Eurasia e Mitteleuropa

Eurasia e Mitteleuropa

Stavolta, un discorso sul quale vorrei soffermarmi, riguarda alcuni concetti di politica internazionale sui quali nei nostri ambienti sembra regni una terribile confusione. Diciamolo pure, si tratta di geopolitica. Nel periodo fra le due guerre mondiali, questo termine era molto in voga, ma successivamente è stato messo al bando, ostracizzato dalla “cultura” democratica, eppure contiene un concetto fondamentale, non si può nemmeno parlare di politica internazionale senza tenere presente il fatto che i rapporti internazionali fra gli stati non possono nemmeno essere correttamente interpretati senza considerare che i rapporti fra le diplomazie dipendono dalle masse umane e dallo spazio vitale, Lebensraum su cui ciascun popolo può contare o di cui necessita.

Oggi nei nostri ambienti si parla molto di Eurasia, e il motivo è facilmente comprensibile. Negli anni della Guerra Fredda – intendendo questo termine nell’accezione più ampia, ossia il periodo che va dalla fine della seconda guerra mondiale alla caduta dell’Unione Sovietica – la minaccia da est e la protezione militare offerta contro di essa costituivano la giustificazione, l’alibi della dominazione americana sull’Europa, presentata, e che continua tuttora a presentarsi falsamente come alleanza.

Oggi l’Unione Sovietica e il pericolo di invasione da essa rappresentato hanno cessato di esistere da un quarto di secolo, tuttavia occorre tenere conto di quanto la mentalità della gente sia spesso “collosa”, incapace di modificarsi quando l’evolversi degli eventi l’abbia resa superata, e del fatto che il lungo periodo della Guerra Fredda non ha lasciato le cose come stavano nel 1945, ma ha portato a un’americanizzazione dei costumi e della mentalità europei, in cui noi possiamo riconoscere i chiari segni della degenerazione e della decadenza, ma che per altri rappresentano il modo “normale” di vedere le cose.

Attualmente, “occidentalismo”, che poi non significa altro che filo-americanismo, prosternarsi ai piedi del dominatore straniero, e “anti-occidentalismo” rappresentano la più chiara cartina di tornasole che permette a colpo d’occhio di distinguere fra la destra liberal-conservatrice e noi.

Se andiamo a considerare le cose nella loro giusta ampiezza, il contrasto è naturalmente più profondo, si radica nella dimensione sociale. Contro il “pensiero unico” liberista di un capitalismo senza freni né regole oggi fatto proprio anche dalla sinistra ex marxista, noi non cessiamo di rivendicare la  prospettiva di un socialismo nazionale e non marxista, fondato sulla comunità di popolo.

Senza contare il fatto che gli yankee stessi non sono che dei proconsoli, chi comanda davvero negli USA ha spesso le pinne nasali prominenti ed è più frequentemente circonciso piuttosto che battezzato.

Io, al riguardo, allo scopo di evitare frizioni inutili, ho suggerito più volte di prescindere dalle polemiche postume con gli uomini di un tempo ormai trascorso; era un’altra epoca e l’incombere della minaccia comunista non lasciava molte prospettive, ma per quanto riguarda l’oggi non ci possono essere dubbi: chi è “occidentalista”, atlantista e quindi almeno implicitamente filo-sionista, è schierato dalla parte del nemico.

“Eurasia” contrapposta all’occidentalismo filo-yankee, sembrerebbe una scelta ovvia, ma quando si vanno a considerare le cose più da vicino, sorgono non poche perplessità. Se per Eurasia intendiamo un concetto di Europa allargato alla Russia compresa la sua propaggine asiatica fino a Vladivostok e alla Kamchatka, mi sembra un concetto assolutamente ineccepibile: se l’idea che abbiamo di Europa è un’idea basata sul sangue e sulla cultura piuttosto che meramente geografica, da essa non può certamente essere esclusa la Russia; dirò di più: ABBIAMO BISOGNO della Russia per disintossicarci degli effetti deleteri di tre quarti di secolo di americanizzazione.

Tuttavia, appena si esce da questa prospettiva e si pretende di allargare il fronte anti-occidentale all’intero mondo asiatico (quasi un pianeta nel pianeta), le perplessità diventano enormi: pensiamo alla Cina: Il colosso estremo-orientale non solo è tuttora una tirannide comunista, non solo opprime altri popoli negando il loro diritto di essere nazione, pensiamo innanzi tutto al Tibet, ma anche al Sinkiang, ma sebbene una ferrea censura abbia fatto filtrare ben poche tracce fino a noi, ci sono elementi sufficienti per sospettare che le atrocità commesse dal comunismo cinese siano tali da far sembrare quelle sovietiche, che pure a loro volta sorpassano quelle attribuite ai nazisti almeno di un ordine di grandezza, quasi dei peccati veniali.

C’è di peggio: oggi mettendo la manodopera servile dei laogai (i campi di concentramento cinesi che ospitano una popolazione di prigionieri ridotti in schiavitù numericamente quasi pari all’intera popolazione degli Stati Uniti) al servizio dell’industria americana, la Cina di oggi dimostra la totale compatibilità e complementarietà di comunismo marxista e capitalismo, nel totale dispregio dei diritti umani.

Tuttavia diciamolo: il vero punto nodale della questione, soprattutto oggi per ovvi motivi a cominciare dalla vicinanza geografica al continente europeo, è rappresentato dall’islam.

Occorre rilevare che atteggiamenti islamofili nei nostri ambienti sono purtroppo molto diffusi: l’avversione per l’imperialismo Usraeliano spinge molti ad esprimere un’aperta simpatia per l’islam. Si tratta quanto meno di una semplificazione pericolosa; infatti non sempre il nemico del nostro nemico è nostro amico.

Premesso che la solidarietà per coloro che si trovano in prima linea nella lotta contro l’imperialismo a strisce e stelle (a sei punte) o ne sono vittime, l’Iran e i Palestinesi, è fuori discussione, questo non si deve trasformare in una islamofilia che avrebbe l’effetto di disarmarci psicologicamente nei confronti dell’immigrazione in buona parte costituita da elementi islamici, né tanto meno indurci a simpatie nei riguardi di un terrorismo a sua volta ben più immanicato di quanto saremmo portati a credere, alla CIA e al Mossad.

Il fattore religioso esercita un ruolo molto meno importante e più ambiguo di quel che sembrerebbe a prima vista: Gli iraniani sono sciiti, i Palestinesi sunniti e con una non trascurabile componente cristiana. E che dire del fatto che i sauditi, i più intransigenti custodi dell’ortodossia islamica, sono buoni amici e soci di affari degli USA?

Devo essere sincero, neppure gli argomenti di coloro che esaltano la “purezza tradizionale” dell’islam in confronto al “corrotto Occidente” hanno molta presa su di me, perché la contrapposizione tra loro e noi non è religiosa, ideologica, di Weltanschauung, ma prima di tutto etnica e razziale. Se e quando noi riusciremo a ridiventare padroni in casa nostra, sarà nostro compito – nostro, non degli imam – ripulire l’Europa dalla corruzione importata dagli USA.

Ma soprattutto queste persone dovrebbero interrogarsi a fondo su cosa realmente intendono per “tradizione”: che l’islam sia una religione rozza, violente, intollerante, adatta a genti culturalmente deprivate, “beduina” sotto oggi aspetto, mi pare insensato dubitarne, e ancora più della “madre” ebraica e della “sorella maggiore” cristiana, porta evidente il marchio indelebile della sua origine abramitica.

L’islam tradizione? Non certo la nostra! Provate, per fare un esempio facilmente comprensibile, a pensare solo al patrimonio artistico e archeologico dell’Europa e dell’Italia nelle mani iconoclaste dei fondamentalisti islamici! Già in Iraq e in Afghanistan hanno fatto più devastazioni di quanto sia umanamente tollerabile. Vi ricordate dei Buddha di Bamjan presi a cannonate e dello scempio del museo di Baghdad? Il recentissimo analogo scempio compiuto dai fanatici dell’ISIS al museo di Mosul non è per nulla un fatto isolato. D’altra parte è assolutamente coerente con le prescrizioni del Corano che condannano come idolatra la riproduzione di figure umane e animali. Bella tradizione quella che consiste nella cancellazione delle testimonianze della storia!

Tutti questi ragionamenti non tengono conto di un fatto fondamentale: americanismo (american-sionismo) e islam possono benissimo accordarsi ai danni dell’Europa, lo si è visto con grande chiarezza nella crisi della ex Jugoslavia con la congiunta aggressione NATO-islam contro la Serbia.

Fu con ogni probabilità l’effetto di un pactum sceleris fra yankee e sauditi con la benedizione di Israele: la creazione di un’area islamica nel cuore dell’Europa, dalla Bosnia all’Albania, in cambio dell’isolamento internazionale di Saddam Hussein, più il controllo in mano a entrambi di importanti vie attraverso le quali far passare il contrabbando di armi, droga e il redditizio bestiame umano oggi rappresentato dai migranti.

Se noi andiamo a esaminare il terrorismo islamico fondamentalista abbastanza da vicino, riusciamo a leggerne il marchio di fabbrica: “Made in USA”. Partiamo da Al Qaeda, creata dalla CIA come legione straniera islamica per essere impiegata prima in Afghanistan contro i Sovietici, poi nella ex Jugoslavia contro la Serbia, passiamo per Saddam Hussein, “gonfiato” a dismisura di crediti e di armi per aggredire l’Iran, e arriviamo al califfato l’ISIS, anch’esso figlio della CIA, creato per agire contro la Siria di Bashar Assad. Perfino Hamas è una creatura del Mossad, allevata per fare concorrenza all’OLP che ai tempi di Arafat era un’organizzazione combattiva, non l’esangue fantasma che è diventata in mano al burattino Abu Mazen.

Sono stati gli USA, agendo in prima persona o attraverso la marionetta UE, la sedicente “Unione europea” a distruggere le forze che nel mondo arabo si opponevano al dilagare del fondamentalismo islamico, eliminando Saddam Hussein, e poi attraverso l’operazione pagliaccesca delle “primavere arabe” che non ha portato alla democrazia da nessuna parte, Mubarak e Gheddafi, e adesso continuano a provarci con la Siria di Bashar Assad. In questi casi, si badi bene, non sono stati distrutti o si è cercato di colpire a morte solo dei regimi più o meno autoritari, ma soprattutto quella concezione socialista, nazionale e laica che era rappresentata dal Baas iracheno e siriano, che in Egitto era l’eredità di Nasser e verso la quale era orientato sia pure in maniera più confusa, lo stesso Gheddafi, e che nel mondo arabo rappresentava l’unico vero ostacolo, l’unica vera alternativa al dilagare del fondamentalismo.

A mio parere, noi non dovremmo essere né occidentalisti né “eurasiatici” (tranne nel senso di includere nella nostra Europa anche la parte geograficamente asiatica della Russia), si tratta a mio parere di una falsa alternativa, ma EUROPEI etnicamente e culturalmente, europei fino al midollo, difendere il futuro del nostro continente rigettando sia la dominazione d’oltre Atlantico sia l’invasione allogena.

E’ una cosa piuttosto singolare, ma un miscuglio più o meno analogo di suggestioni ed equivoci di quello suggerito da “Eurasia”, si accompagna alla parola “Mitteleuropa”. Questo termine, che in tedesco significa semplicemente “Europa centrale”, assunse un importante significato politico all’epoca della Guerra Fredda; con esso si voleva evidenziare che al di qua e al di là della Cortina di Ferro non c’erano due mondi contrapposti, che a Vienna e a Monaco, ad Amsterdam e a Bruxelles da una parte, a Praga, a Budapest, a Varsavia, a Berlino est dall’altra, c’era un’unica cultura, un’unica civiltà che era stata innaturalmente smembrata da una duplice occupazione straniera, ed esprimeva l’aspirazione al superamento di una simile contingenza storica.

In Italia, in particolare nell’area triveneta, il significato di questo termine è stato svilito, si è fatto coincidere con quello dell’area dominata fino al 1918 dall’impero asburgico, ed ha assunto la valenza di nostalgia pre-unitaria e anti-italiana.E’ un fenomeno che abbiamo già visto, che ho esaminato anche nel mio articolo precedente, dove mi sono chiesto se esista o no un Volk italico: settant’annidi una democrazia bastarda e corrotta, imposta dalle armi del nemico, fondata sulla sconfitta e sul tradimento dell’8 settembre 1943, sul disonore nazionale, hanno ingenerato negli Italiani il disgusto e la vergogna di essere tali, e quindi la tendenza a inventarsi identità sostitutive e fittizie: padane, bi-sicule (Due Sicilie) o mitteleuropee, ma non è per l’essere italiani che si dovrebbe provare schifo e vergogna, ma per questa repubblica democratica.

Ciò che questi campioni identitari fautori di un concetto ristretto, municipalistico e localistico dell’identità sembrano ignorare, è proprio il fatto che sono perfettamente in linea con il piano Kalergi, il cui scopo ultimo, non dimentichiamolo, è la distruzione di qualsiasi identità europea. Come riferisce Gert Honsik in “Il piano Kalergi in 21 punti”, per aver svelato il quale ha dovuto subire una lunga detenzione:

“Kalergi proclama l’abolizione del diritto di autodeterminazione dei popoli e, successivamente, l’eliminazione delle nazioni PER MEZZO DEI MOVIMENTI ETNICI SEPARATISTI o l’immigrazione allogena di massa”.

Si riporta spesso una frase dello scrittore Karolus Cergolj che è diventata per così dire l’emblema dei mitteleuropei: “Ciò che è stato innaturalmente diviso, tornerà naturalmente a unirsi”.

Considerando gli eventi del 1989-91 dalla caduta del muro di Berlino alla scomparsa della stessa Unione Sovietica, questa frase ha il sapore di una profezia, ma se la riferiamo al contesto austro-asburgico antecedente al 1918, capiamo bene che non solo non ha nessuna possibilità di tradursi in concreto, ma è la nostalgia di una specie di fantasma di cui i popoli che lo componevano hanno solo preso a pretesto la sconfitta nella Grande Guerra per provocare la cessazione, che già prima di allora era dilaniato dagli insopprimibili antagonismi nazionali fra italiani e slavi, tedeschi e ungheresi.

Noi possiamo affermare con convinzione e determinazione: “Né Occidente né Eurasia, EUROPA!”. Così allo stesso modo possiamo dire con convinzione non minore e semmai più forte: “Né Padania né Due Sicilie, né Mitteleuropa (nel senso ristretto e “asburgico”), ITALIA!”.

Fabio Calabrese

 

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Categorie: Etnonazionalismo

Pubblicato da Fabio Calabrese il 7 Marzo 2015

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Miranda

    Chiaro , lineare,quello che fa per me. Leggendo la sua data di nascita sorrido,io sono nata nel ’54 ,in quell’anno il ” progresso” ci ha travolto o stravolto il volto . L’ italianità e’ la costante che non ho mai tradito e che ringrazio sempre,ora più che mai. Una battuta da pittrice: la bandiera europea senza il rosso e’ brutta . Cordiali saluti.

  2. Avvincente,da condividere totalmente nella visione presente e nella profondita´di prospettiva.

  3. Primula Nera

    Condivido quasi tutto ciò che scrive Calabrese(che stimo anche come scrittore),ma sulla visione che ha dell’Islam sono spesso in disaccordo.L’Isis non può rappresentare l’Islam nel suo complesso e,a tal proposito, val la pena ricordare che la cultura musulmana è presente nelle terre che oggi chiamiamo Irak da circa 1400 anni.In questo lunghissimo periodo i monumenti e,più in generale, l’arte preislamica erano sopravvissuti,prima dell’arrivo degli odierni barbari dell’esercito islamico del levante.Prova evidente della differenza tra la cultura islamica delle origini e quelli dell’Isis.
    Su tutto il resto:Russia,Cina,U.S.A,e sui rischi di un immigrazione di massa incontrollata,invece,non si può che essere sulla stessa linea di pensiero.

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