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Quale Europa tra Wall Street e la Mecca???

Quale Europa tra Wall Street e la Mecca???

La vicenda di Charlie Hebdo ha riportato in primo piano il problema della contrapposizione in atto tra differenti civiltà, mostrando crudamente la distanza enorme che separa le due sponde del Mediterraneo.

Dalle formidabili intuizioni spengleriane alle più recenti analisi di Huntington, la continua trasformazione “faustiana” di quello che noi definiamo “Occidente” ha prodotto, nel tempo, quella regressione che per il filosofo tedesco rappresentava, appunto, la fase della “decadenza” – indicata come zivilisation – e per il politologo statunitense era l’indice dell’insuccesso nel tentativo di “modernizzazione” planetaria di fine secolo.

Tale ultimo periodo della civiltà occidentale viene descritto da Spengler, già negli anni venti, come caratterizzato dal dominio del denaro e della stampa, un tempo intellettualmente arido e politicamente fragile, capace di ritardare la propria fine solo per mezzo del cambiamento continuo di modelli di riferimento, ma comunque sempre privo di speranza.

Per Huntington, invece, si tratta della fase in cui si assiste al fallimento di un’illusione, quella di chi pensava che con l’illimitata espansione delle conoscenze tecniche e scientifiche artificialmente sovrapposta a un insieme di valori culturali, questi ultimi si potessero imporre ovunque, automaticamente, mediante l’esportazione delle prime.

Nei fatti, nessun progressista ammetterebbe mai che la costante predicazione di ideologie crepuscolari ha infettato e corroso i pilastri della società occidentale a tal punto che la sua decantata supremazia, presupposto della sua capacità di attrazione e di assimilazione, è franata anch’essa da tempo sotto il crollo dei modelli culturali tradizionali.

Attualmente, infatti, viviamo nella società del libero arbitrio e della libertà assoluta, riluttanti a ogni principio tradizionale e a ogni ordine superiore, sottoposti all’implacabile tirannia dei “diritti dell’individuo” che ormai abbracciano ogni dominio e che, in ogni campo, hanno di gran lunga superato ogni limite e travolto la categoria dei doveri dello stesso individuo nei confronti della propria comunità, della sacralità della vita e della natura e della tutela della propria stirpe.

In una società in cui lo scientismo ha soppiantato il trascendente, l’utilitarismo ha prevaricato sul retto e sul giusto, la normalità è stata degradata a oscurantismo, anche la famiglia tradizionale non è più un caposaldo né una certezza e l’Occidente s’è impegnato in crociate eversive, come quella contro i termini “mamma” e “papà”, che si vorrebbero cancellare, definendoli parole sessiste, per lasciare invece spazio ai modernissimi e tolleranti “genitore 1” e “genitore 2”.

C’è già il progetto di diffondere, fino dalle scuole elementari, materiale sull’educazione sessuale informato al principio “gender”, cioè stimolando i bambini verso modelli che trasgrediscono al comportamento previsto dal ruolo del proprio genere sessuale, grazie alla teoria secondo la quale il sesso di una persona non è dato in natura, ma è piuttosto una sorta di costruzione sociale, una caratteristica che si può accettare o rifiutare e, nel caso, trasformare e indirizzare sulla base di scelte personali.

Contrastare questa deriva è bollato come una manifestazione di intolleranza, un atteggiamento omofobo e sessista che disconosce la libertà individuale, la dignità della persona e il suo “diritto” a orientarsi anche sessualmente a proprio piacimento.

Da decenni sono oggetto di studio, nei cenacoli progressisti, le vie più opportune per giungere alla regolarizzazione dei rapporti incestuosi tra soggetti adulti e consenzienti né è più considerata oscena o surreale l’ipotesi avanzata da diversi esponenti della sinistra radical circa la necessità del riconoscimento anche delle relazioni con minori, fino a oggi ritenute un reato di pedofilia, per valorizzarne invece sia la componente amorosa-affettiva, sia “il diritto dei bambini ad avere una loro sessualità, ad avere rapporti tra loro o con gli adulti”, riconoscendole come rapporti degni di tutela e legittimazione sociale.

Del resto se uno dei padri dell’illuminismo, Jean Jacques Rousseau, scrisse nelle sue Confessioni di avere comprato a Venezia una bambina di 10 anni, per dilettarsi sessualmente come terapia antidepressiva, quali argomentazioni si potrebbero opporre oggi, nell’epoca del pieno trionfo del relativismo, alla devianza dei costumi, alle degenerazioni etiche, al riconoscimento delle adozioni lesbo-gay o alla genitorialità omosessuale, sancita per legge e ottenuta nei più differenti contesti col ricorso ai mezzi più asetticamente spregevoli della bioetica e della bioingegneria??

Ma allora, occorre chiedersi francamente, dopo aver bruciato, distrutto e dissacrato tutti i riferimenti e i simboli di una Tradizione millenaria, in che modo l’Occidente pensi di potersi ragionevolmente “integrare” coi popoli di differente cultura che premono alle sue frontiere?

Come può, questo Occidente, parlare sinceramente e con fondamento di accoglienza, laddove s’erge un’insormontabile barriera d’incompatibilità, oppure di valori condivisi, laddove esiste una siderale differenza di costumi, principi e comportamenti?

Le teorie antropologiche che attribuiscono alla struttura familiare un ruolo decisivo nel costituire il sostrato fondamentale delle strutture economiche, sociali e politiche di una nazione, consentono di prevedere la devastazione sociale che, col tempo, sarà determinata dalle trasformazioni intervenute negli assetti familiari occidentali e le terrificanti divaricazioni culturali e psicologiche che tali trasformazioni possono aver già prodotto tra un’Europa indifferente e laicizzata e le “famose” seconde e terze generazioni di immigrati di origine araba che vi sono confluiti.

D’altro canto, chi ancora crede nella sovranità della propria Tradizione e nella inderogabile difesa della propria identità, afferma, a ragione, che nessun immigrato può tentare d’imporre le sue regole né la sua volontà; chiunque arriva da fuori deve sapere che questa è la terra degli europei, ricevuta dai padri e dai padri dei loro padri e così via, risalendo nei secoli, che dev’essere tramandata alle future generazioni europee; e chi è arrivato da fuori, poiché nessuno ve l’ha costretto, ma ha scelto di farlo qualunque ne sia stata la ragione, se non accetta questo impegno né le leggi dei popoli europei o il loro modo di vivere, è bene che torni da dove è partito.

Eppure, se a questa giusta affermazione di principio si facessero seguire alcune oneste considerazioni, occorrerebbe chiedersi cosa sia rimasto oggi, della Tradizione europea e di quella identità, che sia ancora veramente degno d’essere difeso e che non sia stato già contaminato e sporcato dall’ideologia della sovversione, dal relativismo positivista, dalla laicità materialistica e atea, dal razionalismo arido e corruttore d’ogni valore e d’ogni ordine superiore.

Anzi, proprio chi non ambisce a integrazioni di sorta e men che meno auspica società multiculturali, dovrebbe confessare a se stesso che per poter assimilare individui estranei, li dovrebbe costringere ad accettare quei “valori” occidentali che, in larga parte, lui stesso rifiuta e considera decadenti e indegni.

Paradossalmente, in molti casi, proprio coloro che con più forza e determinazione oppongono un giustificato rifiuto a comportamenti intollerabili e usanze totalmente incompatibili con i costumi europei, in molte altre circostanze dovrebbero prestarsi, addirittura, a “corrompere” lo straniero per ridurlo alla dimensione degradata degli individui subumani che pullulano nelle società progressiste contemporanee.

Inevitabilmente, allora, chi volesse restare ritto sulle macerie di questa epoca cupa, fermo su posizioni intransigenti verso la dissoluzione odierna e saldo nei propri principi, dovrebbe essere parimenti antitetico tanto ai messaggi corruttori del mondialismo progressista quanto ai furori ancestrali del fanatismo religioso. Tanto irriducibile dinanzi alle nuove rivendicazioni individualiste, cosmopolite ed egualitarie, laiciste, anti-identitarie e profane, che si concentrano intorno alla demonizzazione del passato europeo e alla promozione di una mentalità cosmopolita o mondialista, quanto inflessibile verso chiunque volesse sostituire la tirannia del Nuovo Ordine Mondiale con l’esaltazione di un fanatismo totalmente estraneo alla spiritualità non semita.

Né Wall Street né La Mecca potranno mai rappresentare soluzioni accettabili per il futuro dell’Europa. Ma c’è una via per opporvisi, che non passa per le paludi mefitiche della sinistra greca, sul modello Syriza, con le sue devastanti ricette, un mix liberista e assistenzialista, con la nazionalizzazione di un milione di extracomunitari a fronte di undici milioni di cittadini greci. E’ una via tutta in salita, ma guarda diritta verso le stelle.

Enrico Marino

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Categorie: Società

Pubblicato da Ereticamente il 28 Gennaio 2015

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Cosa e’ giustizia? cosa ingiustizia? cosa sono questi concetti? di certo c’e solamente che si tratta di “concetti” umani.
    L’uomo, nei secoli della sua esistenza, resta pressappoco identico a se stesso nel suo profondo, eticamente parlando. Le sue “etiche”, le sue morali, fluttuano nel tempo, nelle mode dell’epoca.
    Cosi, ai tempi di mia nonna s’era tutti razzisti convinti (Evola teorizzo il razzismo in modo splendido), oggi s’e tutti antirazzisti incazzati. Da un estremo all’altro. Possibile? Ma se l’uomo invece resta sempre uguale a se stesso nei secoli. Io non credo a queste bonta’ di maniera, l’uomo e’ sempre uguale nel suo intimo, solamente che si veste di cultura e di una cultura diversa nei tempi. Non si “progredisce” eticamente. Ecco cio che i signori “progressisti” dovrebbero ficcarsi nel culo, visto che il cervello non ce l’hanno. Quando gli si dice, ad esempio, solo un esempio: “ma perche in famiglia non ci dovrebbero essere dei ruoli? perche se l’uomo fa la guerra e la donna cucina dovrebbe essere un male? il male sara semmai il non garantire alla donna determinati diritti, ma che ci vedi di male nel fatto che la donna tiri la pasta?”, ecco che ci viene risposta la solita cosa, con estremo disprezzo per la cucina italiana che va a farsi benedire: “allora torniamo indietro? non progrediamo?”.
    Il punto e’ che l’uomo progredisce si ma solo sotto l’aspetti tecnico-scientifico, non certo su quello dei suoi concetti quali giustizia o ingiustizia come si e’ tutti convinti. O comunque questo secondo percorso non si svolge su una linea ascensionale come i progressisti credono e sostengono, che’ altrimenti saremmo oggi dei semidei! questo secondo percorso procede in tutte le direzioni e spesso e volentieri torna sui suoi passi. Ecco perche i “progressisti” sono una categoria di sciocchi, diversamente dagli scienziati.

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