L’ira scaturita dalla macchina (seconda parte)

L’ira scaturita dalla macchina (seconda parte)

«Non deporremo mai le armi prima che la Camera dei Comuni voti una legge per distruggere tutto il macchinario nocivo alla comunità ed abroghi quella per l’impiccagione dei Fracassatori dei telai. Ma noi, noi non presenteremo mai più nessuna petizione: non serve a nulla! Lotta deve essere».

Così si rivolsero i luddisti nel pieno delle loro lotte.

Da questo breve comunicato si capisce già come sia grossolanamente falso quanto ci è stato raccontato sui luddisti. Si parla infatti principalmente del macchinario nocivo alla comunità, non di qualsiasi macchinario.

Ma non è solo questo. Il desiderio di distruggere le macchine non è necessariamente un rifiuto della modernità in sé, quanto, più precisamente, un attacco contro chi detiene il potere, cioè il capitalista: annientandone la proprietà, ed in particolare la macchina, l’uomo si libererebbe dalle disparità sociali e dallo sfruttamento ai quali è incatenato.

La rivolta di Ned Ludd divenne così popolare che persino Lord Byron s’appellò alla Camera dei Lord in difesa dei Luddisti, affinché cessassero le impiccagioni dei distruttori di macchina.

Gli eventi si riproposero con la rivolta di Swing, nel 1830, quando un misterioso caporivolta – tale  Capitan Swing – guidò la distruzione delle trebbiatrici nelle campagne del sudest inglese.

Velocemente la rivolta si espanse colpendo i ricchi latifondisti, gli enti per la tassazione religiosa e le strutture di supporto sociale. Le motivazioni della rivolta sono da ricercare ancora una volta nell’abbassamento dei salari generato dall’aumento di produzione della macchina e dall’aumento di disoccupazione.

Interessante l’argomento che sviluppa Nietzsche – in totale opposizione alla modernità e alle sue ideologie egualitarie, essenza di tale modernità – il quale esprime il desiderio di un completo ritorno alla natura ed alla sua dolce brutalità:

 

«Progresso secondo il mio intendimento – parlo anch’io di ritorno alla natura, quantunque questo non sia propriamente un retrocedere, quanto invece un andare in alto – in alto verso l’eccelsa, libera, e anche tremenda natura e naturalità, una natura che gioca e può giocare coi grandi compiti. Per esprimerci con una similitudine: Napoleone fu un frammento del ritorno alla natura, così come lo intendo io, per esempio in rebus tacticis e più ancora, come sanno i militari, nella strategia. Ma Rousseau, questo primo uomo moderno, idealista e canaille in una sola persona; che ebbe bisogno della dignità morale per sopportare il suo stesso aspetto; malato di una sfrenata vanità e di un illimitato disprezzo di sé. Anche questa creatura mal riuscita, che ha preso posto sulla soglia della nuova età, voleva il ritorno alla natura – dove, chiediamo ancora una volta, voleva tornare Rousseau? – Odio Rousseau anche nella rivoluzione: essa è l’espressione nella storia universale di quella doppia natura d’idealista e di canaille. La farsa sanguinosa in cui questa rivoluzione si sviluppò, la sua immoralità, m’importa poco: quel che odio è la sua rousseauiana moralità – le cosiddette verità della rivoluzione con le quali essa continua sempre a esercitare i suoi effetti e a conciliarsi tutto ciò che è piatto e mediocre. La dottrina dell’uguaglianza!… Ma non c’è tossico più velenoso: essa infatti sembra predicata dalla giustizia… l’uguale agli uguali, il diseguale ai diseguali – questo sarebbe il vero discorso della giustizia: e, come ne consegue, mai uguagliare il disuguale. Il fatto che intorno a questa dottrina dell’uguaglianza si siano avuti tanti orribili e sanguinosi avvenimenti ha conferito a questa idea moderna par excellence una specie di aureola e di fiammeggiante splendore, cosicché la rivoluzione come spettacolo ha sedotto anche i più nobili spiriti. Ma infine questa non è una ragione per apprezzarla di più.»

Dopo aver considerato l’opinione del filosofo sassone, è doverosa una panoramica sul pensiero di Heidegger, il maggiore tra i luddisti, appellativo che egli stesso ha adoperato per definirsi negli anni ’30.

In quel periodo Heidegger sosteneva la necessità di distruggere tutta la tecnologia moderna e di ritornare ad una società agraria con soli strumenti a mano, depopolando le città e ripopolando le aree rurali orientali.

Per il filosofo svevo c’è una seria differenza tra la tecnica antica e la tecnica moderna.

Nel mondo concettuale greco, τέχνη equivale alla perizia, al sapere pratico: l’artigiano antico aveva col mondo un approccio attivo, dettato dall’esperienza e dalla capacità di intuire la realtà e dunque di svelarla; diversamente, la tecnica moderna si risolve in una relazione passiva in cuil’operaio sa solo ripetere all’infinito l’azione dettata dalla macchina.

Per il pensatore tedesco la natura cessa di essere per trasformarsi in sfruttabile, e l’uomo stesso della catena di montaggio diventa merce da lavorare e plasmare ad uso e consumo delle necessità del mercato.

La critica mossa da Heidegger, per quanto via via mitigata, ha resistito nel tempo ed è possibile rilevarlo anche nella celebre intervista del Der Spiegel del 1966 dove Heidegger accusa l’insostenibilità dell’economia moderna il cui destino inevitabile è quello di un ritorno indietro di tre secoli.

C’è chi pensa che si possa mettere una pietra tombale sul pensiero luddista, il quale invece si è mantenuto estremamente vitale anche dopo la morte di Heidegger: gli argomenti dei luddisti sono fiaccole ancora accese, mantenute ardenti fino ai nostri tempi.

Negli anni ’60 e ’70 l’enorme surplus industriale prodotto ha finito per generare una classe di giovani che sognavano un ritorno alla natura, in una dimensione libertaria, corredato da una fittizia spiritualità orientale.

Costoro in fondo non erano altro che l’avanguardia della nuova borghesia, non avevano più nulla a che fare con i Luddisti e lo scontro per la classe operaia, gli Stati Uniti erano in pieno boom economico ed essi godevano propriamente del benessere della produzione senza lavoro. Erano borghesi che potevano studiare al college e l’agognato ritorno alla campagna aveva più la valenza libertaria di rifiuto dalla società dei doveri che un carattere “virgiliano”, come potevasi invece ritrovare nella lega degli Artamani.

Ora, non è da sottovalutare tale fenomeno hippy, il quale certamente manifestava anche una volontà di ritorno alla natura, ad una purezza primigenia; essi probabilmente avvertivano nei loro cuori il vuoto dell’essere senza radici, senza cultura: ecco che immediatamente ne cercarono una, pur se ciò avrebbe significato inventarsela partendo da zero. Il fenomeno hippy ha una certa rilevanza in quanto prima sottocultura che si sviluppa in piena terza industrializzazione; se costoro si trovarono a proporre tematiche anche tradizionali quali lo yoga, il buddismo e il riavvicinamento alla natura, fu fondamentalmente per la necessità contingente di scontrarsi con la generazione precedente, con la società che li aveva cresciuti.

In fondo la nostra opinione sugli hippy non è dissimile da quella di Nietzsche sui Rousseaiani e sui falansteristi del primo diciannovesimo secolo.

Il più netto cambiamento si ha tra la fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ’90.

Il progresso, nella società americana, ha anche significato un’evoluzione delle droghe che dall’iniziale omogeneità portò a una differenziazione sempre maggiore nel mercato, con sostanze sempre più potenti; il degrado della tossicodipendenza e la disoccupazione del 1984 posero le basi sulle quali si sarebbe formata una generazione di illusi.

Una società agonizzante, i cui giovani cercano nella droga un rimedio alla noia; l’uso della macchina fa il suo ingresso nella vita di tutti e il computer diventa uno strumento dall’utilizzo sempre più quotidiano, creando le condizioni di un inesorabile asservimento ad una catena, spesso invisibile, che ci lega al comando.

Negli anni ’80 gli anarchici francesi si raggrupparono in un’organizzazione sotto la sigla CLODO ed in nome di Ludd distrussero le società informatiche sostenendo che «Il computer è il preferito strumento della classe dominante. Esso è usato per sfruttare, mettere in files, controllare e reprimere».

Poco prima di essere arrestati, nel 1983, produssero un manifesto  in cui asserivano che:

«Il computer rappresenta una entità paraumana, non un demone o un angelo, capace di addomesticare, ma un servo zelante del sistema che noi viviamo. In questo modo loro sperano di trasformare i valori del sistema in sistema di valori».

Il maggior rappresentante delle tesi luddiste degli ultimi tempi resta tuttavia Theodor Kaczynski, meglio conosciuto come Unabomber.

Ted Kaczynski compie un percorso fuori dalla norma: si laurea ad Harvard in matematica a soli 20 anni ed è già professore a 27 anni. Possiede un QI di 167, ben al di sopra della soglia del genio. Nel ’69, influenzato dal suo tempo, si ritira nella vita solitaria di campagna affascinato dall’idea di apprendere tutte le nozioni pratiche di costruzione o coltivazione, ma presto si rende conto che l’industrializzazione dei terreni vicini finisce per influenzare anche la sua campagna. Da lì inizia ad interessarsi di sociologia e filosofia coltivando tesi anarco-libertarie. Kaczynski inizia ad inviare pacchi bomba ad Università e compagnie aeree arrivando ad uccidere tre persone, facendo ciò per attirare l’attenzione su di sé e sullo scritto che riuscirà a pubblicare nel ’95 nel quale elencava le sue tesi.

La critica che muove Kaczynski è trasversale, da un lato attacca i paesi occidentali rei di avere sfruttato i paesi poveri del mondo e dall’altra si scaglia contro i sinistroidi, considerati un sintomo della malattia modernità.

Interessante la lettura dell’intero manifesto ideologico prodotto da Kaczynski, noi ci limiteremo ai frammenti più significativi:

 

1. La rivoluzione industriale e le sue conseguenze sono state un disastro per la razza umana. Esse hanno incrementato a dismisura l’aspettativa di vita di coloro che vivono in paesi “sviluppati” ma hanno destabilizzato la società, reso la vita insignificante, assoggettato gli esseri umani a trattamenti indegni, diffuso sofferenze psicologiche (nel Terzo mondo anche fisiche), inflitto danni notevoli al mondo naturale. Il continuo sviluppo della tecnologia peggiorerà la situazione. Essa sicuramente sottometterà gli esseri umani a trattamenti sempre più abietti, infliggerà al mondo naturale danni sempre maggiori, porterà probabilmente a una maggiore disgregazione sociale e sofferenza psicologica e a incrementare la sofferenza fisica in paesi “sviluppati”.

2. Il sistema tecnologico industriale può sopravvivere o crollare. Se sopravvive, potrebbe, alla fine, raggiungere un basso livello di sofferenze psicologiche e fisiche, ma solo dopo un lungo periodo, molto doloroso, di aggiustamento e solo al costo di ridurre permanentemente gli esseri umani e molti altri organismi viventi a prodotti costruiti, semplici ingranaggi nella macchina socia- le. Inoltre, se il sistema sopravviverà, le conseguenze saranno inevitabili: non vi e possibilità di riformare o modificare il sistema così da impedire che esso privi la gente di dignità e autonomia.

3. Se il sistema crolla le conseguenze saranno ancora molto dolo- rose. Ma più il sistema si ingrandisce più disastroso sarà il risultato del suo collasso, così che se deve crollare e meglio che sia prima che dopo.

4. Per questo noi peroriamo una rivoluzione contro il sistema industriale. Questa rivoluzione può o no fare uso di violenza: potrebbe essere un processo rapido o relativamente graduale del- la durata di alcuni decenni. Non possiamo saperlo, ma possiamo delineare in generale, le misure che coloro i quali odiano il sistema industriale dovrebbero adottare per preparare la via ver-so una rivoluzione contro quella forma di società. Questa non e una rivoluzione politica. Il suo obiettivo sarà quello di rovesciare non i governi ma i principi economici e tecnologici.

6. Quasi tutti saranno d’accordo sul fatto che noi viviamo in una società profondamente turbata. Una delle più diffuse manifestazioni della pazzia è il sinistrismo. Perciò, una discussione sulla psicologia della sinistra può servire come introduzione alla disamina dei problemi della società moderna in generale. […]

9. Le due tendenze psicologiche che costituiscono il fondamento della sinistra moderna vengono da noi definite come “complessi di inferiorità” e “sovrasocializzazione”. I complessi di inferiorità sono caratteristici dell’intera sinistra moderna, mentre la sovrasocializzazione e una caratteristica solo di un determinato segmento della sinistra moderna; ma questo segmento e di gran lunga uno dei più influenti. Complessi di inferiorità

10. Con “complessi di inferiorità” non ci riferiamo solo a quei complessi nel senso più stretto ma a uno spettro completo di tratti caratteristici correlati: bassa autostima, sensazioni di impotenza, tendenze depressive, disfattismo, sentimenti di colpa, odio di sé. Noi sosteniamo che le persone di sinistra tendono ad avere questi complessi (di solito più o meno repressi) e che questi sono decisivi nel determinare la direzione della sinistra moderna.

11. Quando qualcuno interpreta come degradante quasi tutto quello che si dice su di lui (o sui gruppi con cui si identifica), noi deduciamo che soffre di sentimenti di inferiorità o di bassa autostima. Questa tendenza e marcata tra coloro che sostengono i diritti delle minoranze, appartengano o no ai gruppi minoritari che difendono. Essi sono ipersuscettibili alle parole usate per designare le minoranze.

Se i sinistroidi sono trattati alla stregua di malati di debolezza e sovrasocializzati, dunque contigui al potere, Kaczynski non risparmia neanche i conservatori:

50. I conservatori sono sciocchi; lamentano la decadenza dei valori tradizionali, tuttavia sostengono entusiasticamente il progresso tecnologico e la crescita economica. Apparentemente sembra loro sfuggire il fatto che non si possono produrre cambiamenti rapidi e drastici in campo tecnologico e nella economia di una società senza causare rapidi mutamenti in tutti gli altri aspetti di detta società; e tali mutamenti rapidi inevitabilmente fanno crollare i valori tradizionali.

51. Il crollo dei valori tradizionali in una certa estensione implica il crollo dei legami che uniscono gruppi sociali tradizionali di picco- le dimensioni. La disintegrazione dei gruppi sociali di piccole dimensioni e inoltre promossa dal fatto che le condizioni moderne spesso richiedono, o tentano, di spostare 1’individuo verso altre località, separandolo dalla comunità di origine. Oltre a ciò, una società tecnologica deve indebolire i legami familiari e comunitari se vuole funzionare efficientemente. Nella società moderna la lealtà di un individuo deve essere rivolta prima al sistema e solo in secondo luogo alla comunità ristretta.

 

La visione di  Kaczynski si conclude con una nota drammatica: il destino del mondo tecnologico è proprio quello della perpetua privazione della libertà, a fronte di un permissivismo ed una regolamentazione di ogni attività sempre più minuta, fino al raggiungimento di una dimensione interamente virtuale, in cui tutto sarà soggetto a controllo.

Riflettendo sul fatto che al tempo di Kaczynski il cellulare, internet, i social network non esistevano o non si erano ancora radicati del tutto, le città non erano ancora piene di videocamere né i cieli erano ancora solcati dai droni, si può ben osservare come egli avesse perfettamente compreso quale sarebbe stato l’utilizzo di ogni invenzione tecnologica.

Tale dimensione di totale controllo, in cui i vertici del potere dominano le masse attraverso tecnologie sempre più sofisticate, trova in ultima analisi la sua espressione nel modello “Sorvegliare e punire” dell’insigne sociologo francese Foucalt e nella finale e definitiva realizzazione di un gigantesco Panopticon globale, retto invece dall’ausilio delle macchine.

Possiamo concludere affermando che il luddismo rappresenta, dalla nascita del movimento fino ai giorni nostri, un avvertimento sulla reale natura del mondo delle macchine e del controllo – oppressione.

Alberto Catalano

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Categorie: Luddismo

Pubblicato da Ereticamente il 23 Aprile 2015

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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