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Il carattere letterario e musicale della produzione trovadorica

Il carattere letterario e musicale della  produzione trovadorica

Dall’anno mille in poi si assistette ad un progressivo sviluppo della cultura al di fuori dell’ambito ecclesiastico, furono fondate scuole e università, gli “Studia” medievali: l’uomo volgeva ora lo sguardo verso una realtà concreta piuttosto che verso astrazioni fideistiche. Nel mentre che in Italia si definisce la realtà dei Comuni, in Francia si cristallizza il concetto di corte: una sorta di entità dalla vita autonoma, e spesso avulsa dalle vicende religiose o politiche, ispirata dagli ideali della “cavalleria”e della “cortesia” , dunque dalla forte caratterizzazione cerimoniale e galante. Il lirismo cortese si pone in netta contrapposizione all’espressività della popolare Lauda (composizione testuale e musicale elaborata che si avvale dell’italiano volgare), se al primo genere sono propri toni e temi più delicati e leggeri al secondo appartiene una ben più sprezzante proprietà di linguaggio.

“Quando vedo l’allodola in gioia alzarsi sulle ali nei raggi del sole e poi, l’obliosa, lasciarsi cadere per la contentezza che le colma il cuore, quale grande invidia mi assale a vederla così gioiosa!”Imm.2

Il trovatore Bernart de Ventadorn, del XII secolo, con queste sue parole, suggerisce un’immagine che ben esplica l’essenza della sensibilità letteraria e musicale cortese. Eppure, seppur in modesta parte, la produzione trovadorica subirà gli influssi di un altro genere: la Chanson de Geste, che pur essendo prevalentemente letteraria influenzerà la musica del XII e XIII secolo. La canzone di gesta è fondamentalmente una cronaca epica nata per celebrare i trionfi di Carlo Magno, Rolando ed altri eroi, composta da lasse o gruppi di versi dal ritmo regolare (l’esempio più rinomato è la Canzone di Rolando del 1100). Il brano era declamato dai jongleurs, o menestrelli, che di corte in corte intrattenevano il pubblico utilizzando una base musicale per la propria rappresentazione, un brano molto semplice dalla cadenza regolare e con un elemento melodico conclusivo per l’ultimo verso.

Pertanto entrando in contatto con la realtà cortigiana, questo mondo influì sulla produzione trovadorica. I trovadori (dall’occitano trobar che indica il “cercare versi o rime”) sono quei poeti, o poeti-musicisti, che si servirono della lingua d’oc (diffusa nella Francia meridionale) mentre i trovieri si servivano della lingua d’oil (che sarà alla base del moderno francese) della Francia settentrionale. Il più antico trovatore di cui si ha notizia è Guglielmo IX, conte di Poitiers (1087-1127), primo ad utilizzare il volgare per comporre liriche dal tema profano. Il corpus delle opere trobadoriche è costituito prevalentemente da liriche amorose, in forma di brevi poemi strofici formati da alcune stanze e chiusi da una mezza strofa.

Per ciò che concerne la forma compositiva sono prevalenti l’ ”Alba” (il tema degli amori illegittimi), la “Pastorella” (l’amore agreste), il “Planh” (lamento d’amore), il “Sirventese” (a carattere sociale o satirico) ed il “Partimen” o “Tenzone” (il discorrere amoroso con un interlocutore). A differenza dei trovatori, che focalizzano la propria produzione principalmente su tematiche amorose, i trovieri concentrano l’attenzione maggiormente sulla poesia a tema eroico o cavalleresco (la ballata, il jeu parti, il lai). In quanto alla musica, non sempre essa è presente (o composta dagli stessi autori, poiché sovente il compito era affidato ai menestrelli) e le fonti musicali sono da ricercarsi nella matrice del canto cristiano, dalla melodizzazione semplice.  Tra i maggiori trovatori, di cui è pervenuta anche la fonte musicale, ricordiamo:Marcabru, Ventadorn, Rambault de Vaqueiras. Fra i trovieri ricordiamo: Grace Brulé, Thibaut IV di Navarra e Adam de la Halle. La lirica trovadorica influenzerà in modo consistente la Germania e alcune corti italiane; in particolar modo in Germania darà origine al genere, che diverrà poi autonomo, del Minnesang.

Francesca Monterosso

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Categorie: Arte

Pubblicato da Ereticamente il 6 Novembre 2014

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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