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I volti della guerra

I volti della guerra

La Repubblica di Weimar ha avuto, il che è banale scriverlo, una somma di pregi e difetti. Ad esempio la si considera in modo positivo per la sua Costituzione fra le più avanzate nell’Europa dopo la Grande Guerra, pregio, ma assai debole nella burrasca di forze fra loro antagoniste e in gran parte ostili alla Repubblica. Da sinistra il mito della Rivoluzione d’Ottobre, la Russia dei Soviet e poi di Stalin, spingevano a guardare con totale dispregio la socialdemocrazia al governo, espressione borghese e oramai asservita alle logiche del capitale. La disoccupazione l’inflazione erano i rintocchi a morte del liberismo e, al contempo, il riscatto delle plebi all’ombra della ideologia comunista, del socialismo reale. Non meno severi i giudizi della destra, pur nelle forme variegate che la contraddistinguevano, in quanto aver sottoscritto la pace, quel diktat di Versailles, che aveva reso vano il sacrificio del soldato tedesco, umiliata la Patria e amputata di parti essenziali sia ad Oriente, si pensi al corridoio di Danzica, alla Slesia, ai Sudeti, sia ad Occidente con la Saar data in gestione per dieci anni o della Renania, occupata per imporre il pagamento dei risarcimenti, e tutte le condizioni di restrizioni a cui dovette sottostare. Suo difetto, il peggiore in assoluto (bah, per chi ama la trasgressione, chissà, potrebbe apparire un pregio!), aver aperto le porte all’imbianchino di Vienna e alle orde barbariche che, in lui, si riconobbero in uomini idee istinti… E, va da sé, che si potrebbe ben altro ed altro ancora annotare, ma opere sulla Repubblica di Weimar sono a riempire interi scaffali di biblioteche e librerie. Qualcosa s’è scritto anche qui, su Ereticamente.

Per motivi di cui ho perso memoria, rovistando negli scaffali alla ricerca di una sbrindellata copia del libro sulla tragedia dei russi bianchi e, nello specifico, sul rapimento del generale Alessandro Kutepoff a Parigi negli anni Trenta da parte della Ghepeu e del suo assassinio, mi sono trovato Im Westen nichts Neues di Erich Maria Remarque. Niente di nuovo sul fronte occidentale divenne il grande bestseller della fine degli anni Venti (29 gennaio 1929, data della prima pubblicazione) e da cui venne tratto, subito dopo, il film del regista americano Lewis Milestone (1930) e vincitore di un premio Oscar. Quando, poi, i nazionalsocialisti andarono al potere i libri di Remarque furono banditi e gli fu rivolta l’accusa di avere origini ebraiche. Anche in Italia il Regime fascista ne proibì pubblicazione e visione. Nonostante l’autore si cautelasse affermando come, nei suoi intenti, non vi fosse ‘né un’accusa né una confessione’ (egli aveva combattuto nella Grande Guerra, rimanendo ferito più volte, e molto di autobiografico traspira in tutto il libro, come del resto accade a chi s’adopera a scrivere), ma solo la descrizione delle vicende di una generazione ‘distrutta dalla guerra… anche se scampò alle sue granate’.

Una biografia, magari romanzata, arricchita dall’estro dell’autore… comunque storia di una gioventù a cui era stato insegnato che la morte in battaglia, il sacrificio per la Patria, era atto nobile e doveroso. Risuonava nella mente di ognuno di quei giovani, mentre andavano ad arruolarsi volontari, la lezione del poeta latino Orazio, appresa sui banchi di scuola, ‘dulce et decorum est pro patria mori’… (Oggi, sabato 3 gennaio, sotto un cielo grigio e attraversato da nuvole cariche di pioggia, al Campo della Memoria, abbiamo partecipato ad innalzare, svettante in mezzo al tricolore e alla brutta inutile bandiera della UE, come è d’obbligo nei luoghi istituzionali, quella della Decima MAS. Ai piedi della grande ics di pietra il motto di Orazio). La realtà s’era manifestata presto ed altra, le trincee il fango i pidocchi la dissenteria la morte sotto il cannoneggiamento nemico la mitragliatrice a falciare file intere di giovani anonimi in uniforme.

Il protagonista, Paul Baeumer, di anni 19, una sorta di io narrante, parte con i suoi compagni di classe per il fronte con l’idea tutta romantica che ‘la guerra è bella’. In questo sollecitati dal clima, trasudante retorica, della Germania del Secondo Impero e, particolarmente, dal loro professore. In loro, accanto alle letture dei classici, affiorano giochi dell’infanzia, di quella letteratura nazionalpopolare che trova nell’eroe il principale protagonista. Rulli di tamburo squilli di tromba bandiere al vento cavalli al galoppo sciabole sguainate le baionette innestate (il professor Merlino direbbe ‘faccia al sole e in culo al mondo!’). Fin dal primo giorno si trovano immersi nella guerra grigia e crudele, qualcuno vorrebbe tornare indietro, troppo tardi, la metà di loro viene macellata già in queste prime ore di disincanto al fronte. Uno dopo l’altro se ne vanno senza il viatico della morte eroica. Infine tocca anche a Paul, in un giorno di ottobre del 1918, quando il bollettino, emanato dal Comando tedesco, comunicava ‘niente di nuovo sul fronte occidentale’. ‘Era caduto con la testa avanti e giaceva sulla terra, come se dormisse. Quando lo voltarono si vide che non doveva aver sofferto a lungo: il suo volto aveva un’espressione così serena, quasi che fosse contento di finire così’. Egli si era esposto al tiro di un cecchino francese nel tentativo di catturare una farfalla sul bordo della trincea. La farfalla, l’effimero dai colori variegati (Brasillach avrebbe poetato sul valore della leggerezza) contro il reale nella sua grigia orrida pesantezza…

Chissà perché, uno dei tanti piccoli paradossi in cui inciampiamo nel nostro quotidiano esperire, dicevo non ne ho memoria, ho trovato a fianco del libro di Remarque (modesta edizione Oscar Mondadori) il suo contrapposto, o almeno considerato tale e a mio parere erroneamente, In Stahlgewittern di Ernst Juenger. Tempeste d’acciaio, Ciarrapico editore, è la copia in mio possesso di un libro edito a spese del padre nel 1920 in tiratura limitata, rielaborazione degli appunti che il figlio annotava nelle trincee 1915-’18, e che ebbe straordinaria fortuna. Basterà ricordare come Hitler ne avesse tratto emozioni tanto forti e durature da depennarne, di suo pugno, il nome dalla lista dei congiurati del luglio ’44, anche se Juenger, capitano di stanza a Parigi, era accusato d’essere prossimo ad alcuni alti ufficiali coinvolti. Tenendo conto, però, di come venne stroncata la congiura e di come vennero eseguite le condanne a morte, non è poco.

Volontario, soldato semplice nel 73° reggimento fucilieri dell’Hannover. Dopo essere stato ferito nell’aprile del ’15 – durante il corso del conflitto verrà erto ben 14 volte –, segue un corso per ufficiali, uscendone con il grado di sottotenente. Comanda una compagnia di truppe d’assalto, è ideatore di tecniche per irrompere nelle trincee nemiche, nell’offensiva di primavera del ’18. Al termine della guerra viene insignito, accanto a ulteriori numerose decorazioni, di quella più prestigiosa Pour le Mérite, istituita al tempo di Federico II il Grande e, raramente, concessa ad ufficiali di grado inferiore. (Della vita di Juenger, cento tre anni sono un bel traguardo, e delle sue opere s’è detto tanto e di più sia in termini laudativi che di sprezzante critica. Noi stessi, intendo Rodolfo ed io, in Inquieto Novecento abbiamo dedicato un capitolo proprio sulla sua esperienza al fronte ed uno sul dialogo a distanza, Oltre la linea, con Heidegger).

Lo spassionato distacco e il pregio letterario, questo binomio è sufficiente a rendere pieno senso e il valore di Tempeste d’acciaio? La guerra è priva di morale – non è bene e non è male –, una sorta di destino a cui non ci si può sottrarre come di fronte ad improvvisi cataclismi naturali. Essa si rende sfida alla storia dei popoli e non a quella dell’individuo, che appunto conta nulla o poco. Egli avrebbe potuto scrivere di sé, farsi asse di come si vive sopravvive e si combatte, inserirsi in quel filone di ricordi dove idealismo e solidarietà il senso autentico del cameratismo della comunione di spirito e corpo al di là d’ogni estrazione sociale e di divisione di classe sono la cifra per intendere una esperienza unica e irripetibile. (Mi vengono a mente le scene iniziali de I Proscritti di Ernst von Salomon, quando il giovane cadetto assiste al ritorno dei soldati dal fronte). No, Juenger descrive seziona la scena del combattimento e quella interiore come più tardi farà da valente entomologo con lente d’ingrandimento e pinzette. La guerra dei materiali, termine che diverrà famoso, indica come un’arma acquisti una valenza superiore all’uomo che l’imbraccia, carne da macello a basso costo, ad esempio. Parla certo di se stesso, delle tappe di quattro anni di guerra, dei camerati che condividono la medesima trincea e il nemico che si scorge oltre la linea di demarcazione della cosiddetta terra di nessuno. Sono, però, tutti espressione della necessità di liberare le forze telluriche ed interiori che il conflitto, simile a magma lavico, determina sprigiona spinge alle prove più estreme.

Ecco perché, a ripensarci bene, Niente di nuovo sul fronte occidentale e Tempeste d’acciaio coabitano nel medesimo scaffale, il caso o la necessità ad averne prodotto l’accostamento, e non se ne lamentano… Un quadro è un affresco di paesaggi colori giochi di luce sfumature dove gli uomini recitano la scena ma non si differenziano, nell’armonia dell’insieme, ai particolari di cui essi stessi sono essenza.

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Categorie: Guerra

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 5 Gennaio 2015

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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