1919: turbolento, diabolico e glorioso (8^ parte)

1919: turbolento, diabolico e glorioso (8^ parte)

 

Il faro luminoso – Alla festa della rivoluzione

 

15. IL FARO LUMINOSO

Il 12 settembre 1919 Gabriele D’Annunzio, con alcune centinaia di uomini, entra in Fiume, e dà così inizio alla più grande avventura della sua vita.

L’azione del poeta è l’epilogo di una situazione che si trascina da circa un anno, da quando, il 30 ottobre del 1918, la popolazione fiumana, in vista dell’approssimarsi della fine del conflitto, ha manifestato la sua volontà di annessione all’Italia, contro il dettato del patto di Londra, che prevede che Fiume resti croata.

Nella logica delle relazioni internazionali  non appare sufficiente, per ottenere una variante,  la semplice richiesta italiana, anche se basata  sull’indiscutibile principio dell’autodeterminazione dei popoli e sulla tradizione di italianità della città.

Per questo, sconfitti gli Imperi Centrali, Fiume viene affidata temporaneamente ad un Comitato Interalleato e presidiata da truppe di varia nazionalità: proprio fra Granatieri italiani e militari francesi nascono, nel luglio, alcuni incidenti che portano, a fine agosto, all’allontanamento del presidio italiano.

I Granatieri partono, accompagnati dal triste coro delle donne fiumane:

“Il venticinque agosto

È successa una porcheria

I baldi Granatieri

Da Fiume andaron via

Al suon del campanon

Alla mattina all’alba

Suonavan le campane

Partivan i Granatieri

Piangevan le fiumane

Don don don

Al suon del campanon”

 

E’ a questo punto che si intensificano le pressioni su D’Annunzio, visto dai più come l’unico in grado di risolvere il problema, ricorrendo, se necessario, all’uso della forza: sette Ufficiali del Primo Reggimento Granatieri, più tardi soprannominati “giurati di Ronchi”, gli indirizzano un appello che lo invita esplicitamente all’azione:

“Noi abbiamo giurato sulla memoria di tutti  i morti per l’unità d’Italia. Fiume o morte! E manterremo, perché i Granatieri hanno una fede sola ed una parola sola.

E voi non fate nulla per Fiume ? Voi che avete nelle vostre mani l’Italia intera, la grande, nobile, generosa Italia, non la scuoterete da quel letargo nel quale da qualche tempo è caduta ?”

 

Il poeta inizialmente tentenna un pò, ma poi si decide e finalmente passa la barriera di confine, diretto a Fiume. Di ausilio insostituibile, per superare le difficoltà pratiche derivanti principalmente dalla mancanza di automezzi per trasportare gli uomini, è Guido Keller, asso della squadriglia Baracca durate la guerra; con lui, in prima fila,  il capitano Giovanni Host Venturi, fiumano.

Lungo la strada da Ronchi a Fiume, ai 242 Granatieri che costituiscono il gruppo iniziale, si uniscono altri Reparti: Arditi, Bersaglieri, Artiglieri, fino ad arrivare ad un totale di circa 2.500 “Legionari”.

Incontro ai rivoltosi si dirige, nell’estremo tentativo di fermarli, il Generale Pittaluga. A lui D’Annunzio mostra, con un “coupe de theatre” che sarà nei mesi successivi spesso ripetuto dai fascisti in analoghe situazioni di tensione con le forze dell’ordine, il petto, sul quale brilla il distintivo di mutilato e spiccano i nastrini delle decorazioni; vince così, senza spargimento di sangue, la resistenza del vecchio soldato, nell’occasione  suo antagonista ed entra in città:

“Il Generale Pittaluga ha l’occhio torvo; il Colonnello Montanari, suo Capo di Stato Maggiore sorride con la più brutta smorfia di ironia e lo stesso fa il Ten. Col. Roncaglia e tutti e tre si avvicinano alla macchina ove siede D’Annunzio, guantato di bianco, senza più pelliccia, con la bandiera di Randaccio –quella bagnata dalle acque del Timavo- fra le mani. Pittaluga dice chiaramente che le truppe italiane non entreranno a Fiume; se entreranno egli sarà costretto a fare fuoco sui fratelli. E allora Gabriele D’Annunzio (io lo rivedo, ancora adesso come in quel tragico momento della nostra passione) s’alza in piedi sulla macchina e salutando militarmente, con la mano guantata di bianco, grida: “Generale, fate fuoco, nessun miglior bersaglio del nastrino della mia medaglia d’oro al valor militare e della mia placca da mutilato.”

 

Fiume, “faro luminoso che splende in un mare di abiezioni” diventa, nei mesi successivi, un vero laboratorio politico, dove nasceranno nuovi progetti di Costituzione, nuovi modelli di organizzazione militare, ma, soprattutto, un nuovo stile di vita.

Molti dei più irrequieti fascisti si trasferiscono subito a Fiume, agli ordini del poeta; forte in città è la presenza futurista, che ha in Mario Carli e Guido Keller i suoi esponenti più rappresentativi. Essi fondano il loro giornale “La testa di ferro”, sul quale spiccano gli articoli dello stesso Carli, che ha fortunosamente raggiunto la città in treno, travestito da ferroviere, dopo essere evaso, con l’aiuto di Roberto Farinacei, dalla fortezza di Cremona, dove scontava tre mesi di arresti, proprio per i suoi articoli su “Roma futurista”.

Arrivano anche Ferruccio Vecchi e Filippo Tommaso Marinetti, dopo un viaggio duro e contrastato per terra e per mare, e subito si mettono in mostra per l’ardore rivoluzionario: tra gli altri che, già in una riunione con D’Annunzio il 19 settembre, con loro cominciano a parlare di esportare la rivoluzione in Italia, a cominciare da Trieste, vi sono Giovanni Giurati, Giovanni Host Venturi e Edmondo Mazzuccato.

E’ un progetto evidentemente irrealizzabile, che incontrerebbe, oltre alla reazione del Governo, la fiera opposizione socialista; infatti, viene subito abbandonato, e, alla fine dello stesso mese di settembre, Vecchi e Marinetti lasciano Fiume, per tornare a Milano, dove li chiama la lotta a fianco di Mussolini.

Proprio tra D’Annunzio e Mussolini c’è, nei primi giorni di  occupazione della città, un vivace scambio di corrispondenza: il poeta crede di non essere appoggiato come dovrebbe, e sollecita il direttore del Popolo d’Italia ad un impegno maggiore. Il 19 settembre il giornale lancia allora una sottoscrizione che frutterà ben tre milioni di lire e, contemporaneamente, tra Milano e Fiume viene organizzato un regolare servizio di staffette che assicura un contatto continuo e fa sentire meno isolata la città assediata.

Nella stessa giornata, si riuniscono a Milano i rappresentanti dei principali Fasci già costituiti e, per fronteggiare ogni evenienza, viene organizzato, anticipando uno schema che diverrà consueto nei mesi più caldi dell’offensiva squadrista del 1921, un “Comitato di salute pubblica”, che si organizza in “direttorio segreto” a tre: magg. Baseggio, cap. Carrer e De Ambris.

In effetti, le voci di una prossima marcia che, appoggiata da sollevazioni cittadine, da Fiume di diriga verso Roma, circolano con sempre maggiore insistenza; la simpatia con la quale l’azione dannunziana è vista dalle Forze armate, sia dagli Ufficiali che dalla truppa, lascia ben sperare; navi da battaglia ed interi Reparti, Generali e Caporali, disertano infatti in direzione di Fiume; ad essi si aggiungono i volontari civili, tanto che ad un certo punto il poeta dovrà ufficialmente invitare tutti i volenterosi a non partire più, per non aggravare la situazione alimentare della città.

Il Presidente del Consiglio, l’odiatissimo Nitti, definisce la spedizione dannunziana “come un  raid, come qualcosa tra il romantico ed il letterario”, ed il 13 settembre così chiude il suo discorso parlamentare:

“Né dopo di ciò avrei altro da aggiungere, se non sentissi il dovere in questo momento di rivolgermi ai lavoratori d’Italia. E spero di avere tanta voce che giunga fino alla loro anima, perchè mi aiutino. In questi momenti l’Italia ha bisogno di pace e di unione, e deve volere la pace con ogni sforzo, con ogni volontà. Il popolo non vuole nuove guerre; il popolo col suo contegno fermo ed austero impedita ogni perigliosa avventura. Io mi rivolgo dunque alle masse anonime, agli operai ed ai contadini perché la gran voce del popolo venga ammonitrice a tutti e tutti spinga sulla via della rinunzia e del dovere.”

 

Durissimo il commento di Mussolini:

“L’appello di Nitti agli operai e ai contadini è gesuitico, odioso e inutile. Esso può dare una luce sugli obliqui scopi che la politica nittiana si propone. C’è del karolismo nelle ultime parole di Nitti, ma l’Italia non è l’Ungheria e il “trapasso” non avverrebbe così idillicamente come Nitti può pensare. Ci sono altri eredi in vista. La collera acre e bestiale di Nitti è provocata dalla paura folle degli Alleati.”

 

D’Annunzio, dal canto suo, affibbia a Nitti, in segno di ludibrio, l’infamante soprannome di “Cagoia”; lo fa in un memorabile discorso, nel quale spiega anche l’origine del soprannome:

“Cagoia è il nome di un basso crapulone senza patria, né sloveno né croato, né italianizzante né austriacante, che fece qualche chiasso a Trieste nei moti del 3 e 4 agosto. Condotto davanti al tribunale ed interrogato dal giudice, egli rinnegò ogni fede, rinnegò i sozii, rinnegò se stesso, negò di avere gridato “abbasso l’Italia” e altri vituperi, dichiarando di non sapere neppure che una certa Italia esistesse; giurò di non saper nulla di nulla, protestò di non voler saper nulla di nulla, fuorché mangiare e trincare, sino all’ultimo boccone e all’ultimo sorso; e concluse con questa immortale definizione della sua vigliaccheria congenita “mi non penso che per la pansa”.

 

Se Cagoia è l’avversario, altrettanto fantasioso è il soprannome dei Legionari liberatori:

“Non per nulla il loro Comandante quando pronuncia le sue fiere allocuzioni dalla ringhiera del Palazzo, li chiama “scagoiati”. Ed anche questo curioso vocabolo, che così sovente ricorre nei racconti della breve e gloriosa epopea di Fiume, merita una parola di spiegazione, indispensabile alla comprensione del clima fiumano di quell’epoca. “Cagoia” è il nomignolo scherzoso e spregiativo ad un tempo col quale tutti i fiumani chiamavano in quei giorni il Presidente del Consiglio del Regno d’Italia. “Scagoiato” è dunque per D’Annunzio e i suoi chiunque si sia liberato della mentalità rinunciataria dalla quale egli accusa apertamente Nitti “domineddio rotondo (riporto le parole burlevoli del poeta) incoronato di Carabinieri e poliziotti come di cherubini e serafini destituiti di ogni verginità”.

 

16. ALLA FESTA DELLA RIVOLUZIONE

Con l’arrivo in dicembre di De Ambris, prende corpo quella differenziazione – che in qualche caso diverrà vera e propria contrapposizione – tra gli uomini e i gruppi che circondano il Comandante; da una parte gli uomini d’ordine, spinti all’azione dal desiderio di salvaguardare l’italianità di Fiume; fra essi, innanzitutto Giuriati che, dimissionario, sarà sostituito proprio da De Ambris, e poi Rizzo, Reina, Ceccherini, e la gran parte dei militari di carriera.

Per loro, seguire il poeta ha voluto dire anche compiere un gesto di insubordinazione; lo hanno fatto con convinzione e determinazione, ma non sono disposti a fare di più; il discorso di “marce all’interno”, di insurrezioni con venature repubblicane, è per loro assolutamente improponibile.

Piuttosto, sono disposti a muoversi per estendere l’occupazione alle altre isole e città della Dalmazia, come Zara, che vogliono unirsi all’Italia; lo sbarco a Zara, in particolare, si svolge, il 14 novembre, in un clima di grande euforia e partecipazione:

“Ecco Zara. Sul “Nullo” il figlio del martire Cesare Battisti agita il gagliardetto dei volontari di Trento verso la riva che nereggia di popolo. Alte grida di esultanza arrivano fino  a noi che ci avviciniamo rapidamente, come un immenso brusio. Insegne e bandiere sussultano ed ondeggiano sopra le teste. All’approdo la scena è indescrivibile. Inutilmente si tenta di arginare quella folla che minaccia di rovesciarsi in mare dalla banchina ad ogni momento. Le campane battono a distesa per chiamare a raccolta il popolo. I volti sono trasfigurati: c’è chi ride, chi piange e chi salta gridando frasi sconnesse. Le donne lanciano insieme a parole di saluto e di amore, fiori e baci. Io sono intontito da questo diluvio che neanche la fantasia più fervida può immaginare, chè bisogna averlo vissuto.” 

 

Ma l’episodio non basta a placare la tensione intorno al Comandante; alcuni “tradizionalisti” lasciano Fiume e, nel corso del 1920 torneranno in Italia.

Restano, intorno a de Ambris, i sindacalisti rivoluzionari, che da Fiume vogliono iniziare la rivoluzione in tutta Italia; il loro sogno è che “Fiume annetta l’Italia”, un’Italia nuova, retta da un ordine nuovo; spesso di accesi sentimenti repubblicani, mal convivono con gli Ufficiali dell’Esercito, lealisti e moderati.

Proprio a De Ambris, sia pure “supervisionato“ da D’Annunzio, si deve il documento politico più importante partorito a  Fiume: la Carta del Carnaro. Documento che è anche un capolavoro letterario e che, accanto alle previsioni più squisitamente politiche, nel quadro di una Repubblica “parlamentare e corporativa”, regola ogni aspetto della vita collettiva: religione, istruzione, associazionismo, feste, musica, tutto è affrontato dalla “Carta”.

Restano a Fiume, e resteranno fino alla fine, gli uomini “di mano”, utopisti in politica ed allegri filibustieri nella vita, particolarmente cari al poeta che, nella sua scheda di adesione al Fascio fiumano, alla voce “professione”, scriverà: “uomo d’armi”.

Tra di essi, in primo piano, Keller, nominato “segretario d’azione” di D’Annunzio e responsabile di un ”ufficio per i colpi di mano”; egli:

“…come tutti i veri eroi…sdegnava ogni posa truculenta. Come tutti i grandi comici, non rideva mai. Considerava un giuoco la vita, la vita sua e quella degli altri, il solo giuoco che non mancasse di attrattive. Poiché gli era impossibile vedere e tanto meno calcolare gli ostacoli, lo assisteva la convinzione che nulla fosse impossibile. Si accingeva con la stessa tranquillità a dipingere un paesaggio o a sfidare la morte.”

 

In lui si fondono singolarità di comportamenti ed originalità nell’aspetto fisico:

“Di Keller non si può dire che abbia un profilo d’aquila… Piuttosto l’aquila si sforza vanamente di imitare il profilo di Keller.

L’immensa capigliatura nera, quasi azzurra, la barba scura e folta, lo sguardo caldo, le ciglia lunghissime accentuano i tratti indimenticabili di quest’uomo straordinario.

Si veste in una maniera spesso incompleta, e talora insolita. Anche gli succede di passeggiare nudo sull’arena a mare o per le petraie del Carso; ma non già per ricerca di singolarità, chè abbronzare al sole il corpo agile e ben modellato è per lo scultore la cosa più naturale del mondo: Guido Keller essendo – infatti uno scultore.

Avrebbe potuto essere un satiro, un palicaro, un convenzionale; un monaco in Umbria, un brigante in Calabria, un corsaro ad Algeri. Invece era scultore, e a Firenze. La guerra ne ha fatto un aviatore: e che aviatore!

…Col passo dondolante ed un aria trascurata, assoluta negazione dell’ “aspetto militare”, ecco si avanza, portando con sé in gestazione un’idea stramba o geniale…

…I legionari lo adorano, gli Ufficiali del Palazzo lo temono. Il comandante gli vuole bene e lo consulta volentieri. I bambini piccini credono che sia il diavolo.

Guido Keller: il cuore di San Martino, la barba di Raspoutine, lo sguardo di Machiavelli.”

 

Con lui, e con responsabilità di comando ed organizzative, Comisso e Cabruna. Alle loro dipendenze “anime dannate” divise tra turbinose (e non sempre “convenzionali”) avventure d’amore ed elettrizzanti esercitazioni guerresche, condotte con bombe e munizioni vere.

“I legionari…Un esercito che non è un esercito, una guarnigione che non somiglia a nessuna guarnigione, insorti che forse sono vandeani, guardie bianche che hanno molto delle guardie rosse, ribelli che sono poi soldati disciplinatissimi, corsari che non predano se non per dar da mangiare agli affamati.

I legionari… veterani in cui quattro anni di guerra anno consumato la fiamma del primo giorno, ancora puri e disposti al sacrificio estremo: volontari adolescenti scappati da scuola per venire ad arruolarsi: interi battaglioni che, stanchi di vegetare in una vita senza colore nella zona di armistizio, hanno seguito nell’ “impresa” i Tenenti quasi ragazzi, lontano dalle corvées degradanti e dai Colonnelli bizzosi.

I legionari…Ufficiali superiori un po’ stupefatti di trovarsi là in mezzo, e che tuttavia hanno accettato la stranezza della situazione.. e silurati che sono accorsi a sciami, e altri che non hanno voluto lasciare Fiume, e altri che hanno voluto seguire D’Annunzio; e poi, gli Ufficiali di vent’anni, buttatisi nell’avventura con l’impeto medesimo col quale andavano all’assalto una volta; e gli aviatori che si sono posati con i velivoli in montagna, nel nido d’avvoltoi di Grobniko; e gli Ufficiali di marina che a sera tornnno nella casa angusta di acciaio lucente; e tutti questi che si sono riuniti ed hanno formato tale bizzarra e turbolenta corte, il “Battaglione Ufficiali”, passando pi le giornate intere nei caffè con o senza orchestrina… e questi, anche, che non vengono mai in città, che rimangono agli avamposti coi loro soldati: modesti, rudi, sacrificati, i più entusiasti, forse.

I legionari… singolare radunata di uomini d’ogni età, di ogni stato sociale, di tutte le regioni italiane: il dodici settembre erano settecento, furono mille il giorno dopo, poi duemila, cinquemila, ottomila. Venivano da tutte le parti: dal mare, dalla terra, dal cielo; presto furono troppi per la città bloccata e affamata, e il Comandante fece sapere che non si accettavano ulteriormente volontari: Fiume, isolata dal resto del mondo, richiudeva alla sua volta le porte sulla propria sofferenza. Potevamo ormai contarci, osservarci a vicenda.

Siamo i pellegrini di un medesimo santuario, i passeggeri di una stessa nave. Dove andiamo? …Nessuno saprebbe dirlo. Quali sono i nostri “scopi di guerra”? Difficile precisarlo… Allora…

Sopra di noi sta Gabriele D’Annunzio che ci guida. Sopra Gabriele D’Annunzio l’IGNOTO e il destino che lo sospinge.”

 

Ad ottobre, per i suoi uomini D’Annunzio diramerà il nuovo “Ordinamento dell’Esercito liberatore” rivoluzionario, soprattutto perché limita al minimo il valore dei gradi ed esalta l’esempio, come unica fonte dell’autorità di un comandante sui suoi uomini.

A fianco di questi ex Arditi e combattenti di trincea ci sono i giovani, spesso giovanissimi scappati di casa: Fiume diventa così anche la meta di un continuo  andirivieni di genitori ansiosi che vengono a (cercare di) riprendersi i figli, entusiasti protagonisti di quella festa continua che tutti coinvolge e colpisce ogni osservatore esterno:

“Mai scorderò la festa di San Vito, patrono di Fiume, il 15 giugno 1920; la piazza illuminata, le bandiere, le grandi scritte, le barche coi lampioncini fioriti (anche il mare aveva la sua parte di festa) e le danze…; si danzava dappertutto: in piazza, ai crocevia, sul molo; di giorno, di notte, sempre si ballava, si cantava: né era la mollezza voluttuosa delle barcarole veneziane; piuttosto un baccanale sfrenato. Sul ritmo delle fanfare marziali si vedevano turbinare, in scapigliati allacciamenti, soldati, marinai, donne, cittadini, ritrovanti la triplice diversità delle coppie primitive che Aristofane vantò. Lo sguardo dovunque si fosse fermato, vedeva una danza: di lampioni, di fiaccole, di stelle; affamata, rovinata, angosciata, forse alla vigilia di morire nell’incendio o sotto le granate Fiume, squassando una torcia, danzava davanti al mare.”

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Categorie: Storia del Fascismo

Pubblicato da Giacinto Reale il 16 Dicembre 2014

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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