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«Indoeuropei»? Non so chi siano!

«Indoeuropei»? Non so chi siano!

Concetto di base.

Se con bianco intendo nero, se con pomodoro intendo cocomero, se con la parola amare intendo l’esclusivo atto sessuale, incorro in errori che vengono acquisiti e dati “per buoni”, a detrimento di un pensiero che, nel caso anche solo storico, archeologico o filosofico, si sviluppa sostanzialmente scorretto e fuorviante per chi lo “assimila”.

Per conoscere una malattia devo conoscerne la causa, non il suo solo effetto. Ovvero, lo studio scientifico di una malattia deve necessariamente considerare la causa e non il solo effetto che tale malattia comporta. Certamente quando al principio si manifesta una malattia sconosciuta se ne rilevano gli effetti, ma per andare successivamente a scoprirne, per l’appunto, la causa e giungere auspicabilmente al rimedio.

Cosa vuol dire «indo»?

Il Vocabolario della Lingua Italiana recita: «Indiano (dell’India asiatica)» e «Anche come primo elemento di parole composte (indoeuropeo, indologia, ecc.), col significato di “indiano” (dell’India) o “che si riferisce all’India”» (Istituto della Enciclopedia Italiana, Vocabolario della Lingua Italiana, Roma 1987, p. 842).

Cosa vuol dire «europeo»?

Il Vocabolario della Lingua Italiana recita: «Dell’Europa» e «gli abitanti dell’Europa. Sotto l’aspetto etnico, popolazione europea, l’insieme delle razze (europidi) che popolano l’Europa» (Istituto della Enciclopedia Italiana, Vocabolario della Lingua Italiana, Roma 1987, p. 356).

Cosa vuol dire «indoeuropeo»?

Ancora il Vocabolario della Lingua Italiana recita: «In linguistica, lingue indoeuropee, o famiglia linguistica indoeuropea, famiglia di lingue parlate in età storica in India, nell’Asia occidentale e in Europa, che presentano specie negli stadi più antichi, una profonda concordanza di caratteri fonetici, morfologici e lessicali, così da rendere legittima l’ipotesi di uno stadio precedente, in cui queste lingue fossero più strettamente connesse tra loro o costituissero addirittura una lingua unitaria (l’indoeuropeo). A tale famiglia appartengono i seguenti gruppi (a partire da oriente): tocario, indiano, iranico, ittito, frigio, armeno, tracio, slavo, baltico, germanico, greco, osco-umbro, latino, celtico» (Istituto della Enciclopedia Italiana, Vocabolario della Lingua Italiana, Roma 1987, p. 842).

Europei, non “indoeuropei”.

Rifacendosi alle tradizioni bibliche Dante Alighieri riprende la leggenda della Torre di Babele e della punizione inflitta dal dio del deserto agli Uomini, con la confusione del comune linguaggio. Esprime così la propria opinione sulla diffusione dell’essere umano nelle terre d’Europa e del Mondo: «Credo, non senza buoni argomenti, che dalla surricordata confusione delle lingue gli uomini siano stati allora, per la prima volta, dispersi in tutti gli angoli del mondo, nelle zone climaticamente più abitabili e in quelle più remote. E poiché la radice principale dell’umana progenie è piantata nelle terre orientali e da lì, da una parte all’altra, la nostra razza si è estesa e diffusa attraverso molteplici tralci e infine è pervenuta alle terre d’occidente, forse allora per la prima volta gole di esseri razionali si abbeverarono ai fiumi di tutta Europa o almeno ad alcuni di essi. Ma, sia che stranieri fossero allora arrivati per la prima volta in Europa o che, di essa nativi, vi tornassero, gli uomini portarono con sé un idioma triplice; di essi alcuni occuparono le regioni meridionali, altri quelle settentrionali d’Europa; il terzo gruppo, oggi chiamato greco, occupò terre in parte europee e in parte asiatiche» (Alighieri Dante, De vulgari eloquentia, Coletti V. -traduzione di-, Garzanti, Milano 2000, p. 19, I, VIII).

Oltre a Dante Alighieri nel corso dei secoli passati più d’uno s’accorge che vi sono similitudini e somiglianze stringenti tra la lingua parlata in India e in Europa, ma più esattamente ci si rende conto che un certo numero di parole greche, latine e tedesche sono comuni al sanscrito.

Tra il XVIII e il XIX secolo gli studi nel campo della linguistica si sviluppano e inizialmente si pensa che dall’India il sanscrito si sia diffuso fino in Europa. Dopo poco ci si rende conto del contrario, ma oramai, se così si può dire, il “danno era fatto”.

Per una maggiore comprensione si può mettere in campo un paradosso.

Se fra tre-quattromila anni qualcheduno si accorgerà che in vaste aree di quello che era lo Stato denominato “Brasile” si parla una lingua assai simile a quella parlata in quello che era lo Stato denominato “Portogallo”, che cosa si dovrà pensare?

Che dal continente “America” qualcheduno sì è trasferito nel continente “Europa” e vi ha portato una lingua? Come la si chiamerà? “Brasilportogallico”?

O non dovrà, più correttamente, essere denominata “Portogalbrasilica”? Andando così a evidenziare che dal “Portogallo”, in antica età, qualcheduno s’è trasferito in “Brasile” portandovi la propria lingua e, dal momento che ha attecchito, pure la propria cultura.

La parola, strumento per capirsi.

Se devo effettuare un’analisi, parto dal principio, non dalla sua fine.

Se devo esporre con chiarezza il percorso effettuato da un esercito nell’ambito di una campagna militare comincio dalla sua base di partenza, non dal suo arrivo, magari descrivendo la battaglia finale, e poi andando a ritroso nel tempo e nello spazio un po’ a “balzelloni” inframmezzandoci qualche citazione colta più o meno pertinente.

Veniamo ora alle parole nude e crude, in riferimento a quanto espresso nel Vocabolario alla voce «Indoeuropeo».

Gli antichi Greci parlavano il greco, non il “grecico”. Gli antichi Latini e Romani parlavano il latino, non il “latinico” o il “romanico”. Gli antichi Germani parlavano il germano, non il “germanico”. Gli antichi Celti parlavano il celto, non il “celtico”.

Gli Italiani parlano l’italiano, non la lingua “italianica”… oppure l’ “italiota”.

L’architettura degli antichi Romani è denominata «architettura romana», non “romanica”, perché con tale termine a partire dal XIX secolo s’identifica l’arte e quindi l’architettura dell’XI e XII secolo in quanto si vedeva il rifiorire delle forme romano-classiche.

La “luce”, ovvero la conoscenza, non giunge da oriente.

Rimane da chiarire un solo punto, composto da due domande:

  1. Dall’Europa che noi oggi conosciamo, quindi dal territorio che noi oggi chiamiamo Europa, in un momento imprecisato del passato vi è stato un movimento migratorio che è giunto fino alle isole dell’odierno Giappone?
  2. L’Europa che noi oggi conosciamo non era il solo territorio abitato dagli Europei, ma questo si estendeva fino all’odierno Giappone?

Soluzione. Si deve capire se in antichità vi sia stata l’espansione o la contrazione della Popolazione Europea.

Capire chi siamo, sapendo chi siamo stati.

Se desidero fare passare un “concetto fuorviante” o una “ideologia antistorica” dovrò proprio cominciare a distorcere la base storica, quindi culturale.

L’utilizzare la parola «Europei» in vece di «Indoeuropei», o viceversa, non è un puro vezzo accademico.

Qui non si tratta di un pelo nell’uovo, ma del pilastro portante di una menzogna, o meglio di un errore ben utilizzato nell’architettura di un processo di deculturazione.

Come ho detto in altre sedi: «Il mito europeo è il potente sussurro di una cultura stabile, poliedrica e versatile» (Padovan Gianluca, Il mito europeo. Le culture che ci hanno preceduto, Ritter Edizioni, Milano 2012).

Gianluca Padovan

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Categorie: Indoeuropei

Pubblicato da Ereticamente il 26 Gennaio 2015

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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