fbpx

Il Tricolore Italico del Sangue

Il Tricolore Italico del Sangue

In un precedente articolo, mi ero soffermato sulle insegne locali delle futuribili etno-regioni italiane; ora vorrei spendere qualche parola su quella che, a mio avviso, dovrebbe essere la rinnovata bandiera nazionale italiana.

Ispirato da un articolo del professor Migliori, proprio sul Tricolore italiano, e tenendo conto del fatto che altri identitari italiani svilupparono prima di me un pensiero simile, la mia scelta ricade, fondamentalmente, sul Tricolore italiano originario, quello cispadano di età napoleonica (venuto prima della bandiera ungherese, peraltro): bande orizzontali di ugual spessore rossa, bianca e verde, forma tendente al quadrato (interessante rimando indoeuropeo alla fondazione delle città), simbolo all’interno della banda bianca.

Il simbolo suddetto, a mio parere, potrebbe essere l’aquila romana delle legioni, diversamente dunque dall’originale simbolo “giacobino” di origine emiliana.

Si sa, sbrigativamente certi personaggi dell’area separatista o cattolica tradizionalista, sono soliti liquidare il Tricolore italiano come vessillo giacobino, massonico, anti-tradizionale; essendo nato, e per certi versi è vero, dal più noto tricolore francese, si pensa che sia solo un cencio privo di valore, scopiazzato dai Francesi e riproposto, come tipologia vessillologica, in altre bandiere europee e non (vedi quella messicana) .

In realtà, anche se magari non era esattamente nelle intenzioni di chi lo ha ideato, il nostro Tricolore suggerisce interessantissimi spunti identitari e, inquadrato nella giusta ottica, appare come una potentissima bandiera etno-nazionale. Altro che giacobini!

Il Tricolore italiano nasce come insegna della napoleonica Repubblica Cispadana nel 1796, a Reggio nell’Emilia (o Reggio di Lombardia come si diceva fino all’800), sebbene il suo uso generalizzato fosse tipico dell’Emilia. Solo in parte si ispira a quello francese, e solo in una fase successiva lo ricalcò più fedelmente, ossia quando le strisce da orizzontali divennero verticali e prive di simbolo all’interno della striscia bianca.

Il simbolo dell’epoca era costituito da una faretra con all’interno quattro frecce (le cispadane Bologna, Ferrara, Modena e Reggio) e con tanto di fascio repubblicano. Alla faccia dei bigotti dell’antifascismo, magari proprio emiliani. Il fascio (che ricordo essere di origine etrusca), come risaputo, ricorre anche nella simbologia francese, proprio perché insegna repubblicana.

Il significato dei colori è nostrano (seppur possa esserci stata imitazione di quelli francesi): il rosso e il bianco sono lombardissimi colori mutuati dai classici stemmi con Croce di san Giorgio tipici della Lombardia storica (Emilia inclusa dunque), il verde invece, colore della speranza, era anche quello delle divise della Legione Lombarda. Ad onor del vero, il verde è anche e soprattutto classico colore ghibellino e visconteo, e questo alla faccia dei verdoni “padani”.

Ironia della sorte, per beffa proprio delle piazzate leghiste, il Tricolore è una padanissima bandiera figlia del territorio settentrionale e lombardo, e a me piace pensare ad un etno-federalismo innervato su tre simboli che accomunano la Penisola: il nome italico nasce a Sud, la capitale e la lingua nazionale sono al Centro, e la bandiera, simbolo anche del nerbo militare (indo-germanico) del Paese, è al Nord. L’Italia che mi piace, che unisce nel rispetto delle peculiarità regionali senza dividere in inutili e deleteri campanilismi.

Ma i rimandi del nostro Tricolore non finiscono qui. Riflettendo sul cromatismo della nostra bandiera nazionale, non può passare inosservata la suggestione che li accosta al classico cromatismo indoeuropeo, solitamente inteso come bianco-rosso-nero: bianco colore della luce, dello Spirito, della ri-nascita; rosso colore del Sangue, della battaglia, del sacrificio, della nobiltà guerriera; nero colore della morte ma anche della terra, dell’humus patrio e della sacralità del Suolo europeo. Non a caso questo cromatismo fu ripreso nel Medioevo nell’investitura dei cavalieri.

Una tripartizione, già studiata dal Dumézil e altri, che riflette la tripartizione sociale del mondo indoeuropeo, diviso in sacerdoti, guerrieri e lavoratori-contadini, e che viene sacralmente inquadrata dalle classiche triadi divine dei pantheon indoeuropei: per restare sul mondo classico italo-romano si pensi a Giove-Marte-Quirino, ma vale anche per Celti, Germani, Greci, Indo-Ari, Iranici.

Nel caso italiano, il rosso-bianco-verde può tranquillamente avere medesima funzione, come lo stesso Migliori evidenziava nel suo scritto: il rosso è il colore appunto del Sangue, della guerra, del sacrificio, della nobiltà guerriera che versa il suo ario sangue sul campo di battaglia (colore associato a Marte); il bianco è il colore del sacro, del solare, dell’uranico, cui l’anima ascende, colore dello Spirito (associato a Giove); il verde è il colore della fertilità, della speranza, della flora e della fecondità dei campi, del lavoro di essi (associato a Flora/Venere, ma anche a Quirino volendo, essendo preposto alla funzione sociale del lavoro e al patronato della città e della cittadinanza etnica).

La triade italica Giove-Marte-Quirino, poi sostituita da quella squisitamente romana Giove-Giunone-Minerva, la Triade Capitolina, rappresenta l’Italia, tanto che ne potrebbe essere protettrice, e viene rappresentata dal nostro Tricolore, mediante i nobili e sacrali rimandi del suo cromatismo.

Come simbolo, nel mio piccolo, pensavo all’aquila romana delle legioni, un simbolo uranico (non a caso inserito nella striscia bianca associata a Giove) e ovviamente caro agli Indoeuropei, sempre accostato al padre degli dei, sotto i cui artigli si trova l’alloro e gli strali celesti del signore del pantheon italo-romano. Quale simbolo migliore e pan-italiano per incarnare la potenza repubblicana dell’Italia che ci piace? Ci sarebbe anche il fascio, certo, ma potrebbe meglio rappresentare, a mio modesto avviso, una bandiera etnica del Lazio. Tenendo sempre presente che il fascio è di origine tirrenica. L’aquila legionaria fu scelta anche da Napoleone, non a caso un Italiano.

Qualcuno potrebbe pensare che una simile bandiera potrebbe confondersi con quella ungherese, eppure quella è più tarda del Tricolore cispadano. L’attuale, spoglio, tricolore non mi piace, onestamente, perché è una scopiazzatura di quello francese e perché, privo di simboli, dice poco, tanto da essere ormai degradato ad insegna commerciale o calcistica.

Naturalmente si tratta di questioni secondarie, politicamente parlando, ma culturalmente la simbologia riveste un’importanza primaria: abbiamo bisogno di simboli per rappresentare quello in cui più crediamo e confidiamo, anche per elevare spiritualmente i nostri ideali e costruire un ponte tra noi e i nostri Avi.

Da Lombardo, difendo il Ducale Visconteo come insubrico etno-vessillo regionale, e il Tricolore Italico del Sangue come etno-bandiera nazionale d’Italia. Una bandiera che sventolerei con totale fierezza, a differenza di quella attuale.

Ave Italia!

Tricolore Italico del Sangue

Tricolore Italico del Sangue

Print Friendly, PDF & Email
Categorie: Etnonazionalismo

Pubblicato da Paolo Sizzi il 25 Gennaio 2015

Paolo Sizzi

Lombardo orobico, Italiano, Europeo, classe 1984. Letterato, sulla Rete dal 2006, da sempre cultore di valori identitari e tradizionali. Senza rinnegare la formazione völkisch evolve il pensiero nell’Italianesimo Sangue e Suolo, coerente con un disegno etnonazionale federalista. Appassionato di antro-genetica, si definisce Nordomediterranide, fusione di elementi ario-italici/celtici con il sostrato ligure. E la Lombardia è proprio questo: una terra ligure e alpina arianizzata da Celti e Italico-Romani, e con un benefico tocco germanico.

Commenti

  1. Primo Siena

    Una versione del tricolore con significati assai simili a quelli proposti dall’autore di questo interessante articolo, fu quello adottato dalle Forze Armate della RSI: le tre bande (verde, bianco e rosso) erano verticali, ma il centro della banda bianca era caricato dall’ aquila ad ali aperte che artigliava il fascio etrusco-romano. Sotto quella bandiera ebbi l’onore di militare con la divisa del Btg. bersaglieri volontari che difese, a nord di Gorizia l’estremo confine dell’Italia, insidiato dalle pretese territoriali dell’armata partigiana di Josif Broz Tito (ottobre 1943-30 aprile 1945)
    Primo Siena, bersagliere Rsi mai pentito.

  2. stelvio dal piaz

    Da giovanissimo volontario e da vecchio soldato politico sono ancora innamorato del Tricolore della RSI. Un saluto cameratesco a tutti Stelvio Dal Piaz

    • Ereticamente Staff

      Anche Dal Piaz una colonna insormontabile… Lei, Siena, Sermonti testimoni di un’altra Italia che non smetteremo mai di raccontare nelle nostre pagine

Lascia un commento

    Fai una donazione


  • afrodite

  • napoli 21 settembre

  • Napoli 12 ottobre

  • ekatlos

  • teatro andromeda

  • conoscenza segreta

  • siamo su telegram

  • Pio Filippani Ronconi 1

  • emergenza vaccini

    Vaccini: Cosa non conosciamo? Storia,tabelle e grafici mai visionati – Vacciniinforma

    di Ereticamente

    VACCINI: COSA CI È STATO OMESSO? Nella letteratura medica, si esaltano da sempre le virtù della vaccinazione. Dopo aver letto questi libri, si riman[...]

  • post Popolari

  • a dominique venner

  • Ultimi commenti
    • Carlo Petrella in Il risveglio della Magia del maestro Therion

      Sono completamente d'accordo con voi... Leggi commento »

    • FABIO in Oltre la notte, per l’Italia - Roberto Pecchioli

      "Se non ora, quando?"... D'accordo, ma, soprattutt... Leggi commento »

    • Fabio in Un insolito Erasmus – Fabio Calabrese

      Caro concittadino, omonimo e coetaneo, secondo te,... Leggi commento »

    • Gallarò in Su Matteo Salvini e la guida del popolo italiano - Roberto Siconolfi

      Ma francamente Siconolfi ha bisogno di un periodo ... Leggi commento »

    • Roberto Gallo in Un insolito Erasmus – Fabio Calabrese

      Egregio Prof.Calabrese, la seguo da tempo e sono m... Leggi commento »

  • archivio ereticamente

    Tag

    Newsletter

    Google Analytics

g. casalino

c. bene

J. Thiriart

m.houellbecq

a. dugin