunisti per nascondere il bestiale episodio.

Nella sentenza di condanna si legge che il Moranino: “…non tollerava che nella zona da lui controllata sorgessero reparti di diverso colore politico o di ideologie in contrasto con le sue…”

Il processo si risolse con la condanna definitiva, in contumacia, all’ergastolo per sette omicidi.

Alla lettura della sentenza, Moranino era deputato del PCI e sedeva in Parlamento e, quando nel 1955, la Camera per la prima volta concesse l’autorizzazione a procedere, scappò in Cecoslovacchia dove divenne direttore dell’emittente radiofonica in lingua italiana “Radio Praga”.

Per la riabilitazione di Moranino non fu sufficiente l’amnistia Togliatti, in seguito ci pensarono prima il presidente Gronchi che gli commutò la pena dell’ergastolo in dieci anni e poi Saragat a graziarlo definitivamente per consentirgli di rientrare in Italia, dove venne rieletto senatore nelle fila del PCI .

Questo è il vero volto di tanti partigiani che hanno scritto la storia di quel periodo, mentendo e negando anche l’evidenza, persone che sono divenuti “padri costituenti” e che in Parlamento hanno legiferato contro l’interesse della loro stessa Patria.

È assai facile dimostrare che il popolo era estraneo a tutto ciò, infatti alle prime elezioni, i partiti maggiormente violenti, che più si erano sporcati le mani nella guerra civile, furono puniti dal responso popolare e vinse la democrazia cristiana il cui peso nella lotta clandestina era stato scarsamente rilevante.

Dunque a conti fatti il “partigianato” non fu affatto quello spontaneo fenomeno tanto decantato dall’ideologia resistenziale, l’insurrezione, la rivolta, le barricate, la “guerra di popolo” non sono mai avvenute, nonostante i fantasiosi racconti post-liberazione.

C’è un paese nel nord Italia, in cui avvenne una tremenda strage e dove, ancora oggi, l’opinione pubblica è nettamente divisa fra chi difende l’opera dei partigiani locali e chi invece li accusa.

La guerra era ormai finita e i tedeschi in ritirata percorrevano la strada a nord di Vicenza, tra gli altipiani di Tonezza del Cimone e dei Sette Comuni di Asiago per fare ritorno in Germania.

Nei giorni precedenti a Schio erano stati sottoscritti accordi coi Comitati di Liberazione dei luoghi da attraversare e questi, affinchè le truppe tedesche in ritirata potessero raggiungere il confine indisturbate, avevano concesso i loro lasciapassare. Nei pressi di Pedescala, paesino a nord di Vicenza, tra il 30 aprile 45 e il 2 maggio successivo, avvenne comunque la terribile strage che vide la morte di cittadini innocenti.

Le armate tedesche passavano lungo la strada statale in fondovalle e non sarebbero mai salite in paese se non fossero state oggetto di un attentato. Un’avanguardia fu attaccata da alcuni partigiani che, sparando dalla collina, lasciarono a terra sei tedeschi e scapparono gridando ai paesani di nascondersi. Al sopraggiungere della colonna principale, che, in spregio a ogni accordo e a ogni parola data, trovò i cadaveri dei commilitoni si scatenò l’infuriata reazione dei tedeschi. Saliti in paese cominciarono a rastrellare gli abitanti minacciando di ucciderli, se non si fossero presentati gli autori materiali dell’agguato.

PEDESCALA RIFIUTA LA MEDAGLIA OFFERTA DAL PRESIDENTE PERTININon vi fu, ovviamente, alcuna risposta e la tragedia si compì. Vennero uccise senza pietà 64 persone e il paese fu dato alle fiamme. In quella tremenda situazione alcuni cittadini che videro morire congiunti innocenti, accusarono i partigiani di aver volutamente provocato una inutile strage. I partigiani, dal canto loro si difesero rifiutando ogni responsabilità e accusandosi l’un l’altro: alcuni incolparono i garibaldini, altri invece gli autonomi che agivano senza guida e senza ordini, altri ancora vollero addebitare ogni colpa a persone non appartenenti alla lotta partigiana “cani sciolti in cerca di vendette personali e di gloria”.

Vi sono molte rappresaglie compiute dai tedeschi di cui si è sentito parlare di più nel dopoguerra, ma Pedescala è venuta alla ribalta proprio quando oramai anche i cittadini avevano messo da parte ogni risentimento fra famiglie e cancellato i tristi ricordi di quei giorni. Infatti nel 1983 l’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini, volle recarsi alla commemorazione dell’eccidio per consegnare personalmente al paese l’onorificenza della Medaglia al valor partigiano. Fu allora che la popolazione insorse e rifiutò il riconoscimento con la seguente motivazione:

Spararono poi sparirono sui monti, dopo averci aizzato contro la rabbia dei tedeschi, ci lasciarono inermi a subire le conseguenze della loro sconsiderata azione. Per tre giorni non si mossero, guardando le case bruciare. Con quale coraggio oggi proclamano di aver difeso i nostri cari…

I comunisti, più di ogni altra formazione, non si fecero riguardi a passare per le armi anche le donne, non solo i militari. Nel biellese, dove furono particolarmente violenti, ne vennero uccise centocinquanta. Questo il numero che Pisanò è riuscito a documentare nelle sue approfondite quanto angosciose ricerche. Si trattava di ragazze semplici, non solo di militanti fasciste, magari giovani di bell’aspetto e per questo ambite, desiderate e uccise per odio di classe verso la famiglia, oppure per coprire una violenza, o come nel caso delle sorelle Teresa e Bortolina Girelli per ritorsione verso un partigiano di cui si dubitava la fedeltà.MARIA LAURA BELLINI

Maria Laura Bellini era una graziosa diciassettenne di cui si erano invaghiti alcuni partigiani comunisti che la vedevano ogni mattina scendere dall’autobus per andare al lavoro. Un giorno provarono a prelevarla con una scusa, ma la ragazza difendendosi con tutte le forze, prese a dibattersi e a urlare chiedendo aiuto ai passanti. Tutti, terrorizzati, andavano diritti senza alzare un dito in sua difesa, uno soltanto dalla folla dei presenti urlò “Arrivano i fascisti!” e ottenne la reazione sperata: gli assalitori lasciarono la preda e si infilarono in macchina per fuggire, ma prima di partire uno di loro le scaricò addosso la sua pistola.

Molteplici si contarono le morti avvenute senza una spiegazione, famiglie intere: come Nella Perico e la madre Domenica, Antonietta Quaglia e il padre che voleva difenderla, le tre sorelle Maria Teresa, Fiorina e Marta Sirio.

Morti gratuite ad opera di uomini vigliacchi e malvagi, storie e dinamiche simili, e troppo lungo e penoso sarebbe raccontarle tutte.

Le violenze, le menzogne, le uccisioni, la falsità, hanno prodotto questa Italia che non ci piace, un Paese nato sulle macerie del tradimento e della vergognadove tutti avevano vinto e nessuno aveva perso e, mentre in Germania e in Giappone si è fatto memoria della guerra e si è ricostruito conservando l’onore, da noi non è stato possibile. Ogni forma di sentimento nazionale, dalla dominante cultura di sinistra, è stato identificato col fascismo, abbiamo aumentato il solco delle divisioni esistenti a scapito di un’identità collettiva, la scuola volutamente si rifiuta ancora oggi di trasferire alle nuove generazioni i valori della storia comune, abbiamo negato la sconfitta e abbiamo esaltato la vittoria innalzando a eroi dei banditi.

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Categorie: Eran fatti così...

Pubblicato da Franca Poli il 20 Aprile 2015

Franca Poli

Franca Poli, appassionata di storia recente, consulente del lavoro ma scrittrice e poetessa per divertimento. Scrivo, per passione da quando appena ne fui in grado pensai di vergare a grandi lettere il mio nome sui muri della camera da pranzo. Ecco scrivo da sempre e con lo stesso successo di allora.

Commenti

  1. luciano

    Onore nella Germania dei servi di Israele e delle banche?
    Non ci si prenda in giro.
    La Germania è la vergogna dell’Europa.
    Noi, semplicemente, recitiamo…

  2. geppy

    Giusto per citarne una:
    Il web invece di diffondere conoscenza e cultura diffonde spesso disinformazione. Sono mesi che cerco notizie sulla storia di Maria Laura Bellini. Non c’è traccia storica ma solo un tam tam di copia incolla tra vari siti che non si degnano neanche di cambiare una virgola della storiella che ha origine da un “libro di memorie” di Carlo Gariglio del Movimento Fascismo e Libertà – Partito Socialista Nazionale. Se qualcuno avesse tracce differenti o vere notizie storiche le diffondesse. Tra i partigiani c’ero tanti farabutti che non possono infangare il nome dei tanti che hanno combattuto per dare a voi anche a libertà di commentare quanto vi pare ovunque, in primis su Facebook.

  3. La Germania è il cuore e la mente dell’Europa, senza di essa nulla di potente può esistere. Nel 1945 non fu sconfitta la Germania ma l’Europa intera e la sua civiltà. Deutschand erwache!

  4. Ezio Polonara

    Grande articolo, i miei complimenti…unico, piccolissimo appunto, le considerazioni positive sulla Germania di oggi…essa è messa peggio di noi, infatti, nonostante non abbia subito la guerra civile…

  5. Joe Fallisi

    “La Germania è il cuore e la mente dell’Europa, senza di essa nulla di potente può esistere. Nel 1945 non fu sconfitta la Germania ma l’Europa intera e la sua civiltà. Deutschand erwache!”… ESATTO. E i tedeschi RIALZERANNO LA SCHIENA. Tempo al tempo.

  6. Angelo

    Per chi volesse conferma sula storia di Maria Laura Bellini legga qui. http://www.storia900bivc.it/pagine/resistenza/ambrosio107.html

  7. luigi

    Sono in appassionato di Storia- Di Paolino Leone di cui narrate nell’articolo ho trovato traccia nell’archivio del Comune di Velo D’Astico (VI), località in cui ebbe luogo nell’estate del 1944 il campo Dux- Vi trascrivo il contenuto della lettera che la madre del giovane inviò nel mese di giugno 1945 al Comune di Velo D’Astico:

    Destinatario:
    Al Comune di Velo d’Astico

    Pregovi interessarvi mio figlio Paolino appartenente Postacampo 715. Un anno priva notizie. Preoccupatissima sua età (16).
    Informatevi e rassicuratemi.
    Ringraziamenti
    Leone Sebastiana

    prot. 220 del 10 giugno 1946

    Sul retro: Mittente
    Leone Sebastiana
    Via Banchi di Sotto n. 8

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