Un dibattito non concluso (implicazioni culturali e politiche dell’illuminismo e del romanticismo)

Un dibattito non concluso (implicazioni culturali e politiche dell’illuminismo e del romanticismo)

Ultimamente, mi è capitato di tornare a riflettere su quello che è stato (è tuttora al presente nella misura in cui, attenendosi a un concetto di cultura che a molti appare ormai arcaico e desueto, si ritengono importanti certe riflessioni per capire noi stessi), uno dei dibattiti più importanti, forse il dibattito per eccellenza della cultura europea, il confronto illuminismo-romanticismo.

L’occasione mi è stata offerta dal lavoro di recensione del libro “Mistica Volkisch” di Federico Prati, Luca Lionello Rimbotti e Silvano Lorenzoni, infatti, l’etnonazionalismo Volkisch a cui i tre autori si ispirano, lo ripropongono oggi con un’operazione che indubbiamente non manca di coraggio, è nato in Germania nel tardo XIX secolo, fortemente intriso di cultura romantica, per poi confluire dopo la prima guerra mondiale nel movimento nazionalsocialista.

Le parole d’ordine, “sangue e suolo”, sono tipicamente romantiche (come dimenticare al riguardo Fichte e i “Discorsi alla nazione tedesca”?), e ancor più in linea con lo spirito del romanticismo è l’afflato religioso, la volontà di riconnettere l’uomo e la comunità di cui fa parte a una dimensione sacrale.

 Si comprende bene che tutto ciò ha senso nell’ambito di una visione politica organicistica. I legami che stringono gli uomini, ne fanno una comunità senza sacrificare l’autonomia della persona, il tesoro prezioso della personalità (che è altra cosa dall’individualismo), infatti, non sono quelli esteriori, legalistici, formalistici previsti dal contratto sociale caro agli illuministi (l’idea stessa del contratto come base della vita sociale, presuppone l’individualismo e ha come inevitabile conseguenza la società meccanica e anonima nella quale le varie individualità si annullano reciprocamente), ma i legami di sangue, di affetti, di memoria storica condivisa, che sono appunto organici, differenti, peculiari, irripetibili per ciascuna comunità. Da qui l’assoluta centralità nella nazione, natio, intesa come comunità di sangue, e l’opposizione frontale e irriducibile a ogni forma di cosmopolitismo mondialista, compreso, s’intende, quello cristiano, ragion per cui la religiosità che promana dalle pagine dei nostri tre autori non può essere altro che una religiosità di tipo pagano.

L’illuminismo, al contrario, se ne esce da “Mistica Volkisch” con una condanna senza appello, esso sarebbe in sostanza il corrispettivo culturale di quel momento sovversivo “democratico” che nell’arco di due secoli ha scardinato l’ordine tradizionale dell’Europa, provocato il declino del nostro continente, e che oggi ci impone gli orrori di una società mondialista, globalizzata e meticcia.

Tutto ciò mi ha ricordato molto da vicino le tesi presenti nel saggio di uno scrittore francese, Paul Serant, “Romanticismo fascista”, che lessi diversi anni fa (e non ho purtroppo sottomano, cosa che succede quando ci si avvale dei prestiti delle biblioteche pubbliche). Secondo questo autore, sebbene il romanticismo sia diffuso anche presso gli antifascisti, non si trova un solo intellettuale fascista che non abbia almeno qualche tratto romantico.

Questione risolta, conclusa, archiviata, dunque? Io avanzerei qualche dubbio. Vediamo subito che nell’accezione comune, nel linguaggio dell’uomo della strada, “romantico” significa qualcosa di sentimentale, di emotivo, diciamolo pure, di femmineo, che mal si concilia o non si concilia affatto con quella che prima ancora della nostra Weltanschauung, dovrebbe essere la nostra cifra esistenziale, volta all’affermazione di valori energici e virili.

Naturalmente, s’intende, questa è una grossolana semplificazione che non rende certo giustizia a ciò che un movimento culturale importante e complesso come il romanticismo ha rappresentato nella cultura europea, ma bisogna ammettere che non è del tutto campata in aria.

Diciamolo pure: il romanticismo è stato un movimento complesso e sfaccettato, e come tale non esente da contraddizioni. Fatalmente, in un grande fiume finisce per confluire anche qualche rivolo di acqua putrida.

Parlando delle contraddizioni del movimento romantico, forse la più vistosa riguarda l’atteggiamento nei confronti della religione. Secondo la vulgata più comune, quella diffusa dalle storie della letteratura liceali, i romantici sarebbero stati ferventi cristiani in opposizione all’anticlericalismo degli illuministi. Non è esattamente così. Madame De Stael è ammirabilmente chiara, vede una netta opposizione fra l’uomo antico, uomo della serenità, dell’equilibrio, dell’armonia, della pienezza degli istinti vitali, e uomo moderno, di una “modernità” che inizia col cristianesimo: uomo lacerato, in conflitto con se stesso, condannato alla perpetua lotta fra ragione e istinto, in una parola: malato.

Basterà aggiungere a questi concetti l’idea di uno sforzo volontaristico per recuperare “la grande salute” andando oltre e fuori dal cristianesimo, per veder sorgere la filosofia di Nietzsche che sta in piedi sulle basi romantiche. Nietzsche è un figlio assolutamente legittimo del romanticismo. Ora, provate ad accostarlo, per esempio a Manzoni. Il contrasto non potrebbe essere più stridente.

Su di un fronte almeno, che non è quello del conflitto con l’illuminismo, bisogna dare al romanticismo, più che la palma della vittoria, cappotto completo, ed è il confronto con il classicismo.

“Classicismo” non significa classicità (che invece i romantici tenevano in grande considerazione), è la ripresa esteriore di formule latineggianti, nel fraintendimento dello spirito romano e nell’ignoranza completa dell’ellenicità olimpica. Il classicismo è stato promosso dalla Chiesa cattolica a partire dalla Controriforma, per accentuare al massimo la distanza fra il mondo germanico protestante e quello latino cattolico.

Ora, va detto fuori dai denti: la Germania è il cuore del nostro continente, non solo in senso geografico ma anche storico e culturale. Anti-tedesco significa sempre in una qualche misura anti-europeo.

Ma l’illuminismo merita per davvero la condanna completa e senza appello di cui ne hanno fatto oggetto i romantici e sulla loro scia gli  etnonazionalisti Volkisch di  ieri e i nostri tre autori di oggi?

L’illuminismo, non andrebbe dimenticato, è nato come comprensibile e giustificata reazione alle guerre di religione che avevano devastato l’Europa nei due secoli precedenti, culminando con le distruzioni particolarmente atroci della guerra dei Trent’Anni che avevano devastato la Germania. Fu da qui che nacque lo spirito laico. Solo che l’illuminismo ha, per così dire, buttato via il bambino assieme all’acqua sporca, trasformandosi in un attacco generalizzato a tutte le tradizioni, a tutta la cultura e a tutte le istituzioni che rappresentavano l’ordine tradizionale dell’Europa.

C’entra naturalmente anche il fatto che in tal modo si è data libertà di azione a una minoranza religiosa fin allora emarginata che a quel tempo rappresentava gli unici non cristiani d’Europa, una minoranza fin allora emarginata, ma a cui la pratica dell’usura aveva permesso di accumulare notevoli ricchezze, animata da un forte senso di risentimento e di rivalsa, che ha usato tutti i mezzi di cui disponeva per allargare quanto più possibile tutte le crepe nell’ordine tradizionale europeo, in campo politico come culturale, artistico, etico e via dicendo.

L’illuminismo fu strettamente legato all’evoluzione politica e culturale dell’Inghilterra per la quale gli illuministi francesi professavano una grande ammirazione: alle istituzioni insediatesi nell’Isola dopo l’usurpazione del 1688, alla filosofia di Locke e di Hume, alla scienza di Newton. A sua volta, la situazione inglese fu certamente influenzata dal fatto che nel 1688 salì sul trono britannico lo statholder d’Olanda, e l’Olanda era a quel tempo dominata in tutti i suoi aspetti sociali, politici, culturali, da calvinisti e da appartenenti alla minoranza di cui sopra.

In genere, i manuali di storia della letteratura e di storia della filosofia sottovalutano nettamente l’importanza di questo legame. L’insistenza degli illuministi sul concetto di ragione fa sì che essi siano apparentati piuttosto al razionalismo che agli empiristi inglesi, ma in realtà essi hanno ben poco a che spartire con il razionalismo di Cartesio, Leibniz, poi degli idealisti, così come il razionalismo degli idealisti (Fichte, Schelling, Hegel) non toglie nulla al fatto che proprio l’idealismo sia il corrispettivo filosofico del romanticismo. Gli estensori di questi manuali talvolta sembrano ragionare in maniera talmente schematica da autorizzare il sospetto che costoro per primi dovrebbero rifare le scuole superiori.

Questione decisa, risolta, archiviata? Io non ne sarei tanto sicuro.

Noi comprendiamo che la diffusione delle idee illuministe ha avuto un ruolo di primo piano nello scardinare l’ordine europeo tradizionale… eppure!

Eppure pensiamo solo al fatto che se l’illuminismo non ci fosse stato chi, come gli etnonazionalisti Volkische d’altra parte noi stessi, avesse voluto farsi portatore di una religiosità diversa da quella cristiana, la prospettiva più probabile che si sarebbe trovato di fronte sarebbe stata il rogo!

Io vorrei sottolineare che da questo punto di vista i protestanti non si sono rivelati migliori dei cattolici: quelli stessi che lamentavano l’oppressione dell’inquisizione cattolica, hanno perseguitato con durezza gruppi dissidenti come gli anabattisti. La Chiesa cattolica ha ridotto al silenzio Galileo, i protestanti hanno fatto lo stesso con Keplero.

Con particolare infamia si ricorda la malizia di Giovanni Calvino che fece venire Michele Serveto a Ginevra con l’inganno al solo scopo di poterlo bruciare sul rogo.

Nel calvinismo c’è una vena mica tanto nascosta di intolleranza fanatica, e se pensiamo che esso è la base ideologica della democrazia yankee, ci sono chiari i motivi dell’impossibilità per questa democrazia di tollerare che al mondo esista qualcosa di non assimilabile a essa, e ci sono evidenti le ragioni delle tragedie della storia europea e mondiale dagli inizi del XX secolo a oggi.

Proprio perché la democrazia di oggi è una realtà tirannica, l’esatto contrario dei principi libertari proclamati dagli illuministi, noi possiamo apprezzare appieno il valore di questi ultimi.

“Non sono d’accordo con le tue idee, ma mi batterò fino alla morte perché tu possa professarle liberamente” (Quel “non essere d’accordo” è una precisazione importante, perché tutti, compresi i fondamentalisti islamici, sono pronti a battersi per la libertà di professare idee che condividono). In realtà non si sa se Voltaire abbia detto questa celebre frase che comunemente gli viene attribuita, ma di certo sintetizza bene il suo pensiero. Oggi che nelle nostre democratiche democrazie si moltiplicano le fattispecie di “reati d’opinione” volti a colpire sempre e solo una determinata parte politica, se Voltaire fosse vivo ai nostri giorni, la sua intransigente difesa della libertà, con ogni probabilità lo farebbe etichettare come “un fascista”.

Prova ne sia che l’insigne linguista Noam Chomsky è certamente da considerare un moderno erede di Voltaire. Per aver sostenuto che anche coloro che non credono alla storia dell’olocausto hanno il diritto, come tutti gli altri, di esprimere le loro idee, si è visto attaccare dai soliti democratici in servizio permanente effettivo, “compagni” e servi del potere assortiti, accusato di essere un antisemita. Quel che rende particolarmente grottesca la faccenda, è il fatto che Chomsky è ebreo.

Bisogna anche considerare il fatto che tra illuminismo e romanticismo non correva il muro di Berlino. Ci sono figure di transizione fra illuminismo e romanticismo; in Germania Gottholb Efraim Lessing e il Goethe della maturità, in Italia il nostro Giacomo Leopardi, senza considerare che taluni hanno considerato lo stesso Nietzsche un tardo illuminista a motivo della sua polemica anticristiana.

Come il romanticismo non è un fenomeno omogeneo, così non lo è neppure l’illuminismo. Tra gli illuministi, quello considerato maggiormente “a sinistra” è con ogni probabilità Jean Jacques Rousseau. Tra le sue idee si possono ricordare il contratto sociale con tutto quello che implica, il mito del buon selvaggio, con tutte le sue conseguenze disastrose nei rapporti con le popolazioni extraeuropee, e soprattutto come teorico del comunismo è stato un precursore di Marx, è stato probabilmente il primo a diffondere l’idea che basti abolire la proprietà privata per realizzare la felicità in terra.

Eppure, anche in mezzo a questo ciarpame che è passato poi a costituire gran parte dell’armamentario ideologico della sinistra, è possibile trovare qualche idea e suggestione in cui ci possiamo riconoscere, come una pagliuzza d’oro in mezzo al fango: in primo luogo l’idea che la storia è un progressivo e degenerativo allontanamento da una condizione naturale originaria, da una purezza primeva, idea che falcia spietatamente sotto i piedi l’erba a qualsiasi suggestione o illusione di progresso.

Secondariamente, la sua critica al cristianesimo. “Il cristianesimo”, egli afferma, “Separa l’uomo dal cittadino”.

L’oggetto del contendere, lo capiamo, è la dimensione etica. Il campo normale di applicazione della morale è il rapporto fra gli uomini, fra il singolo e gli altri membri della comunità di cui fa parte. La morale cristiana e più in generale quella di tipo abramitico, distrugge questo tipo di rapporto per sostituirvi il dialogo/monologo con una supposta divinità, e il comportamento dell’uomo diventa semplicemente un mezzo per ingraziarsi quella che ritiene sia la sua approvazione, per fare quella che ritiene la sua volontà, ed è del tutto accessorio se questa morale prescriva di comportarsi bene col prossimo o invece lo sterminio degli “infedeli”.

Ora si vede bene che non esiste UNA morale della quale si possa parlare in termini oggettivi, esiste una pluralità di morali, e qui Rousseau anticipa Nietzsche.

Io non credo sia possibile addivenire a una condanna globale dell’illuminismo, così come non si può dare al romanticismo un’adesione incondizionata. Il dibattito fra questi due atteggiamenti della cultura europea non è ancora concluso, e forse non può esserlo.

Fabio Calabrese

Se hai letto fino in fondo hai dimostrato interesse per questo contenuto.
Per piacere esprimi una tua reazione cliccando su una delle emoticon
Grazie!

Loading spinner
Print Friendly, PDF & Email
Categorie: Inattuale

Pubblicato da Fabio Calabrese il 19 Febbraio 2015

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Lascia un commento

    Fai una donazione


  • le nostre origini

  • a dominique venner

  • post Popolari

  • Ultimi commenti
  • archivio ereticamente

    Tag

    Newsletter

    navigando