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Il combattimento ascetico

Il combattimento ascetico

 

“…realizzando ciò che sta di là dalla ragione,

da te stesso rafforzando il tuo essere,

uccidi il nemico,

sotto forma di desiderio arduo a vincere”

(Bhagavad-gita)

 

Gli ultimi sviluppi degli accadimenti internazionali hanno fatto risuonare nella mente dei più parole come guerra, pace e giustizia, con un senso di normalità, con la percezione, anche tra molti che si definiscono tradizionalisti, che tali terminologie debbano e possano assumere solo quel significato profano e moderno che si usa abitualmente attribuirli. Non ci interessa, qui, analizzare gli avvenimenti contemporanei che contrappongono una fantomatica civiltà (?) occidentale ad un’altra di presunta ispirazione coranica, ricadendo questi nel campo secondario ed accessorio del divenire storico, ma precisare e puntualizzare alcuni concetti, che in un’ottica tradizionale assumono valore di veri e propri simbolismi, come la Guerra, dalla quale potremo far scaturire anche alcune considerazioni su simbolismi collegati, come quelli della Pace e della Giustizia. Inoltre, la comprensione del reale significato di certi riferimenti potrà smascherare la pochezza umana ed intellettuale di uno spurio e famigerato “marzialismo facebookiano” di taluni che, non solo non hanno la tempra per assolvere ad una semplice guardia al mitico fusto di benzina di nostalgica memoria o di vivere una sola giornata di goliardica militanza, ma soprattuIRON_MAN_IMAGENtto, troppo impegnati dietro la tastiera, reputando di illudere altri di possedere muscoli e cervello, non trovano il tempo per l’attento studio e la saggia riflessione. Ci dispiace sapere, anticipatamente, che quanto andremo ad esplicitare non troverà il consenso di chi si attarda nella palude emozionale e fantastica delle battaglie interstellari. A costoro, con vero rammarico, comunichiamo che, nonostante la presenza di Thor e di una presunta affinità di Marte con Iron – Man per via dell’apparente comunanza dell’elemento “ferro”, il Mondo della Tradizione non è assolutamente assimilabile col mondo dei film o dei fumetti della Marvel!

Abbandonando la facile ironia, si noterà come in tutte le Civiltà Tradizionali, che autorevolmente possono essere definite tali, di ogni tempo, non è mai stata contemplata l’arte della guerra e del combattimento come l’idea di un’azione fine a se stessa o che avesse come unico scopo la realizzazione o il raggiungimento di risultati esclusivamente materiali e transitori: questa “azione per l’azione” è una concezione tipica della dissoluzione moderna, essendo, infatti, caratterizzata da un falso principio di contrapposizione tra tutto ciò che rientra nell’ambito della contemplazione (idea anch’essa stravolta) e ciò che è inerente all’azione materializzata. Le testimonianze che il combattere fosse presso i popoli forgiati dalla Tradizione, non un’azione meccanizzata, ma una vera e propria ascesi, sono molteplici e riscontrabili in diverse e variegate culture del mondo. La guerra nel divenire, quella rivolta contro i nemici esterni, doveva fungere solamente da supporto, da viatico per la battaglia, per il combattimento per l’essere, contro le debolezze, le passioni e le paure, presenti nella propria interiorità, che impediscono alla propria anima, all’individualità umana di librarsi in volo verso la personalità divina, esistente e vivente dentro ognuno di noi.

islamE’ questo quella pratica di purificazione del mondo sottile, della “confluenza tra i due mari” (tra il mare metafisico e il mare puramente materiale e grossolano) o di ricostruzione del proprio Tempio in un animo distrutto, di cui parla Henry Corbin, il noto gnostico islamista; è il concetto della seconda nascita spirituale, che riconsegna all’uomo il suo stato di purità ed integrità primordiale. E proprio nella tradizion
e islamica, è questo il principio che forgia l’idea della grande guerra santa – el-jihândul-akbar – e della piccola guerra santa – el-jihândul-açghar -: il rito, il sacrificio eroico-ascetico del combattimento, come mezzo preliminare ed indispensabile di una realizzazione spirituale. Il guerriero, rinunciando a tutto, si immola in battaglia, nella piccola jihad, per purificare il suo animo, tramite la grande jihad, per donare il proprio spirito nella mani di Allah: ”Di coloro che restano uccisi nella via di Dio, la realizzazione non andrà perduta: (DIO) lì dirigerà e disporrà il loro animo. Lì farà quindi entrare nel paradiso che Egli ha loro rivelato” (Corano, XLVII, 5-6-7).

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Le gesta della cavalleria crociata e templare e le saghe sulla leggenda del Santo Graal ci confermano come il simbolismo del
l’ascesi guerriera fosse più che mai presente anche nella Cristianità medioevale, nel suo esoterismo, nella sua tradizione. Il crociato, il templare, al di là delle contingenze storiche, si conducevano in Terra Santa per difendere il Tempio di Dio, trasmutando la loro missione terrena, tramite
il combattimento, in una pratica di ricostruzione nella loro interiorità microcosmica. La Terra Santa ed il Tempio erano simboli così importanti per i cavalieri di San Bernardo per sublimare la propria lotta in una dimensione universale e trascendentale, è la vera ascesi dell’azione: “Chi vuol salvare la propria vita la perderà, ma chi la cederà la renderà veramente vivente”. E’ il senso della sfida tra Sir Gawain e il Cavaliere Verde, è la ricerca di Parsifal della Coppa dell’Immortalità. I simboli o i miti di tale pratica ascetica possono mutare attraverso le diverse tradizioni, ma, come lo spirito tradizionale e primordiale rimane immutato attraverso il tempo e forme diverse che va ad assumere, così il principio della Guerra rimane sempre eguale a se stesso.peter_paul_rubens_107[1]Anche la civiltà greco-romana ci offre altri esempi di suddetta immutabilità. Come non ricordare che Omero ci narra l’ammirabile tensione eroica di un Ettore che, pur consapevole di una morte certa ed orribile, non fugge e dona la propria vita, abbandonando la propria città, la propria moglie e il proprio figlio, pur di non venire meno alla via gloriosa che gli dei avevano riservato al suo spirito; e come non rammentare le dolorose quanto simboliche fatiche dell’Eracle dorico. In molti autori latini, come Cicerone e Livio, inoltre, ritroviamo la figura dell’antico rito romano della devotio, consistente nel sacrificio della propria vita in battaglia per propiziare ed aiutare la vittoria del popolo romano. Una mors triumphalis che conduce il legionario romano alla Vittoria spirituale e che si ricollega ai riti e ai simboli della comune tradizione indoeuropea, e quindi alle concezioni proprie della tradizione nordica e di quella ario-iranica.

Nelle saghe nordiche come l’Edda il guerriero ario intendeva la propria lotta, innanzitutto, in un senso metafisico, considerando la propria identità una radice solare ed olimpica che, in ogni dove, sconfigge ed annienta la presenza delle tenebre. Il combattente caduto in battaglia, similmente alla concezione islamica e romana, trova il riposo e la dimora eterna nella celeste sede del Walhalla, accompagnato dalle muse nordiche della guerra e della vittoria, le Walkirie, dove Odino-Wotan era il dio-re. Analoga idea è riscontrabile presso la tradizione iranica e precisamente nel culto ario di Mithra, dove le Fravashi, che insieme alla Walkirie è possibile considerare dei demoni che guidano l’anima, conducono i figli della Luce contro gli eterni avversari del dio solare e delle proprie individualità. Per comprendere meglio tale concetto è necessario rammentare lo scontro tra Indra, dio indo-ario della guerra, e il mostro Vŗta, in cui la divinità, decapitando il proprio avversario, decapita in una realtà trascendente le proprie debolezze e le proprie meschinità. Abbiamo, infine, lasciato in coda le riflessioni inerenti al testo indo-ario della Bhagavad-gità e del guerriero Arjŭna, perché riteniamo che le considerazioni che ne potranno scaturire meglio di altre potranno servire allo scopo di fornire qualche collegamento tra il simbolismo della Guerra e quelli delle Pace e della Giustizia, come accennato all’inizio di questo scritto. Il simbolismo della guerra nella Bhagavad-gità esprime tutta la sua valenza e tutta la profondità del suo principio ispiratore: Arjŭna è un principe ario che si trova in un campo di battaglia, simbolo delle sue incertezze, a dover froBhagavad-Gitanteggiare nemici che sono rappresentati da persone a cui è legato da sentimenti di affetto e d’amicizia, e che durante la lotta è affiancato dalla presenza del dio Krshna, che gli impartisce l’insegnamento tradizionale del combattimento. Il guerriero è lacerato dal dolore della scelta e dal dubbio che la decisione di voler combattere fosse quella giusta. E’ per dissolvere le incertezze nel cuore di Arjŭna che Krshna spiega al giovane dubbioso come un vero combattente non può piegarsi alla pietà ed alle passioni dell’anima, come il suo pensiero dovesse superare gli ostacoli dell’individualità, spiritualizzando la sua azione, rendendola libera dai desideri e dalle debolezze: “Nei forti sono le forze esenti da desiderio e da passione, sono il fulgore nel fuoco, in tutte le creature la vita e l’austerità negli asceti. Sono l’intelletto dei sapienti e la gloria dei vittoriosi” (Bhagavad-gità, VII, 11, 9, 10).

Ritorna più chiara che mai la lotta del guerriero contro i nemici della propria interiorità, che deve essere vinta seguendo la pratica dell’azione senza desiderio ovvero il principio dello wu-wei della tradizione estremo-orientale. Ci si trova innanzi un uomo che, geometricamente, dalla circonferenza del continuo divenire giunge al Centro, dove vi è l’eterno presente, l’essere, il motore immobile di aristotelica memoria: l’uomo che ha in sé la propria legge, perché rappresenta l’unità primordiale. La guerra, quindi, intesa non come caotica distruzione, ma come metodo per recuperare l’armonia, il combattimento che ristabilisce l’ordine perduto, la legge, la Giustizia.

La questione, al dunque, si “riduce”, per così dire, ad una contrapposizione ideale tra le forze del Caos  e il principio sublimante e ordinatore del Cosmo, quindi, a livello  umano, tra una condizione di “ignoranza” ed una di “conoscenza” avviluppante coloro che si adoperano nella ricerca ed affermazione della Verità, una contrapposizione polare come la intendevano le civiltà antiche. Ecco perché “vero” per i Romani ha il significato di vittorioso, di realizzato, di ciò e di chi si ‘identifica’ esotericamente; al contrario di “fallito”, cioè caduto a seguito dell’irrituale contatto col Divino. Pertanto, il Romano ascolta, vede e sa e, per l’effetto, agisce nei termini in cui la legge è la natura ordinata secondo il volere degli Dei. La legge, dunque, si esplicita quale principio operativo della Giustizia Divina (la famosa Dea con la bilancia), elemento trascendente mediante cui si realizza il perfetto equilibrio tra gli opponenti esistenti nell’immanente: “Solo nella attuazione prima dello stato virile, nella sua acquisizione completa del centro di quello stato di esistenza, restaurando il dominio sull’anima e sul corpo ed attuando la unificazione all’asse centrale, con la volontà di Deus Pater, si può parlare per un tale essere della pienezza dell’umanità e della esatta presenza del Cielo sulla Terra”(LMA Viola, Patria Religio).

Ma essa è vana, se in quel centro e in quell’unità non si vivifica la presenza divina, la Grande Pace, che è in tutti gli uomini che tale guerra hanno combattuto e hanno vinto:“Religiosi sunt qui sacra et vitanda discernunt” (Macrobio, Sat. Conv., III, 3, 10).

 

Luca Valentini

 

Bibliografia di riferimento:

 

–        Luca Valentini, L’ascesi del combattere, in Algiza, Centro Studi La Runa;

–        Julius Evola, Metafisica della Guerra, Edizioni di Ar;

–        Julius Evola, La dottrina aria di Lotta e Vittoria, Edizioni di Ar;

–        Julius Evola, Etica Aria, Collezione Europa;

–        Renè Guènon, La grande triade, Edizioni Adelphi;

–        Henry Corbin, L’immagine del Tempio, SE;

–        CSE, L’insegnamento esoterico dell’Islam, SeaR Edizioni;

–        Bhagavad-gita, Il canto del beato, Edizioni Adelphi;

–        Dominique Viseux, L’iniziazione cavalleresca nella leggenda di Re Artù, Edizioni Mediterranee;

–        Sir Gawain e il Cavaliere Verde, Edizioni Adelphi, con una postfazione di A.K. Coomaraswamy;

–        LMA Viola, Patria Religio, Victrix Opuscola.

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Categorie: Tradizione

Pubblicato da Luca Valentini il 20 Gennaio 2015

Luca Valentini

Redazione di EreticaMente.net, cultore di filosofia antica, di dottrina ermetico-alchimica e di misteriosofia arcaica e mediterranea: collaboratore di riviste come Elixir, Vie della Tradizione, Atrium, Fenix Rivista, Il Cervo Bianco, Pietas, Il Primato Nazionale. Dirige le collane Arcana, rarità classiche ed ermetiche, ed Orfeo, narrativa e poetica esoterica, per la Casa Libraria Edit@ di Taranto. Partecipa a seminari di ricerca di livello nazionale ed europeo. Ha pubblicato testi inerenti l'Alchimia, l'Amor Sacro e di poetica ermetica.

Commenti

  1. Lupo nella Notte

    In tempi di sempre piú bieca e proterva manipolazione mediatica e pervertimento delle verità tradizionali ridotte ormai a sfondo farsesco e artefatta caricatura, come nel caso di un terrorismo eterodiretto e sedicente “islamico”, che troppo spesso trovano inopinata sponda anche in àmbiti che dovrebbero sulla carta possedere anticorpi naturali a simili menzognere mistificazioni fra alcuni di coloro che si ostinano a definirsi “tradizionalisti” ma che di fatto si dimostrano perdutamente intrisi di spirito moderno e “modernista”, una precisazione semplice quanto puntuale di che cosa sia davvero il Jihad nella Tradizione Islamica come quella che è possibile leggere in quest’articolo di Luca Valentini risulta quantomai opportuna, e, anzi, provvidenziale.

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