Cosmopolitismo, immigrazione, mondialismo, seconda parte

Cosmopolitismo, immigrazione, mondialismo, seconda parte

Io non vorrei sembrare ripetitivo insistendo sul tema dell’immigrazione, ma vorrei che fosse assolutamente ben chiaro che essa non è UN problema, bensì IL problema per eccellenza con il quale ci tocca confrontarci, una minaccia mortale alla nostra sopravvivenza in quanto popolo.

A questo riguardo, le favole idiote coltivate dalla sinistra vanno semplicemente sfatate con la massima chiarezza: a fare di ogni essere vivente quello che è, dalle zucchine che crescono nell’orto alla balenottera azzurra, non è “la cultura”, l’ambiente, l’esperienza ma unicamente la genetica, l’eredità biologica, i geni che ogni generazione passa a quella successiva. Nessuna sollecitazione ambientale potrà mai trasformare un lupo in una pecora, né una pecora in un lupo.

Quello che vale per tutti gli esseri viventi, vale anche per la specie umana. Questi “migranti”, questi INVASORI per usare il termine giusto, non sono “nuovi italiani”, non lo saranno mai, semplicemente perché sono portatori di un genoma a noi estraneo.

Tanto per essere chiari, se quello che la sinistra cerca di instillarci sull’immigrazione, è un mucchio di scempiaggini, quello che ha da dire la Chiesa cattolica a questo riguardo, non merita di essere preso nemmeno lontanamente in considerazione. Prima di tutto, il punto di vista religioso è per definizione un punto di vista a-razionale, poi in particolare riguardo al cristianesimo, non scordiamoci nemmeno per un secondo la lezione di Nietzsche sulla morale cristiana come negazione della vita e degli istinti vitali, “santo masochismo”, e non scordiamo neppure il fatto che a causa della crescente secolarizzazione e laicizzazione dell’Europa e del mondo cosiddetto occidentale, la Chiesa cattolica è spinta sempre di più a cercare le nuove leve del clero e un “gregge” alternativo di fedeli nel Terzo Mondo e fra i cosiddetti migranti (che poi non sono migranti ma clandestini, che penetrano le nostre frontiere fregandosene delle nostre leggi e contando sulla nostra irresponsabile tolleranza), e non dimentichiamo neppure il business delle cosiddette ONLUS, nessuna delle quali è realmente “non lucrativa”.

Insomma, l’atteggiamento della Chiesa e della sinistra al riguardo, è tutt’altro che disinteressato, e va regolarmente a colpire e penalizzare coloro che hanno il torto di essere italiani nativi.

La doppia menzogna cristiana e marxista ci rimanda al volto ipocrita della democrazia. Se dovessimo prendere sul serio il significato etimologico di questa parola, ossia “sovranità popolare”, essa sarebbe la più grande menzogna che è possibile concepire. In democrazia i popoli non contano nulla e non hanno il diritto di decidere nulla, nemmeno di continuare a esistere in quanto tali, come dimostra proprio il fatto che il potere dietro le quinte della sedicente democrazia ha imposto quasi dappertutto l’avvento di una società meticcia senza incontrare – si può dire – resistenze di sorta.

Cristianesimo, marxismo, democrazia, le tre grandi menzogne che intossicano l’animo della gente. Oggi questo veleno ideologico è orientato soprattutto a non farci percepire il fatto che l’invasione extracomunitaria significa la distruzione della nostra nostra gente.

Se questo è il contesto con il quale abbiamo a che fare, non ci possiamo di certo stupire che negli ultimi tempi il dibattito su questi argomenti abbia subito una sorta di accelerazione, e sempre di più ci si renda conto della mannaia che l’immigrazione fa pendere sul nostro capo, strumento dell’attuazione del piano Kalergi e dell’estinzione programmata dei popoli europei.

In particolare sul web che rappresenta forse oggi l’unico settore dell’informazione non manipolata e non censurata, la volta scorsa abbiamo visto la comparsa con sorprendente simultaneità di due articoli che hanno affrontato il tema dell’immigrazione dal punto di vista delle implicazioni sociali, sulla nostra “Ereticamente”, “Borghesi” di Federico Pulcinelli, e su “Stato e potenza”, www.statopotenza.eu , di Gennaro Scala, “Le nuove forme dell’odio verso le classi inferiori: l’ideologia antirazzista”.

Tuttavia non è tutto, avevo appena terminato la stesura della prima parte di “Cosmopolitismo, immigrazione, mondialismo”, ispirato almeno in parte a queste tematiche, quando ecco che ci troviamo nell’esigenza di segnalare un terzo scritto sull’argomento che, davvero in maniera singolare, viene a completare il discorso dei primi due. L’autore è una persona le cui osservazioni meritano di essere tenute nella massima considerazione, Luigi Leonini, il cui lavoro di divulgazione di scritti appartenenti o non appartenenti alla nostra “area” ma comunque estremamente utili per capire il mondo e la società intorno a noi, vi ho più volte segnalato, ma che raramente diffonde scritti in proprio, e lo fa solo quando ha qualcosa di veramente importante da dire.

L’articolo, postato in data 21 novembre, ha un titolo che forse necessita di qualche spiegazione: “Il razzismo dell’utopia: come il meme cristianomorfo spinge all’etnomasochismo”.

Il concetto di meme può non essere familiare a tutti: si tratterebbe della più piccola unità di informazione culturale, così come il gene è la più piccola unità di informazione genetica. Per certi versi, il concetto di meme non si può interpretare altro che come una metafora: i geni hanno una precisa localizzazione fisica nei cromosomi del nucleo cellulare, una natura chimica oggi ben conosciuta, rappresentata dalle quattro basi azotate; per i memi non esiste nulla di tutto ciò, si tratta di concetti impalpabili. Eppure questo concetto paradossalmente funziona: prendiamo proprio l’esempio del meme cosmopolita, nato con il cristianesimo e trasmesso poi ad altri complessi ideologici: illuminista, marxista, democratico: è un’unità discreta che può essere presente in contesti diversi, così come un gene potrebbe ritrovarsi inalterato in genomi anche molto diversi.

Il meme del cosmopolitismo, Luigi lo definisce cristianomorfo, e non c’è dubbio, appunto, che esso nasca col cristianesimo, e ne rappresenta forse l’aspetto più letale. Per secoli è rimasto inattivo – ne abbiamo parlato la volta scorsa – perché il cristianesimo è stato, obtorto collo, assunto come bandiera etnica dell’Europa soprattutto nei confronti del mondo islamico, e successivamente la Chiesa si è trovata a essere il punto di riferimento delle forze tradizionali contro l’assalto massonico-illuminista, ma quei tempi sono ormai tramontati per sempre, e una Chiesa mondialista ha ritrovato tutto il livore anti-europeo e anti-romano dei primi secoli.

Io non vorrei tuttavia dare l’impressione di essere quello che ritiene di saperne una pagina più del libro. Guarda caso, davvero sorprendente, questo articolo viene a considerare, proprio come quelli di Pulcinelli e di Scala, quegli aspetti sociali delle conseguenze dell’immigrazione di cui io nei miei precedenti articoli, non avevo forse adeguatamente tenuto conto.

Il linguaggio del nostro amico è molto esplicito:

“L’alleanza tra Radical Chic, ricchi dei quartieri bene, e le organizzazioni immigrazioniste, esprime un odio razziale contro i nostri concittadini che hanno il difetto di essere poveri e di non capire per quale fottuta ragione debbano sobbarcarsi i disastri dell’Africa. La sinistra è contro i poveri del proprio Paese, lo fa per razzismo ideologico”.

Vediamo una sostanziale concordanza con le analisi di Pulcinelli e di Scala: l’immigrazione è uno strumento della lotta di classe, serve alle élite borghesi per tenere i lavoratori nativi, pressati dalla concorrenza degli immigrati, in una situazione di precarietà. Ma Luigi Leonini aggiunge un tassello in più: questo antirazzismo è una forma subdola e velenosa di razzismo, razzismo contro i propri connazionali appartenenti alle classi subalterne, razzismo dei ricchi contro i poveri.

Si tratta ovviamente di un razzismo folle che parte da una visione del tutto disancorata dalla realtà:

“Per l’atteggiamento di chi si è sradicato dal proprio corpo e si è iscritto a una patria immaginaria i cui confini sono quelli dell’utopia. Si tratta di una riedizione del paradiso cristiano in versione laica, in cui il rifiuto della realtà assume una chiave moralista immaginando una giustizia che coincide coi desideri degli psichicamente deboli. E si trasferisce in un piano politico i cui capisaldi sono la fedeltà a dei principi astratti alla cui obbedienza i sinistrati attribuiscono una versione taumaturgica e salvifica.

L’odio antifascista e antirazzista travalica il suo significato storico e diventa metapolitico. Diventa odio verso una realtà in cui esistono guerre, violenza ed interessi contrapposti.

E amore verso una versione paradisiaca irreale in cui la fine dei conflitti si realizza con una versione ridicola del pensiero magico. Così come nella magia un atto simbolico porterebbe a modificare la realtà, la sinistra utopista pratica la magia antifascista. E crede con essa di annullare la storia e meritare la pace come una sorta di grazia divina, che dal mescolamento razziale genererà l’umanità unica. Il disprezzo sinistrese e cristiano per razza, stirpe e popolo è un masochismo folle ma coerente”.

Una analisi notevole, come si vede bene, ma dove è senz’altro possibile evidenziare subito alcuni punti. Il primo e più evidente di tutti, lo diciamo subito per la disperazione dei nostri “amici” tradizionalisti cattolici, è l’assoluta identità fra il cosmopolitismo cristiano e quello marxista. Il secondo deriva chiaramente dal primo. Il marxismo non è se non la versione laicizzata del cristianesimo, e ben lo si coglie vedendo la contrapposizione – assolutamente identica nell’uno e nell’altro – dell’utopia edenica alla concretezza della storia.

Noi non dobbiamo andare troppo per il sottile. In altri tempi, nell’età medioevale la Chiesa e il cristianesimo sono serviti da bandiera dell’Europa nella sua contrapposizione alle ricorrenti aggressioni islamiche, ma oggi quei tempi sono tramontati e la Chiesa cattolica è la prima a spalancare le porte agli invasori, ai nemici della nostra gente. Non dobbiamo avere nessuno scrupolo nel recidere qualsiasi forma di legame con essa e nello sbarazzarcene.

Io per gran parte della mia vita sono stato un intellettuale certamente connesso alla nostra “area” ma praticamente isolato fino a quando non ho incontrato “Ereticamente”. La cosa veramente bella di “Ereticamente” è il fatto che essa costituisce davvero un autentico staff ideologico dell’ “area” dove il lavoro degli uni si salda quasi alla perfezione con quello degli altri.

A questo punto del nostro discorso, quello che servirebbe, sarebbe un’analisi delle condizioni e dei modi con cui ci possiamo opporre all’invasione extracomunitaria, e del perché finora non si è in sostanza manifestata una resistenza efficace. Ebbene, ho constatato con una certa sorpresa che questo lavoro è già stato sostanzialmente fatto sule pagine della nostra pubblicazione.

Mi riferisco a un articolo apparso su “Ereticamente” nell’ottobre 2013, dell’autore francese Laurent Ozon, che è stato tradotto da Gianfranco Spotti: “Perché i giovani europei sono spesso più “fragili” in una società come la nostra, e come porvi rimedio”.

“Perché i giovani europei scelgono atteggiamenti di sottomissione in un ambente multietnico?”, si chiede Ozon.

Quali che siano le spiegazioni che si possono dare, il fatto è disgraziatamente innegabile: in un ambiente multietnico è sempre il ragazzo europeo, “bianco” che viene sottomesso e umiliato; si pensi al tragico esempio della Scandinavia, dove le popolazioni delle civilissime nazioni svedese, norvegese e danese, sono in pratica tenute in ostaggio da bande di teppisti islamici che si sono insediati in quei Paesi e non si fanno scrupolo a intimidire e taglieggiare i nativi, dopo esservi insediati come topi nel burro, approfittando dell’avanzato sistema di previdenza sociale, di welfare delle nazioni scandinave.

Ai motivi più classici che possiamo più facilmente supporre: la propaganda sinistro-cristiana, il senso di colpa che si cerca di ingenerare in noi Europei per il nostro passato “coloniale” (che in realtà ha apportato all’Africa più benefici che danni), gli autori ne aggiungono una panoplia di altri, motivi di ordine culturale-sociale ma anche sanitario e biologico.

Prima di tutto un carente senso dell’identità: i nostri ragazzi conoscono l’identità solo in senso individuale, non comunitario; per gli immigrati non è così: non si hanno punti di riferimento quando non ci si sente membri di un popolo, di una stirpe, di una cultura, e non si ha l’orgoglio di essere tali, ci si ritrova nella classica posizione del vaso di coccio tra i vasi di ferro.

Il secondo punto riguarda “l’educazione”, pratiche pedagogiche che svalorizzano il conflitto e puntano unicamente sulla transazione e la mediazione, che in definitiva hanno un effetto castrante e producono imbelli e perdenti. Occorre ricordare una verità semplice e banale: per arrivare a un accordo che sia tale, e non una resa di una delle due parti, occorre che un certo spirito di mediazione sia presente in entrambe le parti. Con chi si vuole imporre con la violenza, occorre una risposta altrettanto violenta. Alla violenza delle gang extracomunitarie, che spesso si fanno un punto d’onore di umiliare i ragazzi europei, non si può reagire con la mediazione e la trattativa, ma occorre tirare fuori gli attributi.

E’ perfino superfluo rilevare che certe pratiche “educative” discendono direttamente dal masochismo cristiano del “porgere l’altra guancia”.

Il terzo punto, riguardante i motivi di ordine sanitario, è quello che mi genera le maggiori perplessità, anche se non mi sento assolutamente di escludere la fondatezza del discorso: le molte sostanze artificiali, plastiche, con cui siamo a contatto fin dalla primissima infanzia, avrebbero delle ripercussioni negative sulla virilità, ed è noto che la produzione di testosterone non influenza solo l’attività sessuale, ma tutte le caratteristiche maschili del comportamento.

Il quarto punto, le cause di ordine biologico, è forse il discorso più interessante: la neotenia: l’uomo è un antropoide neotenico, e i popoli di razza bianca sono più neotenici delle altre popolazioni. Cosa significa? Che mantengono più a lungo le caratteristiche infantili e la relativa plasticità. Questo consente all’uomo europeo di essere più creativo e più intelligente, ma è anche uno svantaggio quando uno dei nostri ragazzi si trova costretto a confrontarsi con un extracomunitario più precoce e più sviluppato fisicamente:

“Questa giovinezza è un inconveniente davanti a dei bruti precoci fisicamente”, ci dice Ozon. Non sarebbe un nostro dovere proteggere i nostri giovani, e metterli in grado di proteggersi, rimuovendo tutti gli ostacoli psicologici alla sana risposta del reagire colpo su colpo?

Come rimediare a questa debolezza, conseguente soprattutto a un disastro educativo? Prima di tutto, riscoprendo il senso della tradizione, a cui troppo spesso diamo un significato troppo “alto”, misteriosofico, ma che dovrebbe innanzi tutto significare il riconoscersi come appartenente a un’identità culturale ed etnica, e partire dai semplici gesti quotidiani.

“Un ragazzo giovane educato nell’orgoglio del suo popolo e della sua stirpe, con l’esempio degli eroi e la storia delle sofferenze e dei prodigi del suo popolo, continuerà lui stesso questo lavoro e lo insegnerà ai propri figli (…) Infine…il riconoscimento della sua identità sostanziale e culturale, quindi, la sua appartenenza ad un popolo. Questa parte del vostro insegnamento lo renderà fiero di essere l’erede di popolazioni che hanno contribuito senza pari alla formazione della civiltà, dell’arte, del pensiero, delle scienze e di tutte quelle forme del genio umano. Se glielo insegnerete, vorrà anche lui essere un Europeo, un Francese; vorrà difenderlo e soprattutto, cosa ancora più importante, incarnarlo nella sua vita. Non nella semplice ripetizione o nel feticismo del vecchio ma nell’innovazione, nella creatività, nella padronanza”.

In poche parole, quel che occorre ritrovare in primo luogo è il senso della nostra identità, della nostra appartenenza a quella cultura che ha dato la civiltà al mondo, l’orgoglio di essere europei, e la determinazione a difenderci con ogni mezzo dall’invasione extracomunitaria.

Fabio Calabrese

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Categorie: Immigrazione

Pubblicato da Fabio Calabrese il 4 Dicembre 2014

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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