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Dal crepuscolo degli Eroi all’inizio del Kali Yuga: i Diluvi acquei

Dal crepuscolo degli Eroi all’inizio del Kali Yuga: i Diluvi acquei

Nell’articolo precedente (“Le radici antiche degli Indoeuropei”) erano state fatte alcune considerazioni in merito all’etnogenesi della nostra famiglia linguistica. Avevamo anche visto come essa probabilmente costituì il nucleo più consistente, anche se non l’unico, della Razza Bianca, stirpe che in termini mitici è stata identificata agli Eroi di Esiodo e, secondo una prospettiva quinaria del Manvantara, ebbe il suo periodo di predominanza nel Quarto Grande Anno (da circa 26.000 a 13.000 anni fa).

Come tuttavia ci ricorda Evola, è anche vero che da un punto di vista spirituale non tutti gli Eroi sono destinati a divenire immortali e a sfuggire alla cupa sorte dell’Ade: hybris e protervia sono potenzialità in fondo sempre latenti e potenzialmente operanti nell’azione di allontanamento dalla legge divina (alcune frange eroiche, infatti, ne vennero colpite prima, com’è stato ipotizzato per il caso dei Camiti) e comunque più tardi condurranno alla definitiva conclusione di tutto il ciclo eroico.

Se, accogliendo gli spunti di Frithjof Schuon, ha un fondamento l’associazione tra la Razza Bianco-Eroica e l’elemento Fuoco, si può allora ben comprendere intervento di Zeus nello scatenamento di un Diluvio acqueo per contrastare l’eccesso igneo che ad un certo punto sembrò cosmicamente uscire da ogni controllo. Un evento che, data la radicale opposizione tra i due Elementi, dovette essere particolarmente traumatico, forse paragonabile alla “Caduta dell’Uomo” che chiuse il Satya Yuga e separò il Secondo dal Terzo Grande Anno, rispettivamente governati da Aria e Terra, anch’essi contrapposti; mentre invece, come osserva Vernant, venne mantenuta una relativa continuità nell’ambito delle coppie Oro-Argento da un lato e Bronzo-Eroi dall’altro, al cui interno presumibilmente si verificarono cesure di minor impatto. In ogni caso, da questo momento in poi – circa 13.000 anni fa – prende inizio il Quinto ed ultimo Grande Anno del Manvantara, contraddistinto appunto dalla prevalenza dell’elemento Acqua e che, in termini antropologici, sembrò collegarsi a due eventi specifici.

Il primo – nell’occidente euroasiatico – fu la definitiva conferma del processo fusionale iniziato in tempi tardiglaciali dai Bianchi boreali, i quali vennero quasi a “stemperarsi” nel contatto con le stirpi Rosse occidentali (i Fir Bolg del mito celtico, o i Vanir di quello norreno); un processo che prese le prime mosse dopo la conclusione della reciproca fase conflittuale ed, a mio avviso, portò in terra atlantica ed europea alla nascita di sottotipi europidi maggiormente variegati rispetto a quelli, più netti ed antichi, che fondamentalmente erano riconducibili o alla linea pesante-cromagnoide o a quella più leggera-combecapelloide. Ne è forse esempio l’uomo di Oberkassel, che talvolta viene considerato una forma evoluta di Cro-Magnon, ma da altri ricercatori, invece, un suo incrocio con il tipo nettamente più basso di Chancelade; questo, a sua volta, viene inquadrato come una variante gracile di Cro-Magnon, mentre altrove è posto maggiormente in connessione con la linea combecapelloide, forse antesignana anche dei successivi tipi di Ofnet e, tramite Chancelade, addirittura degli eschimoidi, in generale evidenziando comunque la presenza di tipi intermedi tra le due linee paleolitiche. Forse tale fusione, oltre che in termini etnico-razziali, comportò anche delle significative ricadute sul piano spirituale con l’acquisizione da parte delle genti eroiche ed indoeuropee di forme culturali sincretiche che, ad esempio, avrebbero connotato i Tuatha de Danann della Mo-Uru nordatlantica come “Gente della Dea” (segnalazione di Wirth che Evola sembra non contestare); o dall’ingresso, citato nella mitologia norrena, dei Vani più eminenti nella comunità degli Asi vittoriosi – corrispondenti ai Tuatha de Danann celtici – con l’assorbimento anche di una schiera di divinità femminili la cui presenza è altrimenti difficilmente spiegabile nell’ambito di un pantheon maschile, riflesso di un’ideologia che inizialmente dovette essere orientata in senso nettamente patriarcale.

Il secondo evento – nell’oriente eurasiatico – probabilmente comportò il definitivo stabilizzarsi delle caratteristiche morfologiche della Razza Gialla, da Schuon infatti connessa all’elemento Acqua e che, non a caso, acquisirà proprio nel corso del Quinto Grande Anno una consistenza numerica ed una capacità espansiva anche nel nord, nel centro e nel sud del continente asiatico mai prima conosciuta nella sua storia. E’ vero, come si era accennato in precedenza (articolo “Le più antiche caratteristiche razziali”), che alcuni tratti mogoloidi sembrerebbero ravvisabili già nei reperti di Sungir (vicino a Mosca) di circa 22.000 anni fa ed anche, risalenti ad un periodo forse di poco più recente, in quelli di Minatogawa (Okinawa, Giappone); l’impressione tuttavia è che si tratti di caratteristiche ancora embrionali, presenti su scala limitata e non del tutto stabilizzate, se è vero che alcuni autori hanno rilevato come, ad esempio, il cranio cinese di Ciu Cu Tien, risalente a circa 15-20.000 anni fa, non evidenzi alcuna somiglianza con gli attuali orientali ma semmai con i Nativi americani, gli Ainu o con gli europoidi (in particolare i “Pre-europidi” secondo Biasutti). Anche il ritrovamento di Palawan nelle Filippine, collocabile a 22-24.000 anni fa, più che con i mongoloidi attuali evidenzia affinità con forme più meridionali, tanto che è stato considerato Protoaustraloide o Protoaustromelanesoide. A parere di Nicholas Wade la specializzazione mongoloide, dunque, non sarebbe apparsa prima di 10.000 anni fa, se non ancora più tardi: per Grottanelli solo in periodo neolitico e per Biasutti ancora più tardi, nel calcolitico cinese. In ogni caso, anche a prendere a riferimento le date più antiche (Sungir e Minatogawa) siamo comunque molto lontani dalle ipotesi di Gaston Georgel che, da un punto di vista ciclico-tradizionale, postula l’emergere della Razza Gialla già 52.000 anni fa ad inaugurare un periodo di predominanza che avrebbe coperto tutto il Secondo Grande Anno del Manvantara, cioè fino a 39.000 anni fa; sembrerebbe invece più esatto collocarne nel Quinto Grande Anno il periodo di maggior espansione, o quanto meno della sua più recente forma “neomongoloide” che si differenzia da un vasto strato di popolazioni soprattutto nordasiatiche più antiche, come ad esempio i Ciukci, considerati “pre-mongolici” e nei quali le caratteristiche orientali si presentano in maniera molto più sfumata. E’ abbastanza plausibile che la varietà mongoloide sia sorta in un’area asiatica centro-settentrionale come particolare risposta adattativa al rigido ambiente tardo-paleolitico, seppure secondo una direzione chiaramente molto diversa rispetto a quella Bianca e nordico-occidentale, forse improntata ad una minor continentalità climatica. Non si potrebbe però escludere che nella sua genesi sia anche entrato in gioco, più marcatamente rispetto alle popolazioni europee, un fattore ibridatorio con popolazioni allogene che Evola individua in razze di cultura meridionale, ma che da ricerche più recenti sarebbe stato collegato piuttosto al contributo di gruppi non Sapiens: dalle analisi genetiche, pare infatti emergere una dinamica meticciatoria avvenuta in due fasi, dove i Neanderthal si sarebbero ibridati una prima volta con una larga parte dei Sapiens eurasiatici ancora indistinti, ed in una seconda occasione solo con quelli che più tardi avrebbero generato le popolazioni orientali. Senza dimenticare, inoltre, l’afflusso proveniente anche da un’altra popolazione non Sapiens, i Denisoviani, che oltre a raggiungere percentuali non trascurabili tra le popolazioni melanesiane dell’Oceania e di Papua Nuova Guinea (attorno al 6% del rispettivo patrimonio genetico), presenta tracce rilevanti anche in Asia Orientale.

Quindi la nascita della Razza Gialla, o quanto meno l’inizio della sua fase di forte espansione, dovette coincidere con lo scatenamento dell‘elemento Acqua che circa 13.000 anni fa concluse il Quarto Grande Anno con l’episodio del “Diluvio Universale”. Evola segnala come il ricordo di tale catastrofe climatica si ritrovi in un numero elevatissimo di popolazioni mondiali (Iranici, Messicani, Maya, Caldei, Greci, Indù, Africani atlantici, Celti, Scandinavi), alle quali possiamo aggiungere anche quelle “subaree”, cioè né semitiche né indoeuropee del Vicino Oriente (ad esempio, gli antichi Hurriti ed Urartei), fino a genti più settentrionali come gli Eschimesi e diversi uralici (Samoiedi, Voguli e Ostiachi). Evento confermato anche dalla scienza attuale che rileva come tra 16.000 e 7.000 anni fa il livello degli oceani aumentò di 120-130 metri sommergendo vaste aree in tutto il globo tra le quali, ad esempio, l’enorme “piattaforma della Sonda”nel sud-est asiatico. In particolare, sembra molto probabile che la catastrofe diluviale non fu una sola, ma comportò diversi episodi i quali, nel settore occidentale del globo, secondo Herman Wirth portarono ad una sommersione per tappe successive del continente atlantideo: nella prima occasione, prudenzialmente collocabile tra 15.000 e 12.000 anni fa, forse ne venne colpita la sua parte più estesa, quella centro-meridionale, lasciandone però ancora emersa la zona più settentrionale, quella Mo-Uru che, come vedremo, si inabissò solo alcuni millenni dopo. Più precisamente, in termini paleoclimatologici, i tempi tardiglaciali videro le tre fasi dello stadiale freddo Dryas inframmezzate dagli interstadiali temperati di Bolling e di Allerod, prima del definitivo termine del Pleistocene e l’inizio dell’attuale fase interglaciale definita Olocene; il tutto, ovviamente, con la conseguenza di una rilevante serie di movimenti migratori. In effetti, nel periodo Bolling, gruppi umani della cultura Amburghiana, collegata al Maddaleniano occidentale, occuparono la vasta pianura tra la Gran Bretagna e la Polonia, ma il secondo periodo del Dyas fece peggiorare le condizioni climatiche e migrare questi gruppi a sud, verso la Francia. Il nuovo riscaldamento collegato all’interstadiale Allerod comportò un ripopolamento della Grande Pianura europea da parte dei gruppi del complesso delle “lame a dorso”, in ultima analisi sempre riconducibile al più vasto fenomeno del Maddaleniano. Il terzo ed ultimo raffreddamento del Dryas costituì l’ultimo episodio pleistocenico, durante il quale i gruppi del complesso delle lame a dorso furono sostituiti da quelli della cultura di Bromme-Lyngby (che durante l’Allerod occupavano Svezia e Danimarca), meglio adattati alla vita della tundra; disseminati tra Belgio e Russia, furono contraddistinti dall’uso di punte peduncolate ed armi da lancio per la caccia alle renne e sono associati a culture quali lo Swideriano e l’Ahrensburghiano. Inoltre, in conseguenza di tutte queste variazioni climatiche, si verificarono almeno tre “Diluvi” acquei distinti: episodi di rapido scioglimento glaciale con repentini aumenti del livello marino sarebbero avvenuti circa 14.000, 11.500 e 8.000 anni fa (quest’ultimo interessò in particolare aree quali Groenlandia, Danimarca e Nordatlantico), ed ovviamente incoraggiarono anch’essi spostamenti di varie popolazioni paleo-mesolitiche.

Tra i molti autori che si sono occupati del mito atlantideo, particolarmente interessanti furono le considerazione di Lewis Spence, il quale riteneva che dal continente occidentale sarebbero partite diverse ondate umane, tra le quali una collegata alla cultura maddaleniana ed un’altra più recente, ormai mesolitica, connessa all’Aziliano di 11-12.000 anni fa, che portò gli antenati degli Iberici in Spagna e nell’Africa nordoccidentale. Per quanto riguarda l’Europa, nell’articolo precedente avevamo già visto come quello iberico dovette probabilmente essere un superstrato intrusivo giunto su di un fondo più antico e già indoeuropeo, confermando quindi l’idea che, almeno in parte, le popolazioni non indoeuropee non sarebbero più da considerare, come nella teoria tradizionale, necessariamente preindoeuropee ma piuttosto peri-indoeuropee. In effetti ciò è vero solo in parte, appunto perché una stratificazione ancora più antica ritengo andrebbe comunque collegata alla superfamiglia sino-dene-caucasica, di cui il Basco e le lingue nord-caucasiche sarebbero il residuo odierno; ma anche perché è presumibile che la precedente migrazione maddaleniana si divise in un ramo nord-mediterraneo, che avrebbe portato nel nostro continente la prima ondata paleo-indoeuropea (e non, come sostiene Vennemann, lingue di ceppo “vasconico”) ed un ramo sud-mediterraneo che avrebbe condotto nell’Africa settentrionale lingue di altro tipo, quanto meno coeve al primo Indoeuropeo, avvalorando quindi l’idea di un’ethnos non unitario collegato a questa cultura tardo-paleolitica. Il ramo sud-mediterraneo è forse relazionabile a quelle che nel mito celtico sono le genti “anarie” di Partholon: anch’esse, in definitiva, di lontana ed indiretta discendenza boreale e iafetico-nostratica, benché periferiche rispetto al più coeso sotto-raggruppamento nemediano-eurasiatico (che comprende anche l’indoeuropeo), da cui la similitudine di diversi toponimi rinvenibili tra Egizi, Caucasici e Semiti. E’ infatti significativo che nel Sahara occidentale e nel nord-Africa Leo Frobenius abbia rinvenuto una serie impressionante di graffiti rupestri estremamente somiglianti alle pitture del Maddaleniano franco-cantabrico, che però non vi testimonierebbero ovviamente l’ingresso di lingue indoeuropee, mai attestate sulla sponda meridionale del Mediterraneo; da cui l’interessante nota di Ignatius Donnelly che riteneva Atlantide, oltre che degli Indoeuropei, punto di origine anche di altre famiglie linguistiche tra le quali quella semitica, peraltro in buon accordo con Guenon e l’idea di un’origine occidentale della relativa tradizione. Si sarebbe dunque trattato di popolazioni che avrebbero necessariamente dovuto seguire, nel loro movimento verso Oriente, la via della sponda meridionale del Mediterraneo; in conseguenza del fatto che in Europa non risultano essere mai state attestate lingue di ceppo afroasiatico, l’ipotesi sarebbe forse confermata anche da evidenze di carattere archeologico, che denoterebbero un ripopolamento tardiglaciale delle aree africane settentrionali e medio orientali dopo lo spopolamento verificatosi nel II Pleniglaciale. Il quadro sembrerebbe questa volta coerente con l’ipotesi di Theo Vennemann su di una patria originaria dei Semiti sita non in una delle tante sub-localizzazioni proposte per il Medio Oriente (Levante, Arabia, Caucaso, Mesopotamia) ma nell’Africa nordoccidentale ed, in una certa misura, anche con quelle di Allières che al Berbero ed alle lingue afroasiatiche provò a collegare il Basco. Ciò, anche se nell’articolo precedente è stata seguita una linea diversa, ovvero quella di un substrato preindoeuropeo che, come rimarca Villar, nulla dimostra essere stato continuo ed omogeneo: cosa che infatti Devoto suggerisce, ad esempio, attraverso l’idea di un basco-caucasico più antico e legato ad un mondo soprattutto euro-continentale, e di un altro strato nettamente più meridionale e connesso al più sfumato concetto di “Indomediterraneo”, trait d’union tra Vicino Oriente e, soprattutto, Africa e Spagna. In effetti, sia Evola che Guenon, dopo la fine di Atlantide, postulano una grande corrente migratoria Occidente-Oriente che, per quanto riguarda la via sud-mediterranea (quindi fuori dal campo delle lingue arie), sarebbe giunta in Siria ed in Egitto ma avrebbe proseguito anche oltre, fino in India (se non addirittura in Cina, dove Evola ricorda i resti di un’antica civiltà dalle linee demetrico-atlantidee, affine a quella maya) con significative somiglianze che Acerbi segnala tra il mondo camitico e quello dravidico. In India questa colonizzazione è forse da collegarsi al “ciclo di Ram” o Ramachandra, settimo avatara di Vishnu ed associato all’arrivo dell’agricoltura, migrazione che si sarebbe sovrapposta a quella dei precedenti Dasyus, popoli di razza gialla e nera. Antropologicamente avrebbe portato verso est un tipo “protomediterraneo”, risalente già alla cultura Natufiana del Mesolitico palestinese e presente in larghissima maggioranza dall’Egeo all’Indo e dal Mar Caspio al golfo di Oman, passando per Iran e Pakistan; qui infatti dovette rappresentare il tipo fisico di base della civiltà di Mohenjo Daro e più ad ovest si sarebbe insediato in un periodo chiaramente anteriore all’arrivo dei Sumeri nel meridione mesopotamico. Anche da un punto di vista culturale, Evola segnala che John Woodroffe (alias Arthur Avalon) gli aveva riferito che “l’Oriente doveva i suoi aspetti magico-attivi (….) ad un’influenza non ariana e pre-arianavenuta dall’Occidente”, mentre sotto l’aspetto linguistico tale movimento avrebbe introdotto nel sub-continente indiano le lingue dravidiche, il cui punto di provenienza è stato ipotizzato nel Mediterraneo orientale (precisamente da Creta e dalla zona di Aleppo in Siria) e che sono state, più o meno direttamente, collegate sia da Trombetti che da Greenberg all’Elamitico della Persia meridionale. Ma tutta questa eterogenea congerie di genti “anarie”, elamo-dravidiche, camito-semitiche e forse “subaree” (i già menzionati Hurriti ed Urartei), hanno probabilmente mantenuto un certo grado di parentela anche con alcuni gruppi caucasici (in uno schema, Trombetti ad esempio rappresenta l’Elamitico in una posizione intermedia tra il Caucasico ed il Camitico meridionale) forse soprattutto nel loro ramo “Cartvelico”, di cui il Georgiano è oggi l’idioma più parlato, e che significativamente Greenberg avvicina in particolare alla famiglia afroasiatica. E non è forse un caso se nella stessa zona caucasica pare essere ben attestato il nome di “Iberia”, da cui il remoto collegamento che tutte queste forme, più o meno direttamente, possano aver avuto con una zona nettamente più occidentale.

Tale composita schiera di lingue e di popoli, in ultima analisi riconducibile al mondo atlantico-occidentale, mantenne un quadro etnico sostanzialmente invariato soprattutto nelle aree nordafricane, est-mediterranee e medio-orientali (Cretesi e Fenici, ad esempio, erano definiti anche i “rossi”) probabilmente perchè vennero impattate in misura molto minore, rispetto alla più larga parte del nostro continente, da quell’ultima ondata migratoria “trasversale” e “tardo-indoeuropea” che Evola segnala essersi mossa da nord-ovest verso sud-est, arrivando fino all’India ed avendo come punto di origine una zona nordatlantica prossima all’Irlanda. Come accennato sopra, quest’area era infatti rimasta emersa ancora alcuni millenni dopo il primo, e più devastante, cataclisma diluviale che aveva sommerso la gran parte di Atlantide e concluso il Quarto Grande Anno del Manvantara; già nel precedente articolo “Il Secondo Pleniglaciale….” avevamo visto che dovette trattarsi di un settore posto tra la linea Irlanda-Scozia a sud, e l’Islanda a nord, quindi approssimativamente dove ora si trovano le isole Faer Oer o, un po’ più a sud-ovest, nei pressi dell’isolotto di Rockall. Una zona nordatlantica da diversi autori segnalata come anticamente emersa e che, probabilmente a causa della sua latitudine relativamente settentrionale, nel mito ellenico venne confusa con il Centro veramente primordiale del Manvantara – cioè la Tule polare – tanto da assumerne il nome stesso; inoltre, come ricorda Acerbi, essa fu menzionata anche da autori successivi con il fuorviante nome di “Atlantide iperborea” che facilmente portava alla sovrapposizione tra questa fase, cadente ormai nel Quinto Grande Anno, ed i tempi molto più antichi all’inizio del Satya Yuga. Il mito iranico, invece, riporta con maggior precisione il fatto che tale area abbia rappresentato solo una delle prime tappe nella discesa degli Arii verso sud, ed Herman Wirth ritiene che la sosta nordatlantica corrispose alla terra che nell’Avesta viene menzionata come “Mo-Uru”. Fu quindi da questo settore nordoccidentale – e non, puntualizza Acerbi, direttamente da quello nordico più antico, come ritiene Guenon – che, dopo il primo Diluvio “universale”, provenne in Europa quel flusso che si sovrappose alla precedente ondata “orizzontale” arrivata da ovest; una terra che per i Celti fu la perduta Avallon, donde giunse il mitico popolo dei Tuatha de Danann (del quale già in precedenza si era accennato alla possibilità di un’interpretazione su diversi piani ontologici) che anche secondo Evola venne dalla direzione di nord-ovest ed antropologicamente corrispose al vecchio ceppo Cro-Magnon, a mio avviso nel suo ramo depigmentato e più settentrionale.

Tuttavia, come narrano anche i Celti, a sua volta anche la stessa zona nordatlantica venne colpita da uno o più episodi diluviali (un ricordo, quindi, che Evola rimarca come palesemente oceanico, non più iperboreo-glaciale) probabilmente verificatisi, secondo alcune evidenze paleoclimatologiche e stratigrafiche, attorno a 11.500, 8.000 e forse anche 7.000 anni fa con la definitiva separazione delle isole britanniche dal continente europeo. Da qui le indicazioni di Guenon sul fatto che, rispetto al “Diluvio universale” atlantico-occidentale di circa 13.000 anni fa, tali eventi corrisposero a cataclismi posteriori e di portata inferiore, oltre ad essere ricordati nella tradizione ellenica come i Diluvi di Deucalione e di “Ogyges”; in merito agli equivoci sorti attorno a quest’ultima localizzazione, rimando alle opportune indicazioni cortesemente fornitemi dal prof. Ernesto Roli e riportate nel precedente articolo “Il ramo boreale dell’Uomo tra Nord-est e Nord-ovest” sottolineando che ove venga utilizzato, in questo particolare contesto, il termine Ogigia, in definitiva vada intesa la terra nordatlantica, cioè quella che è stata appunto definita Avallon dai Celti, Mo-Uru dagli Iranici nell’interpretazione di Herman Wirth e Tule – ma nel suo significato secondario – dai Greci. Ne consegue anche che il Diluvio – o i Diluvi – che colpirono la terra nordoccidentale dovettero essere più antichi di quello accostato a Deucalione, dal momento che Levalois ritiene questo essere stato l’ultimo episodio acqueo di una certa rilevanza verificatosi nel Dvapara Yuga, proprio al suo termine.

In ogni caso la conseguenza fu che, a partire dall’area nordatlantica, iniziò una serie di migrazioni verso sud-est delle popolazioni indoeuropee appartenenti alla “seconda ondata”, come abbiamo accennato nell’articolo precedente: venne raggiunta l’Irlanda ma presumibilmente anche scavalcata, sia ad est che ad ovest, lungo i margini della piattaforma continentale che al tempo era ancora emersa. Ad oriente di quelle che oggi sono le isole britanniche, una zona particolarmente favorevole ad un nuovo massiccio insediamento umano dovette essere il “Doggerland”, quella vasta pianura anglo-scandinava che si stendeva dove oggi si trova il Mare del Nord, ed in aree sempre più ridotte rimase emersa fino a tempi neolitici. Il Doggerland costituì probabilmente una delle zone europee più ricche di fauna e flora, risultando quindi un habitat ideale per cacciatori-raccoglitori-pescatori di cultura ormai mesolitica che lo popolarono intensamente, come pare anche attestato dai due siti sommersi nel Mare del Nord al largo di Tynemouth, sulla costa britannica (uno databile tra 10.000 e 8.500 anni fa e l’altro tra 8.500 e 5.000 anni fa). Se quindi in questa pianura si verificò un’importante concentrazione di popolazioni mesolitiche, ne derivò l’impressione che essa fu un’importante “culla” indoeuropea, come ritenne Latham che sembrò modificare la sua precedente ipotesi est-europea (localizzata in Ucraina e Volinia), ed anche in accordo con quella nordoccidentale proposta da Schulz; teorizzazioni ovviamente da valutare nell’ottica di sedi e Centri solamente parziali e successivi, di certo non primari (come invece veramente fu, per l’etnogenesi indoeuropea, la Airyanem-Vaejo nordorientale, in prossimità della proto-patria uralica), sedi e Centri che nel periodo finale, o subito dopo la fine del Doggerland, furono probabilmente costituiti anche in area sud-baltica e kurganica, come vedremo più sotto. Di passata si può rapidamente accennare anche ad un’altra ipotesi legata al Mare del Nord, quella formulata da Jurgen Spanuth che, precisamente nell’arcipelago di Helgoland al largo della costa tedesca, pone il punto di partenza dei misteriosi “Popoli del Mare” che anticamente invasero il bacino mediterraneo; la datazione di questi eventi, verificatisi attorno alla metà del secondo millennio a.c., ci pone però in un contesto temporale chiaramente troppo recente per essere collocati nel quadro del presente articolo.

Anche il Doggerland, tuttavia, venne duramente colpito dalla serie dei Diluvi nordatlantici, uno dei quali – appunto quello attorno a 8000-8200 anni fa – fu costituito da un violento maremoto innescato da un enorme smottamento subacqueo, la “frana di Storegga”, che si verificò sul bordo della piattaforma continentale norvegese; il cataclisma colpì anche le isole Shetland, le Faer Oer e la Scozia, arrivando fino all’Islanda e alla Groenlandia. Sia a motivo di questo episodio, più improvviso e traumatico, sia per il successivo, ma più lento, processo di progressiva penetrazione marina nella pianura anglo-scandinava (forse identificabile con l’ultimo Diluvio, quello di Deucalione), le popolazioni meso-neolitiche ivi massicciamente stanziate dovettero ulteriormente iniziare a spostarsi in zone più continentali, sempre lungo la direttrice generale nord-ovest / sud-est e così generando, a mio avviso, la più marcata distribuzione di diversità genetica del nostro continente ancora oggi osservabile: la “prima componente principale” rilevata da Cavalli Sforza, che non a caso presenta un gradiente nettamente trasversale. Il fatto che tale evidenza venga invece interpretata dai ricercatori sotto un’ottica completamente opposta – cioè un avanzamento da sud-est verso nord-ovest in relazione all’espansione neolitica dell’agricoltura – si scontra con due dati non trascurabili. Il primo, già accennato nell’articolo precedente, è che sempre più sta emergendo il fatto di come l’economia agricola non sembra essersi spostata tanto in termini “demici” (ingresso diretto di nuove popolazioni medio-orientali), quanto piuttosto in termini culturali (sostanziale permanenza delle genti paleo-mesolitiche autoctone con sola acquisizione delle nuove tecniche produttive). Il secondo dato è valutabile direttamente dall’andamento della prima componente principale sulla carta geografica, dove uno dei due valori estremi di scala – approssimativamente attestato tra Scandinavia occidentale, costa baltica, Danimarca, Germania del nord, Olanda e settentrione delle isole britanniche – sembra disegnare un’area semicircolare: una conformazione che richiama piuttosto l’idea di una zona di espansione e non di un punto di arrivo. Inoltre, come opportunamente notato da Villar, il valore dell’estremità opposta della scala delle grandezze rilevate non parte dall’Anatolia, come dovrebbe essere se il fenomeno rappresentato fosse quello della diversità genetica portata dai contadini neolitici, ma dalla Mesopotamia se non dall’Arabia settentrionale, che sono zone del tutto incongrue nell’ottica dell’espansione agricola.

Infine, pur dal più limitato punto di vista dei gruppi ematici, una dinamica simile è stata rilevata anche nell’andamento, da nord-ovest verso sud-est, della progressivamente diminuzione tra le popolazioni europee di sangue di gruppo A ed il parallelo aumento della frequenza di quello B: un gruppo di probabile provenienza asiatica, scarso in Europa e, ad esempio, quasi assente tra Nativi americani ed Aborigeni australiani.

Ma anche in termini culturali secondo W. Muller vi sono alcuni dati che, nell’Europa atlantica, sembrerebbero avallare l’idea 7.000 anni fa di una provenienza oceanica, e di una rapidissima espansione, di quella che fu la cultura megalitica; forse originata in area nordatlantica, si può azzardare l’ipotesi che sia stata veicolata attraverso il flusso migratorio passato ad ovest della zona irlandese, cioè lungo il bordo, allora emerso, della piattaforma continentale europea. Una diffusione che, come notato anche da Giuseppe Sergi, non sembra essersi sviluppata da sud a nord, dal momento che la datazione dei megaliti bretoni, fino a 6.800 anni fa, pare più antica di quelli iberici (ed anche di quelli danesi). Tale corrente nordatlantica più occidentale potrebbe aver tenuto maggiormente coesi i gruppi periferici, stretti tra l’entroterra continentale già precedentemente popolato dalla prima stratificazione paleo-indoeuropea e la costa oceanica, comportando una fase culturalmente piuttosto omogenea tra le varie comunità dei pescatori mesolitici; ancora oggi ne rimarrebbe una traccia anche a livello genetico, nella particolare vicinanza rilevata tra le popolazioni dell’Irlanda, Galles, Cornovaglia e penisola iberica nord-occidentale. In ogni caso, nelle tombe megalitiche dell’Europa di nord-ovest troviamo spesso un tipo umano simile non tanto al robusto cromagnoide, ma piuttosto al più esile mediterraneo come, al contrario, a latitudini piuttosto basse (es. a Muge in Portogallo) troviamo reperti cromagnoidi mesolitici: dal che si può quindi desumere il forte e definitivo mescolamento ormai inestricabilmente avvenuto tra i vari tipi europidi coinvolti nella corrente orizzontale Occidente-Oriente e in quella successiva nord-ovest / sud-est. Da questo punto di vista, inoltre, non è forse un caso che Pirra, la moglie di Deucalione, significhi proprio “la rossa”, forse ad ulteriore testimonianza dell’unione intercorsa tra la Razza Bianca più settentrionale e la Razza Rossa più occidentale.

Più o meno in contemporanea, ad est, dal Doggerland colpito dai Diluvi e progressivamente invaso dai flutti oceanici, il ramo orientale della migrazione nordatlantica trasversale aveva spinto alcune popolazioni mesolitiche, già di fatto stanziali ed alle quali anche Franz Specht attribuisce un’ethnos sicuramente indoeuropeo, a stabilirsi anche nella pianura della Germania settentrionale; una delle culture più importanti in questo quadro fu quella di Ertebolle (da circa 7.000 a 5.500 anni fa) sviluppatasi appunto nei pressi dell’attuale Mare del Nord, tra Olanda, Danimarca, Svezia, fino alla Vistola, e nel cui ambito sembrano abbastanza chiari i ritrovamenti scheletrici attribuibili alla Razza Nordica. La successiva cultura neolitica del “Bicchiere imbutiforme” (nota anche con la sigla TRB e posta fra circa 6.000 e 4.700 anni fa), coprì un territorio abbastanza simile a quella di Ertebolle e secondo Thieme rappresentò la chiara manifestazione geografica di una lingua indoeuropea unitaria. Unità che però, a parte la ben precedente stratificazione paleo-indoeuropea solutreano-maddaleniana, nella più recente ondata trasversale iniziò a disgregarsi quando, secondo Romualdi, una parte di queste popolazioni si mossero a oriente della Vistola, andando probabilmente a costituire il primo nucleo delle lingue “satem” (Baltici, Slavi, Iranici, Indoarii), mentre invece il ramo “kentum” (Celti, Italici, Germani, Elleni) dovette residuare da coloro che invece rimasero ancora nelle sedi nordeuropee. Nella prosecuzione, quindi, del movimento nord-ovest / sud-est, dalla Polonia i gruppi indoeuropei più orientali si infiltrarono in Russia ed Ucraina fino alle sponde del Mar Nero, con un afflusso ormai di età neolitica che, nei bacini del Dnepr inferiore, del Donets ed in Crimea (di cui i ritrovamenti di Mourak-Koba), sembra principalmente costituito dal tipo di Cro-Magnon, più robusto della precedente popolazione mesolitica e tendenzialmente mediterranea. Dall’analisi delle sepolture, sembra che proprio a tipi cromagnoidi sia collegabile la cultura di Srednij Stog ed anche le prime fasi delle culture kurganiche propriamente dette della Russia meridionale; ma, al di la dell’antropologia fisica, se di queste ultime ipotizziamo un’etnicità non indoeuropea (dato che ovviamente i due concetti non sempre sono sovrapponibili), essa sarà, nel quadro della teoria di Mario Alinei, linguisticamente “turcica” e geograficamente di provenienza più centro-asiatica. Al contrario, se ne accettiamo la piena indoeuropeicità secondo le linee di Marija Gimbutas, si tratterebbe della formazione di un ulteriore nucleo di irradiazione secondaria della nostra famiglia linguistica (ipotesi ad esempio sostenuta da Cavalli Sforza), un nucleo che però, come abbiamo visto, sulla genetica della popolazione europea sembra aver inciso molto meno rispetto al fondamentale movimento nord-ovest / sud-est.

Ma ormai, con il Diluvio di Deucalione e la completa sommersione del Doggerland si conclude il Dvapara Yuga – l’Età dell’Ascia nel Mito Norreno – per lasciare posto circa 6.500 anni fa al Kali Yuga, nella metà esatta del Quinto Grande Anno del Manvantara. L’inizio dell’ultima età viene ricordato anche negli altri corpus mitici, come ad esempio in quello biblico, dove Gaston Georgel lo pone in connessione con l’episodio della Torre di Babele, immagine che anche secondo Evola allude al definitivo smarrimento degli ultimi barlumi di Tradizione unitaria dopo il periodo diluviale. Nel mito indù è invece con la morte Krishna, ottavo avatara di Vishnu, che prende inizio l’ultimo e più basso Yuga, in un momento ormai prossimo all’apparire delle prime forme statuali organizzate e dei primi documenti scritti: una fase, quindi, non più preistorica ma quasi protostorica e le cui analisi lascio ad altri.

A tutti i lettori il mio augurio di Buon Anno.

Michele Ruzzai

Bibliografia consultata per il presente articolo:

  • AA.VV. (a cura Jean Guilaine) –– La preistoria da un continente all’altro – Gremese Editore – 1995
  • Giuseppe Acerbi – Apam Napat, il valore delle Acque nella letteratura vedica e nella cultura hindu – Indirizzo internet: http://allependicidelmontemeru.blogspot.it/2014/06/apam-napat-il-valore-delle-acque-nella.html
  • Giuseppe Acerbi – Il mito del Gokarna ed il drammatico agone tra Perseo e Medusa – Indirizzo internet: http://allependicidelmontemeru.blogspot.it/2013/01/il-mito-del-gokarna_17.html
  • Giuseppe Acerbi – La storia straordinaria di Kessi, mitico cacciatore anatolico – Indirizzo internet: http://allependicidelmontemeru.blogspot.it/2014/05/la-storia-straordinaria-di-kessi.html
  • Giuseppe Acerbi – La questione dei “Tre Diluvi” nella tradizione ellenica – in: Algiza, n. 9 – Gennaio 1998
  • Mario Alinei – Origini delle lingue d’Europa. Volume 1: La Teoria della Continuità – Il Mulino – 1996
  • Mario Alinei – Un modello alternativo delle origini dei popoli e delle lingue europee: la “teoria della continuità” – in: “AA.VV. – Le radici prime dell’Europa. Gli intrecci genetici, linguistici, storici – Mondadori – 2001”
  • Mario Alinei / Francesco Benozzo – Origini del megalitismo europeo: un approccio archeo-etno-dialettologico – in: Quaderni di Semantica, 29 – 2008 – Indirizzo internet: http://www.continuitas.org/texts/alinei_benozzo_origini.pdf
  • Piero Ardizzone – Gli avatara di Visnu. Esoterismo a confronto – Jupiter – 1995
  • Xaverio Ballester – Alinei II: la sintesi emergente – in: Rivista Italiana di Dialettologia, 25 – 2001 – Indirizzo internet: http://www.academia.edu/5921369/Alinei_II_la_Sintesi_Emergente
  • Charles Berlitz – Il mistero dell’Atlantide – Sperling Paperback – 1991
  • Renato Biasutti – Razze e Popoli della terra – UTET – 1959
  • Giulia Bogliolo Bruna – Paese degli Iperborei, Ultima Thule, Paradiso Terrestre – in: Columbeis VI – Università di Genova, Facoltà di Lettere, Dipartimento di Archeologia Filologia Classica e loro tradizioni – 1997
  • Michel Brezillon – Dizionario di Preistoria – Società Editrice Internazionale – 1973
  • Alberto Broglio, Janusz Kozlowski – Il Paleolitico. Uomo, ambiente e culture – Jaca Book – 1987
  • Mario Cappieri – I Protomediterranei dalle regioni dell’Egeo al Bengala – in: Rivista Italiana di Economia, Demografia e Statistica – 1957
  • Vittorio Castellani – Quando il mare sommerse l’Europa – Ananke – 1999
  • Luigi Luca Cavalli Sforza – Il caso e la necessità. Ragioni e limiti della diversità genetica – Di Renzo Editore – 2007
  • Luigi Luca Cavalli Sforza – Storia e geografia dei geni umani – Adelphi – 1997
  • Louis Charpentier – Il mistero Basco. Alle origini della civiltà occidentale – Edizioni L’Età dell’Acquario – 2007
  • Gabriele Costa – Linguistica e preistoria. II: linguaggio e creazione del sacro – in: Quaderni di Semantica 27 – 2006 – Indirizzo internet: http://www.academia.edu/1269693/Linguistica_e_preistoria._II_linguaggio_e_creazione_del_sacro_in_Quaderni_di_Semantica_27_1-2_2006_pp.199-223
  • Nuccio D’Anna – A proposito del rapporto Julius Evola–Hermann Wirth – in: Vie della Tradizione n. 140 – Ottobre/Dicembre 2005
  • Bruno D’Ausser Berrau – De Verbo Mirifico. Il Nome e la Storia – Documento disponibile in rete su vari siti
  • Bruno d’Ausser Berrau – La Scandinavia e l’Africa – Centro Studi La Runa – 1999
  • Luigi De Anna – Thule. Le fonti e le tradizioni – Il Cerchio – 1998
  • Alain de Benoist – Visto da destra. Antologia critica delle idee contemporanee – Akropolis – 1981
  • Eurialo De Michelis – L’origine degli indo-europei – Fratelli Bocca Editori – 1903
  • Bernardino del Boca – La dimensione della conoscenza – Edizioni L’Età dell’Acquario – senza indicazione di data
  • Maurice e Paulette Déribéré – Storia mondiale del Diluvio – Mondadori – 1990
  • Giacomo Devoto – Il concetto di “Lega Linguistica” – in: “AA.VV. – Atti del III Convegno internazionale di Linguisti tenuto a Milano nei giorni 6-10 settembre 1958 – Sodalizio Glottologico Milanese – Università di Milano – 1961”
  • Aleksandr Dughin – Continente Russia – Edizioni all’insegna del Veltro – 1991
  • Julius Evola – Il mistero del Graal – Edizioni Mediterranee – 1997
  • Julius Evola – Il mistero dell’Artide preistorica: Thule – Quaderno “Il Mistero Iperboreo” (articolo presente anche ne “I testi del Corriere Padano” – Ar – 2002)
  • Julius Evola – Il mito del sangue – Edizioni di Ar – 1978
  • Julius Evola – Indirizzi per un’educazione razziale – Edizioni di Ar – 1979
  • Julius Evola – L’ipotesi iperborea – in: Arthos, n. 27-28 “La Tradizione artica” – 1983/1984
  • Julius Evola – Panorama razziale dell’Italia preromana – in: La difesa della Razza, n. 16, 1941 (nel fascicolo: Le razze e il mito delle origini di Roma, Sentinella d’Italia, 1977)
  • Julius Evola – Ricerche moderne sulla tradizione nordico-atlantica – in “I testi di Ordine Nuovo” – Edizioni di Ar – 2001
  • Julius Evola – Rivolta contro il mondo moderno – Edizioni Mediterranee – 1988
  • Fiorenzo Facchini – Il cammino dell’evoluzione umana. Le scoperte e i dibattiti della paleoantropologia – Jaca Book – 1994
  • Angelica Fago – Mito esiodeo delle razze e logos platonico della psichè: una comparazione storico-religiosa – Studi e materiali di storia delle religioni, Vol. 57 – anno 1991
  • Gaston Georgel – Le quattro Età dell’umanità. Introduzione alla concezione ciclica della storia – Il Cerchio – 1982
  • Mario Giannitrapani – Paletnologia delle antichità indo-europee. Le radici di un comune sentire. Parte 2° – in: Quaderni di Kultur, n. 4 – 1998
  • Dario Giansanti – Gli invasori d’Irlanda in un’ottica funzionale – Sito del Centro Studi La Runa – Indirizzo internet: http://www.centrostudilaruna.it/invasionidirlanda.html
  • Vinigi L. Grottanelli – Ethnologica. L’Uomo e la civiltà – Edizioni Labor – 1966
  • Renè Guenon – Forme tradizionali e cicli cosmici – Edizioni Mediterranee – 1987
  • Renè Guenon – L’archeometra – Editrice Atanòr – 1992
  • Hans Thomas Hakl – Julius Evola e la storia comparata delle religioni – in: Arthos, n. 16 – 2008
  • Elisabeth Hamel / Theo Vennemann / Peter Forster – La lingua degli antichi europei – in: Le Scienze – Luglio 2002
  • Charles H. Hapgood – Lo scorrimento della crosta terrestre – Einaudi – 1965
  • Skender Hushi – Atlantide – EMAL – 2009
  • I geni dei Neanderthal che sono in noi – Sito Le Scienze – 29/01/2014 – Indirizzo internet: http://www.lescienze.it/news/2014/01/29/news/geni_neanderthal_uomo_moderno_mescolamento_ibridi_malattie_sterilit-1987737/
  • Il ménage à trois dei nostri antenati – Sito Le Scienze – 19/09/2011 – Indirizzo internet: http://www.lescienze.it/news/2011/09/19/news/incrocio_genetico_sapiens_neanderthal_denisova-744081/
  • Insediamenti mesolitici sommersi – Sito Le Scienze – 19/9/2003 – Indirizzo internet: http://www.lescienze.it/news/2003/09/19/news/insediamenti_mesolitici_sommersi-587616/
  • Janusz K. Kozlowski – Preistoria – Jaca Book – 1993
  • Christophe Levalois – Il simbolismo del lupo – Arktos – 1988
  • Christophe Levalois – La terra di luce. Il Nord e l’Origine – Edizioni Barbarossa – 1988
  • Alberto Lombardo – La civiltà e la lingua degli avi – Sito del C.S. La Runa – Indirizzo internet: http://www.centrostudilaruna.it/sprachekultur.html
  • Silvano Lorenzoni – Atlantide, Mu, Lemuria, Gondwana, Iperborea – sito del C.S. La Runa – Indirizzo internet: http://www.centrostudilaruna.it/atlantidemulemuriagondwanaiperborea.html
  • Alberto Malatesta – Geologia e paleobiologia dell’era glaciale – La Nuova Italia Scientifica – 1985
  • Vittorio Marcozzi – L’Uomo nello spazio e nel tempo – Casa Editrice Ambrosiana – 1953
  • Bruno Martinis – Continenti scomparsi – Edizioni Mediterranee – 1994
  • Giovanni Monastra – Julius Evola tra le seduzioni del razzismo e la ricerca di una antropologia aristocratica durante il fascismo – Indirizzo internet: http://www.juliusevola.it/risorse/template.asp?cod=16&cat=ART&page=14
  • Stephen Oppenheimer – L’Eden a oriente – Mondadori – 2000
  • Giampiero Petrucci – Storegga, lo “Tsunami Artico”: 8.000 anni fa un’immensa frana sottomarina causò un devastante maremoto nel Mare del Nord – Indirizzo internet: http://www.meteoweb.eu/2012/12/storegga-lo-tsunami-artico-8-000-anni-fa-unimmensa-frana-sottomarina-causo-un-devastante-maremoto-nel-mare-del-nord/172527/
  • Roberto Pinotti – I continenti perduti – Mondadori – 1995
  • Vittore Pisani – L’unità culturale indo-mediterranea anteriore all’avvento di Semiti e Indeuropei – in: “Scritti in onore di Alfredo Trombetti” – Hoepli – 1938
  • Fabio Ragno – Iniziazione ai Miti della Storia. Frammenti di una storia perduta – Edizioni Mediterranee – 1999
  • Adriano Romualdi – Gli Indoeuropei. Origini e migrazioni – Edizioni di Ar – 1978
  • Merritt Ruhlen – L’origine delle lingue – Adelphi – 2001
  • Frithjof Schuon – Caste e razze – Edizioni all’insegna del Veltro – 1979
  • Giuseppe Sergi – I Britanni – Settimo Sigillo – 1987
  • Domenico Silvestri – La nozione di indomediterraneo in linguistica storica – Macchiaroli – 1974
  • Alfredo Trombetti – Le origini della lingua basca – Arnaldo Forni Editore – 1966
  • Lorenzo Valle – Miti nordici e miti celtici – Il Cerchio – 2001
  • Francisco Villar – Gli Indoeuropei e le origini dell’Europa. Lingua e storia – Il Mulino – 1997
  • Francisco Villar – La complessità dei livelli di stratificazione indoeuropea nell’Europa occidentale – in: “AA.VV. – Le radici prime dell’Europa. Gli intrecci genetici, linguistici, storici – Mondadori – 2001”
  • Felice Vinci – Omero nel Baltico. Saggio sulla geografia omerica – Fratelli Palombi Editori – 1998
  • Nicholas Wade – All’alba dell’Uomo. Viaggio nelle origini della nostra specie – Cairo Editore – 2006
  • Ian Wilson – I pilastri di Atlantide. Un grande diluvio distrusse e ricreò la storia – Fabbri Editori – 2005

 

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Categorie: Preistoria

Pubblicato da Michele Ruzzai il 30 Dicembre 2014

Michele Ruzzai

Le Origini dell’Uomo, la sua Preistoria, le sue Razze. Sono temi che cerco di esplorare seguendo coordinate non evoluzionistiche, ma ciclico-involutive, monofiletiche e boreali, traendo spunto dai pensatori del “Tradizionalismo integrale” e dal Mito, senza tuttavia dimenticare quanto può dirci la ricerca scientifica correttamente interpretata. Non sono né un accademico né uno specialista. Sono solo un appassionato che non pretende di insegnare nulla a nessuno, se non, scrivendo questi articoli, provare a mettere un po’ di ordine tra i tanti appunti raccolti in anni di letture…

Commenti

  1. Ernesto Roli

    Dopo il tempo necessario per assimilare il saggio di Michele Ruzzai, debbo dire che esso è orientato verso un periodo del cammino dell’umanità più vicino al nostro e quindi a me più congeniale. Pertanto non solo mi trova sostanzialmente concorde con esso, ma rivolgo anche al suo autore i miei incitamenti per questo corposo studio che sta portando avanti da molto tempo e che mi ha appassionato in maniera notevole. Spero che Ruzzai arrivi anche a periodi “storici” più vicini alla nostra era.
    Con stima ed affetto

    Ernesto Roli

  2. Michele Ruzzai

    Prof. Roli, grazie ancora per l’incoraggiamento: chissà, forse un domani questi articoli saranno la base di partenza per la stesura di un libro (ma confesso che è ancora lunga la lista dei testi che devo finire di consultare!). Tuttavia, preferisco arrestarmi a questo punto – la soglia dei tempi protostorici – che sono stati indagati da autori molto più competenti e prolifici sull’argomento, ed ai quali credo proprio che potrei aggiungere poco o nulla di originale. Se i miei scritti “seriali” si concludono qui, spero comunque di pubblicare ancora qualcosa, seppure in modo più episodico (e magari meno “corposo”), il che dipenderà dai temi che via via potrò incontrare.
    Ricambio stima ed affetto, a risentirla.

    Michele Ruzzai

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