Il Bello come moto dell’Essere!

Il Bello come moto dell’Essere!

di Riccardo Tennenini

Il Rinascimento, come esprime la parola stessa, doveva essere la rinascita del mondo greco-romano, avendo i mezzi, gli uomini e le idee per farlo; il Classicismo, pertanto, doveva essere una “rivoluzione conservatrice” interiore ed esteriore per il ritorno alla concezione di Res Pubblica, di paneuropeismo e di volk, cioè esprimere la civiltà, in senso etimologico, arcaica attraverso il popolo. Dalle origini passando alla filosofia, i simboli si sostanziano come rappresentazioni exoteriche del mondo esoterico, miti la cui narrazione assoluta ed esemplare assume connotazioni religiose, rappresentando le gesta degli Dei, il cantico delle avventure o le vicende della potenza metafisica.

Allora, com’è giusto, la mitologia rientra nella sua competenza totale, di mostrare integralmente l’esperienza sacra nella sua fisionomia perfetta e permanente. Il mito, quindi, rappresenta la conoscenza sacra e racconta gli avvenimenti accaduti in epoca primordiale, potendosi così parlare di un’unione tra mitologia e religione (mitologia religiosa), Cosmo e Divino ossia il tema della comparsa del mondo e della nascita degli Dei (cosmogonie e teogonie).4

Se la mitologia appartene al momento più antico della religione, vi si esplicita l’intenzione di costruire un’insieme organico di immagini del Cosmo della Potenza Divina, del perenne evento sacro e di come tali testimonianze – delle quali risalta l’intervento illuminante e formativo della potenza divina – abbiano la capacità di rivelarsi e tradursi all’interno dell’anima umana, singolarmente nel cittadino e comunitariamente nel popolo, in una vera e propria trama dottrinaria e spirituale, in un sublime benefico insegnamento sacrale, in cui la lezione divina va a dare forma, a determinare la continuità della figura decisa e responsabile della controparte umana.

In ciò il rito permette il riaffiorare di una nuova età dell’oro (Satya Yuga), proponendo una weltanschauung apollinea in modo artistico, estetico e culturale. Tre sono le arti che determinano l’esperienza metafisica del Bello.

La musica classica o arte uditiva, la quale mostra le qualità innate del Bello nel concepire il ritmo e creare una melodia, espressione di un cantico marziale o di un’estetica della potenza, divulgata da geni come Wagner, Mozart, Beethoven, Bach, Mascagni, Verdi, Puccini, Vivaldi ecc… a loro va il merito di essere stati fautori del Bello tramutandolo e rappresentandolo in musica!.

L’arte pittorica di Raffaello, Michelangelo, Botticelli, Da Vinci rappresenta il Bello in forma artistica; insieme a quella sculturale\architettonica del Bernini, rappresentano l’arte visiva la quale dona forma al Bello. Qui possiamo dire: “Il Bello inteso in senso metafisico si manifesta nella materia come sublimazione divina dell’estasi apollinea”.

L’individuo tramite il Bello rammenta le “platoniche idee” ed esse danno vita alle tre arti interpretate come la quintessenza (l’etere) aristotelica, cioè una concezione universale e prenne della bellezza ideale, espressa tramite l’ordine, l’armonia, l’equilibrio e la proporzione. In termini alchemici, il famoso detto “Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem è il raggiungimento del Bello, attraverso le purificazioni della Pietra Filosofale.

2Ad alcune opere viene assegnato un ruolo normativo ed esemplare: infatti, le molteplici statue degli Dei, scolpite o raffigurate, avrebbero permesso il riaffiorare ideale dell’arcaica Religio – nulla a che vedere col nebuloso mondo neospiritualista moderno – contrapponendosi all’oscurantismo del monoteismo dominante. La loro qualità di rappresentare la bellezza olimpica ha la capacità di esprimere la regola, un sistema di proporzioni tra le varie parti del corpo che garantisce la perfezione dell’insieme. Così il Bello diventa un idea, una fede, un ideale, scolpendo nel marmo la perfezione immobile dell’essere eterno e perfetto. Tali raffigurazioni potevano assumere nuovamente connotazioni sacre, che Plutarco chiamava statue “animate” o “viventi”, in quanto egli disse: “le statue consacrate, nel luogo dove ci troviamo, acquistano vita e che sotto l’influenza profetica di Dio, esse concorrono all’espressione della Sua volontà; che non c’è in esse parte alcuna che sia vana o insensibile, che dovunque, in esse, al contrario, circola un soffio divino che le completa“. La consacrazione consisteva nell’utilizzo di specifici materiali, la cui composizione garantiva specifiche qualità elettriche, adatte solo a ricevere e conservare cariche di energia magica. Essi sono il legno, pietra, terracotta e l’avorio, esclusi i metalli dove questa qualità non è presente. Questo ci piega il motivo di come tutte le statue di divinità siano state costruite in marno.

Tale consacrazione nel mondo egizio era attuata tramite il Rituale dell’apertura della bocca, dove la materia veniva purificata dai quattro elementi, depositandola su sabbia benedetta (Terra), circondandola di incenso e fumi profumati (Fuoco, Aria) ed infine si spargeva l’acqua santa, estratta da quattro bocche liturgiche (Acqua). Successivamente si passava a “infondergli” una vita, tramite uno dei quattro officianti che procedeva con il rito apposito. Si presentava poi alla statua la zampa anteriore sinistra e il cuore salassato di bue sacrificatola da poco e si avvicinavano i loro effluvi vitali alle labbra della statua. Infine le si ungeva la bocca con burro e la si umettava con il latte. Il rito terminava con la vestizione del Dio; si adornava la statua, alla quale veniva ricoperta con quattro vesti colorate incensate seguito da formule sacre importantissime per la riuscita dell’operazione.3 (1)

In tale prospettiva, le statue di uomini come Doriforo di Policleto Discobolo di Mirone e quella di Antinoo sono i modelli analizzati per rappresentare quello che noi denominiamo Metafisica della bellezza. Questo archetipo consisteva in un tipo umano alto, giovane, muscoloso, sportivo, atletico con muscoli ben definiti, la bellezza ideale e classico per eccellenza. Da quei modelli doveva nascere un nuovo tipo umano che Nietzsche chiamava Ubermensch che si era visto realizzare con Sparta, dotato di virtù innate e portatore di tradizione e civiltà, che andava a contrapporsi all’Utermensch faustiano portatore della civilizzazione della rivoluzione francese dell’arte degenerata, in cui vige il motto “non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace“. In esso vi è la negazione del Bello metafisico e con esso di tutte le sue qualità intrinseche. Preferito al “Bello”, si presenta il razionalismo cartesiano che, non generando nulla, ha condotto ulteriormente nel baratro l’Occidente moderno nell’età del Ferro (Kalì-yuga), dove “Dio è morto”, parafrasando Netzsche, e in cui dominano incontrastati il nichilismo e la sterilità dell’Anticristo uscito “vincitore”da questa Kulturkampf!

Tale motto poteva assumere validità solo nel mondo moderno, perché per logica il piacere può essere un fenomeno spontaneo alla vista del Bello oppure un sentimento maturato per qualche cosa che ci offre un appagamento, un’aspirazione o una sensazione: perciò, diciamo: “mi piace la mia nuova macchina” oppure “mi piace quello sport” infine “mi piace mangiare”. Quando per queste sensazioni usiamo la parola “bello” riferito appunto ad un oggetto materiale, un’attività o un cibo, esplicitiamo un eufemismo, cioè una figura retorica nell’uso di tale parola al fine di attenuare il carico espressivo di ciò che si intende dire. Come può una persona definire il Bello se lo ha mai compreso nella sua profondità metafisica? Se non ci siamo mai posti tale quesito è perché probabilmente non sappiamo che esso sia nella sua essenza spirituale. E se non lo si comprende in tali termini come facciamo ad avere la presunzione di esprimere un giudizio in merito ? Gli antichi greci, come anche Ermete Trismegisto, ponendosi questo dilemma, sono arrivati alla conclusione che il Bello è il Nous, la parte più interna dell’uomo, l’intelligenza demiurgica immutabile, immateriale e infinita che organizza il mondo.

Bibliografia di riferimento:

Le grandi esperienze religiose Edipem 1977

Jean Mallinger – Plutarco – i segreti esoterici Atanor 1980

Friedrich Nietzsche – Così parlò Zarathustra Giunti Editore 2006

Friedrich Nietzsche – La gaia scienza Adelphi 1977

Platone – Tutte le opere Newton Compton 2009

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Categorie: Arte, Classicismo

Pubblicato da Riccardo Tennenini il 1 Aprile 2015

Riccardo Tennenini

Ferrarese classe 1989, inizia i suoi studi con Rèné Guénon e Julius Evola passando per i maestri del pensiero Occidentale: Platone, Aristotele, Plotino e Plutarco. Successivamente si orienta sulla filosofia orientale dell'Advaita Vedanta. Gestisce il sito Fede Spada e scrive sul mensile Avanguardia.

Commenti

  1. Si,siamo proprio in Kali-yuga,io lo sento molto e”a nuttata” e’ancora lunga.esprimerci artisticamente attraverso i simboli e’quello che possiamo lasciare in eredità a chi verrà dopo.Sono immediati, intuibili,semplici .Per un Uomo Bambino.Nel frattempo possiamo gioire nel danzare . L’arte che più si addice all’età del ferro.Buona sera.

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