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La maschera della libertà

La maschera della libertà

Inizio anni ’70. Carcere di Regina Coeli. Leggo una breve notizia su un quotidiano. Uno studente francese di anni diciassette si fa sparare da un coetaneo. Marcel Mathieu, mi pare si chiamasse. Lascia scritto: ‘Nascere per dovere vivere per obbligo morire per caso’. (Forse sognava nascere un essere voluto ed amato per darsi alla vita quale costante ricerca della felicità possibile; infine morire liberamente ad occhi aperti fondendosi con il proprio destino). Non è concesso dalla modernità. Il destino s’è infranto contro il caso, le leggi sul diritto all’interruzione di gravidanza, l’eutanasia, i gratta e vinci le lotterie i quiz a premi. Confondere libertà estensione dei diritti spirito libertario, farne una maschera, con gli interessi del liberismo a cui conta solo il perverso meccanismo del lavora produci consuma lavora…

Sono a casa del fratello di mio padre, lo zio Carlo, morto ultranovantenne il giorno precedente, dopo essere stato ricoverato all’ospedale San Giovanni. Accanto a me siede sua moglie, già professoressa di matematica un affarino piccolo storto cieco con un carattere d’acciaio aspro a volte decisamente intrattabile. Il nerbo della famiglia poi, dopo il matrimonio, ha gestito mio zio, fantasioso musicista la testa fra le nuvole in fondo fragile e sognatore, l’ha gestito imponendo i salotti il cinema viaggiare il decoro borghese. Quando sono stato arrestato, lui s’è messo a letto a piangere e temendo chissà che cosa, mentre lei s’è sentita offesa nel ‘buon nome’, finire sulla bocca di tutti uno scandalo imperdonabile. Suonano alla porta. E’ il parroco che s’è sentito investito nella sua funzione di consolare e predisporre i tempi del funerale, sebbene non fossero di sicuro fedeli parrocchiani e, suppongo, non li avesse mai visti in chiesa. Parla rivolto a mia zia.

Un urlo, disperato e feroce, un grido che non ammette repliche, la sintesi di chi dell’esistenza riconosce e accetta confini di un universo dolorante e perverso, un atto di replica categorico a spazzare via secoli in cui ci si è consolati giustificati protetti lusingati da parole promesse simulacri: ‘Niente! Non c’è niente!’. E il silenzio, muta lei, rannicchiata sulla sedia, muto il prete che s’allontana in punta di piedi scuotendo la testa per sussurrarmi sulla porta che la signora è scossa, bisogna essere comprensivi. Un poveretto, un po’ stronzo, superficiale, vile. In fondo non è colpa sua se ha chiesto alla vita di difendersi con l’arrogante quiete di certezze, provvidenzialità della storia, di fronte al dolore il ginocchio di tanti s’è piegato le mani giunte il capo chino. Mentre in cielo fredde scintillano le stelle e dalla notte della città, questo mostro di auto lampioni passanti frettolosi televisioni accese, s’alzano freddo e umidore.

Fra i motivi che generarono la rottura tra la filosofia di Schopenhauer e il Nietzsche che va scoprendosi sempre più filosofo che filologo vi è senza dubbio l’atteggiamento verso la vita, di come affrontare la comune visione tragica dell’esistenza. All’annichilimento dei desideri, una sorta di meno vita, rendersi estraneo al richiamo illusorio e ingannatore della Volontà, di cui fa fede e invito Il mondo come volontà e rappresentazione, egli contrappone quell’Amor fati, una sorta di più vita, fino a rilevare la Volontà di potenza e l’esigenza di trasmutare ogni forma valoriale nell’accettazione, dionisiaca, della condizione di essere finito. La musica – e la danza – non sono l’estrema rarefazione delle immagini che ci costringono alla catena, lo strumento più alto nell’universo dell’arte ove galleggiamo nel nulla pacificatore pur se in condizione provvisoria e temporanea. No, ammonisce Nietzsche, che si instauri il dominio dell’ebbrezza della passione dell’istinto delle emozioni, predatori e aristocratici, generazione d’uccisori di serpenti. Qui la via, il percorso per donare pienezza e felicità ad una umanità persa e dispersa… Nuove tipologie umane nuove tavole da scolpire nella dura pietra dell’essere qui ed ora.

‘Durum a stirpe genus…’, così il guerriero Remolo, avverso ad Enea, descrive il proprio popolo… Eppure è Martin Heidegger, che di Nietzsche fu studioso attento e innovativo, ad invitarci a riflettere come nella Volontà di potenza si nasconda ancora, estrema ed ultima, forma di metafisica. E se la metafisica altro non è che inganno, confusione, ottenebramento tra l’Essere e l’esistente, anche la risposta di Nietzsche si traduce in inganno confusione ottenebramento tra la vita quale tragedia a cui sottrarsi e il ‘cavalcare la tigre’ quale aristocratica morale di chi s’arroga il convincimento d’essere jenseits, oltre e comunque? Così si torna a diffidare dell’esistenza in quanto tale delle sue eco richiami rimandi… E i Titani furono abbattuti dalla visione del vuoto, del Nulla, e non perché gli dei, irosi e gelosi, vollero proteggere il proprio dominio e non farne spartizione con alcuno. E, in quel Nulla, che in sè tutto nullifica, furono incapaci di scorgere la sanità la salvezza l’identità. La brama li trasse in inganno e confusero le maschere quali somma del reale e non gioco con cui il Nulla si manifesta, nascondendo il ghigno spettrale.

A quale meno o, al contrario, a quale più appartiene il colpo di pistola del giovane francese e quel grido di totale irriducibile ostilità della moglie di mio zio? Marcel Mathieu chiede più vita, altra, ma pur sempre vita, e non potendo averla fuori dalle regole da essa stessa imposta – dovere obbligo caso – la denuncia la disprezza si contrappone con un rifiuto definitivo, senza ritorno. Nell’Hagakure (All’ombra delle foglie), libro tanto amato da Mishima Yukio, libro scritto da un samurai divenuto monaco e incentrato sull’etica del bushi (guerriero), è detto come ‘il vero amore è quello inappagato’. E quale massima espressione di un amore inappagato quello di darsi la morte e darsi la morte per amore della vita negata? Nietzsche non si suicida, suicida la mente, fa esplodere il pensiero portato oltre il confine, con solo un paio di scarpe e senza i soldi per risuolarle, abbracciato ad un ronzino. Torino simile alla cima dell’Olimpo.

Altro e ben altro proviene da quel corpo minuto sbilenco rattrappito, che ha saputo però sprigionare una volontà ferrigna aspra dura, una lotta continua contro la natura infame in nome di una tacita sfida, quasi a dirle se questo è quanto mi hai ‘donato’, ecco io ricambio giorno per giorno ora in ora minuto in minuto mai prono mai domo. Neppure di fronte alla morte. Cedimento alle braccia consolatrici, no, grazie. Quel Nulla invocato è lo stendardo piantato al suolo, ben saldo e difeso, e, simile al capitano Achab, la lotta si nobilita non nella vittoria sulla balena bianca ma nella ineluttabile sconfitta… Lotta e rinuncia, esercizio di un monaco guerriero di un hidalgo di un samurai di un derviscio ruotante su se medesimo – dietro a tutti costoro, il mercante il prete l’usuraio a stendere le mani adunche a costruire ragnatele a descrivere il mondo di latte e miele, solo per chi obbediente e servile, potrà beneficiarne domani, sempre domani, come la linea d’orizzonte mai raggiunta, mai raggiungibile mentre la carestia le epidemie la catena e il giogo si fanno più stretti.

Il Ramingo e la montagna di Mordor. Nel gioco fantasioso e rovesciato delle parti. Contro quei portatori dell’Essere, in terra in cielo, come il gabbiano di Kipling che vola a nord e a sud e in ogni luogo si depone e depone ‘il fardello dell’uomo bianco’… Ecco sorgere, solitati fieri disperati (libertari nel gesto e fascisti nel cuore e nella mente), ai margini delle convenzioni regole abitudini, abitatori fuori delle mura e ostili alla piazza del mercato, dispregiatori di ogni chiesa e moschea e sinagoga, adoratori primi del fuoco dell’aria della terra dell’acqua; ecco generarsi chissà come e perché, questi difensori estremi, giudici rigidi e severi in primo luogo verso se medesimi, guerrieri senza divisa e senza armi, inascoltati funamboli, figli ignoti del Nulla…

Sfoglio Il dialogo della salute di Carlo Michelstaedter – fu oggetto di tesi nel lontano ormai 1973 -, leggo: ‘Niente da aspettare/ niente da temere/ niente chiedere – e tutto dare/ non andare/ ma permanere./ Non c’è premio – non c’è posa./ La vita è tutta una dura cosa’. Fuori il primo chiarore illumina i tetti delle case. Nella fitta foresta il cavaliere solitario, il volto sembra scolpito nella dura pietra, avanza incurante della donna caprina, la Morte, e del Diavolo, dal ghigno suino. Da Oriente verso Occidente, quasi seguisse il corso de sole. Continuo a leggere: ‘Egli guarda in faccia la morte e dà vita ai cadaveri che lo attorniano. E la sua fermezza è una via vertiginosa agli altri che sono nella corrente. E l’oscurità per lui si fende in una scia luminosa. Questo è il lampo che rompe la nebbia’. Sono giorni che mi porto dentro le parole simili a pietra di selce, aguzza per farne punta di freccia. Un mese, un anno, dicono i medici… Cosa le serve essere consapevole quando il tempo tiranno scioglierà gli ormeggi e porterà la fragile barca in alto mare? Così io sono il depositario, carnefice e vittima della parola (‘Essere soli… Ne avrò tutto il tempo. E’ bene che mi ci abitui fin da ora’, vieni a me, Robert, fratello mio caro). Poi, poi verranno i gesti il dire torneranno giorni pigri e giorni di lotta. ‘E la morte, come la vita, di fronte a lui è senz’ami, che non chiede la vita e non teme la morte. Ma con le parole della nebbia – vita morte, più e meno, prima e dopo, non puoi parlare di lui che nel punto della salute consistendo ha vissuto la bella morte’.

‘Nascere per dovere, vivere per obbligo, morire per caso’, il tuo romanticismo disperato mi commuove, Marcel, ma io sono attratto dal grido fiero ‘Niente! Non c’è Nulla!’…

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Categorie: Punte di Freccia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 12 Aprile 2015

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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