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Uno sguardo sul futuro

Uno sguardo sul futuro

Ultimamente ha girato nei nostri ambienti un articolo di Massimo Fini, che sostiene che “Il pericolo non è l’ISIS ma la scienza”. In realtà, né la tesi di fondo né alcuna delle argomentazioni presentate dimostra una particolare originalità.

Parliamo del “califfato nero” iracheno: l’idea che possa espandersi non solo nell’area mediorientale, ma addirittura in occidente, è ridicola, vista la sproporzione di forze, e anche la tragica eventualità di attentati terroristici, non può certo cambiare il senso (la parabola ascendente o discendente) di una cultura, a meno che…

A meno che l’immigrazione verso l’Europa e verso il nord del continente americano di genti “colorate” non alteri la situazione demografica al punto da trasformare le popolazioni originarie in minoranze. A questo punto, quella che chiamiamo impropriamente civiltà “occidentale” e dovremmo forse chiamare civiltà europea NONOSTANTE gli USA, non avrebbe alcuna possibilità di sopravvivere, che a sorgere sulle sue macerie sia un califfato islamico derivato dall’attuale ISIS oppure qualcos’altro, perché una cosa è certa: l’idea della società multietnica è un inganno mostruoso, e le genti che l’immigrazione ci porta in casa – mussulmani o altro, perché il fattore importante non è quello religioso, ma quello etnico-biologico – sono inassimilabili. In alcune aree d’Europa, come in Gran Bretagna o in Scandinavia, siamo già paurosamente vicini a questa soglia.

Esaminiamo l’altra parte dell’argomentazione di Fini, che non si può proprio dire brilli per originalità. Che ciò che chiamiamo “scienza”, una volta che ci spingiamo a considerare l’umanità non come singoli ma come unità biologica, come specie, sia una cosa più che pericolosa, del tutto nociva, anche questo è scontato, ovvio, risaputo, una vera scoperta dell’acqua calda.

Non occorrerebbe che Massimo Fini o qualcun altro venissero a spiegarcelo adesso: è un fatto noto, la scienza e in particolare la medicina PEGGIORANO la specie umana, BLOCCANO la selezione naturale, permettendo a un numero sempre crescente di individui inadatti, portatori di tare ereditarie, di arrivare all’età riproduttiva e di riprodursi, accrescendo sempre più la frequenza di geni patologici nella popolazione.

In teoria, la soluzione del problema dovrebbe essere semplice: sostituire alla selezione naturale venuta meno la selezione cosciente, quel che si chiama eugenetica, e sappiamo benissimo anche cosa si oppone all’adozione di programmi eugenetici, cioè alla difesa del futuro della nostra specie: le ideologie dominanti, democratica, marxista, cristiana, che non solo vi si oppongono, ma operano attivamente, l’abbiamo visto altre volte, per quella che si può chiamare cacogenetica, ossia il peggioramento intenzionale e la decadenza delle nostra specie.

Alla base di tutto, c’è la morale cristiana che la democrazia “laica” e il marxismo hanno variamente mutuato. Noi oggi possiamo capire che il grande Friedrich Nietzsche aveva pienamente ragione: la morale cristiana è anti-vitale, è negazione della vita, e la nostra possibilità di avere un futuro dipende dalla nostra capacità di sbarazzarci di essa e della falsa religione che le fa da contenitore, nata come eresia ebraica e rimasta profondamente estranea all’Europa.

Fin qui, tutto chiaro, scontato, risaputo, e direi che Fini non ha aggiunto proprio nulla a cose che sapevamo da gran tempo, tranne il compitino da liceale sull’ISIS, ma io credo che a questo discorso si possano aggiungere due chiose importanti: primo, per quale motivo manca perlopiù una consapevolezza della dannosità della scienza per l’umanità come specie? Secondo, è davvero soltanto attraverso i tempi lunghi delle generazioni, che lo sviluppo scientifico-tecnologico può avviare la nostra decadenza, farci diventare obsoleti?

La risposta alla prima domanda non è in effetti per nulla difficile: noi tendiamo a non percepire il conflitto che esiste fra la realtà dell’evoluzione biologica e quella del progresso scientifico-tecnologico per la sovrapposizione e la confusione che esistono a livello concettuale fra le due cose.

Anche questo non è un argomento nuovo, ma torniamo una volta di più a dare un’occhiata all’equivoco di fondo che sta alla base di ciò che possiamo chiamare “mentalità moderna”.

E’ stata l’erronea sovrapposizione di questi due concetti a dare forza a entrambi: la “lettura” popolare, il fraintendimento dell’evoluzionismo darwiniano a dare solidità “scientifica” a un’idea di progresso che era solo una limitata osservazione per un breve arco di tempo di alcuni aspetti di una società, e l’idea del progresso, del presunto inevitabile miglioramento attraverso le generazioni, a dare consistenza a quella che altrimenti sarebbe stata percepita solo come un’astratta ipotesi sul divenire delle forme viventi.

L’insieme delle due cose è letteralmente un’assurdità, e nessuno può rispondere alla domanda già avanzata nel 1970 (ed è passata una vita da allora) dal Club di Roma: come sarebbe possibile uno sviluppo illimitato in un mondo non solo limitato e con risorse limitate, ma sottoposto a una pressione sempre crescente da parte di un’umanità demograficamente esuberante?

Eppure, dobbiamo prendere atto del fatto che questa assurdità è alla base del modo di “ragionare” della maggior parte dei nostri contemporanei, l’ottimismo immotivato e tetragono a ogni smentita di chi pensa che alla fine la scienza, la tecnica, il progresso risolveranno tutti i problemi, e in attesa di questa parusia messianica si avvicina sempre di più e sempre più incoscientemente all’orlo dell’abisso.

Per quanto riguarda la seconda questione, vi chiedo di fare un piccolo passo indietro. Penso ricorderete che mesi fa vi avevo parlato di un bell’articolo di Maurizio Blondet apparso sul suo sito EffeDiEffe, “Le tecnologie intelligenti che ci rendono stupidi”. Quell’uomo dimostra spesso una grande lucidità nelle sue argomentazioni, peccato che sia così cattolico!

All’epoca, mi ero soffermato su di un aspetto marginale di ciò che l’articolo tratta, ovvero l’inesistenza di qualcosa che si possa realmente chiamare civiltà islamica, se non dove gli islamici hanno potuto servirsi di un tessuto civile, tecnico, economico preesistente, che l’islam è stato e rimane non un creatore ma un distruttore di civiltà.

Assodato questo aspetto, su cui non ci piove, l’argomento principale dell’articolo è però quello indicato nel titolo, ossia le tecnologie intelligenti che ci rendono stupidi. E’ un fatto: quanta più intelligenza o competenza o saper fare trasferiamo in un artificio tecnologico, tanto più ce ne priviamo noi stessi. Grazie ai navigatori satellitari siamo diventati stupendamente ignoranti in geografia, grazie alle macchine calcolatrici, specialmente i più giovani hanno perso qualsiasi attitudine al calcolo a mente, o anche la conoscenza delle tabelline, e via dicendo.

Anni fa, mi capitò di visitare una mostra sullo sviluppo della geografia e della cartografia. Rimasi davvero impressionato di constatare quanta conoscenza, quanto ingegno c’era voluto per riuscire a rappresentare in maniera attendibile la superficie del nostro pianeta: il problema geometrico della rappresentazione in piano di una superficie sferica, la determinazione della longitudine, problema che si rivelò straordinariamente complesso, lo sviluppo della geodesia. Tanto lavoro, tanto ingegno profuso diventati superflui con l’introduzione del GPS.

Non abbiamo acquisito maggior potere dei nostri antenati, e di certo non siamo diventati più bravi di loro, siamo solo diventati più dipendenti da un complesso apparato tecnologico che non governiamo ma senza il quale non sapremmo più vivere, sempre più incapaci di sopravvivere a un eventuale black out globale.

Si può andare oltre, e arrivare a pensare che sotto l’effetto della tecnologia, è proprio l’essere umano in quanto tale che rischia di diventare obsoleto. Un tema ricorrente negli ambienti militari è quello dell’EFFETTO PIETRA. Di che si tratta? In termini molto semplici: la velocità dei tempi di reazione del comune essere umano, del comune soldato sui campi di battaglia, rispetto a quella dei dispositivi elettronici, può essere paragonata a quella di una statua di pietra.

Noi tutti ricordiamo due eventi militari importanti del XX secolo, quali sono stati la conclusione della guerra del Vietnam e quella dell’invasione sovietica dell’Afghanistan. In entrambi i casi, un popolo povero e non di grandi dimensioni si è trovato a contrastare l’aggressione di una superpotenza nel proprio territorio, e in entrambi i casi Davide ha sconfitto Golia, ricacciato il nemico tanto più potente.

Sono cose che ti riconciliano con la vita: diciamo la verità, abbiamo perdonato ai Vietcong di essere comunisti come abbiamo perdonato ai Mujaeddin di essere mussulmani, poche cose ci hanno potuto dare altrettanta soddisfazione di vedere i due colossi dominatori mondiali umiliati. Abbiamo AMATO i Vietcong come abbiamo amato i Mujaeddin.

Tutto questo, con ogni probabilità è destinato a non accadere più. La sproporzione tecnologica è destinata probabilmente a pesare sempre di più, e i Vietcong e i Mujaeddin del futuro sono quasi certamente destinati a trovarsi sempre più a mal partito contro droni, armi robot, soldati muniti di esoscheletri che li trasformano in una sorta di terminator, e via dicendo, la guerra tecnologica è destinata sempre più ad assumere l’aspetto di disumana macelleria.

Noi non dobbiamo tuttavia pensare che lo svantaggio dell’essere umano rispetto a quelle che furono le sue creazioni e sembrano sempre di più aver guadagnato una perversa autonomia, si limiti al campo militare, esso sembra estendersi a tutti i campi della vita civile, all’economia, alla finanza, si ha la sensazione che l’uomo stesso sia sul punto di diventare obsoleto, si veda ad esempio quella che è una nuova pratica borsistica, l’ “high Frequency Trading”, concetto che potremmo tradurre come compravendita di azioni ad alta velocità, un fenomeno che sta cambiando i mercati finanziari del pianeta, ma sul quale si trovano pochissime informazioni. In proposito, ho trovato solo un articolo non firmato apparso su “Giornalettismo” nel 2012, “Un disastro annunciato per le borse”.

Concettualmente, la novità non sembra essere grandissima, ma in realtà è tale da fare dei mercati finanziari qualcosa di completamente diverso da ciò che abbiamo conosciuto nel passato. Come sappiamo, la possibilità di far fruttare i capitali investiti dipende dalla rapidità nell’acquistare o vendere azioni al momento opportuno.

Da qui la decisione a partire dalla crisi del 2008, dei grandi gruppi finanziari a partire da Goldmann Sachs, di affidare tali transazioni unicamente ad algoritmi informatici del tutto al di fuori del controllo di operatori umani. Stando a quanto riferisce l’articolista, sfortunatamente (o prudentemente) anonimo, l’ “high Frequency Trading” alla data dell’articolo stesso riguardava ormai l’86% delle transazioni finanziarie. A due anni di distanza, non possiamo pensare che tale proporzione sia diminuita, ma è verosimile che sia ulteriormente aumentata.

Quali ne sono gli effetti? La trasformazione dell’attività borsistica in una corsa truccata da cui i piccoli operatori che non dispongono del potente hardware necessario, sono inevitabilmente esclusi. Non soltanto l’arricchimento speculativo dei grandi gruppi a detrimento di tutti e senza alcun rapporto con l’economia reale, ma si vede bene che l’attività economica stessa tende a trasformarsi in un gioco dotato di forza propria e sempre più indipendente dalle decisioni e dal controllo umano.

In anni che furono, Isaac Asimov, probabilmente lo scrittore di fantascienza più noto al grosso pubblico, decise di scrivere una serie di racconti in cui la figura del robot era presentata positivamente, di combattere il “complesso di Frakenstein” per il quale si tende a percepire il nostro sostituto di metallo come qualcosa di negativo, e inventò “le tre leggi della robotica”: prima, “Un robot non può nuocere a un essere umano, né permettere che egli riceva danno dal suo mancato intervento”. Seconda, “Compatibilmente con la prima legge, un robot deve ubbidire agli ordini di un essere umano”, terza, “un robot deve proteggere la propria incolumità compatibilmente con la prima e la seconda legge”. Benissimo, ma c’è un piccolo particolare: “le tre leggi” rimangono null’altro che un’invenzione letteraria, mentre il progressivo trasferimento di competenze, conoscenza, intelligenza, potere decisionale dall’essere umano ai suoi sostituti elettronici, rimane un fatto assolutamente reale, anche se sembra che la narrativa di Asimov abbia perlopiù prodotto negli appassionati di fantascienza la tendenza a considerare la cosa con un ingiustificato ottimismo, e questo è senz’altro un altro capoverso del discorso che abbiamo molte volte affrontato, della tendenza del sistema mediatico a sostituire una rappresentazione fittizia alla percezione della realtà.

Andiamo probabilmente verso un sistema economico e industriale in cui robot e computer sempre più sofisticati saranno stati progettati da altri robot e computer, con un controllo da parte dell’essere umano sempre più aleatorio e inefficace.

C’è tutta una corrente della fantascienza che si definisce post-umanista o trans-umanista, che afferma in sostanza che l’essere umano così come lo conosciamo è destinato a sparire, a interfacciarsi con le macchine fino al punto di confondersi con esse, a vedere sempre più parti del proprio corpo sostituite da protesi elettroniche, fino a diventare qualcosa di intermedio fra l’organismo e la macchina, un cyborg. Se queste sono le ipotesi riguardo al nostro futuro, è chiaramente ingiustificato l’alone roseo con cui le ammantano.

Povero essere umano! Quanto più è connesso, tanto meno riesce a comunicare con i propri simili senza un’interfaccia elettronica, e non conosce più un ambiente naturale se non come sfondo o screen saver!

Riflettiamoci un momento, e rendiamoci conto di quanta solitudine e disperazione ha seminato l’era della “comunicazione totale”, la terribile nevrosi che spinge ai gesti più efferati per ottenere il famoso quarto d’ora di notorietà mediatica che per molti sembra il solo mezzo per provare di esistere.

Un metodo che funziona abbastanza bene per costruire una serie di scalette di racconti di fantascienza, è quello di considerare delle tendenze operanti nel mondo attuale, e proiettarle “nel vuoto”, cioè immaginando che continuino ad agire senza considerare i fattori limitanti. Questo però va bene finché si tratta di produrre della narrativa, il cui scopo principale rimane l’intrattenimento, non una previsione realistica del futuro, che non rientra nei compiti di questo o altri tipi di narrativa.

Una previsione realistica di ciò che il futuro può avere in serbo per noi, richiede che si tenga conto dei fattori che possono limitare le tendenze suddette. In questo caso, i fattori che possono limitare e inevitabilmente limiteranno la totale informatizzazione/robotizzazione del nostro mondo, li abbiamo già considerati, ed è il caso di tornare ora a evidenziarli: il declino a livello planetario dell’uomo caucasico-occidentale, destinato forse a lasciare il posto ad altri tipi umani meno versati per la scienza e la tecnica, oltre che intrinsecamente meno capaci di gestirle, e la crescente rarefazione delle fonti energetiche e delle materie prime, che certamente non gioca a favore di un’ulteriore espansione tecnologica.

E’ tuttavia evidente che nessuno di questi due fattori può essere considerato alcunché di positivo, e il futuro che ci si disegna appare in bilico tra la totale disumanizzazione e il crollo del nostro mondo.

Tuttavia, possiamo considerare le inquietanti alternative che il futuro ci prospetta con l’occhio lucido. Il bisogno consolatorio di un lieto fine, è tipico della mentalità infantile o dell’infantilismo di ritorno propiziato nei nostri contemporanei dal sistema mediatico. “E tutti vissero per sempre felici e contenti”. Nessuno è mai vissuto per sempre felice e contento.

Fabio Calabrese

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Categorie: Approfondimento

Pubblicato da Fabio Calabrese il 16 Ottobre 2014

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Gianluca Rassato

    E’interessante che lei citi l’eugenetica, in un’epoca che si nega addirittura l’esistenza delle malattie mentali,(vedi legge Basaglia), dove questi tarati ci vengono portati ad esempio tramite filmetti hollywoodiani (Forrest Gump.), è non visti come una sofferenza sociale, a cominciare dalle loro famiglie (vedi i numerosi casi di omicidio-suicidio). Il bello che i laico-progressisti che sull’eutanasia a tutto e tutti ne fanno la loro bandiera, sui malati mentali silenzio assoluto.

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