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Una Ahnenerbe casalinga, undicesima parte

Una Ahnenerbe casalinga, undicesima parte

In tutta sincerità, non pensavo di riaprire a così poca distanza dal mio articolo precedente, la mia Ahnenerbe casalinga, la mia modesta e personale indagine sull’eredità degli antenati, e infatti, quello che mi propongo di fare questa volta, non è tanto di aggiornarvi sulle novità emerse a questo riguardo, quanto piuttosto di mettere a fuoco alcune precisazioni e di rispondere ad alcune obiezioni.

Come ricorderete, nella decima parte, l’articolo che ha preceduto questo, facevo riferimento a un ottimo pezzo di Alfonso De Filippi apparso anch’esso sulle pagine di “Ereticamente”, dove si parla di Charles Richet, scienziato francese premio nobel per la medicina come scopritore della sierologia, articolo che in pratica è un’ampia recensione del libro di quest’ultimo del 1919, “La sélection humaine”. Esso ci rivela una verità di cui oggi facciamo fatica a capacitarci: prima della sconfitta del 1945 che ha rappresentato per l’Europa un disastro non soltanto politico ma anche culturale, ossia nel periodo antecedente alle due guerre mondiali e sotto le “bieche” dittature fasciste, uno scienziato, un premio nobel poteva parlare liberamente di argomenti quali razze, selezione, eugenetica, mentre oggi sotto le “libere” democrazie, solo accennare a questi argomenti distruggerebbe la carriera accademica di chiunque, di qualunque ricercatore che non si attenesse all’ortodossia del più rigido conformismo democratico.

L’articolo di De Filippi è ampio, e certamente il testo di Richet lo è ancora di più, e forse un elemento che non ho messo adeguatamente in evidenza, è la persuasione dello scienziato francese che a differenti caratteristiche fisiche delle diverse razze umane, corrispondono diverse attitudini mentali.

Non si tratta di un’opinione vecchia di quasi un secolo e superata da ricerche successive, ma di un fatto riguardo al quale si sono accumulate sempre più prove, che però in democrazia cadono sotto un’implacabile censura. Vorrei ricordare l’ammissione davvero sorprendente che abbiamo trovato in un post sulla versione on line de “Le scienze” del 26 ottobre 2007:

“Le sottospecie di esseri umani  che si differenziano per colore, capelli, biochimica, tratti del viso, dimensioni del cervello e così via, differiscono in intelligenza. Biologicamente, è innegabile che questa differenza esiste, ma dirlo è un anatema”.

O meglio, dirlo espone ai peggiori anatemi, a vedersi impedita la pubblicazione delle proprie opere, alla perdita della cattedra, anche a minacce alla propria incolumità personale, come vedremo più avanti.

Io direi che i risultati di settant’anni di “educazione” democratica a questo riguardo, si vedono. Tutte le volte che si affronta questo argomento con un pubblico generico, le reazioni che saltano fuori sono un misto – in proporzioni variabili – di ignoranza e di schizofrenia. Qualche mese fa era il momento di quel grande “panem et circenses”, “strilla dietro un pallone davanti a uno schermo TV, così non vedi i problemi che ti stiamo creando”, che sono stati i campionati mondiali di calcio. In quell’occasione feci l’errore di commentare su facebook che per quanto riguarda me personalmente, mi sono disamorato della maglia azzurra quando l’ho vista indosso a un uomo di colore, non solo, ma come sappiamo tutti, un individuo indisciplinato, arrogante, teatrale, portato a ostentare un disprezzo di ripicca per chi ha poca melanina nella pelle (perché diciamocelo, non è che quelle persone siano tutte uguali).

Peggio, mi sono permesso di osservare che non ritengo che quella persona sia realmente un mio connazionale, perché un’adozione e qualunque cosa possiamo scrivere sui documenti, non cambiano la genetica né il fenotipo delle persone. Mi sono trovato di fronte a una salva di reazioni indignate, non credo di aver raccolto in vita mia tanti insulti, e probabilmente quello che sono riuscito a stabilire non è soltanto un record personale.

Il modo migliore di tacitare certe persone, probabilmente, è quello di non rispondere loro, lasciarli blaterare a vuoto finché non si stancano. Se non avessi fatto così, probabilmente sarei ancora a discutere della faccenda, facendo d’altro canto con ogni verosimiglianza un’opera del tutto inutile, perché una convinzione che si è insinuata nella mente di qualcuno per vie irrazionali, non può essere sconfitta da argomenti razionali.

La cosa più interessante, tuttavia, sono probabilmente i “ragionamenti” che hanno accompagnato questo tipo di reazioni. Nel migliore dei casi, rivelavano un’evidente disinformazione. Qualcuno dei miei…(è troppo generoso chiamarli “interlocutori”), per esempio, aveva asserito che in ciò che un essere umano è, la genetica conta per il 12 per cento. Il 12 per cento? Sarei proprio curioso di sapere da quale fonte avrebbe tratto questo “dato”, perché la realtà delle cose è molto diversa.

Nel 1973, il genetista americano di origine ucraina Theososius Dobzhansky pubblicò il saggio “Diversità genetica e uguaglianza umana”, un testo scritto al preciso scopo di essere democratico, antirazzista, anti-selezione, politicamente ortodosso e chi più ne ha più ne metta. Tuttavia il diavolo, si dice, fa le pentole ma non i coperchi. Essendo una persona dotata di un minimo di onestà scientifica,  Dobzhansky fece un grave errore ai fini della causa che intendeva sostenere: non ha falsificato i dati in contrasto con le idee che voleva affermare. Nelle ultime pagine del libro c’è una tabella coi coefficienti di correlazione (potremmo dire in termini non matematici, le somiglianze) dei quozienti d’intelligenza di persone con vari gradi di parentela. Gemelli monozigoti separati alla nascita presentano una correlazione del 75%, mentre nel caso di persone non imparentate allevate insieme, essa scende al 24%. Ce n’è più che a sufficienza per capire che ciò che noi siamo dipende per tre quarti dalla genetica e solo per un quarto dall’ambiente, altro che quel miserabile 12%!

Ma questa contrapposizione tra ereditario e appreso, con la preferenza data alla “cultura” (qualunque significato si attribuisca in realtà a questa parola) che è così centrale nel modo di pensare “democratico” ha realmente senso? Il grande naturalista Konrad Lorenz diceva: “L’uomo è PER NATURA  un animale culturale”. E’ soltanto la sua base biologica a farne un creatore e un produttore di cultura (con l’implicito corollario che poiché la base biologica e genetica non è identica in tutti i gruppi umani, non è detto che tutti abbiano realmente accesso ai medesimi livelli culturali, per quanto le condizioni ambientali possano essere favorevoli).

In questa mitizzazione dei fattori culturali-ambientali tipica di “democratici” e marxisti, c’è – io penso – qualcosa di più di quel che non appaia a prima vista. E’ tipica del pensiero cristiano e abramitico in genere una percezione scissa del mondo: a una dimensione naturale se ne contrappone una spirituale o soprannaturale. Il paganesimo, ad esempio, aveva un’altra idea del sacro, il divino faceva parte della natura, non di una sorta di sovra-mondo. Bene, la contrapposizione cristiana natura-spirito si ritrova sostanzialmente uguale nel marxismo come contrapposizione natura-cultura. Mascherata, travestita con abiti laici, ma la teologia cristiana nel marxismo c’è ancora tutta. Il marxismo si rivela una volta di più la quarta delle religioni abramitiche.

In una pagina memorabile del “Dialogo sopra i due massimi sistemi”, Galileo Galilei schizza un bellissimo ritratto dei dotti pedanti del suo tempo a cui “Non piacendo il mondo reale, si sono fabbricati un mondo di carta”. Questo genere di pedanti oggi non è estinto, si sono trasferiti dalle scienze fisiche alle scienze umane, alla politica, alla giurisprudenza, e continuano a tenere in vita “un mondo di carta” dove si pretende che la nazionalità sia definita da fattori culturali, e dove basta un semplice tratto di penna per trasformare in italiano qualcuno che non ha nulla a che fare con noi.

Essere attaccati, fatti oggetto di critiche più o meno malevole, è certamente sgradevole, ma da un lato fa anche piacere, perché significa che le cose che scrivo hanno un’eco anche fuori dei nostri ambienti, che non sono una “predica nel nostro cortile”, che non sto solo cercando di persuadere chi è già convinto di quel che dico.

Ultimamente mi è stato segnalato che una replica alla decima parte di questa serie di articoli, è stata pubblicata sul sito “Tipologie europidi” in data 30 settembre. Oddio, si può anche capire che nella democraticissima e liberissima democrazia nella quale viviamo, qualcuno che ha deciso di occuparsi di tipologie europidi abbia il terrore di essere considerato razzista, e perciò tenda a manifestare atteggiamenti di segno contrario anche sopra le righe. Quello che è meno comprensibile, è che l’articolo sia anonimo. Una volta di più mi trovo a confrontarmi con persone che nascondono la propria identità, dietro l’anonimato o evidenti pseudonimi. E’ come lottare con i fantasmi. E’ possibile, mi chiedo, che sia solo io ad avere abbastanza coraggio delle mie opinioni da firmarle con il mio nome?

L’articolo, non molto lungo, s’intitola “Ma l’uomo è nato in Africa?”, anche se nel testo vediamo che quella che nel titolo dell’articolo è presentata come un’ipotesi soggetta al dubbio, diventa nel corpo del testo un fatto dimostrato.

L’autore, chiunque egli sia, si avvale di uno scontatissimo artificio retorico, simula una posizione di equidistanza fra i “sinistroidi” che affermano la non esistenza delle razze, e i “destroidi” (di cui il sottoscritto ha avuto l’onore di essere preso a esempio) che rifiutano l’ipotesi dell’origine africana. In questi casi l’apparente imparzialità è una ovvia “captatio benevolentiae” verso il lettore. Tuttavia, tale equidistanza e tale imparzialità sono solo apparenti, infatti, è ovvio che se si sostiene che i nostri antenati sono arrivati in Europa dall’Africa poche decine di migliaia di anni fa, e si sono rapidamente “sbiancati” per le diverse condizioni climatiche, questo equivale a sostenere l’inesistenza delle razze.

L’argomento del contendere, è facile capirlo, è la famosa ricerca dei due scienziati russi Klysov e Rozhanskij, che studiando gli aplogruppi del cromosoma Y avrebbero escluso un’origine africana recente per le popolazioni europee attuali.

“I due genetisti Russi”, ci dice l’anonimo “I quali sono arrivati a una conclusione sbagliata con dei dati giusti. Analizziamo attentamente questo paper, che va molto di moda postarlo tra questi “negazionisti” per dare credibilità alla loro teoria, tanto da diventare un loro cavallo di battaglia. Se solo si fossero impegnati a leggerlo e capirlo!”

In pratica, sostenendo che non veniamo dall’Africa, i due ricercatori russi non avrebbero affatto inteso dire che non veniamo dall’Africa!

Credo che tutta la faccenda dev’essere spiegata un po’ meglio per non diventare incomprensibile.

“Questi due genetisti Russi dicono che dato che su un campione di 400 elementi, non è stato trovato alcun polimorfismo a singolo nucleotide (SNP) tipico degli aplogruppi Y-DNA Africani A e B, allora “l’Homo sapiens non viene dall’Africa”.

Ma questo è palese: ogni aplogruppo differenziandosi acquisisce diversi markers, quindi le varie cladi dell’aplogruppo A presentano vari SNP’s che sono invece assenti negli altri aplogruppi, lo stesso dicasi per il B.
Nonostante ciò, tutti gli aplogruppi del mondo condividono un progenitore comune Africano Sub-Sahariano (A1 e successivamente i suoi “figli” A1b e BT), in quanto tutti nel mondo hanno alcuni SNP’s nati in Africa”.

Detto in parole più semplici, noi non condividiamo gli aplogruppi africani, ma quelli africani attuali e i nostri sarebbero stati originati da un progenitore più antico presente in Africa.

Quando? Il punto è precisamente questo. Vi avevo già fatto rilevare che due questioni diverse che non vanno confuse sono l’origine africana dei più antichi ominidi milioni di anni fa, che è pacifica, e l’origine africana RECENTE di homo sapiens alcune decine di migliaia di anni fa, che è invece controversa, e che ci permettiamo di contestare. Tra i milioni e le decine di migliaia di anni c’è un altro ordine di grandezza, quello delle centinaia di migliaia di anni, e anche se la differenziazione del ceppo eurasiatico da quello africano fosse avvenuta in questa fascia, la cosa cambierebbe poco, perché saremmo in una fase in cui appena si può parlare di homo, e ancora molto lontana da sapiens.

Il ceppo dei primati antropomorfi a cui apparteniamo presenta grandi differenze comportamentali in presenza di una scarsa differenziazione genetica, in termini di DNA la differenza fra noi e gli scimpanzé non sembra superare il 5%, e se la comune origine africana si perde in una lontana notte pre-umana, possiamo non tenerne conto.

In realtà, noi abbiamo visto che quella dell’origine africana RECENTE di homo sapiens, che è una questione completamente diversa da quella dell’origine africana REMOTA degli ominidi, non sia una teoria scientifica ma un’invenzione ideologica creata negli anni ’70 per rendere impossibile NON il razzismo ma la percezione delle differenze razziali, su questo ricordiamo anche che abbiamo visto su di un sito di sinistra, “Keinpfutsch” l’imbarazzata confessione di Uriel Fanelli.

Chi è intriso di pregiudizi (“biases” perché questa gente sembra ritenere l’italiano così poco espressivo da dover ricorrere a parole inglesi anche quando il sinonimo italiano è ben documentato e comune nell’uso), mi sembra sia l’anonimo autore dell’articolo, che scrive, facendo un vero processo alle intenzioni:

“Uno dei tanti biases ideologici di questi destroidi, genera il rifiuto a priori da parte loro della teoria Out Of Africa, secondo la quale l’Homo sapiens è nato in Africa e si è diffuso solo successivamente in tutto il mondo, perché non riescono ad accettare il fatto che “veniamo dai negri”.

Ora, naturalmente io parlo per me e non a nome di tutti i “destroidi”, ma questo è un vero processo alle intenzioni, l’attribuire a chi non accetta l’Out Of Africa un atteggiamento fobico rispetto all’idea di “venire dai neri”.

E’ chiaro che l’anonimo autore dell’articolo, se ha letto, non so con quale attenzione, il mio scritto, ignora del tutto quelli che l’hanno preceduto, altrimenti gli sarebbe chiaro che mi sono dedicato alle riflessioni (alle indagini, nei limiti del possibile per chi è fuori dai circuiti “autorizzati”) ben prima che da noi giungesse notizia delle ricerche di Klysov e Rozhanskij, e un concetto che ho sempre sostenuto è che, anche se la separazione fra homo africano ed eurasiatico, fosse effettivamente recente, le cose non cambierebbero molto, perché è stata l’uscita dall’Africa, in qualunque epoca sia avvenuta, a fare di noi quello che siamo. E’ stato l’ambiente del nord, più difficile e ostile, sfidando l’intelligenza degli uomini e operando una spietata selezione, che  ha plasmato l’uomo eurasiatico, gli ha richiesto creatività, intelligenza, preveggenza, previdenza per le incertezze del futuro, maggiori attenzioni nella cura della prole. E’ stato il nord la nostra vera Urheimat. Questo, a chi non condivide il nostro tipo di ottica potrà dire ben poco, ma coincide con quanto al riguardo ha tramandato il pensiero tradizionale.

Là dove però l’anonimo riesce davvero a raggiungere il grottesco (ma quale autorevolezza, mi chiedo, possono avere delle affermazioni che il loro autore non si sente di sottoscrivere?), è quando presume che le opinioni si confrontino su di un piano di parità, e non esista una persecuzione contro coloro che non sono “allineati”.

“Non c’è alcun “complotto”, nessuno impedisce a nessun altro di raccogliere evidenze scientifiche che favorirebbero un’altra eventuale teoria sull’origine dell’Homo sapiens.

A questi complottisti perciò dico, in nome di questa democrazia che tanto schifate, siete liberi di divulgare le vostre teorie, dimostrarle, scrivere paper scientifici, e perché no, vincere un premio Nobel.
Nessuno ve lo impedisce”.

Per il non manzoniano anonimo, l’ipotesi forse in questo caso non esattamente di un complotto ma certamente di una parzialità delle istituzioni scientifiche, appare tanto ridicola da motteggiarla: “gombloddo”!

Ah davvero? Ah davvero?

Facciamo qualche esempio per chiarirci le idee, e vediamo se non esiste una censura democratica nei confronti di certe idee e di certi filoni di ricerca dove NON SI VUOLE che emergano dei risultati.

Christopher Brand, docente dell’Università di Edimburgo, autore del libro “The G Factor, General Intelligence and his implications” (“Il fattore G, l’intelligenza generale e le sue implicazioni”), è bastato che in un’intervista consigliasse le donne single che vogliono avere figli fuori dal matrimonio, di avere relazioni con uomini intelligenti, per favorire la trasmissione ai figli di questa qualità, per passare dall’olimpo accademico alla lista nera dei proscritti, si è vista impedita la pubblicazione del libro ed ha perso il posto all’università.

Bruce Lahn, genetista: ha scoperto alcuni geni connessi allo sviluppo recente del cervello umano, e che tali geni si trovano nelle popolazioni bianche e mongoliche, ma non in quelle nere. Ha dovuto abbandonare le ricerche perché “controverse”. In pratica, gli è stato fatto capire che se avesse proseguito, si sarebbe trovato in grossi guai.

Arthur Jensen, psicologo: in una ricerca ha constatato che gli afroamericani (che non sono neri puri, questi ultimi ottengono punteggi più bassi), hanno un Q. I. in media di quindici punti inferiore a quello della popolazione americana bianca. E’ stato vittima di numerose aggressioni e ripetute minacce, e costretto a vivere sotto scorta.

E’ abbastanza chiaro o devo continuare? Questi tre non sono esempi isolati. Per chi osa contestare l’imperante ideologia democratico-egualitaria, la prospettiva non è il premio nobel, ma la morte professionale, se non anche quella fisica.

So naturalmente che si tratta di un pio desiderio, ma mi sarebbe piaciuto che le tesi da me esposte fossero state considerate (e anche contestate) nella loro interezza piuttosto che là dove l’anonimo “interlocutore” pensava di avere buon gioco. Io penso che non sia nemmeno necessario che vi evidenzi che il respingimento dell’ “Out Of Africa” è, per quanto mi riguarda, solo un elemento di una tesi più vasta che comprende l’origine eurasiatica e non mediorientale dei popoli indoeuropei, e l’origine endogena della civiltà europea. Su questi due punti, diciamo, non c’è più partita per i “democratici”. Il primo l’ha messo a posto come si deve la genetica: se davvero le lingue indoeuropee fossero state diffuse in Europa da agricoltori mediorientali “nostratici”, dovremmo vedere un forte flusso genetico dal Medio Oriente all’Europa, che invece proprio non si riscontra. Quanto alla seconda, sarebbe interessantissimo che qualcuno provasse a spiegarci come possono la cultura egizia o quella mesopotamica aver influito sulla cultura del Wessex, quella che ha creato Stonehenge e gli altri complessi megalitici, visto che quest’ultima è più antica di circa mille anni delle prime due.

Le bugie hanno le gambe corte, e la democrazia sta camminando con l’inguine paurosamente vicina al suolo.

Fabio Calabrese

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Categorie: Ahnenerbe, Antropologia

Pubblicato da Fabio Calabrese il 11 Ottobre 2014

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Michele Ruzzai

    Complimenti a Fabio per questa analisi. Anche se abbiamo delle idee un po’ diverse sulle origini umane, siamo d’accordo sul considerare la teoria “Out of Africa” quantomeno come una costruzione con diverse falle che non è “peccato mortale” cercare di mettere in luce, in questi tempi di conformismo culturale e di “pensiero unico” imperante travestito da finto garantismo liberale.
    Mi colpisce sempre il candore nel ritenere il mondo scientifico come il luogo dove regni sovrano l’amore per la Verità… Ai nomi indicati dei ricercatori “scomodi” estromessi dal consesso accademico aggiungerei ad esempio, nell’ambito degli studi preistorici, l’antropologo canadese Thomas E. Lee, o la ricercatrice statunitense Virginia Steen McIntyre, che subirono vari problemi ed ostracismi per le valutazioni assolutamente “non conformi” alle teorie imperanti sul popolamento del continente americano in merito alle datazioni di alcuni siti.
    In generale sorprende anche la totale leggerezza, venata da un bel po’ di arroganza, di certa mentalità scientista nel considerare assolutamente privi di fondamento i Miti dei popoli, che in tema di origini umane propongono elementi non facilmente integrabili nella teoria “Out of Africa”: certamente non devono essere presi per oro colato e vanno valutati “cum grano salis”, ma ignorarli del tutto non mi sembra un’operazione utile per arrivare alla verità. Sarebbe come cercare di trovare il colpevole di un delitto affidandosi ai soli dati della polizia scientifica (peraltro interpretati sulla base di un’idea preconcetta) senza nemmeno ascoltare i testimoni che erano sul posto…

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