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Fedele in vita, correndo verso il destino!

Fedele in vita, correndo verso il destino!

Anno 2004, gruppo musicale berlinese Rammstein, titolo Ohne dich. ‘Andrò tra gli abeti là dove l’ho vista per l’ultima volta – ma la sera getta un velo sulla terra – e sui sentieri dietro il ciglio del bosco… Ohne dich kann ich nicht sein – ohne dich (senza te non posso stare – senza di te)’. Consiglio di ascoltarla su Youtube e bearsi del video, soprattutto per chi vede nella montagna un andare oltre, un ergersi più in alto.

Oggi mi sento più del solito intimista, più del raccontare-raccontarmi che mi è usuale. Come una prostituta sul marciapiede vendo la mia mercanzia, allargo le cosce della mente e del cuore, lascio penetrare nomadi e predoni. Abbiate pazienza, mi vendo gratis, non ho alcun pappone in qualche sala da biliardo ad attendere il compenso preteso a calci e pugni.

Scrive Pier Paolo Pasolini, nell’ultima sua poesia in friulano, Saluto e augurio: ‘Un vecchio a rispetto – del giudizio del mondo: anche se non gliene importa niente. E ha rispetto di ciò che egli è nel mondo. Deve difendere i suoi nervi, indeboliti, e stare al gioco a cui non è mai stato’… I vecchi sono fragili, ottusi, sordi, lacrimosi e patetici. Un amico mi confidava come la vita sia finita quando ci si abbandona al ricordo, quando ogni futuro annoia. Concordo. Ogni notte è un tormentone a corrente alternata e il mattino successivo mi si fa sempre più ostile. Ecco perché, i vecchi, fingono d’essere saggi e tolleranti, mentre nascondono la viltà di essere prigionieri degli altri, di quei bisogni minimi ed essenziali di cui, da giovani, si deridevano. Sono due giorni che bevo un cappuccino dal gusto di caffè bruciato, ulteriore motivo per fantasticare su i tanti culi da da prendere a calci…

Il 20 novembre ricorre l’anniversario dell’assassinio di José Antonio nella prigione di Alicante. Arrestato con un pretesto assiste da dietro le sbarre prima all’assassinio con il classico colpo alla nuca del deputato Calvo Sotelo (12 luglio 1936), a capo del Rinnovamento Nazionale di tendenza monarchica, e successivamente all’alzamiento del generale Franco (17 luglio), di cui però diffida la deriva reazionaria. Nonostante ciò e pur consapevole che sarà fra i primi ad essere gettato nel mattatoio della guerra civile, riesce a far uscire dalla prigione un proclama in cui invita il popolo spagnolo a salvare ‘la Spagna missionaria e militare, contadina e operaia’. Il 18 novembre, dopo un processo-farsa viene condannato a morte (direttamente l’ordine parte da Mosca tramite l’ambasciatore sovietico Rosemberg). Ha trentatre anni ed è duro morire quando si è ancora nella pienezza dei giorni, ma redige un testamento spirituale di nobili accenti, senza vano orgoglio ma anche senza dolersene, perchè tutto egli ha dato al servizio dell’Idea falangista e tutto donato alla Patria.

Robert Brasillach vide in José Antonio l’autentico e puro eroe, l’incarnazione del destino tragico a cui non è dato sottrarsi. L’amore per la Spagna, la sua origine catalana, i suoi viaggi in terra iberica (‘E, con le strade brulle e rosse, – ecco sempre la nostra Spagna’, come ricorda ne Il testamento di un condannato), primo a visitare l’Alcazar liberato, ne sono la testimonianza fedele. All’alba del 20 novembre, dunque, con altri quattro giovani e nascosto sotto la camicia il crocefisso regalatogli dalla sorella Carmen, viene fucilato e il suo corpo gettato in una fossa comune. Nel 1939, nell’anniversario del suo sacrificio, i resti mortali furono portati a spalla da giovani della Falange, in una commossa staffetta, lungo un percorso di 400 chilometri e deposti all’interno dell’Escurial. Davanti al feretro il generale Franco volle pronunciare le medesime parole con cui José Antonio aveva salutato la morte del giovane Matias Montero, caduto in una via di Madrid sotto il piombo dei comunisti: ‘…che Dio conceda a te l’eterno riposo e lo neghi a noi, fino a quando non avremo saputo donare alla Spagna il raccolto che nasce dalla mietitura della morte’…

A trent’anni dalla morte. Quel 20 novembre accendemmo una candelina nella penombra della stanza. Fuori s’è fatto buio ed umido presto. Il pianoforte muto alla parete, incorniciata la riproduzione de La Terrasse du Cafè, la Nuit. Place du Forum, Arles (1888), di Vincent van Gogh. Il suo preferito, divenuto a me il più caro. Sul letto il piumino dai colori tenui, sulla parte inferiore del corpo devastato un plaid a scacchi. Avevamo, già da lunga data, progettato di ritornare in Spagna, a Madrid, partecipare alle celebrazioni, braccio teso camicia azzurra, cantando Cara al Sol, ‘ad perpetuam rei memoriam’. Ad altro gli dei irosi ed infidi avevano tessuto la trama dei nostri giorni… Il mio tedesco, il tuo italiano non servono a trovare parole, non ci sono parole e la musica, no, quando l’invito alla danza l’è stato negato, no, sembra blasfema ironia mettere sul giradischi Adamo de La notte o di Franz Liszt Liebestraum…

La Spagna ci fu amica fin dal giorno in cui mi sei corsa incontro e a me sono venuti a mente alcuni versi di una canzone di Giorgio Gaber ‘così felice col vento nei capelli, mi corri fra le braccia, soltanto per gioco, ed io, io mi innamoro a poco a poco…’. E’ di prima mattina, la primavera è inoltrata, un trionfo di sole e colori. Sul marciapiede i contadini si circondano con cesti di frutta e verdure. Qualcuno ancora dorme avvolto nella manta sul pavimento; i più fumano il papalito, la sigaretta dalla carta spessa e scura. Parlano fra loro, fitto e con ampi gesti delle mani, armonia di tonalità come in una voliera. Raccogliamo gli zaini. La ferrovia corre lungo la costa, da una parte l’azzurro del mare e bianche vele latine fino a dissolversi all’orizzonte, dall’altra piante d’arancio di olivi e carrubi a flettere i rami sotto la spinta del vento ed enormi fichi d’India quasi a proteggere i binari da qualche onda più ardita. Una cavalcata fantastica simile a quella che, da poco cessato il conflitto fra le due Spagne, quella nazionalista e quella repubblicana, compirono Robert Brasillach e sua sorella Suzanne e l’amico e cognato Maurice Bardéche, agganciando alla Simca una roulotte. Forse i primi ad andare oltre i Pirenei con questo mezzo e, allora, si può ben immaginare la curiosità non dissimulata dagli abitanti dei paesi da loro attraversati. Odori cibo vino, il senso vero e vivo della gioia di vivere ritorna nelle pagine de Il nostro anteguerra, non astratto prodotto della mente, della penna e dell’inchiostro, ma di quel pane nero delle angurie dei verdi meloni della minestra alle erbe, offerti in segno di condivisione, di generosità spontanea degli umili, di una riconquistata amicizia dopo quattro anni di guerra civile.

E, poi, c’è Toledo… prima di poter leggere, ben molti anni prima, quel secondo capitolo, La notte di Toledo appunto, tratto da La ruota del tempo (il cui titolo originale Comme le temps passe ha un retrogusto che la traduzione non rende). L’avete a mente? Una delle pagine più alte di erotismo, capace di entrare là dove il linguaggio del corpo si esprime tramite il sudore e lo sperma nel modo più autentico e pieno, senza mai il rischio di decadere nel volgare nell’appagare le eccitazioni oniriche di troppe solitarie masturbazioni, senza però rimandare a metafore tortuosi giri di parole sublimazioni di sciatto amor platonico… Piazza Zocodover. 21 luglio ’36: il capitano Vela lancia il proclama di resistenza dell’Alcazar, la scuola dei cadetti dell’esercito spagnolo, alla repubblica in questa piazza dalle cento finestre irregolari ora serrate e dalle botteghe e i caffè sprangati, in questa piazza vuota muta sotto un cielo estraneo, il giallo e il verde dei suoi tendoni. Poi sarà solo sangue e macerie. Fino al 27 settembre, all’imbrunire, in questa città apparentemente morta, quando un distaccamento di truppe regolari rompe l’assedio. Nel cortile della caserma la statua dell’imperatore e re Carlo V, colpita da una cannonata eppure rimasta integra, segno augurale, sul basamento la scritta: ‘se in battaglia cade il mio cavallo e la bandiera, prima rialzo la bandiera e poi il cavallo’.

Ci sono tornato con la scuola, ai primi anni di questo secolo. Il generale Franco volle la sua ricostruzione e che rimanesse una sorta di museo a cielo aperto con un percorso turistico stabilito. Si lasciano i pullman si attraversano i ponti sul Tago e si sale, la sinagoga bianca la casa del pittore El Greco (in effetti è l’unica nota difforme, essendo in origine la sua abitazione in altra parte della città) il duomo e, infine, il piazzale con a fronte l’ingresso dell’Alcazar. Sempre più turisti sempre più simile a San Marino. Mi siedo al tavolino di un caffè in piazza Zocodover, sotto il tendone a strisce gialle e verdi, ordino un calice di vino tinto (un rosso) e, con esso, come è uso, ti portano un piattino con fettine di salame formaggio e pane. Penso, ma è più esatto dire, vedo il volto di Robert Brasillach, di questo giovane cresciuto e mai divenuto adulto, con la carnagione olivastra e gli occhi dietro gli occhiali dalla montatura rotonda, la sua gioia per la vita e l’amicizia e la musica e il jazz e la danza e il teatro e il cinema e la scrivere agile e curioso di ogni forma (I sette colori), ‘l’eminente dignità del provvisorio’ e l’amore per Toledo. Il ‘romanticismo fascista’, il sogno e l’ideale per cui si può e si deve a volte morire – e morire bene -; di certo vale per esso essere fedele in vita. E, accanto, l’esile figura i capelli lunghi e ramati quasi a proteggerti il volto e gli occhi verdi, la camicia rosa con le tasche larghe che comprammo insieme ad un mercatino nei pressi dei Musei Vaticani. In questi locali venivamo a prendere un bicchiere in due, poveri e felici, approfittando dei piattini lasciati da altri avventori ed era, sovente, il nostro pranzo e, a volte, anche la nostra cena…

Tornato dall’ultimo suo viaggio in Spagna Brasillach risponde alla mobilitazione generale, partecipa della sconfitta della Francia, così rapida ed umiliante, internato, il ritorno a Parigi, il lavoro da giornalista a Je suis partout, l’illusione della collaborazione franco-tedesca, la nuova Europa, la cella dei condannati a morte e la fucilazione il 6 febbraio del ’45. Correre incontro al proprio destino, aveva sugellato così il suo romanzo, il senso della sua breve esistenza. E tu, anche, pur non potendo più correre volesti andare incontro al destino, liberamente e ad occhi aperti…

Mario Michele Merlino

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Categorie: Punte di Freccia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 28 Marzo 2015

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

Commenti

  1. giacinto reale

    anche se sono parecchio più giovane di te (ahahahahh) mi è piaciuto molto…….quel “prigionieri degli altri” non tutti lo possono capire: bisogna “prima” essere stati giovani, e aver lanciato una sfida al mondo….

  2. mariomerlino

    di questa sfida cosa rimane? i sogni che ci resero liberi e gli ideali che ci preservarono a lungo giovani… basta?

  3. Miranda

    Chi può ascoltare Rammstein non è vecchio.Buona sera e grazie.g

  4. (Quella g in fondo non c’entra,e’un errore).

  5. mariomerlino

    beh, grazie… magari è una scossa rivitalizzante, un massaggio thatlandese, chissà… ahahah…

  6. stelvio dal piaz

    Nella vita non ci siamo fatti mancare nulla; ma soprattutto il sublime è che in Europa e nel mondo siamo sempre stati dalla parte di coloro che ” cazzinculo ” alla democrazia e alla giudeomassoneria !

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g. casalino

c. bene

J. Thiriart

m.houellbecq

g. colli