1921: Primavera di Bellezza (secondo capitolo)

1921: Primavera di Bellezza (secondo capitolo)

 

3. Il Ponte sospeso e il brodo di Carabiniere

 

Dopo un mese esatto da questi episodi, ancora nel capoluogo toscano, il 27 febbraio, alcuni anarchici lanciano contro un corteo liberale una potente bomba, che provoca due morti (un Carabiniere d un giovane dimostrante) e una ventina di feriti; immediata la reazione fascista: dopo una concitata riunione alla sede del Fascio, in piazza Ottaviani, vengono costituite cinque squadre che percorrono la città, imponendo la chiusura per lutto dei negozi e l’esposizione della bandiera a mezz’asta.

Vana è la ricerca dei caporioni anarchici e socialisti, indicati dalla voce comune come i responsabili, se non altro morali, dell’episodio; solo nella sede del Sindacato ferrovieri, viene trovato il segretario, Spartaco Lavagnini che, per la dura legge del taglione, è ucciso a revolverate dagli squadristi.

E’ un episodio molto grave, anche per l’efferatezza di alcuni particolari, veri o inventati, che trapelano, come quello della sigaretta messa in bocca alla vittima in segno di scherno; non serve a giustificazione il fatto che il crimine sia stato commesso “a caldo”, in uno stato, cioè di grande esasperazione degli animi, in uno sfogo liberatorio di odio troppo a lunga represso di fronte alla prepotenza avversaria.

Esso, in fondo, è un frutto caratteristico di quello squadrismo toscano che fa già tanto parlare di sé, non foss’altro per la sua intrinseca contraddittorietà: capace di eccessi e di cavallerie, grintoso e delicato, arcigno e beffardo; a Firenze, in particolare, a personaggi di spicco quali Dino Perrone Compagni, Manfredo Chiostri, Italo Capanni, si affianca una nutrita schiera di “uomini di mano”, spesso incontrollabili, veri protagonisti delle battaglie di strada: Amerigo Dumini, Bruno Frullini, Umberto Banchelli, Pirro Nenciolini e tanti altri.

A costoro non fa paura più di tanto il fatto che, per protesta verso il loro operato, il 28 sia indetto lo sciopero generale, prima cittadino, poi regionale: Firenze assume l’aspetto di una città in rivolta, dove si fronteggiano due realtà: da una parte la mobilitazione sovversiva dei quartieri popolari d’oltre Arno, dall’altra l’attivismo frenetico dei fascisti, che, alla fine, conteranno, oltre al caduto Giovanni Berta, una trentina di feriti.

In piccoli gruppi, gli squadristi tentano sortite in continuazione, e si spostano da una parte all’altra, utilizzando anche una dozzina di camion “prelevati” da varie ditte, così che, come commenta il solito spiritoso, questa volta: “e si potrà anche morire, ma senza che dolgano i piedi”.

La situazione è, comunque, molto grave, e minaccia di precipitare ed assumere toni ultrarivoluzionari; gli scontri hanno, infatti, fin dall’inizio, caratteri mai visti prima di crudezza e determinazione: anche chi, da un parte e dall’altra, ha fatto la guerra, è impressionato da una pratica di violenza quale non si era mai riscontrata prima.

In molti casi deve intervenire l’Esercito, che smantella ad una ad una, con autoblindo e mitragliatrici, le barricate erette all’ingresso dei quartieri rossi, al riparo delle quali sono stati apprestati appostamenti difensivi e, finanche, ospedaletti da campo per i feriti.

E’ in questo clima di grande tensione e brutalità accesa che, nella serata del 28, sul Ponte Sospeso, il giovane fascista Giovanni Berta viene aggredito, tramortito e gettato nel fiume, dove perisce miseramente.

Giovanni Berta è destinato a diventare certamente la più nota delle vittime fasciste del quadriennio; di lui parlerà anche Maurras, che nei “Dialogues sur le commandament”, lo citerà come esempio dell’idealismo che anima i fascisti e della crudeltà degli avversari; intorno al suo nome fiorirà una varia aneddotica, che continuerà per tutto il ventennio e farà del giovane martire il simbolo di tutti i caduti fascisti; alla Mostra della Rivoluzione fascista, organizzata nel decennale della marcia su Roma, sarà finanche esposto un pezzo della spalletta del ponte dal quale il giovane è stato fatto precipitare in Arno.

Questo, per una serie di motivi e concause di carattere soprattutto emotivo, difficili da indagare: probabilmente influiscono a creare il mito di Berta sia le tragiche modalità dell’assassinio, che vedono il povero giovane vittima inerme e isolato di una moltitudine inferocita, sia la personalità del caduto, il classico “bravo ragazzo”, coinvolto per pura fatalità, mentre tornava a casa in bicicletta, nella belluina esplosione di furia popolare.

Ciò che colpisce di più la pubblica opinione è la particolare crudeltà dei carnefici: essi, non contenti di aver aggredito e tramortito, in cento contro uno, il giovane, lo spingono a viva forza nel fiume, ben prevedendo la tragica, inevitabile fine; a complemento, mettono in giro anche un’odiosa strofetta, che dice:

Hanno ammazzato Giovanni Berta

Figlio di pescecani,

Beato il comunista

Che gli pestò le mani

Il 12 marzo, a perenne ricordo dell’episodio, i fascisti fiorentini porranno sul Ponte Sospeso una lapide commemorativa, “segno di perenne vergogna e ammonimento per tutti i vili, dell’una e dell’altra sponda”.

La sera del 1^ marzo, dopo che le ultime barricate sono state abbattute a cannonate dall’Esercito, la rivolta fiorentina ha termine; lo stesso giorno, ad Empoli si verifica, però, l’episodio più tragico di queste giornate insurrezionali in Toscana: due camion di Carabinieri e Marinai, scambiati per fascisti, sono attaccati dalla folla inferocita che fa una strage.

I militari viaggiano in borghese, ad eccezione dei Carabinieri che sono in divisa, e sono diretti proprio a Firenze per sostituire i ferrovieri in sciopero; contro di essi si scatena l’incontrollata e bestiale violenza della massa, sospinta anche da crudelissime “vergini rosse” ed eccitata dalla lunga propaganda d’odio contro i fascisti, dipinti come coloro che “venivano rubare, ad ammazzare, a dare fuoco”.

I morti sono nove, tutti tra gli assaliti, che non hanno avuto il tempo di difendersi; indicibili le nefandezze e le sevizie alle quali sono sottoposti i cadaveri; si parlerà di evirazioni e tagli di mani ed orecchie; si favoleggerà anche – e la cosa sarà creduta assolutamente verosimile, a testimonianza della crudezza dei tempi – di un “brodo di Carabiniere” preparato dai più scalmanati.

4. Arriva la “Disperata”

Dal clamore e dallo sdegno suscitato dal fatto trae vantaggio il proselitismo fascista; subito dopo l’eccidio, su Empoli convergono squadre da tutta la regione, incendiano la Casa del popolo ed imbandierano la città, senza che nessuno abbia niente a che ridire; da quel momento l’offensiva fascista in tutta la Toscana sarà inarrestabile, come era successo per l’Emilia dopo palazzo D’Accursio.

Effettivamente, il proselitismo fascista di giorno in giorno assume dimensioni sempre più rilevanti; i dati, riferiti al primo quadrimestre dell’anno, sono impressionanti:

–        fine del ’20: 88 Fasci, con 20.615 aderenti;

–        21 marzo del ’21: 317 Fasci, con 98.399 aderenti;

–        30 aprile del ’21(subito dopo le lezioni, cioè): 1.001 Fasci, con 187.098 aderenti.

Mussolini, sul Popolo d’Italia del 23 marzo, in coincidenza con il secondo anniversario di San Sepolcro, commenta:

Il fascismo è una grande mobilitazione di forze materiali e morali. Che cosa si propone? Lo diciamo senza false modestie. Governare la Nazione. Con quale programma? Col programma necessario ad assicurare la grandezza morale e materiale del popolo italiano… C’è un dato incontrovertibile, che attesta la vitalità prorompente del movimento fascista, ed è il proselitismo. Nessun altro Partito può competere con noi. I vecchi partiti non fanno reclute nuove, stentano a conservare le vecchie, che qua e là accennano a sbandarsi. Il fascismo, invece, vede sorgere i suoi gruppi a decine e decine, per generazione spontanea, tanto che, fra qualche mese tutta l’Italia sarà in nostro potere, e ci sarà concesso di condurre a termine l‘unica rivoluzione possibile ed auspicabile in Italia, quella agraria, nei modi diversi suggeriti dalle diverse condizioni ambientali.

Le campagne, quindi, non sono percorse solo dai camion squadristi, ma anche dai propagandisti fascisti, che predicano un verbo fatto di difesa dei diritti dei combattenti, arbitrato e collaborazione, in cui essi credono e che convince le masse contadine, stanche degli eccessi del leghismo.

Anche nelle città, nel contempo, l’affermazione fascista assume toni più consistenti, come testimonia il diciannovenne Signoretti:

Il fatto è che il movimento fascista irrompeva da ogni lato, ed era diventato fenomeno sul piano nazionale. Io ne ero fiero: mi pareva di uscire da un periodo di clandestinità verso la maggioranza dei conoscenti, i quali, quando avevo occasione di dichiarare loro che ero fascista, non ne avevano spesso la minima nozione, e dire di essere fascista equivaleva a dire di essere ostrogoto. Di inferiorità, soprattutto, verso i colleghi universitari socialisti, popolari, democratici, che dimostravano il più sovrano disprezzo verso il fascismo, considerato un movimento di quattro gatti, di alcuni invasati senza la minima eco. Anche al mio paese, come fascista ero isolato…

 

L’altra faccia del proselitismo è, però, l’inevitabile stillicidio di violenze a cui esso si accompagna; soprattutto nei primi tempi i precedenti padroni della piazza non vogliono cedere, e tra i nuovi arrivati c’è qualcuno che deve saldare vecchi conti, vendicare vecchie prepotenze: tenere il conto delle violenze che accompagnano il primo quadrimestre del ’21 è impresa ardua e pressocchè impossibile.

Al termine, in maggio, la Venezia Giulia, la valle del Po, l’Emilia, la Toscana, l’Umbria, la Puglia e gran parte del Piemonte saranno “militarmente” in mano al fascismo; l’“inestricabile succedersi di provocazioni, violenze, rappresaglie e controrappresaglie” si conclude con lo squasso completo, e con la conseguente riduzione all’impotenza, dell’apparato di leghe, cooperative e Municipi socialisti.

Le azioni squadriste diventano ogni giorno più complesse, meglio organizzate e gestite sotto un profilo “tecnico”, e contribuiscono a fare di questo breve periodo il momento determinante per l’affermazione del movimento; la mobilità è uno dei segreti del successo: l’impiego dei mezzi è il più disparato: gli uomini si spostano con camion (soprattutto), ma anche a cavallo, con biciclette, calessi, e, in qualche occasione, come a Muggia ai primi di marzo, scendono in campo aerei e mezzi navali.

Infatti, gli squadristi prima fanno sorvolare la città dall’alto, per rendersi conto degli apprestamenti difensivi e della consistenza numerica degli avversari, poi, vista la difficoltà di entrare via terra, sequestrano di notte un vaporetto e sbarcano in città dal mare: la sorpresa è totale, e l’incendio della Camera del lavoro inevitabile.

Il Fascio triestino, con azioni come questa e come quella di Pola, dove, nelle stesse giornate, a seguito dell’uccisione di un fascista, gli squadristi costituiscono un “tribunale rivoluzionario” – presieduto da Giunta – e arrivano così a scoprire il responsabile dell’omicidio, si conferma all’avanguardia del movimento.

Lo squadrismo toscano non è da meno, e sue sono le clamorose azioni che prevedono lo spostamento di gruppi numerosi, per più giorni, da un centro all’altro: è il caso della nota “spedizione su Perugia”, durata dal 23 al 27 marzo.

Protagonisti sono, ancora una volta, gli squadristi fiorentini, primi fra tutti i componenti “La Disperata”, squadra d’azione costituita il 14 marzo, con solo 21 soci, che avrà fama e notorietà, fino a simboleggiare tutto lo squadrismo del periodo.

“La Disperata”, anche detta “La Compagnia della Guardia”, era già stata una formazione ardita, organizzata da Keller a Fiume; composta da elementi particolarmente spericolati, era stata guidata da due medaglie d’oro: Rossi Passivanti e Ulisse Igliori.

Il nome era piaciuto, e, per questo, viene ripreso dagli squadristi fiorentini e, per il valore simbolico che assumerà, fatto di ardimento spregiudicato e indifferenza al pericolo, molti anni dopo, anche Ciano e Pavolini, ai tempi della guerra d’Etiopia, chiameranno la loro squadriglia aerea nello stesso modo.

Anzi, per meglio marcare questa discendenza ideale, Ciano lascerà cadere su Addis Abeba non ancora occupata, il gagliardetto originale della squadra fiorentina, e Pavolini, dal canto suo, scriverà l’inno della squadriglia, con espliciti riferimenti ai precedenti toscani:

O vecchia fiamma della Disperata

nascesti a Fiume, degli Arditi al canto,

di noi squadristi fosti segno e vanto

ora t’abbiamo in Africa portato

e sventoli alle eliche e ai monsoni

fiamma per te comincia la terza primavera

il mostro comandante è di una razza fiera

il Negus si piegherà

l’inglese si pentirà

col tiro delle bombe imporremo la civiltà.

Vita sei nostra amica. Morte sei nostra amante

nella prima carlinga è Ciano comandante

a chi ci seguirà il varco aprirà

anche la geografia bombardando si rifarà

Proprio alla Disperata i fascisti perugini, guidati da Bastianini, chiedono auto e soccorso, dopo il ferimento del diciannovenne Pietro Romeo: la volontà di non più tollerare nel capoluogo umbro la prepotenza avversaria, è stata dichiarata in un bellicoso manifesto fascista:

Nella lotta iniziata, non per colpa nostra, vi giuriamo che non avremo né debolezze, né titubanze. Perugia deve essere liberata dall’incubo opprimente di questi assassini in veste da umanitari. Una parola di sangue brilla davanti ai nostri occhi: vendetta! A noi! La nostra azione santa è contro tutte le provocazioni e tutte le violenze! Tutti i dirigenti sovversivi, che sempre incitarono alla lotta sanguinosa, sono dichiarati fin d’ora responsabili di quanto può accadere… A Perugia si può morire, ma si deve vincere!

Il viaggio da Firenze a Perugia dei tre camion squadristi, con un’ottantina di uomini a bordo, è contrassegnato da una serie di imboscate, più o meno sanguinose, facilitate dalla partenza frazionata dei camion stessi dal capoluogo toscano: infatti, i primi ventuno squadristi, scelti preferibilmente tra i non ammogliati e con esclusione di ogni “bischeretto”, arrivano quasi indenni a Perugina, con il loro 18 BL, dopo otto ore di viaggio su strade infide e pericolose.

Alla malcelata delusione dei camerati perugini per la esiguità numerica del soccorso, i nuovi venuti rispondono con i fatti, e, sistemati alla bell’e meglio dal punto di vista logistico, si danno ad un’efficace opera di “ripulitura” ricostruita nell’ironico racconto di Piazzesi:

Passata così la prima giornata di assestamento, ogni sera si compilava una specie di programma per il giorno seguente, che aveva, in genere, regolare svolgimento. Nella mattina, sul tardi, ricognizione alla periferia, poi colazione all’Italia; nel pomeriggio, fino a notte, visite, non troppo diplomatiche, a quel poco di rosso che era rimasto e alle case dei capoccioni rossi.

 

Gli altri due automezzi, con alcune auto di rinforzo, sulle quali hanno preso posto i maggiori esponenti del Fascio fiorentino, Chiostri, Frullini e lo stesso Perrone Compagni, bloccati nell’attraversamento dei paesi dalla fucileria avversaria, per evitare di correre più gravi rischi, in qualche caso sono costrette ad allungare il percorso, e tardano ad arrivare.

Comunque, alla fine, il ricongiungimento avviene nel capoluogo umbro, e, dopo alcuni giorni, nel corso dei qual vengono organizzati tre comizi in città, i fascisti ripartono; qualcuno, più “intellettuale”, ha approfittato della “gita” per dare un’occhiatina ai monumenti, ma tutti riportano a casa, ai camerati che non sono partiti, il ricordo (e il racconto, più o meno fedele ed “esagerato”) di giornate indimenticabili di avventura e divertimento.

 

 

 

 

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Categorie: Storia del Fascismo

Pubblicato da Giacinto Reale il 10 Marzo 2015

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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