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Caporetto, repetita iuvant: «La disfatta di Caporetto. I responsabili tra storia e leggenda. Cadorna Capello e Badoglio»

Caporetto, repetita iuvant: «La disfatta di Caporetto. I responsabili tra storia e leggenda. Cadorna Capello e Badoglio»

Una interessante ristampa.

Quest’anno la Edizioni Res Gestae ha ripubblicato un libro di Saverio Cilibrizzi: «La disfatta di Caporetto. I responsabili tra storia e leggenda. Cadorna Capello e Badoglio».

Dovrebbe trattarsi della riproduzione del lavoro pubblicato nel 1947 a Napoli da Cilibrizzi e il cui titolo era: Caporetto nella leggenda e nella storia. I maggiori responsabili Cadorna Capello e Badoglio.cilibrizzi01[1]

La formula dubitativa è dovuta al fatto che il testo in oggetto non riporta alcun dato inerente la precedente edizione, ma solo la seguente nota: «L’editore ha effettuato, senza successo, tutte le ricerche necessarie al fine di identificare gli aventi titolo rispetto ai diritti dell’opera. Pertanto resta disponibile ad assolvere le proprie obbligazioni» (Cilibrizzi Saverio, La disfatta di Caporetto. I responsabili tra storia e leggenda. Cadorna Capello e Badoglio, Edizioni Res Gestae, Milano 2014, p. 3).

Fatta la debita premessa, veniamo al testo che principia analizzando la situazione dell’esercito austro-ungherese a seguito dell’11a Battaglia dell’Isonzo, anche nota come Battaglia della Bainsizza, avvenuta tra il 18 agosto e il 12 settembre 1917. Le truppe italiane avevano conquistato l’Altopiano della Bainsizza e, vista la situazione generale del fronte, gli Austro-Ungheresi chiedono aiuti ai Tedeschi per poter sferrare a loro volta un attacco e proprio nel settore tenuto innanzitutto dai tre generali in questione.

Tre generali.

Brevemente, si ricorda chi siano stati i tre generali oggetto del libro.

Luigi Cadorna, conte (Pallanza 1850 – Bordighera 1928). È figlio del conte e generale Raffaele Cadorna (1815-1897), il cui fratello Carlo Cadorna (1809-1891) è un politico, liberale, seguace di Camillo Benso conte di Cavour, ministro dell’Istruzione Pubblica (1848-1849 e 1858-1859) e dell’Interno (1868), capo del centro-sinistra, presidente della Camera (1857), ambasciatore a Londra (1868-1875) e Presidente del Consiglio di Stato. Luigi Cadorna, Senatore nel 1912, nel luglio 1914 è nominato capo di Stato Maggiore dell’Esercito. Cura le fasi finali della cosiddetta «Frontiera Nord», nota oggi con il nome di «Linea Cadorna». A seguito della “disfatta di Caporetto” è sostituito al comando dal generale Armando Diaz. Nel 1924 diviene Maresciallo d’Italia. Suo figlio, Raffaele Cadorna (1889-1973), conte, generale e politico, nel 1943 è comandante della divisione Ariete 2a e dopo l’8 settembre entra nella Resistenza, diviene capo di Stato Maggiore (1945-1947) e senatore.

Luigi Capello (Intra 1859 – Roma 1941). Partecipa alla Campagna di Libia (Guerra Italo-Turca), è comandante del VI Corpo d’Armata nella Prima Guerra Mondiale, ma è posto “a riposo” a seguito della “disfatta di Caporetto”. Dai soldati è ricordato con il soprannome di «macellaio». Nel dopoguerra è prima favorevole al Fascismo, ma nel 1925 organizza con Tito Zaniboni un attentato a Benito Mussolini. È ricordato anche per l’organizzazione delle ronde a protezione delle sedi della massoneria.

Pietro Badoglio, marchese del Sabotino (Gazzano Monferrato -oggi Gazzano Badoglio- 1871 – 1956). Partecipa alle Campagne di Eritrea e di Libia, nella Prima Guerra Mondiale diviene capo di Stato Maggiore della VI Armata; a seguito della “disfatta di Caporetto” diviene sottocapo di Stato Maggiore dell’Esercito e collaboratore del generale Armando Diaz. Nel 1918 negozia l’armistizio di Villa Giusti, è Commissario Straordinario della Venezia Giulia nel corso delle vicende di Fiume, è senatore nel 1919 e tra 1919 e 1921 è Capo di Stato Maggiore dell’Esercito e si occupa della riorganizzazione delle opere difensive confinarie. Inoltre è ambasciatore in Brasile (1924-1925), capo di Stato Maggiore Generale nel 1925, maresciallo d’Italia nel 1926, governatore della Libia (1929-1933) e dal 1935 è comandante in capo delle truppe italiane in Libia. A seguito dell’arresto di Benito Mussolini re Vittorio Emanuele III gli affida la formazione del nuovo Ministero. Dopo l’armistizio annunciato l’8 settembre firma un successivo armistizio a Malta; il 13 ottobre 1943 dichiara guerra alla Germania, mantiene il “ministero tecnico” fino al 22 aprile 1944 ed ha l’appoggio di Palmiro Togliatti nella formazione del nuovo governo italiano.

Ora limiterò le note al solo scritto in oggetto.

Ritiro delle artiglierie inglesi e francesi.

Così scrive Saverio Cilibrizzi: «Fin dal 21 settembre 1917, Cadorna, essendo stato informato che sulla linea dell’Isonzo arrivavano continuamente forze avversarie dal fronte russo, comunicò agli alleati ch’egli era costretto a sospendere qualsiasi offensiva per provvedere a “riordinare le forze e predisporre una salda difesa ad oltranza su tutta la fronte” (nota n. 27: Cfr. Luigi Cadorna, La guerra alla fronte italiana, Milano, Treves, 1923, Vol. II, pag. 113 e seg.)» (Ibidem, p. 10).

In effetti varie fonti rendono successivamente informato lo Stato Maggiore dell’Esercito Italiano sul fatto che si sta preparando un’offensiva e per l’esattezza nel settore che comprende la Conca di Plezzo e Caporetto.

Ma Francia e Inghilterra comunque «non solo non credettero ad un prossimo attacco austriaco, ma si fecero anche un dovere di ritirare i 99 cannoni di medio e grosso calibro, inviati, alcuni mesi prima, sul nostro teatro di operazioni (nota n. 28: Cfr. Rodolfo Corselli, Cadorna, Milano, Corbaccio, 1937, pag. 504 e seg.). E la richiesta del ritiro di questi pezzi di artiglieria venne fatta con un linguaggio secco, che dette chiaramente la “impressione di durezza voluta” (nota n. 29: Cfr. Mario Caracciolo, L’Italia e i suoi alleati nella grande guerra, Milano, Mondadori, 1932, pag.134)» (Ivi).

Sfondamento del fronte dell’Isonzo.

Il 24 ottobre 1917 principia l’attacco avversario contro le forze italiane. Il 25 ottobre «il generale Capello, ammalato di nefrite e febbricitante, lasciò al generale Montuori il comando della 2a Armata (nota n. 41: Si tenga presente che Capello, per la identica ragione, si era dovuto allontanare dal suo posto anche il 20 ottobre. Egli era poi ritornato al comando dell’armata il giorno 23, ossia dopo le interessanti rivelazioni fatte in merito al piano nemico da due ufficiali rumeni disertori)» (Ibidem, p. 13).

A disfatta avvenuta si cercano i colpevoli: «Ma che cosa fu Caporetto? Si trattò di un “tradimento”, di uno “sciopero militare” o di una “sconfitta militare” vera e propria?» (Ibidem, p. 21).

Pochi giorni dopo, il 28 ottobre, il bollettino di guerra redatto da Luigi Cadorna recita: «“La mancata resistenza di reparti della 2° Armata, vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze austro-germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte Giulia”» (Ibidem, p. 25).

Non del medesimo avviso sono stati i nostri diretti avversari.

In pratica si fa ricadere ogni colpa sul soldato italiano e la qual cosa non manca di fare il “giro” del mondo intero.

E Cilibrizzi scrive: «Luigi Cadorna doveva pensare che il prestigio e l’orgoglio di qualsiasi uomo sono ben poca cosa di fronte al prestigio e all’onore di un esercito e di una Nazione» (Ibidem, p. 29), ma soggiungendo: «Prima ancora di Cadorna, fu il generale Capello ad affermare che Caporetto era dovuto ad una specie di “sciopero militare”. Il Maresciallo d’Italia Enrico Caviglia ha detto: “Il torto più grave del generale Capello fu d’aver attribuito la disfatta (confortando così il Comando Supremo ad esprimere lo stesso giudizio) alla scarsa resistenza delle truppe, e non già agli errori propri e di altri Comandi (nota n. 93: Cfr. Enrico Caviglia, La dodicesima battaglia –

Caporetto, Milano Mondadori, 1933, p. 165)» (Ibidem, p. 30).

Sull’eroismo e sul sacrificio delle truppe italiane nel corso dell’offensiva avversaria e a seguito della “disfatta di Caporetto” si è scritto tanto, ma non abbastanza. E soprattutto si è scritto poco, in rapporto all’enormità del dramma, a proposito delle esecuzioni sommarie, effettuate da italiani, di ufficiali, sottufficiali e soldati italiani durante e a seguito del fatto d’armi.

Un passo per tutti riguardante Cadorna: «Particolarmente ingiusto e inumano fu, poi, il sistema repressivo delle decimazioni, sistema che implicava la fucilazione sia dei colpevoli, sia degli innocenti» (Ibidem, p. 96).

Le responsabilità.

Sfatate le storie sul “tradimento” e sullo “sciopero militare” e quant’altro, Cilibrizzi ribadisce le responsabilità del comando militare italiano e passa a quelli che a suo avviso, e non solo suo, sono i veri e principali responsabili: Cadorna Capello e Badoglio.

Certamente l’attacco avversario era ben congegnato e ancor meglio condotto, certamente i soldati italiani erano stanchi e provati dalla vita di trincea e dai sanguinosi recenti eventi della Battaglia della Bainsizza, certamente vi sono state divergenze sulla strategia e sulla tattica da adottarsi, certamente ordini fondamentali sono stati ignorati e altri male interpretati. Ma i dati di fatto rimangono.

Krafft von Dellmensingen, generale tedesco, «non ha potuto, logicamente, non meravigliarsi che il Capo di Stato Maggiore italiano si sia astenuto dal far sgombrare le posizioni più avanzate, in vista del temuto attacco (nota n. 151: Cfr. Piero Pieri, La battaglia di Caporetto e del Grappa nell’opera di uno storico ufficiale tedesco, in “Nuova Rivista Storica”, fasc. maggio-agosto 1927, pag. 337 e seg. E pag. 343)» (Ibidem, p. 47).

E poi la questione del «dissidio e del funesto equivoco tra Cadorna e Capello» (Ibidem, p. 49), nota e variamente argomentata da Cilibrizzi, si può sostanzialmente esprimere così: «La Commissione d’inchiesta su Caporetto ha ritenuto Capello responsabile di “non aver tempestivamente valutata la minaccia incombente sull’estrema ala sinistra della 2a Armata e di non avere con sincera disciplina di intelligenza assecondato il concetto difensivo del Comando Supremo” (nota n. 177: Vedi l’opera: Relazione della Commissione d’inchiesta – Dall’Isonzo al Piave, Roma, Stabilimento Poligrafico per l’Amministrazione della Guerra, 1919, Vol. II, pag. 557)» (Ibidem, p. 56).

In pratica il 18 settembre Luigi Cadorna invia a Luigi Capello, comandante della 2a Armata, e ad Emanuele Filiberto duca d’Aosta, comandante della 3a Armata, la comunicazione in cui «è contenuto l’ordine tassativo di sospendere ogni operazione offensiva e di fare, nel tempo stesso, tutti i preparativi necessari per la difesa ad oltranza» (Ibidem, p. 49).

Luigi Capello non obbedisce in toto, ma Cilibrizzi non giustifica: «Del resto, in base al principio dell’unità di comando, Cadorna doveva, a tutti i costi, farsi obbedire in tempo da Capello» (Ibidem, p. 57).

«Le tremende responsabilità di Pietro Badoglio nello sfondamento della fronte giulia»

Questo è il titolo del quarto capitolo, dedicato a Pietro Badoglio, che così ha inizio: «Eccezionalmente gravi furono, in quella circostanza, le colpe di Pietro Badoglio, comandante del 27° Corpo d’Armata» (Ibidem, p. 59).

Dopo l’elencazione delle qualità militari del generale, Cilibrizzi passa alle responsabilità: «Cadorna ha detto che Capello non fu il “solo” a disobbedire a Caporetto (nota n. 183: Cfr. Luigi Cadorna, La guerra alla fronte italiana, Nuova Edizione, Milano, Treves, 1923, Vol. II, pag. 152 e seg.). Questa è la verità. E se si vuole essere veramente giusti, bisogna aggiungere che, molto più di Capello, venne meno allo spirito di disciplina e di obbedienza il generale Badoglio. Capello, sia pure con ritardo, finì col piegarsi alla volontà di Cadorna. Badoglio, invece, per la sua sconfinata ambizione, persistette nell’idea della controffensiva in grande stile, e “meditò iniziative temerarie, contrastanti col piano di difesa” (nota n. 184: Cfr. Adolfo Omodeo, L’età del risorgimento italiano, Messina, Casa Editrice Principato, 1931, pag. 534)» (Ibidem, p. 60).

Più avanti, ecco le accuse.

La prima è di avere dislocato, in contrasto con gli ordini di Luigi Cadorna, la 19a Divisione davanti a Tolmino e alla sinistra dell’Isonzo tre Divisioni.

La seconda accusa riguarda il contestabile impiego della Brigata Napoli, la terza è il mancato impiego delle artiglierie. Gli avversari ne rimasero sorpresi, ma ancor di più lo furono le truppe italiane che occupavano il settore, difatti: «L’ultimo ordine di Capello era singolarmente chiaro: esso imponeva sia il tiro di contropreparazione, sia il tiro di sbarramento. Inoltre, il fuoco di contropreparazione doveva iniziarsi mentre il nemico eseguiva quello di preparazione (nota n. 216: Cfr. Luigi Capello, Per la verità, Milano, Treves, 1920, pag. 145)» (Ibidem, p. 70).

Un fatto per tutti: a seguito di una intercettazione telefonica avversaria il «colonnello Cannoniere, alla presenza dei maggiori Di Castro e De Luca e del capitano Crivelli, domandò, per telefono, a Badoglio – che si trovava a Kosi – l’autorizzazione di cominciare senz’altro il tiro di contropreparazione alle ore 2 della notte. Badoglio respinse, in modo categorico, la proposta. Egli disse: “Assolutamente non si cambi nulla; abbiamo munizioni per soli 3 giorni. E non so se te ne potrò fare avere. Ad ogni modo, ci vedremo”» (Ibidem, p. 73).

Se ci si attendeva un’offensiva è chiaro che si sarebbe dovuto provvedere a fare giungere per tempo alle batterie un congruo quantitativo di munizioni. In ogni caso si doveva rispettare gli ordini e, anche in loro mancanza, fare fuoco sull’avversario avanzante.

L’ultima accusa mossa a Badoglio

Abbiamo appena visto che Badoglio si trova a Kosi, quando riceve la telefonata. Quindi?

Risponde Cilibrizzi: «La questione del silenzio dei cannoni e del rapido sfondamento del settore tenuto dal 27° Corpo d’Armata apparirà ancora più chiara quando avremo esaminata la quarta ed ultima accusa fatta a Badoglio. Tale accusa supera, per la sua eccezionale gravità, tutte le altre messe insieme. Si tratta, nientemeno, di questo: la notte del 23 e la giornata del 24 ottobre 1917, Badoglio non era la suo posto di comando (nota n. 221: Cfr. Luigi Capello, Note di guerra, Milano, Treves, 1926, Vol. II, pag. 199 e 201). Dove si trovava? Egli era nel villaggio di Kosi, luogo di riposo (nota n. 222: Cfr. Enrico Caviglia, La dodicesima battaglia – Caporetto, Milano, Mondadori, 1933, pag. 298)» (Ibidem, p. 72).

Forse questo particolare di rilievo non lo si è ricordato, e non lo si ricorda, con sufficiente attenzione.

Così riprende Cilibrizzi: «Sicché la sera del 23 ottobre, questo generale, pur sapendo che, durante la notte sarebbe stato iniziato il grande attacco nemico, non sentì il dovere di recarsi al suo posto tattico di comando, che si trovava sul Monte Ostri Kras, e andò invece, in un luogo di riposo. Ciò sembra addirittura inverosimile» (Ivi).

Le successive considerazioni dell’Autore sono tutte da leggere.

Note finali.

Il lavoro documentato, consequenzialmente chiaro ed accurato di Saverio Cilibrizzi si chiude con un capitolo dedicato alle ripercussioni della “disfatta di Caporetto” sull’Esercito e sullo Stato italiani.

La chiara domanda da porsi, da parte di chiunque studi la Storia, di chi oggi segua le commemorazioni della Grande Guerra, di chi desideri comprendere appieno il nostro attuale stato di precarietà, è una sola: come mai Pietro Badoglio non viene poi esautorato dal comando?

Anzi, questo generale compie una incredibile carriera sia militare sia politica.

Non solo: come mai nel 1924 Luigi Cadorna diviene Maresciallo d’Italia?

Posso pensare, a ragion veduta, di aver colto nel segno quando ho scritto l’articolo Caporetto: vittoria mancata della massoneria, recentemente pubblicato su EreticaMente.

In ogni caso, che io abbia o meno ragione, rimane il fatto che sulle responsabilità militari, civili e umane di Pietro Badoglio non si è affatto letto e soprattutto scritto abbastanza.

Le responsabilità, a questo punto dell’intero comando italiano, nonché di Casa Savoia, sono e restano innegabili.

Il mio invito è ora quello di leggervi il lavoro di Saverio Cilibrizzi. È un primo passo.

Gianluca Padovan

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Categorie: Grande Guerra

Pubblicato da Ereticamente il 5 Dicembre 2014

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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