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Dikaiosyne – Bilancia e Spighe

Dikaiosyne – Bilancia e Spighe

Nessuno dei poeti di quaggiù ha mai cantato né mai canterà in modo degno il Luogo Iperuranio … l’Essere che realmente è, senza colore, senza forma ed invisibile, che può essere contemplato solo dall’Intelletto timoniere dell’anima ed intorno a cui verte il genere della vera conoscenza, occupa questo Luogo … e nel ciclo che compie vede la Dikaiosyne in sé, vede la Sophrosyne in sé, vede l’ Episteme … quella Scienza che si fonda su ciò che è veramente Essere.” (Platone, Fedro 247 b-d)

 

Dikaiosyne con la bilancia e spighe di grano. Frigia, 54-68 dell'era volgare (von Aulock, Phrygiens 1031)

Dikaiosyne con la bilancia e spighe di grano. Frigia, 54-68 dell’era volgare (von Aulock, Phrygiens 1031)

Questo è il terzo scritto che ho deciso di dedicare all’indagine teologico-filosofica relativa alle differenti forme della Giustizia – Giustizia che noi chiamiamo con un unico nome, a ragione del resto, visto che l’essenza della Dea è sempre la medesima nei vari ordinamenti divini, universali ed encosmici, ma i Teologi della Tradizione Ellenica ci hanno tramandato diversi nomi che i moderni cercano di rendere, di volta in volta, con vari termini, come ad esempio ‘giustizia’, ‘rettitudine’ e sinonimi di questo genere. Già il fatto stesso che, nella raccolta degli Inni Orfici, si trovino quattro differenti Inni, posti in stretta successione, dedicati a divinità legate alla sfera della Giustizia (Inno a Nemesi; ‘profumo’ di Dike; ‘profumo’ di Dikaiosyne; Inno al Nomos – si noti altresì la perfetta proporzione che intercorre fra questi quattro termini, numero 4 non per caso, come vedremo in seguito) ci dice chiaramente ed in modo evidente che dobbiamo sempre tener presente che esistono diverse Monadi della Giustizia comunemente intesa, e che ciascuna di esse dà luogo alla sua propria serie, a processioni e forme divine, ed illuminazioni corrispondenti nel mondo del divenire. Perciò, tenendo conto di questo dato ineludibile, abbiamo dapprima tentato un’indagine a proposito di Dike in quanto “compagna” di Zeus Demiurgo universale e ‘figlia’ del Nomos Cronio; quindi, nell’articolo precedente, ci siamo volti alla ‘contemplazione’ sia della forma encosmica di Dike in quanto “figlia di Zeus” sia del Nomos Basileus, dalla sua più alta apparizione fino alla sua ‘discesa’ nella storia stessa dell’Ellade, completando, per quanto possibile, la serie di Giustizia e di Legge, dall’alto fino alle manifestazioni immerse nel tempo e nella materialità, Modelli ed immagini riflesse. Ora, sempre per amor di completezza, non possiamo che volgerci alla meditazione su Dikaiosyne, questa terza Dea della Giustizia, superiore a tutte quelle che abbiamo fin qui menzionato, perché è posta dal divino Platone (cf. il passo citato in apertura) fra le Idee contemplate dagli stessi Dei e dalle anime felici al seguito degli Dei al di sopra della volta ‘celeste’, ossia nel Luogo Iperuranio. La Triade del Luogo Iperuranio “deve essere avvicinata in modo mistico”, come ci avverte il sapientissimo Proclo (Theol. IV 18: “Riassunto di quanto si è detto a proposito del Luogo Sopraceleste”), perché, nell’ascesa dell’anima, esso rappresenta appunto il Luogo in cui le  anime si nutrono e si allietano, e gli Dei stessi procedono al ‘banchetto’. Anticipando un poco quanto tratteremo a breve in modo più esteso, il Luogo Sopraceleste è costituito dalla “Pianura della Verità”, dal “Prato” e dal “Nutrimento Intelligibile”, che corrispondono esattamente alla Triade menzionata da Platone, Dikaiosyne (Giustizia in sé) ossia la Pianura, Sophrosyne (Sapienza in sé) ossia il Prato ed Episteme (Scienza in sé) ossia il Nutrimento – questo è l’ultimo limite, in senso ascendente, prima dei sacri Dei Noetici, della ‘caverna di Phanes’ e dell’ “adyton del Santuario”. Che queste non siano semplici invenzioni poetiche, come qualcuno ha avuto il coraggio di affermare, ma appunto symbola misterici che rivelano anche la Gerarchia divina, lo si può comprendere ricordando che abbiamo già incontrato qualcosa di simile, proprio nei frammenti orfici relativi ai “consigli della triplice Notte” rivolti a Zeus: come avevamo visto nel precedente articolo,

presso Orfeo, è obbedendo ai consigli della Notte che Zeus fa sedere Nomos accanto a sé” (Orph. fr. 160 Kern) – la triplice Notte è pertanto anteriore a Zeus, sia secondo la Teologia Orfica sia secondo Platone. Non solo, Zeus è allevato “nella caverna della Notte, dato che il Teologo afferma esattamente ciò che anche Platone dice su di Lui; e infatti rappresenta anche Zeus con attributi demiurgici ed intento a stabilire leggi” (Herm. in Phaedr. 248); senza contare che la triplice Notte precede il regno di Urano, ossia la “volta celeste” di cui parla lo stesso Platone nel Fedro – risulta così dimostrato quanto avevamo detto poco sopra, la superiorità di Dikaiosyne, una delle tre Notti, rispetto a tutti gli altri ordinamenti divini, persino di Urano, Crono e Zeus: “non senza ragione ebbe questi tre nomi: Dikaiosyne assoluta, Sophrosyne assoluta, Episteme assoluta. Tramandandosi infatti tre Notti presso Orfeo … afferma che la prima dà oracoli, cosa propria dell’Episteme [“la Scienza fa splendere le conoscenze sugli Dei” = gli oracoli; cf. Pr. Theol. IV 44], chiama quella di mezzo venerabile, prerogativa della Sophrosyne, e dice che la terza, Dikaiosyne, partorisce [divide e distribuisce perché “la Giustizia è garante della distribuzione dei beni in base al merito” Theol. IV 45] (Herm. in Phaedr. 247)

Affidandoci quindi agli insegnamenti dell’ottimo Ermia e a quelli del divino Proclo (una trattazione completa in Theol. Libro IV, soprattutto i capitoli 6-16 e 34), siamo già giunti a scoprire che vi è perfetta corrispondenza fra Orfeo e Platone, fra quanto dice il Teologo in modo mistico a proposito delle tre Notti – la prima che permane nascostamente con il Padre, Phanes, la seconda che corrisponde alla Potenza e per questo è detta unirsi al Padre, perché la Potenza, secondo gli Oracoli, è sempre in congiunzione con il Padre ed infatti “(Phanes) genera le Notti, e, in qualità di padre, si unisce a quella mediana: “Egli infatti di sua figlia colse il fiore della gioventù” (Pr. in Tim. I 450), e la terza, Dikaiosyne, che corrisponde all’Intelletto di questa Triade e ‘partorisce’ poiché introduce, come si è detto, la divisione e la distribuzione, ed anche il Numero divino che è appunto dal triplice carattere, “generativo, misuratore, perfezionatore” – e quanto insegna Platone, dandoci un preciso indizio a proposito delle Notti, visto che ha caratterizzato il Luogo Sopraceleste come “senza colore, senza forma ed invisibile, che può essere contemplato solo dall’Intelletto timoniere dell’anima”. Del resto, una breve ricerca nei dialoghi ci mostra subito che Dikaiosyne, Sophrosyne ed Episteme sono sempre collegate: Platone le ricollega nel Simposio (209a; e nel Menone, 73b), e negli Amanti (138b) afferma che Sophrosyne e Dikaiosyne sono equivalenti e praticamente la stessa cosa (identità di essenza, come indica il nome unico e ‘generale’ di “Notte” riferito alle tre Dee); Dikaiosyne collegata strettamente all’Episteme ritorna anche nell’Ippia Minore (375d); lo stesso Plutarco le mette sempre in relazione (ad esempio, De Fortuna 1); non per caso, infine, nella triade delle Virtù presentata nel Protagora (325a) ritroviamo appunto Dikaiosyne, Sophrosyne, e come terza non l’Episteme, bensì la Sacralità, τὸ ὅσιον, perché la massima forma di Eusebeia si trova appunto in questo ordinamento, quella che precisamente è il requisito per superare infine anche il ‘prato’, ottenere il ‘nutrimento’ e vedere il ‘Santuario’ – spiegheremo meglio in seguito il significato di questi simboli nell’ambito della Tradizione Ellenica. Per ora, si rende assolutamente necessaria un’analisi di questa Triade in cui abbiamo ritrovato la nostra amata Dikaiosyne, Triade che abbiamo scoperto corrispondere tanto al Luogo Iperuranio descritto da Platone, quanto alle tre Notti della Teologia Orfica – ora vedremo che corrisponde anche alla prima Triade degli Dei Noetici-e-Noerici della gerarchia divina; vedremo altresì quali essenze, potenze ed attività possegga, per arrivare poi a scorgere la serie divina che da lì si diparte e a cosa dia luogo nel mondo del divenire e per i mortali: questo, in estrema sintesi, lo sviluppo del presente studio.

Possiamo iniziare con il riprendere quanto detto al principio, ossia che il numero sacro di questa Triade è il 4, come afferma anche Giamblico (Theol. Arithm. 24), legando in modo specifico Dikaiosyne a Philia (amicizia) e a Kallos (bellezza) come quarta Virtù – questo per una ragione ben precisa: la divinità che precede le Notti nella serie regale, tanto secondo il mito tanto secondo la gerarchia divina, è esattamente Phanes “il Dio dai quattro volti” (“è per questo che il Teologo forgia un Vivente dagli attributi universali, attribuendogli teste di capro, di toro, di leone e di serpente, e fornendo a lui per primo, in quanto primo Vivente, il sesso maschile e quello femminile: femmina e genitore il potente Dio Erikepaios, dice il Teologo” in Tim. II Libro – sulla corrispondenza fra il Vivente-in-sé e Phanes Orfico). Ora, questi quattro volti corrispondono agli originari ed intelligibili Modelli che hanno sussistenza nel Vivente Intelligibile – e sono quattro perché hanno fatto la loro apparizione nella prima Tetrade completa, ossia Phanes. Ebbene, anche secondo la dottrina pitagorica esposta da Giamblico e, ben prima, da Platone stesso nel Timeo, la decade è il numero sacro del Demiurgo universale e del Cosmo, ma “le radici della decade sono i numeri fino a 4, ossia 1,2,3,4” (Theol. Arithm. 23). E’ secondo questi quattro Modelli che si è poi sviluppata la Demiurgia tetradica: la prima causa produttrice del Cosmo è una Tetrade. A tal proposito, è bene citare  l’Inno Pitagorico al Numero (perché, come abbiamo detto all’inizio, le tre Notti, e Dikaiosyne nello specifico, fanno procedere anche il Numero divino e per questo vengono subito dopo Phanes nella Teologia), riportato da Proclo stesso (in Tim. III, 105-107):

“Numero che procede dall’inviolato abisso della Monade, fino a che non arrivi alla sacra Tetrade … e ciò dà nascita alla Decade che è la Madre di tutte le cose. Il padre dei Versi Aurei glorifica anche la Tetrade, chiamandola ‘fontana della sempre fluente Natura’ perché il Cosmo fu ordinato dalla Tetrade, che procede dalla Monade, e dalla Triade, ed è completo nella Decade in quanto è inclusiva di tutte le cose… la decade è il numero del Cosmo… i Pitagorici considerano la Decade adatta al Demiurgo e al Fato.”

Ritornando quindi alla gerarchia divina, sappiamo che “la divina luce di Phanes… certo Protogonos nessuno lo guardò con i propri occhi, se non la Notte sacra, sola; invece, tutti gli altri si stupirono, scorgendo nell’Etere un fulgore inatteso, tale era lo splendore che emanava dal corpo di Phanes immortale” (Herm. in Phaedr. 247c). Abbiamo visto che Phanes è anche una divinità androgina, il che significa che contiene in sé in modo unitario non solo i quattro Modelli formali di  tutte le specie, quelle divine e quelle mortali, ma anche le Cause delle Potenze Paterne e Materne fra gli Dei (cf. Theol. III 67, 14- 20). Pertanto, visto che la Notte, gerarchicamente, viene subito dopo Phanes, è evidente che sia la prima divinità in cui si scorge chiaramente la natura materna: la triplice Notte è anche la primissima “Madre degli Dei”, ed ecco spiegato perché nell’Inno Orfico alla Notte, la si invochi al primo verso come “genitrice degli Dei e degli uomini mortali, Notte genitrice di tutto”. Il che viene confermato anche da Damascio: “perciò anche presso Orfeo le altre generazioni procedono dalla madre e dal padre, mentre la prima delle Madri (la Notte) procede solo dal Padre (Phanes), come monade da monade.” (Dam. De Princ. 202) I discorsi misterici del Parmenide ci insegnano esattamente la stessa cosa (cf. Theol. IV 30: “Come Parmenide ha tramandato il carattere specifico femminino e generatore nei discorsi concernenti il Numero”): la natura del Numero Noetico-e-Noerico, della triplice Notte, è femminina, infatti in esso per la prima volta si è manifestata (“è brillata” anelampsen – dopo la “sacra luce di Phanes”) l’alterità diadica che ha diviso uno ed essere, “frantumando” l’uno in una molteplicità di Enadi e l’essere in una molteplicità di enti. Per questo, come abbiamo detto dal principio, Zeus viene allevato nella caverna della Notte, e del resto Demetra stessa ha la Notte come Modello, Demetra Nutrice e Thesmophoros (analizzeremo poi questo epiteto) “Dea intermedia progenitrice dei Padri”:

“Demetra, come ogni forma di vita, così produce anche ogni forma di nutrimento. Ed è per questo che ha la Notte come Modello, che è chiamata l’immortale nutrice degli Dei; ma la Notte è tale a livello intelligibile. Infatti, secondo l’Oracolo, l’Intelligibile è nutrimento per gli ordinamenti Intellettivi degli Dei.” (Proclo, in Crat. 92.10)

E’ precisamente anche per questo motivo che poi a Delo troviamo la forma congiunta di Iside Dikaiosyne, come è noto dalle fonti (SIG 1131; IG3 203) – come dicevo, torneremo a breve sulla serie demetriaca congiunta a Dikaiosyne e alla Notte in senso generale.

Stabilite queste prime distinzioni, possiamo procedere con l’analisi di questa Triade: in essa abbiamo le “Fonti di tutte le Virtù”,  le distinzioni e la varietà delle Virtù che hanno tutte la loro radice nel Luogo Iperuranio; come abbiamo visto, esso è al di sotto delle Triadi Intelligibili perché risulta più dispiegato, “infatti esso è pianura della verità” ma non ancora “interno del Santuario” (adyton), ed il “prato” che è in esso nutre le anime ed è per esse visibile, mentre i primi Intelligibili “fanno risplendere su di esse una unità ineffabile ma non sono dalle anime conosciuti per intellezione” (= “Intelletto timoniere dell’Anima”, che giunge appunto solo fino alla contemplazione delle Idee nel Luogo Iperuranio, e lì riceve “in silenzio” l’illuminazione della “sacra luce di Phanes” e l’unione con i Principi primi; cf. Theol. IV 23, 1- 16). E’ appunto per questo che da qui viene il nutrimento per le anime: “l’intelligibile è nutrimento” – quindi, il Luogo Iperuranio nutre attraverso intellezione ed attività  e “ricolma il coro felice delle anime della luce intelligibile e dei ‘generativi’ canali della vita”. Stiamo così iniziando a comprendere perché Proclo dica che bisogna avvicinarsi in modo mistico alla Triade delle Notti: perché nel Luogo Iperuranio si presentano gli “specifici segni mistici degli Intelligibili e le Bellezze inconoscibili ed ineffabili dei caratteri specifici”. Segni mistici e caratteri specifici: “cose dette, cose fatte, cose mostrate” nel Telesterion; addirittura, iniziazione e visione conclusiva (qui abbiamo gli stessi termini ‘tecnici’ dei Misteri: muesis- epopteia) sono symbolon del Silenzio ineffabile e dell’unione con gli Intelligibili “per il tramite di visioni mistiche” (cf. Theol. IV 30, 1- 15). Perciò, abbiamo visto che questo ordinamento di cui fa parte Dikaiosyne è femminino e generatore, in quanto produce tutti gli enti per mezzo di Potenze Intelligibili, ed è anche per questo Platone lo chiama “luogo”, in quanto divinità atta ad accogliere le cause paterne, ed anche perché partorisce (= Dikaiosyne ‘partorisce’) e spinge le altre Potenze generative, la serie della Vita, a far sussistere le realtà inferiori fino agli ultimi livelli del mondo sub-lunare e materiale. Pertanto, il Luogo Sopraceleste è femminino, perché il “luogo” si addice agli Dei Generatori ed il “prato” è la Fonte della natura vivificante – è per questo che sono femminili tutte le divinità di questo ordinamento, non solo le tre Notti, ma anche la Verità, Aletheia, ed Adrastea (“Adrastea è una sola ed Essa è una divinità di quelle che rimangono nella Notte … dalla preveggenza inflessibile [Melisso ed Amaltea] è nata Adrastea.” Herm. in Phdr. 248). Ora, la presenza di Adrastea accanto alla Notte ci dà un ulteriore indizio a proposito del fatto che davvero Dikaiosyne è la sommità di tutte le divinità della Giustizia in quanto terza Notte: infatti, “sulla soglia (del Santuario della Notte) Adrastea, che stabilisce per tutti le Leggi divine … Una Legge (Thesmòs, mentre, come avevamo visto, la Legge in quanto Nomos procede da Crono e da Zeus) è data da Adrastea anche agli Dei – ed infatti la gerarchia fra Loro è ad opera di questa Dea – ed ai seguaci degli Dei, sia a tutti insieme sia a ciascuno in particolare.” (Herm. in Phdr. 248) Adrastea è dunque posta nel Luogo Sopraceleste con le tre Notti, e domina tutte le Leggi divine, dall’alto fino agli ultimi livelli – procedendo dopo Dikaiosyne, collega tutte le Leggi (Intellettive/Nomoi di Crono, Hypercosmiche/Nomoi di Zeus, ed Encosmiche/norme del Fato) alla sua unica Legge: “tutte queste norme, in base ad un’unica semplicità intelligibile, le contiene la Legge di Adrastea”. Le tre Dee del Luogo Sopraceleste sono quindi anche “custodi delle opere del Padre (Intelligibile)” come dice l’Oracolo, e dunque, il carattere custode “è ciò che indica la Legge di Adrastea, alla quale nulla è in grado di sottrarsi.” Relativamente invece alle anime individuali, tale è il Thesmòs di Adrastea e la misura di Dikaiosyne: “qualunque anima abbia visto qualcuna delle entità vere, sarà immune da pene”, ossia potrà rimanere in alto con gli Dei, libera dal ciclo, ed è in virtù di tale Causa che l’epopteia durante i Misteri Maggiori conduce esattamente a questo, concedendo la “visione” e discendendo da quel primissimo Thesmòs, manifestandosi nei Riti trasmessi da Demetra stessa, conducendo “a Casa” le anime felici, perché “l’anima ritorna alla sua origine con Demetra” (Olymp. In Phaed. ed. Norvin, p. 111). Particolari teologici di questo genere ci permettono persino di intuire il significato della geografia dei luoghi sacri, come appunto Eleusi: procedendo lungo la Via Sacra, all’inizio della pianura, ci sono i laghi delle Due Dee e le coseguenti purificazioni – la Pianura della Verità è anche la Giustizia purificatrice: non si accede ad Eleusi, e tanto meno ai Misteri, senza Giustizia e senza purificazione – poi abbiamo appunto tutta la pianura sacra, ed i luoghi dove si dice che per la prima volta nacque il grano e venne compiuta una delle “arature sacre” – “grano ed iniziazione: i due doni di Deò, benedizioni che solo gli iniziati possono comprendere appieno” (Isocr. 4) – poi ci sono i prati della Città sacra, i Giardini – il “Giardino dell’Eusebeia” dove le anime felici si allietano, “baccheggiano”, con Hekate e Iacco portatore di fiaccole: “agitando in mano un virgulto splendente nella notte al seguito di Furie ispirate sei giunto nei profondi recessi fioriti di Eleusi– euhoi, o io Bakchos, o ie Paian! Lì l’intera Ellade, circondando i nativi testimoni dei Sacri Misteri, Ti invoca come Iakchos: Tu hai reso accessibile un porto per l’umanità, sollievo per le sofferenze. – Ie Paian, vieni o Salvatore, e benevolmente mantieni questa città nella felice prosperità.” (Philod. Peana a Dioniso, 32-6) – infine il nutrimento, le offerte di primizie, i granai intorno al Santuario, i kernoi – “il nome ‘Demetra’ non deve essere collegato solo al nutrimento corporeo, ma, iniziando dagli stessi Dei, si deve intenderLa come Colei che concede ogni nutrimento, in primo luogo agli  stessi Dei, e poi a tutti coloro che vengono dopo gli Dei, e comprendere come la serie di questa benevolenza si estenda fino al nutrimento corporeo … il ‘nutrimento’ è la completezza intellettiva raggiunta dalle entità secondarie grazie alle primissime. Così, gli Dei sono nutriti quando contemplano gli Dei anteriori, sono perfezionati e vedono le bellezze intelligibili quali la Dikaiosyne assoluta, la Sophrosyne assoluta e le entità simili di cui si parla nel Fedro.” (Pr. in Crat. 90.10-25) E’ esattamente per questo motivo che, quando in Eleusi Demetra si rivela alla regina Metaneira, le dice:

Io sono l’augusta Demetra, Colei che più di ogni altro agli Immortali ed ai mortali offre gioia e conforto” (Inno Omerico a Demetra, 268).

Proseguiamo ora i nostri ragionamenti su Dikaiosyne e le tre Notti: infatti, ogni anima, nella sua purezza, quando è fatta ruotare insieme a Zeus e ad Urano, contempla proprio queste tre Notti/Idee, come appunto ci insegna il Fedro: Giustizia (Dikaiosyne), Saggezza (Sophrosyne) e Scienza (Episteme). Non solo, perché queste tre Fonti sono dette contenere tutte le attività degli Dei, e, in particolare, in virtù di Dikaiosyne, ciascun Dio guida le entità che vengono dopo “su una via quieta”, misura il merito e “garantisce a ciascuna entità la parte che le si addice” (Theol. IV 45). Inoltre, abbiamo anche visto che in questo ordinamento gli Dei banchettano, perché qui è la Fonte unica di tutta quanta la perfezione per tutti gli Dei successivi, che converte verso di sé tutte le cose attraverso l’intellezione divina. “Nutrimento, pasto e banchetto”: “pasto (dais), ossia la distribuzione divisa del nutrimento divino a tutte le entità; banchetto (thoine), ossia la conversione unitaria di tutte le cose verso tale nutrimento divino; il nutrimento contiene così entrambe le Potenze: è di fatto la pienezza dei beni intelligibili e la perfezione uni-forme della autosufficienza divina.” (cf. Theol. IV 47-48) Abbiamo altresì già menzionato più volte la “divina luce di Phanes” (“la splendida luce santa, da cui ti chiamo Phanes” Inno Orfico a Protogonos) e la sua relazione con le tre Notti: infatti, la Luce Intelligibile di Phanes è collocata in modo nascosto “nelle parti inaccessibili del Tempio” (in analogia con il Bene, “Bene che rimane celato nella sua segretezza nella parte più interna del Tempio” Theol. III 64, 1- 12), mentre in questa Triade della Notte, tale Luce si manifesta, si espande ‘sui prati e sulla pianura’, e si distingue in connessione con la molteplicità delle Potenze/Idee. Del resto, procedendo con l’analogia ‘geografica’ riferita ad Eleusi, dopo tutto quello che abbiamo menzionato, pianure, prati, giardini e nutrimenti, non rimane altro che la via ascendente e colma di luce, che conduce al Telesterion che, a sua volta, racchiude l’Anaktoron (lo Ierofante infatti appare sulla “soglia del Santuario nelle notti bianche di luce…” IG II2 3811) , in un gioco di ‘soglie’ e ‘luci’ che ricorda appunto i numerosi rimandi che Proclo, “ultimo Ierofante”, inserisce assai spesso nella Teologia per indicare la relazione fra il Bene, l’ordinamento di Phanes, quello delle Notti e di Urano e, via di seguito, tutta la processione divina, visto che è appunto Adrastea “sulla soglia del Santuario” che la fissa e la ordina. Per questo, gli Dei che sono divisi nel Cosmo si innalzano tutti verso questo ordinamento ‘trascinando’ con sé quelle anime che sono in grado di seguirli e permanere a quella ‘altezza’, verso questo unico Luogo e si rivolgono alla partecipazione agli Intelligibili, perché l’Iperuranio ha il potere di riunire la totalità degli ordinamenti divini. “Da noi siano così celebrate queste tre divinità che si sono divise il Luogo Sopraceleste – divinità somme, Intelligibili fra gli Intellettivi, concentratrici di tutte le cose verso l’unica unità intelligibile.” (Theol. IV 50)

Tale è quindi la somma Dikaiosyne nel Luogo Iperuranio – adesso, in base alle fonti e a quanto scoperto fin qui, cercheremo di vedere di quali ‘illuminazioni’, a parte quelle già menzionate, sia causa nel Cosmo e nella vita degli esseri umani. Possiamo senz’altro partire da un proverbio attribuito a Teognide, secondo cui “Dikaiosyne contiene la somma di tutte le virtù” (in Arist. Eth. Nic. 1129b) – evidentemente, si ricollega meravigliosamente bene all’assunto teologico secondo cui le tre Notti sono le “Fonti di tutte le Virtù”, una prima ‘coincidenza’ di pensiero fra l’aristocratico poeta Teognide e la teologia orfico-platonica. Del resto, non è proprio un caso che l’ottimo Callia, sacerdote in Eleusi, esclami: “ti dirò cosa mi fa sentire massimamente orgoglioso (nel senso buono, l’essere felice per quanto di bello e buono si riesce a compiere in modo disinteressato): penso di essere in grado di rendere migliori gli uomini”, al che gli viene chiesto se lo faccia insegnando un qualche mestiere oppure tramandando e trasmettendo alle persone la καλοκάγαθια (termine pressoché intraducibile: implica nobiltà, bellezza e bontà spirituale, etica, ed anche fisica, insomma, ancora una volta, la somma delle virtù), e lui risponde che, ovviamente, si tratta della seconda “visto che è la stessa cosa di Dikaiosyne.” (Sen. Symp. 3.4) Questa testimonianza è fondamentale perché l’identificazione Dikaiosyne – καλοκάγαθια ci rivela importantissimi particolari relativi alla scienza politica: del resto, Dikaiosyne e Nomos sono nobili, al contrario dell’ingiustizia, perché hanno la funzione di preservare tutte le cose ed anche le città (cf. Pl. Min. 314d) – ritorna quella funzione di “protezione delle opere del Padre” che avevamo già vista assegnata alla Triade delle Notti e che ora ritroviamo anche nella vita dei mortali. Inoltre, Dikaiosyne, relativamente alle scienze/nutrimenti dell’anima, corrisponde proprio alla scienza politica ed alla legislazione (νομοθετική): “la politica è l’arte stessa di giudicare e Dikaiosyne” (Pl. Clit. 408 a-b), scienza che è equiparata alla medicina in relazione ai corpi (Pl. Gorg. 464b). Anche Plutarco (De sera 4) afferma che “Dikaiosyne è medicina dell’anima, la più trascendente fra le scienze”, quella stessa scienza che, guarda ‘caso’, si dice che Minosse abbia appreso proprio da Zeus ed in virtù della quale è anche il Giustissimo Giudice dei trapassati (la relazione fra Dikaiosyne e la scienza medica ricorre in molte fonti, ad esempio El. Arist. Orat. 45.7). Del resto, è in virtù di Dikaiosyne e Sophrosyne che Menelao è stato ritenuto degno di diventare genero del grande Zeus – gli esempi citati come eminenti per queste virtù sono assai eloquenti: Nestore, Menelao ed Agamennone (cf. Isocr. Panath. 12.72) Di fatto, Plutarco compara il religiossimo Numa e l’altrettanto religioso Licurgo (1.2) per aver sempre considerato e venerato Dikaiosyne al di sopra di tutto, anche del loro stesso potere, in modo assolutamente disinteressato e per il Bene comune, e con i risultati straordinari che sono ben noti – ancora la Dikaiosyne καλοκάγαθια di cui parlava Callia. D’altra parte, secondo Plutarco, sacerdote in Delfi, proprio Dikaiosyne e Pistis (la Fede di ordine superiore, che ricongiunge alla primissima iniziazione degli Dei – Fede, Verità ed Amore, cf. In Tim. I 212, 19-22) contraddistinguono l’Età dell’Oro, quella di Saturno nella Tradizione Romana (Quest. Rom. 41). Che dire ancora, visto che sappiamo che “il sapientissimo Chirone insegnò agli Eroi non solo la musica, ma anche Dikaiosyne e la medicina” (Ps. Plut. Mus. 40) – ancora, il modello eroico aristocratico e le scienze dell’armonia – musica, giustizia purificatrice/scienza politica e scienza medica. Quindi, non solo la serie misterica e demetriaca si diparte dalla primissima Giustizia, ma anche, come era lecito aspettarsi, una serie apollinea – del resto, lungi dall’essere quella ‘divinità popolare’ che molti pensano, Demetra è precisamente la Protettrice e Guardiana delle Leggi non scritte, di gran lunga superiori ai nomoi della Città che, malauguratamente, possono anche essere stabiliti da governanti ingiusti e dal popolo trascinato da costoro, mentre i thesmoi sono sempre controllati dalle stirpi sacerdotali e solo gli Esegeti possono avere l’ultima parola in merito, salvaguardando così, anche in situazioni di crisi politica, l’integrità delle norme fondamentali  e basilari dello Stato, e dispensando, come precisava Callia, gli insegnamenti sulla καλοκάγαθια, che rendono migliori gli esseri umani. A conferma di tutto ciò, dobbiamo ricordare che, in Attica, esistevano tre classi di Esegeti (cf. Oliver,  Athenian Expounders of the Sacred and Ancestral Law)ma che quella di gran lunga più venerabile era quella degli “Esegeti degli Eumolpidi” (per una sintesi delle fonti, cf. K. Clinton, The sacred officials of the Eleusinian Mysteries): erano in numero di tre – numero tutt’altro che casuale se pensiamo che tre sono le Notti, tre le Giustizie, tre le Moire, tre i destini dell’anima, tutto è dominato dalla forma triadica – ed erano considerati di rango sacerdotale, prendevano parte alle cerimonie religiose statali accanto allo Ierofante e all’Arconte Basileus, ed erano, se così si può dire, la massima autorità religiosa in materia di Misteri e di Leggi patrie ancestrali riguardanti la sfera sacrale e non solo. In breve, erano coloro che unici potevano interpretare le Leggi non scritte, i patria, di Eleusi e del genos degli Eumolpidi. Assai esplicito è quanto ritroviamo nel discorso contro Andocide (Ps. Lys. Contro And. 10): “(membri della corte), nel deliberare su uomini empi, dovete applicare non solo le leggi scritte, ma anche quelle non scritte secondo l’interpretazione degli Esegeti degli Eumolpidi, che nessuno ha mai avuto l’autorità di annullare, cui nessuno si è mai opposto, e di cui (delle Leggi non scritte) neppure l’autore è noto.” Ritornando sempre al principio esposto da Callia, Dikaiosyne e καλοκάγαθια, ma anche a quanto avevamo detto a proposito di Scienza e Sacralità, gli Esegeti erano scelti fra i membri più sapienti della stirpe da cui proveniva anche lo Ierofante, ed avevano, oltre ai compiti appena esposti, anche quello di rimanere a disposizione degli aspiranti iniziati a partire dall’inizio del mese sacro dei Misteri, Boedromion, per fornire loro tutte le delucidazioni e chiarire gli eventuali dubbi rimasti irrisolti anche dopo gli insegnamenti preliminari dei Misteri Minori – in altre parole, erano coloro che tramandavano e spiegavano a chi lo richiedeva le Leggi sacre e la Teologia, ma erano anche coloro che appunto avevano l’ultima parola nelle sentenze di empietà commesse nell’ambito dei Misteri, ed i Misteri, come domanda sprezzantemente un ateo, “non sono forse l’essenza della vostra Religione?” (Ast. Amas. Om. 10, 9) Pertanto, possiamo ben dire che gli Esegeti siano in diretta corrispondenza analogica con le tre Notti e con la serie ad un tempo demetriaca ed apollinea che si diparte da quelle Fonti originarie di tutte le Virtù: abbiamo infatti la Scienza, ossia le conoscenze ed i nutrimenti che purificano e liberano le anime; abbiamo la Saggezza, poiché l’esegesi dei Thesmoi la rende necessaria, e anche perché “Sophrosyne è fare le proprie cose” e realizzare pienamente il “conosci te stesso”, secondo il detto di Crizia; abbiamo infine la Giustizia, perché anche Dikaiosyne è “fare le proprie cose” (Rep. 433a), ma anche ad indicare le purificazioni, i giudizi e l’assegnare quanto si addice a ciascuno in base al merito. Le tre sono uguali nell’essenza, come ormai si può facilmente intuire, dal che ne deriva precisamente che, come dice Cicerone (Leggi II 14, 36),

“niente di meglio di quei Misteri, che ci hanno sottratto ad una vita rozza e selvaggia e resi civili e disponibili alla cultura umana; e le iniziazioni, come sono dette, così davvero abbiamo conosciuto i principi della vita ed abbiamo ricevuto la dottrina non solo per una vita felice, ma anche per una morte sostenuta da una speranza migliore.”

Scienza, Saggezza e Giustizia, triplice Notte e prima Madre degli Dei, rendono manifesta la ‘seconda’ Madre degli Dei negli ordinamenti divini, Rhea-Demetra, la Vita Intellettiva che concede il “nutrimento” a tutti gli esseri, e dà luogo a Demetra Thesmophoros, Fonte delle Leggi non scritte (osiamo dire che sia Lei quell’autore delle Leggi, cui si faceva riferimento in merito agli Esegeti), più importanti e sacre rispetto a qualunque legge stabilita dai governanti umani, i quali, se obbediscono alla ‘Norma di Giustizia’, guarderanno esattamente a questi Modelli appena menzionati per regolare le loro legislazioni – con l’ispirazione di Dikaiosyne, di Demetra e del Demiurgo universale, il “Politico e Arconte del Tutto”. Così, per concludere ‘materialmente’ questa breve indagine, si spiega una bellissima serie di monete (cf. l’esempio alla fine di questo articolo) che rappresentano da un lato Dikaiosyne, la Dea con la bilancia (infatti, è nell’Inno Orfico a Dikaiosyne che si menzionano i piatti della bilancia:  distruggi tutti quanti non sono venuti sotto il tuo giogo, ma che a proprio vantaggio con i pesanti piatti della bilancia inclinano lateralmente per ingordigia. Questo equivale al precetto pitagorico: “non trapassare la bilancia”, ossia non andare oltre il giogo della bilancia; cf. Diog. Laerzio VIII 18) e con la cornucopia (come Pluto, inviato ai mortali proprio dalle Due Dee: beato fra gli uomini che vivono sulla terra quegli cui Esse concedano benevolenza: subito alla sua vasta casa mandano, nume tutelare, Pluto, che dispensa ricchezza agli uomini mortali. Orsù, Voi che regnate sulla terra di Eleusi odorosa di incenso …” Inno Omerico a Demetra, 485 e ss.) ed anche, particolare notevolissimo, il kalathos, ‘canestro’, sul capo (elemento caratteristico delle divinità dei Misteri, da Demetra a Serapide; quando infatti Dikaiosyne non porta il kalathos sulla testa, allora, al suo posto, abbiamo le spighe di grano, come nella moneta all’inizio dell’articolo). Sull’altro lato di questa serie di monete non c’è un’Imperatrice qualunque, bensì Sabina, la sposa del grandissimo Adriano, l’Imperatore che fece fiorire una nuova primavera in Ellade e che, in particolare, fu un iniziato fino al grado dell’epopteia e si prese cura con magnificenza della Città Sacra; Sabina è celebrata come “Nuova Demetra” (IGR I 785; IG 7.73), come “Demetra Portatrice di Frutti” (Karpophoros, IGR 3, 17; IG 3.12). Non dimentichiamo infine che Adriano fece di Atene il centro politico del Panhellenion, il cui centro religioso era però proprio Eleusi (per tutte le fonti, cf. A. J. Spawforth, The World of the Panhellenion. I. Athens and Eleusis), in perfetto accordo con quanto dice Elio Aristide, all’inizio della sua toccante e straordinaria Orazione per Eleusi:

“Chi fra gli Elleni o fra i barbari (fu) così stupido o ignorante, che dimorasse diviso dalla terra o dagli Dei, in una parola, così insensibile alla bellezza – a parte coloro che saranno distrutti nel modo più tremendo, coloro che hanno compiuto questi atti (la distruzione del Santuario, come vedremo a breve) – che non considerasse Eleusi il Santuario comune di tutta la terra e, di tutte le cose divine che esistono tra gli uomini, la più meravigliosa e la più luminosa?”

Non solo Adriano e Sabina naturalmente: non appena si arriva nella prima ‘corte’ del Santuario di Eleusi, si incontra subito un imponente busto di Marco Aurelio: ora, questo Imperatore-Filosofo fu anche Colui che dedicò il Tempio sulla collina di Eleusi a Sabina e a Faustina, e soprattutto ricostruì il Telesterion dopo l’invasione “dei Giganti” (fortissima connotazione di empietà – i barbari Costoboci, che penetrarono in Ellade attraverso la Macedonia e arrivarono a saccheggiare e distruggere il Santuario di Eleusi – fu l’inizio di una “guerra sacra” che si può considerare definitivamente conclusa solo con la ricostruzione del Tempio ad opera appunto di Marco Aurelio, l’adempimento del suo voto e la sua iniziazione; cf. Phil. v.s. 2, I, 563). Ierofante in quel periodo terribile, ed anche iniziatore di Marco Aurelio, fu Ioulios, e sono stati ritrovati (IG II2, 3411; 3639) epigrammi a lui dedicati in cui si lodano le sue nobili imprese durante l’attacco alla Città Sacra e, in particolare, vengono ricordate queste sue caratteristiche: egli era ben noto per la sua sapienza, fu colui che “con l’amabile voce di Eumolpo mostrò le iniziazioni e i notturni riti segreti (orgia) ai mystai”, e fu anche colui che preservò, durante l’attacco dei barbari, “i riti dei segreti indicibili” ed anche gli arrheta hiera custoditi nell’Anaktoron, riuscendo a portarli ad Atene prima della distruzione del Santuario, “fuggendo dall’empia opera dei Sarmati, salvò gli orgia e la sua vita per la sua Patria.” Concludiamo così questa ricerca – sempre senza nessuna pretesa di completezza, come tengo ogni volta a ricordare – a proposito della più alta forma di Giustizia, la Dikaiosyne celebrata congiuntamente da Orfeo, Eumolpo, Platone e Proclo, venerata dai Re “allievi di Zeus”, onorata dagli aristocratici e dai sacerdoti, guide di tutto lo Stato verso Eusebeia, Sophrosyne e Dikaiosyne fra i mortali.

Ecco infine perché … “Anima antica unita al vigore di un corpo, Glauco mescolò anche un alto senso della misura alla bellezza (καὶ κάλλει κεράσας κρείττονα σωφροσύνην) e mostrò a tutti gli uomini mortali i luminosi riti di Deò (ὄργια πᾶσιν ἔφαινε βροτοῖς φαεσίμβροτα Δηοῦς) per nove anni, al decimo raggiunse gli Immortali. Diceva che bello è il Mistero disceso dai Beati …” (IG II2 3661)

 

Inno Orfico (63) – profumo di Dikaiosyne

incenso

 

O la più giusta per i mortali, molto felice, desiderabile,

che con equità sempre ti rallegri degli uomini giusti,

onorata da tutti, dal felice destino, Dikaiosyne molto gloriosa,

che sempre giudichi con puri pensieri ciò che bisogna,

sempre indistruttibile nella coscienza; infatti distruggi tutti

quanti non sono venuti sotto il tuo giogo, ma che a proprio vantaggio

con i pesanti piatti della bilancia inclinano lateralmente per ingordigia;

estranea alle fazioni, amica di tutti, amante delle feste, amabile,

ti rallegri della pace, ricerchi la vita sicura;

sempre infatti detesti il di più, mentre gioisci dell’equità:

in te infatti la virtù della saggezza raggiunge un buon fine.

Ascolta, Dea, e giustamente distruggi la malvagità dei mortali,

affinché prosegua sempre con equilibrio la vita buona

degli uomini mortali, che mangiano il frutto della terra,

e di tutti gli animali, quanti ne nutre nelle viscere

la Dea madre Terra e Zeus marino che sta nel pelago.

Imperatrice Sabina Nuova Demetra; Dikaiosyne con la bilancia, la cornucopia ed il kalathos. Bitinia, 128-136/7 dell'era volgare (Munzen & Medaillen AG FPL 325 (July 1971), no. 20)

Imperatrice Sabina Nuova Demetra; Dikaiosyne con la bilancia, la cornucopia ed il kalathos. Bitinia, 128-136/7 dell’era volgare (Munzen & Medaillen AG FPL 325 (July 1971), no. 20)

 

Daphne Eleusinia 

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Categorie: Hellenismo

Pubblicato da Ereticamente il 2 Febbraio 2015

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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