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Il segreto di Italia

Il segreto di Italia

<Non tutti nella capitale sbocciano i fiori del male / qualche assassinio senza pretese lo abbiamo anche noi in paese. / Qualche assassinio senza pretese lo abbiamo anche noi qui in paese…>, cantava Fabrizio De Andrè nella bellissima “Delitto di paese”.

C’è stato un tempo, in verità, nel quale l’Italia tutta si trasformò in un’immensa distesa di fiori del male. Fiori di odio. Fiori di follia e di morte. Accadde precisamente tra l’estate del 1943 e la primavera-estate del 1945, anno conclusivo della seconda guerra mondiale, allorquando, in seguito alla caduta del regime fascista e al successivo collasso della Repubblica di Salò, l’intero Stivale si trasformò in una macelleria messicana. Fu allora che i fiori del male vennero coltivati e innaffiati con cura maniacale e perfida meticolosità da squallidi individui degni di marcire per l’eternità nella più profonda delle Antenore. Si sa come vanno a finire queste cose. È facile vincere un conflitto. Tutti eroici, impavidi, indomiti e amen. È quando la si perde, la guerra, che cominciano i dolori. Di chi è la colpa? Innanzitutto del governo uscito sconfitto dal cimento, certo. Ma… chi lo sostenne quel governo? È lì che in primo luogo vanno cercati i responsabili del disastro. Ma… e se quel governo ebbe un seguito popolare a dir poco unanime, plebiscitario, totale, con chi prendersela? In questo caso, a rigor di logica, le responsabilità dovrebbero essere spalmate in egual misura su tutti i cittadini. Ma le cose non funzionano mai così, purtroppo. Quando la nave affonda i sorci annusano il pericolo e abbandonano senza esitare lo scafo destinato a colare a picco. E in quei giorni per il Bel Paese fu tutto un brulicare di sorci, vermi e scarafaggi in crisi d’identità e in cerca d’autore. Era la nuova razza d’uomini che, fiutata l’aria, si preparava a mollare Mussolini per rifarsi una verginità onde ad assumere, un domani, le redini della Repubblica Italiana prossima ventura.

Ne sa qualcosa la comunità di Codevigo, un piccolo comune del Padovano, in Veneto, salito alla ribalta della cronaca nera tra il 28 aprile 1945 e la metà del giugno successivo per un fatto raccapricciante: il cosiddetto “eccidio di Codevigo”, ovvero l’esecuzione sommaria di centinaia tra militi della Guardia Nazionale Repubblicana, componenti delle Brigate Nere e semplici civili. La strage avvenne in varie località situate in prossimità della cittadina, come Bussolengo, Pescantina e Candiana, e vi parteciparono elementi provenienti dalle formazioni partigiane locali, militari inquadrati nel gruppo di combattimento “Cremona”, unità dell’esercito italiano alle dipendenze dell’VIII armata Britannica, e la 28ª Brigata Garibaldi “Mario Gordini”, guidata da un ex fascista saltato sul carro dei vincitori, tal Arrigo Boldrini, nome di battaglia “Bulow”. Si tratta di uno degli episodi più tragici e vili tra quelli avvenuti nel Nord Italia nei giorni a cavallo della resa incondizionata delle forze tedesche e fasciste repubblicane nella Penisola, resa effettiva già a partire dal 3 maggio 1945.

Ma il sangue dei fratelli nel tricolore fu sparso a piene mani un po’ovunque nel Veneto in particolare e in Italia in generale in quel tempo infame. Nella sola zona della vicina Treviso avvennero almeno 630 assassinii ad opera dei partigiani nei confronti di fascisti ormai arresisi ed altri 391 nell’area di Udine. In quei giorni furono operati massacri indiscriminati anche a Pedescala di Valdastico, Castel di Godego di Treviso, Saonara e Saccolongo di Padova. E poi vi furono gli episodi di Oderzo, Schio, Rovetta, Basovizza e tanti altri. Solo negli anni Sessanta dello scorso secolo a Codevigo, alcuni parenti delle vittime, vincendo la paura, le minacce e le intimidazioni dei guappi con la stella rossa, iniziarono la ricerca dei resti di quegli sventurati. Resti in genere abbandonati e sepolti alla rinfusa in fosse comuni, nei cimiteri o nei campi limitrofi. Complessivamente vennero rinvenuti 114 cadaveri. 77 salme furono recuperate nel cimitero di Codevigo, 17 nel cimitero di S.Margherita, 12 nel cimitero di Brenta d’Abbà. Tuttavia molti non furono mai ritrovati, e l’ammontare complessivo delle vittime rimarrà ignoto. Il 27 maggio 1962, a cura dell’Associazione nazionale famiglie caduti e dispersi della R.S.I., venne finalmente inaugurato un ossario in cui trovarono accoglienza i resti di 114 corpi, tra cui 16 ignoti. I fatti di Codevigo sono stati magistralmente narrati dapprima da Gianfranco Stella nel libro”1945-Ravennati contro. La strage di Codevigo”, Ultima crociata editore, giunto alla terza edizione. Oggi è la volta del regista anticonformista Antonello Belluco col suo “Il segreto di Italia”, film uscito in questi giorni nelle sale della capitale.

Perché il segreto “di Italia” e non “d’Italia”? Perché qui il regista gioca abilmente con un equivoco, con un doppio senso lessicale e metaforico che potrebbe fare intendere a un arcano attinente all’Italia come paese. Invece quello di cui parla Belluco è il mistero “di” Italia. Vale a dire di una persona in carne ed ossa. Ma il fatto è che la vicenda di Italia essere umano riflette in piccolo la grande tragedia vissuta all’epoca dalla nostra patria. E chi è Italia? Italia è una donna di Codevigo: Italia Martin per la precisione, ed è la bella protagonista ˗ interpretata da una sorprendente Romina Power ˗ del film di cui stiamo parlando. La quale dentro di sé cela un lato oscuro. Un atroce segreto che la opprime da tutta una vita. Lei ha abbandonato da tempo il suo paese d’origine, che non vede da ben 55 anni, ma quando la nipote convola a nozze è costretta a ripercorrere a ritroso il sentiero che la separò dalle contrade avite.

Sulle prime questo ritorno alle origini sembra svolgersi senza traumi, tra dolci struggimenti e romantiche riviviscenze d’antan. Ma tutt’a un tratto accade qualcosa d’imprevisto che costringe la signora Martin a fare i conti col suo doloroso passato. La donna, nel corso di un’idilliaca passeggiata nei boschi, avverte, infatti, l’eco lontana di alcuni colpi di fucile. Saranno sicuramente i soliti cacciatori della domenica in cerca di tordi. Ma a lei quella raffica di colpi le fa risalire brutalmente alla memoria vecchie immagini ormai sbiadite dal tempo. Vicende che aveva ˗ o credeva di avere ˗ dimenticato per sempre. Insomma, a Italia quegli spari la obbligano a rivivere nel peggiore dei modi atroci esperienze che lei aveva cercato di esorcizzare semplicemente obliandole. Ma il passato, specialmente se doloroso, ci marchia in modo indelebile, costringendoci sempre a fare i conti con esso, come in un logorante, spossante, dilaniante eterno ritorno. E per Italia “la bestia” è una sfortunatissima storia d’amore sbocciata in uno dei momenti storici più drammatici per il popolo italiano e per l’Europa tutta: il 1945. Lei, Italia, è una quindicenne alla prima infatuazione d’amore, lui, Farinacci Fontana, il giovane e aitante figlio di un militante fascista di Codevigo. La tragedia che sconvolgerà le loro giovani vite si dipana in modo graduale, sulle prime in sordina, quasi rassicurante. Ma ben presto, col progredire del climax narrativo, la situazione s’incupisce di brutto. La guerra sta per finire e tutti a Codevigo si rendono conto che il piccolo borgo sul Bacchiglione e l’Italia tutta sono a un punto di svolta. Domani nulla sarà più come prima, ma la gente fa finta di non capire, di non sapere, di non ricordare. Ma di non ricordare cosa?

Una circostanza che metterebbe l’intera Codevigo davanti a un dato di fatto sconvolgente: tutti, maschi e femmine, grandi e piccoli, sono stati ferventi fascisti. Certo, lo sono stati negli anni cosiddetti “del consenso”, vale a dire ai tempi in cui Mussolini non ne sbagliava una e l’Italia intera sembrava entusiasticamente viaggiare verso un futuro radioso e pieno di promesse. Ma tant’è. La psicologia patologica ha scandagliato assai compiutamente ciò che può scattare di maligno nella mente di un uomo quando, messo alle strette, si risolve a cancellare (rinnegare) un passato ormai da considerare quantomeno scomodo. I meccanismi sono arcinoti. Delusione. Minimizzazione. Distacco. Negazione. Rifiuto. Rimozione. Rancore. Desiderio di dimostrarsi “puri”. Intolleranza. Persecuzioni. Violenza. Ma nessuno, neppure la mente più malata del mondo poteva immaginare tanto scempio, tanta barbarie, tanta ferocia, tanto irrazionale accanimento su persone inermi. Su gente che fino al giorno prima erano il tuo amico, il tuo collega il tuo datore di lavoro, il tuo compagno di giochi. Proprio quel che accadde all’epoca in quell’anonimo villaggio del profondo Veneto. Gente picchiata a sangue e finita a colpi di fucile. Poveracci trascinati per lunghi tratti di strada e crocifissi su assi di legno. Altri finiti a colpi di badile. Crani trapassati da lunghi chiodi conficcati a martellate nel cervello. Nel film di Belluco questi particolari s’intravedono appena, ma l’atmosfera gotica s’avverte in tutta la sua ominosità.

<Neppure il mare ha nel suo scrigno tutte le cose che io sogno…>, cantava Don Backy nella sua sublime “Sognando”, narrando in musica una storia di follia ma quasi versando in poesia le atrocità verificatesi a Codevigo nella primavera d’odio del 1945.

I risultati di quell’orgia di sangue finora erano noti solo a pochi, in Italia. Ora si spera che il film di Belluco risarcisca quelle popolazioni dei tanti anni di oblio artatamente posati su quelle vicende dai servi zelanti dell’antifascismo militante. Un po’ come accadde per le foibe giuliano-dalmate prima della fiction di Alberto Negrin “Il cuore nel pozzo” o per i fatti di Porzus prima dell’omonimo film di Renzo Martinelli.

Onore quindi ad Antonello Belluco per il suo film dignitoso, sapientemente interpretato da attori professionisti, arricchito da una bella colonna sonora e da un sapiente uso dei chiaroscuri. Anche se una critica va levata pure alla fatica del regista padovano. In ogni pellicola che tratta i temi della “finis Italiae” è immancabile la figura del partigiano buono e generoso, tutto fede, speranza e carità. Virtù completamente assenti nei personaggi che incarnano la fazione avversa. La pellicola di Belluco non fa eccezione. Il regista, pur mostrando il volto barbarico e disumano della resistenza italiota ˗ sconvolgenti i fotogrammi con l’ausiliaria nuda, senza capelli e col volto insanguinato che viene irrisa e percossa dalla plebaglia ˗ non fa certo sconti alla “controparte”. In tutto il film, infatti, nessuno trova il coraggio di dichiararsi fino in fondo fascista e di morire come tale. Quando si avvicina l’ora della fine dei giochi, chi si affretta a nascondersi, chi fugge, chi si affanna a bruciare la camicia nera, chi piange, chi porta lontano la famiglia, chi se la prende con Hitler maledicendolo, chi si prepara ad accogliere i nuovi padroni allestendo feste con ricchi premi e cotillon. Tutte cose verosimili, ci mancherebbe. Ma neanche uno ˗ dico uno ˗ che nella pellicola di Belluco abbia avuto il fegato di restare fascista fino alla fine e di affrontare a testa alta il martirio. Pure il giovane Farinacci, davanti al plotone d’esecuzione, si squaglia piagnucolando come una mammoletta. Eppure di gente in camicia nera che ha affrontato la morte col sorriso sulla bocca o con apollinea compostezza ce n’è stata, eccome se ce n’è stata, perdiana! Basti pensare ai giovanissimi franchi tiratori fiorentini, ad Achille Starace, al federale di Torino Solaro, ad Aschieri, a Palesse ed a tanti altri Caduti sul campo dell’Onore.

Vogliamo calcare l’accento sulla missione pacificatrice dell’opera di Belluco? E facciamolo. Vogliamo riconoscergli il fatto di avere compiuto un piccolo passo avanti nell’opera di “revisione” della mendace vulgata resistenzialista? E facciamo anche questo. Ma la Verità, purtroppo, almeno per quel che ci riguarda, resta un’altra cosa. Ed è ancora lontana.

Angelo Spaziano

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Categorie: Film

Pubblicato da Angelo Spaziano il 22 Novembre 2014

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