1919: turbolento, diabolico e glorioso (4^ parte)

1919: turbolento, diabolico e glorioso (4^ parte)

Il fervore morale – Libertari quanto gli anarchici…

 

 

7. IL FERVORE MORALE

Dire, con Renzo De Felice, che i futuristi portano al primo fascismo “un fervore a suo modo morale, che mancherà completamente al successivo fascismo”, se può aiutare a meglio definire il ruolo futurista, appare però anche riduttivo ed ingiusto: alla base dell’azione squadrista ci sarà sempre, o quasi, un’esigenza “morale” talvolta affidata a personaggi con inclinazioni “mistiche”, come il “profeta folle” Bernardo Barbiellini Amidei.

Si pensi alle pretese “redentrici” di ogni azione squadrista e spedizione punitiva; quello della “redenzione” è, infatti, un tema costante della propaganda fascista, ripreso da linguaggio interventista.

Come tutte le città e le regioni ritornate all’Italia con la fine del conflitto sono “redente”, anche grazie al sacrificio dei caduti, così il tricolore issato sui Municipi “rossi” restituisce all’Italia un paese o un borgo, la morte di uno squadrista “redime” una città e favorisce lo sviluppo del Fascio locale, l’incendio della Casa del Popolo redime i lavoratori, verso i quali a volte parrà proprio che l’azione fascista voglia assumere, come è stato detto, i caratteri di un’azione di “missionari in terra di colonia”.

Da buoni “missionari”, nell’aprile del ’21, alcuni fascisti fiorentini, recatisi ad Arezzo per dare manforte ai camerati locali, trovano un orfanello tredicenne, Alfredo Peruzzi, e lo adottano, provvedendone agli studi ed al mantenimento: lo fanno sia per sottrarre l’adolescente all’influenza sovversiva che per evitare la possibilità che egli si perda in una vita di malaffare.

Vita di malaffare come quella che conducono quei borghesi pisani che vengono sorpresi da Bruno Santini e dai suoi squadristi, nel luglio dello stesso anno, mentre in vari Circoli privati della città sbevazzano, giocando allegramente d’azzardo e sono impietosamente e nominativamente denunciati dai fascisti alla pubblica opinione per la loro condotta, che li porta a sperperare al gioco quegli stessi denari che lesinano alle iniziative di soccorso a mutilati e combattenti disoccupati.

Né può essere dimenticato che ricchi di “fervore morale” appaiono anche certi deliberati sulla necessità, per gli squadristi, di essere d’esempio per la comunità con la propria condotta di vita, in linea con la voluta povertà di mezzi di molti capi squadristi e fascisti, ai quali pure la possibilità di arricchirsi non sarebbe mancata, se solo avessero voluto.

Su un altro piano è generale il disprezzo che gli squadristi ostentano per il danaro e per i miti che esso crea, compreso quello della vita mondana e “brillante”; è noto che lo stesso Mussolini fu sempre indifferente al valore del danaro e alieno da mondanismi di ogni tipo; con lui quasi tutti i maggiori dirigenti del fascismo provenienti dall’esperienza antemarcia almeno, conserveranno sempre un’accentuata diffidenza per i lustrini del bel mondo.

Una delle prove più significative di quanto stiamo dicendo è il giuramento che le Camicie nere dei Piacenza, dove è forte l’influenza del citato Barbiellini Amidei, presteranno il 1^ novembre del ’22, subito dopo al conquista del potere:

“Oggi, 1^ novembre 1922, le Camicie Nere della provincia di Piacenza giurano che: per un anno non porteranno indosso né faranno sfoggio in casa loro di oggetti d’oro, d’argento e comunque preziosi.

Consacreranno a se stessi il privilegio di lavorare gratuitamente per la Patria.

Daranno ogni ornamento superfluo a fondo unico della provincia di Piacenza per tutte quelle opere che per la loro provincia segnino bontà, civiltà, arditismo.

Giurano sul sangue dei loro martiri di rinunciare ai mondani divertimenti che non siano espressione di gioia civile per le fortune della Nazione.”

 

Giuramento velleitario, confuso, forse anche mal scritto, ma ingenuamente indicativo di uno stato d’animo di forte e sincera tensione morale, senz’altro coerente con il primo fascismo ardito e futurista.

Gli Arditi portano al fascismo, in maniera massiccia, il gusto per l’azione, fatta di astuzie, trovate ed audacie; sono loro le iniziative, come si dice in questi mesi, “avventuresche e rompicolliste”, mosse dalla convinzione, collaudata in guerra, della prevalenza del gesto sulla parola.

Gli Arditi ostentano a ripetizione coraggio fisico e disprezzo per la morte, ma finiscono per essere spesso condizionati dal loro stesso mito; non di rado menano vanto di fatti non veri e poco credibili, come quando diffondono la voce che in due o tre, a Genova, con il loro solo apparire, hanno fugato, nell’agosto del ’19, una massa di ventimila persone adunate a comizio.

In maniera forse esagerata uniscono al piacere della beffa la consapevolezza dell’importanza del proprio ruolo, legittimato dal valore militar e da un forte spirito di corpo; ad esso fa appello Mario Carli, nel suo “Secondo appello alle fiamme, del 10 dicembre 1918:

“Arditi! Fiamme nere! Fiamme rosse! Fiamme verdi! Avvicinandosi l’ora del ritorno alle vostre case, voi pensate certamente al domani. Questo domani non può essere, per voi, che una continuazione della gloria conquistata sui campi insanguinati, e un riconoscimento da parte della Nazione del vostro valore umano, che dovrà essere utilizzato e incanalato nel migliore modo possibile nelle opere di pace. E’ giusto, è fatale, è necessario che le Fiamme siano al posto d’onore sempre, domani come oggi e come ieri, e che si riconoscano fra loro in ogni occasione. Le Fiamme non devono scomparire con la fine della guerra. Devono restare nella vita nazionale, a significare tutto quello che vi è di più giovane, di più generoso, di più audace e tenace, di più intensamente fattivo e produttivo. Voi siete la parte solida e sana, con maggiore avvenire, con maggiore libertà di pensiero ed agilità di gambe, con maggiori risorse personali, con più cuore, con più fegato e più muscoli, la vera avanguardia della Nazione.”

 

Gli Arditi sono convinti di impersonare un nuovo tipo umano, utile anche in tempi di pace; così come in guerra hanno rappresentato un tipo diverso di militare, non schiavo della routine della vita di trincea; un militare non rigidamente ossequioso di gradi, regolamenti e disciplina, libero anche nell’uniforme, come ha sottolineato Marinetti:

“Il colletto aperto preludia ad uno scamiciamento audace per meglio fare a pugni o per gettarsi in acqua al salvataggio di un uomo che annega. Collo libero dell’uomo forte e creatore. Collo svincolato dalle cravatte idiote, collo atletico che fa scoppiare il colletto della società”

 

Ora, giunta la pace, gli Arditi vogliono “smontare, ripulire, lubrificare e modernizzare tutti i congegni della complessa macchina politico burocratico giuridica italiana” e sono pronti a farlo con le buone, ma, se sarà necessario, anche con le cattive maniere; odiano il Governo perché, appena finita la guerra, prima li ha costretti ad una disciplina di caserma, fatta di estenuanti marce senza scopo, poi ne ha sciolto i Reparti alla chetichella, senza una parola di ringraziamento, rimandandoli tutti ai Reggimenti di provenienza.

Eppure, è proprio in quei Reparti “speciali”, costituiti per le pressanti esigenze di guerra, che essi sono diventati dei soldati politici, come Giuseppe Bottai:

“Il Battaglione d’assalto fu soprattutto questo, lo strumento di una guerra integrale, destinata a risolvere d’un colpo tutti i problemi italiani. Fu nell’Esercito “apolitico” ( e perciò roso da tutti i veleni della politica) di quel tempo, il primo campione dell’Esercito “politico” come noi l’intendiamo ed attuiamo (portatore e difensore di un’idea, e perciò non partitante)… Io penso che dal XXVII (Reparto d’assalto) data la mia vita politica. Fino al passaggio nei ranghi del XXVII avevo fatto la guerra, come meglio avevo potuto, in magnifici Reggimenti di fanti, dal Col di Lana al Grappa; ma avevo fatto solo la guerra. Col XXVII ero venuto a fare guerra e politica insieme; e la coscienza improvvisa di questa unità era finalmente quella coscienza militare nuova di cui s’aveva bisogno per vincere la guerra. Oggi è difficile ridire quanto e come fosse inebriante questa nuova coscienza, oggi che è di tutti. Ma allora! Allora aveva sapore di eresia.”

 

Invincibili ed aggressivi, combattenti terribili e spregiudicati, gli Arditi hanno costituito un mondo a sé, “diverso” rispetto ai combattenti normali, che li guardano con rispetto ma non sempre con simpatia; con proprie liturgie e simboli che, caratteristici di una nuova religione laica, sono destinati a passare dai Reparti d’assalto alle squadre fasciste:

 

“Cercammo un simbolo. Il tricolore era stato troppo profanato dalla retorica patriottarda dei Partiti costituzionali e rappresentava ancora la viltà miserabile, miserevole e miseranda dei Governi demo liberali che si nutrivano di miscele di oppio e di cantaride, lasciando imbordellare l’Italia e prostituire il suo destino. “Il tricolore – dicemmo – deve essere lavato ancora in un bagno di sangue perché possa ridiventare il simbolo puro ed augusto del popolo italiano”. Del resto, la bandiera nazionale era scomparsa per lasciare posto agli stracci mestruali del bolscevismo barbaro e selvaggio e ai drappi del pipismo che si ammosciavano, come maniche a vento, nell’aria ferma sopra la zoccolante beghineria ruffiana dei più inconfessabili egoismi e delle più turpi rivendicazioni. Allora scegliemmo il nero vessillo degli Arditi, che aveva preceduto gli assalti oltre le trincee di carme umana del Grappa e sull’altra riva del Piave gonfio di sangue. Aveva il colore “della morte che infutura la vita” e per questo lo abbiamo prediletto; era il simbolo della nostra disperazione e della nostra ferocia e ci pareva che in esso risplendesse tenebrosa e tremenda la “voluttà di morire” che arroventava i nostri sensi di giovani gagliardi pronti a tutto. Erano i tempi in cui nelle nostre canzoni non ricorrevano i temi dell’amore, del piacere e della gioia, ma risonavano parole apolittiche. “pugnale” e “bomba a mano” trovavano rime che facevano rabbrividire le timorate nonché vigliacchissime anime dei conservatori pronti a cedere tutto pur di conservare le ghirbe flaccide e graveolenti. Il ritornello spavaldo echeggiava risolutivo, ammonitore e terribile come la cannonata e volgeva in fuga le mandrie imbestialite del socialismo gaglioffo e vigliacco. “Avanti Ardito, come una fiera, bandiera nera, bandiera nera!”. Quante volte, nelle piazze milanesi in tumulto, o sulle strade di campagna propizie all’agguato, la fiera canzone risonò disperatamente, mentre camminavamo serrati e feroci, coll’indice destro pronto sul grilletto della rivoltella! A molti di noi il canto è stato spezzato in gola dal gorgoglio della morte. Eravamo tutti banditi, allora!”

 

L’influenza degli Arditi, “vessilliferi del coraggio puro”, soprattutto sui giovani e sui nuovi proseliti, è anche maggiore di quella futurista; in fondo, gli intellettuali marinettiani hanno un che di aristocratico, rimangono, forse aldilà delle loro stesse intenzioni, un circolo chiuso al quale è difficile accedere.

Gli Arditi, invece, che ostentano in maniera più semplice ed immediata, con venature talvolta popolaresche quando non “plebee”, la loro insofferenza per ogni forma di disciplina caporalesca, sembrano un più sicuro ed abbordabile approdo per quanti, giovani soprattutto, disprezzano le convenzioni e le ipocrisie del vecchio mondo.

Diventare Arditi “ad honorem” non è impossibile: basta coraggio e determinazione a scendere in piazza ed a battersi, per essere ammessi a far parte di questa consorteria di uomini forti ed invitti, guidati da fascinosi condottieri come il Maggiore Cristoforo Baseggio, vero precursore del Corpo, con la sua “Compagnia della morte”.

Lo stesso Carli, l’autorità se l’è guadagnata sul campo, proprio quando sembrava condannato ad un’esperienza bellica di routine, senza né onore né gloria; infatti, arruolato con difficoltà, a causa di una forte miopia, era stato destinato a Reparti non combattenti, ma, con la costituzione delle prime Compagnie Arditi, si è fatto avanti ed è stato accettato; da semplice Ardito ha percorso tutti i gradi della gerarchia, fino al grado di Capitano, meritandosi anche una medaglia d’argento.

Forse sarà anche per questo, e non solo per superare una momentanea crisi dell’Associazione arditi, che, nel programma-statuto del ’20, egli favorirà l’iscrizione all’Associazione di tutti quei combattenti che “abbiano tali meriti intellettuali e morali e così singolari personalità da meritare il nome di Ardito”.

Carli aprendo le porte dell’Associazione a quanti non era stata offerta, per i più vari motivi, la possibilità di portare le invidiate mostrine, pur essendosi ben comportati in guerra e continuando a farlo ora in pace, sembra convinto che troppo limitativa era, stata la prescrizione del ’19, che restringeva l’adesione ai soli appartenenti a Reparti combattenti di Fiamme nere, rosse e verdi.

 

8. LIBERTARI QUANTO GLI ANARCHICI…

Discorso a parte è da fare sulle “idee” degli Arditi, propagandate sul loro giornale, L’Ardito, la cui diffusione nelle caserme viene vietata da Caviglia nel maggio del ’19, dopo la pubblicazione di un rivoluzionario articolo “Arditi e non gendarmi”, con la motivazione che trattasi di un “giornale bolscevico”.

Ciò che più colpisce è, innanzitutto, l’atipicità di queste idee, la loro impossibilità ad essere ricomprese nelle categorie abituali di “reazione” e “progresso”; impossibilità che deriva direttamente dal fatto che queste idee sono proprie di “uomini nuovi della nuova Italia” come suggestivamente gli Arditi amano definirsi.

E infatti, se diamo una scorsa ai nomi più ricorrenti tra quelli degli Arditi di Milano, i più attivi nel panorama politica diciannovista, quasi nessuno ha precedenti politici degni di nota, con eccezione forse del solo Mazzuccato, sul cui fascicolo in Questura spicca la scritta: “Edmondo Mazzuccato, fascista, già anarchico”.

“Vergini” alla politica sono Vecchi, Albino Volpi, Gino Svanoni, Piero Bolzon, Marcello e Paolo Sammarco, Carlo Meraviglia, Cristoforo Baseggio, Gino Coletti e i giovanissimi Aldo Putato ed Asvero Granelli.

Il gusto per la sfida e la provocazione, anche intellettuale, è indubbiamente una caratteristica “ardita”. Carli, su “Roma futurista” del 13 luglio, in coincidenza, cioè con il temuto “scioperissimo” di cui parleremo, ne dà una bella prova, in un articolo intitolato “Partiti d’avanguardia: se tentassimo di collaborare?”:

 

“Ho esaminato seriamente l’ipotesi di una collaborazione tra noi (futuristi, Arditi, fascisti, combattenti, etc.) e i Partiti cosiddetti d’avanguardia: socialisti ufficiali, riformisti, sindacalisti repubblicani… Il terreno comune c’è… E’ la lotta contro le attuali classi dirigenti, grette, incapaci e disoneste, si chiamino borghesia o plutocrazia o pescecanismo o parlamentarismo… Ma i Partiti pseudoavanguardisti e pseudorivoluzionari…mai hanno fatto il più timido gesto di simpatia o di interesse verso idee o temperamenti ai quali dovrebbero sentirsi attratti per istinto! Perché? Eppure noi siamo libertari quanto gli anarchici, democratici quanto i socialisti, repubblicani quanto i repubblicani più accesi. Si tratta dunque di malafede? Pare di si, perché, se non fossero in malafede, costoro dovrebbero inginocchiarsi davanti a noi e chiamarci come loro capi. Se la loro lotta politica fosse sincera e convinta (parlo specialmente dei pussisti) dovrebbero ammirare senza riserve il nostro spirito rivoluzionario che, dopo avere schiacciato quella fetida cancrena del passatismo europeo che si chiamava Impero d’Asburgo, e contribuito ad umiliare il tracotante militarismo tedesco, vuole oggi demolire a colpi di bomba i vecchi sistemi, i regimi decrepiti, i focolai di putredine che costituiscono la grande cloaca politica italiana… Sapranno a loro volta dirci una parola onesta e schietta di simpatia disinteressata? Se capiranno che è assurdo e bestiale continuare una campagna diffamatoria contro una guerra che si è chiusa vittoriosamente e che, malgrado tutto, ha giovato enormemente al proletariato, se capiranno che noi, pur amando fieramente, non abbiamo nulla a che fare con i nazionalisti reazionari, codini e clericali, essi ci tenderanno la mano e ci aiuteranno a spezzare tutte le schiavitù che ancora ci sovrastano. Dopo, potremo tornare a divorarci, se sarà necessario.”

 

Del contenuto dell’articolo si dirà, in verità, stupito Mussolini, in occasione della riunione indetta il 19 al liceo Beccaria, per concordare proprio una linea di azione di fronte allo “scioperissimo”. E’ però certo che esso è in sintonia non solo con la vocazione filoproletaria e populista dell’arditismo italiano, ma anche con i sentimenti di molti dei primi seguaci mussoliniani: il pugnale che ieri in guerra ha spaventato l’Austriaco e dato fiducia all’Ardito, deve oggi servire per dare un brivido ai grassi borghesi imboscati e profittatori, non certo per punzecchiare la pancia –vuota- del reduce popolano.

Ciò viene anche ribadito dopo la prima clamorosa azione antisocialista del dopoguerra che vede gli Arditi in prima fila; il Popolo d’Italia del 23 aprile, otto giorni dopo l’incendio dell’Avanti, riporta un appello datato 18 aprile che si indirizza agli “operai italiani” e, tra l’altro, dice:

“Operai italiani! Venite con noi! Stringetevi nei nostri Fasci! Come voi, anche noi siamo proletari. Ma noi, che abbiamo affrontato cento volte la morte non permetteremo mai che il nostro sangue e i vostri sudori siano sfruttati da miserabili ciurmatori… Venite con noi, operai italiani fratelli nostri! Noi abbiamo sempre vinto! Noi vi porteremo a tutte le vittorie!”

 

Mario Carli è indubbiamente l’intellettuale “Ardito” di punta di questo periodo; un sottile filo collega tutta la sua produzione polemica; nel mese di marzo del 1920 tornerà alla carica, da Fiume, su “I nemici d’Italia”, con un articolo fortemente influenzato dalla particolarissima atmosfera cittadina. In esso egli arriva teorizzare un bolscevismo dotato di un “potente soffio di misticismo che, rinnovatore, si può realizzare su basi patriottiche e nazionali, sì da gettare un ponte tra le due “rive luminose” Fiume e Mosca; ma non basta:

 

“In fondo da Fiume, osservatorio un po’ più vicino all’Oriente che non Roma o Milano, possiamo dirvi, compagni italiani, che il diavolo non è poi così nero e antiestetico come sembrava. Questione di visuale e di lucidità mentale semplicemente… Il soviet (altra parola spauracchio per i mosci borghesi di tutti gli Stati) è un prodotto così ragionevole e così utile dei nuovi tempi, ed è già cosi diffuso sotto la forma sindacale negli ambienti amministrativi ed industriali, che non si capisce perché non debba entrare senz’altro nella vita politica e militare.”

 

L’articolo è destinato, come prevedibile, a provocare qualche scompiglio tra le file ardite: Vecchi, Volpi e Mazzuccato partono per Fiume, per vedere come stanno le cose e per chiarire, direttamente con il poeta, la reale portata delle voci di un “bolscevismo legionario” che si starebbe diffondendo nella città. Il colloquio è cordiale e D’Annunzio il 24 luglio, con un suo personale discorso, riafferma il cardine dell’azione ardita: rivendicazione della vittoria contro ogni disfattismo, contro ogni dittatura e contro ogni parassitismo.

Giacinto Reale

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Categorie: Storia del Fascismo

Pubblicato da Giacinto Reale il 18 Novembre 2014

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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