Sherlock Holmes a piazza San Sepolcro (prima parte)

Sherlock Holmes a piazza San Sepolcro (prima parte)

Avvertenza al lettore

Questo non è un apocrifo sherlockiano. Per scriverne uno accettabile, avrei dovuto prima rileggermi tutto il canone, e, alla fine, forse non lo avrei nemmeno scritto. È un divertissement nato tra un pranzo e l’altro natalizio, sfogliando i volumetti della serie che il Giallo Mondadori sta dedicando agli emuli di Conan Doyle.

Pur con qualche piccola concessione alla fantasia, vi assicuro, comunque, che il “contesto” è assolutamente autentico, anche se, per stare un pò in compagnia a Natale, ho preso in prestito da alcuni amici del web i nomi dei personaggi di contorno. Spero non si dispiaceranno

Buona lettura !

***

  1. Il militare all’ingresso si irrigidì in un irreprensibile presentat arm, e battè con la dovuta energia il piede sulla pedanina di legno antistante la piccola garitta. Ballario lo guardò con attenzione, mentre rispondeva al saluto: giovanissimo, sicuramente non aveva fatto la guerra, e doveva essere giunto a Milano da poco, subito dopo l’arruolamento.

D’altra parte, era dovunque così: ai servizi di caserma venivano adibiti gli ultimi arrivati, mentre gli altri, i Reali Carabinieri che avevano sulle spalle tre e più anni di guerra, se la dovevano vedere con quello strano fermento che aveva preso l’Italia intera, e le grandi città in particolare.

Scioperi dovunque, cortei, manifestazioni che spesso degeneravano in atti di violenza: socialisti ed anarchici in prima fila, galvanizzati dall’esperienza russa che faceva intravedere vicina anche in Italia la “rivoluzione”.

A farne le spese, oltre ai “capitalisti” (troppo furbi, peraltro, per mostrarsi in prima linea), piccoli commercianti, accusati tutti indistintamente di essere “accaparratori”, tranquilli borghesi visti come parassiti tout court, e, soprattutto, ex militari che si aggiravano in città ancora in divisa o con sul bavero della giacca i nastrini che testimoniavano il loro valore in guerra.

Finchè, alla fine, alcuni di loro, stanchi di subire, avevano cominciato ad organizzarsi. Gli Arditi avevano dato vita ad una propria Associazione, e gli altri si stavano muovendo per rinsaldare – anche in funzione difensiva – i vecchi legami della trincea.

Li fiancheggiavano gli irrequieti futuristi di Marinetti e gli scarsi seguaci di quell’agitatore romagnolo, Mussolini, che, con il suo Popolo d’Italia era diventato il comune polo di attrazione per tutti.

Qua e là già si segnalavano scontri e zuffe, nelle quali, non di rado comparivano nodosi bastoni, revolver e pugnali. Insomma, il lavoro per le forze dell’ordine non mancava !

Assorto in questi pensieri, Ballario aveva attraversato l’ampio cortile e salito lo scalone che portava al “piano nobile”, fino a giungere all’anticamera del Colonnello Griffini, il superiore che lo aveva convocato lì, la mattina di quel 19 aprile 1919, di buon’ora.

L’anziano Maresciallo Tassinari, che fungeva da segretario, lo riconobbe subito, si alzò dalla sua scrivania e gli andò incontro con un atteggiamento poco marziale, quasi familiare, giustificato dalla vecchia conoscenza che aveva con Ballario, come con quasi tutti gli Ufficiali di stanza a Milano, che aveva visto Sottotenenti di prima nomina.

“Buongiorno, signor Capitano – disse – il Colonnello la sta aspettando e ha dato ordini di introdurla subito, non appena fosse arrivato”

E fece il cenno di prendere mantello e berretto dell’Ufficiale, che porse ad un Carabiniere prontamente apparso da una porticina laterale, mentre lui si avviò all’Ufficio del Colonnello, fermandosi un attimo a bussare sulla porta in legno.

“Avanti” rispose una voce ferma e tonante da dentro.

***

  1. Ballario entrò e si irrigidì sull’attenti: “Son qui, signor Colonnello, comandi !”

Griffini alzò gli occhi dal faldone che stava leggendo, e lo spostò, contemporaneamente, sul bordo dell’ampia scrivania: “Si accomodi, Ballario – disse – Sono lieto di vederla”.

Questa inaspettata cortesia mise un po’ in allarme il Capitano. Sapeva che il Colonnello era un toscano tutto d’un pezzo, in genere burbero con i sottoposti, poco incline alle confidenze e piuttosto formalista. Si diceva avesse molte passioni piuttosto atipiche per un Ufficiale dell’Arma, che andavano dalla letteratura francese alle culture del Nord Europa. Eppure, ciò nonostante, riusciva ad essere sempre informato di tutto ciò che riguardava i suoi uomini (pettegolezzi compresi).

Gatta ci covava.

“Vede, Capitano – proseguì il superiore – stavo dando un ‘occhiata al suo rapporto di un mesetto fa. Confesso che, a suo tempo, mi ero limitato ad una lettura veloce e poco attenta, pensando fosse cosa di poco conto. Gli avvenimenti di queste ultime ore, ed una telefonata giuntami ieri pomeriggio mi hanno fatto ricredere, però.

Per rapidità e semplicità, lasci che sia io a ricapitolare i fatti; se ometto o sbaglio qualcosa, intervenga pure”.

Così dicendo si accese un sigaro che trasse da un’elegante scatola sul tavolo e fece cenno al sottoposto perché si servisse.

Ballario rifiutò con un cenno di mano. Allora c’era qualcosa che Griffini non sapeva ! Lui non fumava, non lo aveva mai fatto prima, e non aveva nessuna intenzione di iniziare ora solo per compiacere il superiore.

“Dunque – riprese il Colonnello, aspirando voluttuose boccate dal suo sigaro – all’inizio circa dello scorso mese di marzo l’ho convocata qui per affidarle un incarico che credevo di routine. La nostra Ambasciata a Londra aveva contattato il Comando Generale per chiedere di dare il massimo sostegno ad un inglese in arrivo a Milano con il suo segretario, che doveva svolgere un’indagine per conto del Foreign Office.

Anche se la procedura non era corretta, perchè la cosa avrebbe dovuto passare per il Ministero degli Esteri, a Roma avevano ritenuto di aderire alla richiesta, e rimbalzato la palla a noi, qui a Milano.

Fu per questo che la convocai, memore anche della sua ottima conoscenza dell’inglese, e le affidai l’incarico, comunicandole le uniche cose che da Roma mi avevano detto: il nome dell’ospite, Sherlock Holmes, quello del suo accompagnatore, tale dottor John H Watson, la data prevista del loro arrivo, l’11 o 12 marzo, e l’albergo nel quale avrebbero alloggiato, il Cavour, in pieno centro.

Ricordavo vagamente quei nomi, e avevo fatto fare una ricerca dal mio Ufficio: si trattava di un investigatore spesso al servizio del Governo inglese e del suo biografo, che lo aveva messo al centro di decine di racconti – non so quanto veritieri- pubblicati anche qui da noi in Italia, con buon successo. Niente di più.”

Griffini fece una breve pausa, e poi riprese: “Da qui in avanti mi affido al suo rapporto: leggo che lei il 13 marzo, ricevuta comunicazione dalla Direzione dell’albergo dell’arrivo dei due inglesi, si è recato al Cavour e ha fatto una chiacchierata con loro, nel corso della quale è emerso che erano qui a Milano sulle tracce di un agente sovietico, tale Boris Derzinski, sospettato di aver fatto esplodere, qualche mese prima, alcune bombe nel centro di Londra, a Fleet Sreet e nei pressi della Torre.

Lei ha preso buona nota del nome, ha promesso che si sarebbe informato tramite i suoi canali confidenziali, e poi, insieme, avreste organizzato un’operazione per fermare il sospettato con una qualsivoglia accusa, in attesa che da Londra arrivasse una formale e regolare richiesta di estradizione.

Mi pare che, però, dopo non vi siate più sentiti, giusto ?”

Ballario non potè non ammirare la capacità di sintesi del Colonnello. In effetti era tutto, meno un particolare per il quale, giudicandolo sostanzialmente irrilevante, non aveva ritenuto di fare un seguito al suo rapporto. Ora, però, doveva informarne il superiore, anche se ancora non aveva capito il motivo di quella mattiniera convocazione.

“Già il giorno dopo, il 14 – iniziò – potei telefonare a Watson per comunicargli l’esito delle mie prime indagini: in effetti, Derzinski risultava presente a Milano, anche se non era registrato presso nessun albergo, e non ero riuscito a scoprire dove si nascondesse. Un informatore inserito nel gruppo dirigente anarchico mi aveva però fatto sapere che c’era un modo sicuro di trovarlo: bastava andare alle principali manifestazioni – ormai pressocchè giornaliere – “rosse”. Lui non se ne perdeva una. Confuso nella massa, intrecciava rapporti, conosceva gente, organizzava successivi appuntamenti “segreti”, salvo poi misteriosamente sparire così come era apparso.

Aggiunsi che sul Popolo d’Italia di due giorni prima era apparso un curioso trafiletto che gli sintetizzai:

“L’Ardito A.R., nostro lettore, che attualmente è “addetto ai tavoli” in un noto caffè del centro cittadino, ha colto ieri un curioso dialogo fra tre clienti, uno dei quali pareva russo. Si parlava di armi in arrivo dalla Svizzera, di rivolte da organizzare nei quartieri popolari e di bombe pronte per l’uso. Di più il nostro informatore non ha potuto acoltare, perché i tre, accortisi della sua attenzione, si sono allontanati. Vi terremo comunque informati di eventuali sviluppi”.

La cosa mi sembrava potesse avere un collegamento con il loro uomo, e, quindi, consigliai a Watson di provare un abboccamento al giornale, magari fingendosi giornalisti inglesi, per sapere qualcosa di più che forse non era stato pubblicato.

Inoltre, il mio suggerimento fu di intrufolarsi in cortei e comizi, per “pescare” questo Derzinski , con l’unica accortezza di avvisarmi prima, così che io potessi farli tenere d’occhio da due miei uomini in borghese e opportunamente “mascherati” da operai, che li avrebbero seguiti fin dall’uscita dall’albergo, senza che nemmeno loro potessero individuarli, salvo poi intervenire al momento del bisogno.

Watson mi disse che gli sembrava un ottimo piano. Ne avrebbe, comunque, parlato ad Holmes e mi avrebbe fatto sapere. In effetti, però, da allora non si era fatto più vivo, né io avevo avuto tempo di cercarlo, preso dai mille impegni di ogni giorno. Ritenevo, quindi, che lui e il suo amico avessero rinunciato e fossero ripartiti per Londra”.

Il Colonnello aveva ascoltato con attenzione, e solo alla fine intervenne: “L’avrei ritenuto anch’io, se non fosse per quella strana telefonata ricevuta ieri pomeriggio dal dottor Watson. Mi pregava di organizzare un incontro con lei, perché c’erano delle novità, piuttosto importanti, di cui voleva metterla a parte. Per questo lei è qui stamattina. È atteso a ora di pranzo al Cavour. Vada, e poi torni qui e mi faccia sapere”.

“Signorsì, signor Colonnello – rispose Ballario alzandosi – conto per le 16 di essere di ritorno”.

Griffini si alzò anche lui, porse la mano al sottoposto e strinse energicamente quella del Capitano. Il colloquio era finito.

All’uscita, Tassinari si avvicinò con aria premurosa e vagamente complice: “Di nuovo in caccia, signor Capitano, beato lei ! Io, ormai sono relegato tra scartoffie e schedari, e rimpiango le belle indagini di un tempo, quando conoscevo uno per uno tutti i delinquenti di Milano, ed ero considerato l’archivio vivente del Comando”

Evidentemente, l’anziano Maresciallo sapeva tutto. Quindici anni di discreta e validissima collaborazione giustificavano la fiducia che il superiore riponeva in lui.

Ballario rifiutò l’offerta di farsi accompagnare da un’auto di servizio, e si incamminò a piedi, in una giornata che un timido sole cominciava appena a riscaldare.

***

  1. Il Capitano, uscendo dalla caserma, si avviò lentamente per via Monti, in direzione del Castello. Amava passeggiare per Milano, che, anche se non era la sua città, aveva imparato a conoscere ed amare, fin quasi a dimenticare la natia Torino, i portici, le piazze d’armi trasformate in pacifici punti di ritrovo, l’afa umida di certe giornate estive, e, soprattutto, la inespugnabile riservatezza della gente.

Prima, però, si fermò a telefonare al suo Comando. Al Sottufficiale di servizio che gli rispose, disse di far presentare, alle 13 in punto, all’hotel Cavour, il Sottotenente Morosini, da poco assegnato alle sue dipendenze.

Aveva simpatia per quel giovane collega, taciturno fino a sembrare quasi malinconico, che, più di una volta aveva sorpreso a leggere Seneca, con l’immancabile sigaretta (Ballario non fumava, e non sapeva dire quale marca fosse) che gli pendeva dalle labbra.

In un paio di occasioni, poi, Morosini aveva dimostrato ottime capacità investigative e intuitive, inaspettate in un principiante come lui, e questo lo aveva fatto ancor di più apprezzare dal suo superiore, che volentieri lo portava con sé quando pensava – come in questo caso – potesse essergli utile.

Per le vie del centro si respirava una strana aria: quattro giorni prima c’erano stati violenti incidenti tra dimostranti anarco-socialisti e gruppi di Arditi-futuristi, che si erano conclusi con l’incendio dell’Avanti, e l’atmosfera era ancora carica di tensione.

Minacciosi e numerosi gruppi di operai, evidentemente a disagio in quelle strade popolate di pacifici borghesi, si aggiravano guardinghi, con fare torvo. Ogni tanto qualcuno si staccava dal gruppo e partiva l’aggressione a reduci – qualcuno anche mutilato – che ostentavano segni (giubbe, berretti, nastrini) del loro recente passato militare.

Man mano, però che si avvicinava alla Galleria e a piazza Duomo, il Capitano notò che questi gruppi “proletari” venivano sostituiti da meno numerosi capannelli di Arditi e borghesi dall’aria altrettanto decisa, spesso con minacciosi pugnali alla cintola.

Insomma, sembravano due armate contrapposte, pronte allo scontro, e il tutto sembrava non promettere niente di buono.

Terminata la sua passeggiata, e fattasi quasi l’ora, Griffini si avviò verso il Cavour. Da lontano vide, davanti all’ingresso, Morosini che andava su e giù con la consueta aria solo apparentemente svagata.

I due si salutarono, entrarono e si indirizzarono dal gallonato portiere che faceva bella mostra di sé nell’atrio, chiedendo dei signori Holmes e Watson. L’uomo, evidentemente, già sapeva e non si fece cogliere alla sprovvista: “Si accomodino pure al ristorante, c’è un tavolo prenotato a nome Holmes, avviso subito i signori perché scendano”.

Gli Ufficiali così fecero. Al loro ingresso nella sala ristorante non mancarono occhiate curiose da parte dei non pochi signori seduti ai tavoli, mentre le signore sembrarono gradire molto la presenza dei due uomini che la divisa rendeva ancora più affascinanti.

Un premuroso cameriere li indirizzò al tavolo prenotato, e si accomiatò, non senza aver prima sussurrato: “Se lor signori permettono, nell’attesa porto un “Americano”, alludendo all’italianissimo aperitivo di gran moda da un po’ di tempo.

Avevano appena iniziato a bere, che sulla porta si stagliò l’inconfondibile sagoma del dottor Watson: un sessantenne di media statura, corporatura robusta, mascella squadrata e collo massiccio, con un bel paio di baffi. Un insieme che denotava ancora, a dispetto dell’età, vigoria fisica, da vecchio militare, per di più giocatore di rugby. Il nuovo venuto si diresse con passo spedito verso il tavolo, salutò calorosamente (“anche troppo, per un inglese”, pensò Ballario) il Capitano, e strinse la mano al Sottotenente che gli veniva presentato.

Si scusò subito per l’assenza di Holmes, che disse febbricitante a letto, e anticipò che avrebbe dovuto andar via prima della fine del pranzo, proprio per tornare in camera dal suo amico, temporaneamente affidato alle cure di una premurosa infermiera.

Lasciarono al cameriere la scelta del menù, dopo di che Watson iniziò a parlare: “Innanzitutto, la ringrazio, caro Capitano, per questo incontro. So bene di essere in colpa con lei, perché dopo il nostro primo abboccamento del 13 marzo, non mi sono fatto più vivo, ma capirà presto il perché. Si sono succeduti una serie di fatti che nessuno avrebbe potuto prevedere, fino ad un epilogo drammatico di cui le dirò, e sono certo che lei capirà.

Anzi, mi sono permesso di fare di più. Pur avendo apprezzato la sua ottima conoscenza dell’inglese, ho ceduto alla mia vecchia passione di raccontare per iscritto le avventure di Holmes e mie, e ho riempito questo taccuino che ora le consegno. Potrà leggerlo con calma, conoscere tutta la storia e, anche se purtroppo credo che sia ormai tardi, provare ad acciuffare quel furfante di Derzinski che a noi è sfuggito”.

Così dicendo, porse a Ballario un taccuino in pelle nera, e, subito dopo, si alzò per accomiatarsi, concludendo così il suo discorso: “Domattina, se le condizioni del mio amico lo permetteranno, lasceremo Milano, con un po’ di nostalgia dopo un mesetto passato nella vostra bella città, e molta rabbia per il fallimento della nostra missione”.

Seguì una nuova stretta di mano, dopo di che il dottore si allontanò, con lo stesso passo spedito esibito all’arrivo.

Silenziosamente si avvicinò il cameriere di prima, per chiedere se erano rimasti in due e se poteva far portare il secondo (fino allora avevano mangiato solo un ottimo risotto allo zafferano). La risposta fu negativa. I due Ufficiali si alzarono a loro volta e uscirono dalla sala e dall’albergo.

“Morosini, grazie di essere venuto – disse il Capitano – Speravo che i nostri amici inglesi ci avrebbero svelato chissà quale mistero, e contavo sulla sua sagacia per aiutarmi a sbrogliarlo. Così non è stato. Lei torni pure in caserma. Io devo andare dal Colonnello Griffini a riferire. Prima, però, leggerò cosa c’è scritto su questo taccuino”.

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Categorie: Il Giallo

Pubblicato da Giacinto Reale il 6 Gennaio 2015

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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