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Eroi e Martiri…

Eroi e Martiri…

Provo ad aggirare l’ostacolo. So ch’è inutile. La legge ferrea della burocrazia è l’ottusità, evitare ogni forma di personale responsabilità, salvo quando intervengono le mazzette. Il colore dei soldi non conosce identità nazionale o ideologica. Non fa eccezione quella comunista, anzi più tetragona ottusa e timorosa. Provo a dire all’impiegato del Consolato che, sì, sul passaporto c’è scritta la professione ‘studente’, ma che in effetti Riccardo ed io siamo appartenenti alla categoria studenti-lavoratori. All’università è un buon viatico, in clima di contestazione permanente, per vedere alzare la media ad ogni esame. Va da sé che non abbocca che se ne frega mi restituisce i passaporti mi liquida con eloquente gesto della mano. Estate 1969, Vienna, lungo il Ring, con i suoi edifici eleganti e colorati, anello entro cui si raccoglie il centro originario di quella che fu la capitale dell’Impero defunto. Alla vigilia del primo anniversario dell’invasione il governo ceco ha dato severissime disposizioni di non concedere il visto a giornalisti e studenti.

Riccardo mi ha raggiunto sulla costa romagnola, dove trascorro l’estate e dove, fin da bambino, ho vissuto tanta parte della mia infanzia e adolescenza. Un paio di notti a gironzolare furtivi con la bomboletta spray colore rosso e vergare numerosi viva Mao tanto per alimentare i pro e i contro… Poi, di prima mattina, con zaino e pollice levato sull’Adriatica direzione Nord. Prima tappa l’ostello della gioventù ad Innsbrueck, un edificio grigio e squadrato in una brutta piazza. Seconda tappa, appunto, Vienna.

Tornare a Praga, il nostro intento. Impossibilitati scenderemo, dopo aver visitato insoddisfatti questa città che ha di buono le torte e la panna nel caffè, troppo grande troppo aristocratica troppo vecchia signora in merletti e trine sfilacciate, a Budapest e poi, ancora più a Sud, in Romania, all’ombra del Capitano. Questa, però, è altra storia o, per dirla con la Compagnia dell’Anello, ‘stanchi sporchi ma felici…’.

Viale Trastevere, prossima l’estate. Chiacchiero con Stefano, lungo il marciapiede, quando si accosta un ragazzo su una Lambretta assai scalcinata. E’ Riccardo che non conoscevo. Ed è Stefano che mi invita a portarmelo con me in uno dei miei viaggi in giro per l’Europa, dicendomi che gli è caro come se fosse un suo figliolo. Sbuffo, penso ‘che palle!’, non so dirgli però di no e così me lo ritrovo con un sacco modello avieri, tutto educato e deciso, pronto ad essere ubbidiente soldatino ovunque mi venga voglia d’andare. E l’onda lunga, in verità di breve durata, della primavera di Praga ci spinge con tanti giovani di tanti paesi europei a raggiungere la città boema.

Credo di aver raccontato più volte di quel viaggio, di come ci trovammo ad assistere all’arrivo delle armate del Patto di Varsavia, i caroselli in piazza San Venceslao, le ragazze in minigonna, le bandiere le urla il pianto i volti mongoli sui carrarmati, la grande macchia di sangue rappresa sull’asfalto. Poi la polizia che ci porta di peso su pullman con le grate ai finestrini, confine con l’Austria, il rientro in Italia. Del resto non è la città di Praga e quell’episodio da dimenticare, dove tornerò più volte da insegnante, ma come potrei dimenticare il volto segnato dalle botte nella bara ancora aperta ove Riccardo venne composto, ufficialmente suicida, due giorni prima di uscire dal carcere di Regina Celi e quattro giorni prima di testimoniare in mio favore davanti la Corte d’Assise di Catanzaro? Fra le poche cose belle…

In questi giorni ricorre l’anniversario della morte di Jan Palach, il 19 gennaio 1969. Tre giorni prima, il 16, si era cosparso di benzina sotto la statua di San Venceslao, simbolo dell’indipendenza e dell’unità nazionale, dopo che con altri giovani avevano tirato a sorte a chi toccasse il sacrificarsi. Sebbene il regime restaurato con la forza dei carri armati avesse tentato di tenere basso il profilo dell’avvenimento, di svolgere in sordina i funerali, quel giorno una folla silenziosa ostinata compatta si riversò per le vie di Praga. Oggi, nei pressi della facoltà di filosofia di cui era studente, vi è il suo volto inciso nel bronzo e una lunga iscrizione. E, ai piedi della statua, un’aiola di prato sempre colorata da fiori di anonimi cittadini a ricordo delle vittime del comunismo. E questo anche quando il governo scaldava i muscoli e s’illudeva d’aver ricomposto la propria unità e saldata la frattura fra sé e la popolazione. Ci sono barricate ove arde il fuoco della rivolta e non è necessario che vi siano armi alla mano e bandiere piantate su di esse…

Leggo su facebook che qualcuno, in questo anniversario, lo ha indicato quale simbolo forte del martirio ed eroismo europeo. Nessuna polemica in arrivo, da parte mia, anche se prediligo eroi e martiri che si espongono faccia al sole e in culo al mondo. Lo trovo più rispondente ai caratteri, alla storia del nostro continente, mentre un suicidio, pur alto e nobile quale quello di Jan Palach, richiama culture religioni dottrine in fondo estranee alle nostre… Il Buddhismo in Oriente; l’ebraismo e cristianesimo al di là del Mediterraneo.

Non starò qui a scomodare le stizzose elucubrazioni filosofiche di Arthur Schopenhauer contro il suicidio in quanto, secondo lui, rafforzerebbe l’osceno gioco della Volontà e di tutta la lunga marcia di coloro che, a vario titolo, subordinando l’esistenza ad Altro, s’indignano verso chi sceglie di porre fine a ‘il vizio assurdo’. E’ vero che, annoiandomi assai nel secondo braccio di Regina Coeli, tentai di evadere lavorando alla tesi di laurea su ‘il suicidio metafisico in Carlo Michelstaedter’ (a soli 23 anni con un colpo di pistola alla tempia nel suo appartamento in Piazza Grande a Gorizia, ottobre 1910), cercando di trovare nella sua riflessione il senso del suo gesto, come aveva già fatto in un breve articolo Giovanni Papini. E, in quella occasione, citavo Drieu la Rochelle che del suicidio aveva tracciato il volto di un camerata ricorrente e fedele fino all’ ultimo incontro il 16 marzo del ’45. Del resto, in un taccuino di citazioni trascritte qua e là di quegli anni disperati e folli, ricordavo Albert Camus che riconosceva nel suicidio ormai l’estrema libertà concessaci… (Penso a Mimmo che provò a vincere il principio di gravità; penso a te che, impossibilitata a correre, ti detti al volo oltre il senso effimero del finito).

Jan Palach ha incarnato in ardente sintesi quanto già era presente quale insanabile contrasto nell’età dei tragici greci, le virtù pubbliche e il sentimento privato. Del resto, residuo della pretesa platonica avere le idee carattere universale e necessario, morire per una idea, ad esempio divenire simbolo di protesta per la libertà negata al suo popolo, risolve la contraddizione. Sarebbe stato lo stesso, e la memoria pure, se quella bottiglia di benzina l’avesse rivolta, modello molotov, contro guardie e funzionari di partito? O ci si eleva a martire ed eroe soltanto quando si è eredi dell’agnello sacrificale?

Chi di noi porta in sé, sincera ferita, il rispetto e la devozione verso i ragazzi di Acca Larenzia, ad esempio, ha il medesimo sentire verso coloro che, allora, pensarono armi alla mano di regolare presunte ragioni e reali torti? O preferisce sottacere l’eco di quei richiami per non vedersi additato nel novero della psicologia del crimine gratuito o, peggio, dopo trent’anni, trovarsi la casa invasa dall’antiterrorismo e dintorni? Lontano è l’eroe a cui erigere monumenti, disconosciuto se storia prossima la nostra giovinezza…

Un eroe e un martire per l’Europa…

In battaglia, quando la guerra conservava stile ed eleganza, le bandiere erano in prima fila con gli ufficiali, sciabola sguainata, i pifferi e i tamburini a dare ritmo al passo le file con le baionette innestate a distanza regolamentare l’una dall’altra (Federico II di Prussia, se non erro, scrisse un trattato in merito). ‘Alzate la testa, sono proiettili, non merda!’, ordino uno dei marescialli di Napoleone ai suoi dragoni che s’erano accucciati, durante la carica, dietro il collo del cavallo. E Carlo V, Imperatore, lo si rammenta nel bel film su ‘L’assedio dell’Alcazar’: ‘Se in battaglia cade lo stendardo e il mio cavallo, prima raccolgo la bandiera e poi rialzo il cavallo’… Altri tempi, d’accordo, prima che le guerre si combattessero con odio.

Eppure… o si entra in un ordine di idee e comportamenti dove lo stile fa da misura oppure il solo metro è la vittoria, senza onore né gloria, o ancora il gusto estremo del combattimento. Claudione si sfila il cinturone mentre corriamo per il Viale con i compagni che ci inseguono, noi pochi, loro tanti. ‘Che cazzo fai?’ ‘Sai, io carico, non mi va più di scappare!’. Lo si poteva lasciare da solo? Ci si volge si carica botte a tutto spiano…

Così Jan Palach, mi perdoni, può essere un eroe e un martire e lo è per chi non coglie contraddizione alcuna se, al contempo, si fa fotografare con in braccio il proprio cagnolino. Abbiamo visto, abbiamo ascoltato di peggio… E’ che, se il prezzo dell’eroismo e del martirio, si riduce ad un poster una dichiarazione davanti ad un microfono a una selezione moralistica tra buoni e cattivi, rossi o neri o bianchi, io rimango fedele a Mishima Yukio quando, alla vigilia del seppuku, rifletteva, modestamente senza enfasi quasi vergognoso, che ‘la vita è troppo breve ed io avrei voluto vivere più a lungo’… o per sempre? E gli eroi e i martiri me li porto dentro, nella mia memoria imperfetta, dove c’è posto per Riccardo e chissà per quanti ancora…

Mario Michele Merlino

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Categorie: Punte di Freccia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 23 Gennaio 2015

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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