Sherlock Holmes a piazza San Sepolcro (terza parte)

Sherlock Holmes a piazza San Sepolcro (terza parte)
  1. Le risparmio il racconto di ciò che avvenne nei giorni successivi. Niente di particolare: passeggiate a vuoto e – almeno per me – grandi mangiate. Finchè non si verificò quel che temevo.

    Le ho già accennato che sapevo, per esperienza, che Holmes aveva una parossistica necessità di essere sempre “in azione”: i periodi di inattività lo deprimevano, e allora si rifugiava nel paradiso artificiale che cocaina o morfina potevano procurargli, finchè un nuovo cliente o una nuova indagine non lo avessero richiamato alla vita.

Ciò che non sapevo, e non potevo immaginare era che, prima di partire, si era fatto dare dal suo medico di fiducia, che durante la guerra aveva trascorso un lungo periodo in Italia, l’indirizzo di un dottore di Milano, tale Mariani, al quale, se si fosse presentata l’esigenza, fare ricorso.

E, infatti, si era così procurato alcune fiale di morfina, delle quali – ne ho la certezza, anche se non lo “scoprii” mai in flagrante – fece uso nella sua camera del Cavour. Stando così le cose, mi pareva più che mai opportuno tornare in Inghilterra per la fine di aprile. Prolungare ancora la nostra permanenza sembrava inutile ad ambedue.

Con un Holmes sempre più assente, la lettura dei giornali alla mattina toccava a me: mi limitavo a scorrere i titoli, e, se qualcosa non capivo, facevo ricorso all’aiuto di un disponibile portiere.

Fu così che il 14 aprile irruppi in camera del mio amico, sventolando L’Avanti, il giornale del Partito Socialista: “Holmes, qui c’è scritto che domani c’è una grande manifestazione all’Arena. Ci saranno tutti i caporioni, parleranno Treves e Repossi, ed è prevista una massiccia presenza di militanti. Non credo proprio che il nostro amico potrà mancare!”

Holmes diede un’occhiata al giornale, poi, evidentemente interessato, lesse tutto l’articolo, per concludere: “Penso che lei abbia ragione Watson. Si torna in azione ! Se falliremo anche domani, probabilmente vorrà dire che Derzinski non è più a Milano e potremo anticipare la nostra partenza”.

E così, la mattina dopo, indossati di nuovo i nostri abiti “milanesi”, ci avviammo in direzione del raduno sovversivo.

In effetti, c’era proprio tanta gente, e tutti erano visibilmente esagitati. Nessuno ascoltava gli oratori, e gruppi inquadrati dietro bandiere anarchiche impedirono a Treves (accusato di “moderatismo” se capii bene) perfino di parlare. Era palpabile l’attesa di un ordine che ponesse fine all’inutile sequela di interventi.

Noi ci comportammo come al solito. Devo dire che ormai i nostri volti erano diventati una presenza comune a quelle manifestazioni, così come per le strade, i caffè e le trattorie dei quartieri popolari, e qualcuno abbozzava anche un mezzo saluto. Di Derzinski, però, nessuna traccia.

All’improvviso, sul margine dell’ampio piazzale, lo vedemmo. Come l’altra volta era al centro di un capannello di perone e concionava. Non sfuggì, però, al nostro occhio esperto che ora non era solo: tre brutti ceffi, con fisico da lottatori gli stavano più dappresso degli altri, ma, invece di ascoltarlo, guardavano intorno, con occhi da lupi in caccia.

Era chiaro: il nostro, abituato, da vecchio rivoluzionario di professione a “sentire” se qualcuno gli stava col fiato sul collo, si era procurato tre guardie del corpo, e tutto lasciava intendere che acciuffarlo non sarebbe stato facile.

“Limitiamoci a tenerlo d’occhio e cerchiamo adesso di non perderlo – disse Holmes – se si presenta l’occasione gli andremo addosso, e sennò, individuato il suo rifugio, chiederemo aiuto a Ballario”.

Non restava altro da fare. Ci separammo, per dare meno nell’occhio, tenendoci però sempre a portata di voce.

Fu allora che la massa cominciò a muoversi, come quell’altra volta. Noi, però, eravamo più esperti, e Derzinski non ci sarebbe sfuggito. Accorciammo le distanze fino a cinque-sei metri, sicuri che, in quella confusione, non ci avrebbe comunque notati.

“Compagno, dove andiamo?” chiese Holmes ad uno che sembrava un caporione, con aria fintamente ingenua.

La risposta non fu per niente rassicurante: “Andiamo in centro, e stavolta niente ci fermerà, né i cordoni di truppa, né quei gruppi di nazionalisti e fascisti che le staffette ci hanno segnalato essere presenti in Galleria e in piazza Duomo. I bravi borghesi milanesi devono cominciare ad avere paura”.

***

  1. “Watson – mi fece Holmes sottovoce – qui c’è aria di bagarre, e non credo proprio che il nostro uomo lascerà il corteo ora che può finalmente mettersi “all’opera”. Sperare di mettergli le mani addosso qui, ora, è, però, pura illusione. Facciamo così: precediamo il corteo e raggiungiamo i fascisti in piazza Duomo. Ci sarà certamente Merlino o quel Gravelli che abbiamo conosciuto. Chiederemo aiuto per mettere nella rete Derzinski. Non credo ce lo rifiuteranno”.

E così, infatti, facemmo. Quasi di corsa arrivammo nella piazza, dove si erano radunati qualche centinaio di giovanotti, agitati quanto e più di quelli che avevamo appena lasciato.

Tra loro, riconoscemmo subito Merlino, sempre con il suo fascio di giornali sotto il braccio e sempre accompagnato dal fido Nardulli. Holmes gli disse che avevamo trovato il capo di quei terroristi russi di cui già sapeva, e gli serviva aiuto per acciuffarlo. La risposta fu quella che si aspettava: “Qui tra un pò ci sarà un gran macello. Stavolta non gliela facciamo passare liscia. Devono smetterla con queste intimidazioni, e troveranno pane per i loro denti. Nella confusione non dovrebbe essere difficile mettere le mani sul vostro uomo. Ci occorre aiuto, però. Venite con me”.

E, così dicendo, si avviò verso il centro dell’assembramento, dove, in piedi su un tavolino di caffè, Marinetti e Vecchi stavano arringando i loro seguaci. Chiamò Vecchi in disparte e i due confabularono un po’. Poi il Capitano degli Arditi ci si fece vicino: “Merlino mi ha detto. Va bene, sono d’accordo e vi darò tutto l’aiuto possibile”.

Si rivolse ad un gruppetto di uomini lì vicino: “Tu, Murelli, vieni qui – disse rivolto ad un Tenente degli Arditi che alla cintura ostentava un minaccioso pugnale – Prendi Volpi e Brambillaschi e vai dietro a questi signori. Quando e se, come credo, ci sarà la zuffa, non ti intromettere, e continua a seguirli. C’è da “pescare” un pesciolino molto pericoloso”.

Il giovane Ufficiale si limitò ad un: “Comandi, signor Capitano!”. Poi si avvicinò a noi e fu altrettanto parco di parole: “Fate quello che dovete. D’ora in poi vi seguirò come un’ombra, con i miei uomini. Ad un vostro cenno interverremo”.

Frattanto, il corteo “nemico” era arrivato. Erano molte migliaia di uomini, e si sentivano distintamente le loro urla: “Viva Lenin! Morte ai borghesi! Arditi, dove siete? Venite fuori!”

In Afghanistan mi era capitato parecchie volte di essere coinvolto in scontri con i ribelli nei quali i soldati di Sua Maestà, in poche decine, avevano tenuto testa e fugato centinaia se non migliaia di avversari. In verità, come avevo avuto modo di notare, più che la superiorità dell’armamento, ciò che giocava a loro favore era l’addestramento. Disposti in quadrato, su due file, rimanevano immobili, con un fuoco micidiale e continuo che inchiodava i nemici e li falcidiava senza pietà.

Qui, di identico c’era sicuramente la disparità numerica tra le due parti, ma l’azione si svolse in modo completamente diverso. Infatti, invece di stare fermi ad aspettare l’attacco, i tre-quattrocento radunati in Galleria si slanciarono loro, in maniera per me assolutamente imprevedibile, all’assalto delle decine di migliaia manifestanti sopravvenienti.

Colpi di pistola esplosero da ambedue le parti; qualcuno cadde a terra, ma la massa dei rossi volse quasi immediatamente in rovinosa fuga, inseguita dai loro avversari, che, nelle prime file impugnavano nodosi randelli.

Io e Holmes non perdemmo tempo. Fummo subito davanti, a fianco di Vecchi, Marinetti, Merlino, Nardulli e Gravelli, i nostri ormai “vecchi” amici, sempre seguiti come ombre dai tre angeli custodi assegnatici. Evitammo le zuffe (un improvvido manifestante si slanciò addosso ad Holmes, ma fu atterrato con un colpo di bartitsu, – un tipo di arte marziale di recente importato dal Giappone nella nostra Inghilterra – prima che alcuno potesse intervenire) e puntammo al centro del corteo, ormai in fuga, cercando il nostro uomo. Inutilmente, ahime…

Frattanto, gli inseguitori, rimasti padroni del campo, e ricomposte le file, si stavano dirigendo verso la sede dell’Avanti, in via San Damiano, come ci spiegò Murelli.

Decidemmo di restare con loro, un po’ curiosi di conoscere quale sarebbe stato l’esito della giornata e un po’ contando su un ultimo – a questo punto meritato – colpo di fortuna.

Personalmente, poi, mi sentivo una strana euforia addosso, quasi galvanizzato da quel clima di giocoso assalto che mi aveva fatto tornare indietro di trent’anni, e non sarei tornato in albergo per nulla al mondo.

Arrivati alla sede del giornale, il “nostro” gruppo si fermò. Le finestre erano sbarrate e un buon nucleo di militari faceva la guardia, con la baionetta innestata. Partirono salve di fischi e si formarono capannelli per decidere il da farsi.

Holmes non partecipava alle discussioni, alle quali, in buona sostanza e giustamente si sentiva estraneo, ma guardava la facciata del palazzo sede del giornale, fisso, immobile. Sembrava un cane da caccia che ha fiutato la preda, anche se nascosta, e sta studiando i modo migliore per saltarle addosso.

All’improvviso, si udì un colpo di pistola, ed uno dei militari cadde a terra, centrato in pieno. I suoi commilitoni lo raccolsero pietosamente, e, quasi improvvisando un mesto corteo, si avviarono sotto i portici degli edifici di fronte, lasciando la loro postazione di guardia.

Come un sol uomo, i seguaci di Vecchi e Marinetti partirono all’assalto. Uno, più ardito degli altri (mi sembrò trattarsi del Tenente Petruccelli del nostro burrascoso incontro del 23 marzo) , cominciò ad arrampicarsi sul muro, puntando ad una finestra socchiusa, forse quella dalla quale era partito il colpo.

“Noi non abbiamo più nulla da fare qui – mi disse Holmes – Poco fa, ero forse il solo a guardare in alto, e ho visto distintamente sporgere da una finestra la canna della pistola che ha sparato. Era una Nagant M 1895, di fabbricazione russa. Qualcosa mi dice che qui c’è lo zampino del nostro amico, che ha voluto quel morto per far precipitare la situazione. Sono sicuro che, da bravo agente provocatore, portato a buon fine il suo compito, ora sta cercando di svignarsela. Facciamo il giro del palazzo e vediamo dov’è l’uscita secondaria, che ci deve essere certamente”.

Di Murelli e dei suoi uomini non c’era più traccia, e ci avviammo da soli. E infatti, proprio dalla parte opposta a via San Damiano vedemmo un uomo uscire da una porticina e allontanarsi di buon passo

“E’ lui, Watson, addosso!” gridò Holmes, preso da quella irrefrenabile smania che lo coglieva alla conclusione di una caccia, e partì con un balzo.

Derzinski – che di lui si trattava – lo aveva, però, sentito. Estrasse veloce la sua pistola, mirò e fece fuoco, colpendo il mio amico che si accasciò a terra

Mi fermai anch’io, e mi chinai sul ferito: una brutta ferita, al petto, a sinistra, poco sotto al cuore, con il proiettile che, però, fortunatamente era uscito dalla schiena ed era lì per terra.

Era un calibro 7,62 per 38 R, tipico solo della Nagant. Sono sicuro che i vostri esperti le diranno essere lo stesso tipo di proiettile che ha colpito il soldato sotto la sede dell’Avanti, Martino Speroni credo si chiamasse.

Chiamai una carrozza, caricai Holmes che perdeva sangue ed era semincosciente, e diedi l’indirizzo dell’albergo.

Insomma, per farla breve, senza tediarla con cose non essenziali ai fini della nostra storia: rintracciai sul taccuino del mio amico il numero del dottor Mariani, lo chiamai (fortunatamente, avendo prestato servizio in guerra in un Ospedale alleato, conosceva bene l’inglese), gli spiegai la situazione, pregandolo di raggiungermi con il necessario per disinfettare e pulire una ferita.

Si rivelò un simpatico milanese (anzi “monzese” ci tenne a precisare) che arrivò subito, non fece domande e sistemò tutto, anche con il mio aiuto. Tamponata la perdita di sangue, disinfettato e garzato tutto, mettemmo a letto il mio amico.

Nel frattempo era sopraggiunto Merlino, al quale qualcuno che aveva visto la scena aveva riferito tutto. Fu rapido e deciso a prendere l’iniziativa: si rivolse all’uomo che lo aveva accompagnato, che noi già conoscevamo, e sbrigativamente gli fece: “Tu, Nardulli mettiti qui alla porta e non fare passare nessuno, fosse pure il padreterno; appena posso ti mando il cambio”.

Poi pescò uno tra i mille foglietti che gli ingombravano le tasche, e capii che telefonava alla signorina Ruggeri, una delle mie conoscenze di piazza San Sepolcro, perché ci raggiungesse per assicurare assistenza h24 al ferito, forte della sua esperienza di crocerossina in guerra.

Adesso, mentre scrivo, è qui, accanto a me. Spesso viene a trovarla la signorina Poli, l’altra nostra amica del 23 marzo, e tutt’e quattro passiamo belle ore insieme, chiacchierando del più e del meno, finchè si fa tardi. Credo che la partenza, fissata per domani, non dispiacerà solo a me, che alla sera non potrò più riaccompagnare a casa questa nuova Mary, inaspettatamente trovata, ma anche a Holmes, che viziato e coccolato come mai gli è capitato prima, ha trovato nella Ruggeri un’attenta ascoltatrice delle sue professorali divagazioni di varissimo argomento.

E questo è tutto, caro amico. Non si può dire che il nostro viaggio qui in Italia sia stato un successo, anche se si è trattato di un’esperienza degna di essere affiancata a alle precedenti vissute da me e dal mio amico, e delle quali ho parlato nei miei romanzi e racconti che so essere pubblicati qui da voi dal Corriere della Sera e da altri, e che mi piacerebbe lei leggesse, se non l’ha già fatto.

Se capita in Inghilterra, non manchi di venirmi a trovare; avrei piacere se fosse mio ospite. Per ora, le do il mio indirizzo e il numero di telefono.”

***

  1. Ballario chiuse il taccuino e si rivolse all’autista: “Va bene, ho finito, mi porti pure a destinazione”.

Guardò fuori dal finestrino e riconobbe la maestosa severità della Basilica di Sant’Ambrogio alla sua destra. Aveva appena il tempo per decidere da dove cominciare col suo racconto a Griffini.

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Categorie: Il Giallo

Pubblicato da Giacinto Reale il 10 Gennaio 2015

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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