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Stati Uniti d’America: decadenza e problemi razziali ~ alcuni appunti

Stati Uniti d’America: decadenza e problemi razziali ~ alcuni appunti

Specialmente dopo la fine dei <socialismi reali> (nei quali, peraltro, qualcuno della <nostra parte> iniziava a vedere anche degli aspetti positivi) lasciando finalmente, almeno parzialmente, da parte quell’anticomunismo <viscerale> che per anni era sembrato essere l’unico collante ideologico dello schieramento nazionale, molti dell’<area> hanno, non certo del tutto a torto, incominciato a vedere negli USA il <nemico principale>.

Quella che alcuni preferiscono continuare a chiamarla la <Nuova Cartagine> d’oltreoceano (semiti “in alto”! e africani “in basso”) è apparsa sempre di più come il principale focolaio della decadenza occidentale e, soprattutto, una macchina da guerra al servizio del sionismo. (1)

Nulla da stupirsi se le forze sane dell’Europa, i “buoni europei”, come li avrebbe chiamati Federico Nietzsche, abbiano sempre sperato in un processo di decadenza degli Stati Uniti d’America (se non in una sua frantumazione su linee etniche) processo che finalmente sembra non solo essere iniziato ma anche procedere di buon passo, il pericolo è che anche la decadenza dell’Europa ne venga accelerata e che un eventuale crollo della unione nord americana coinvolga direttamente e disastrosamente anche noi.

Iniziando a collaborare con <Ereticamente> avevo segnalato il libro di John Farrenkopf dedicato a Oswald Spengler <Prophet of Decline – Oswald Spengler on World History and Politics> (Louisiana University Press, USA, 2001). Per questo autore dalla stessa filosofia dello Spengler emergerebbero elementi che farebbero pensare che il dominio mondiale statunitense possa essere transitorio (se venisse sostituito da una supremazia cinese temo che sarebbe peggio che cadere dalla padella nella brace!),

“Il declino del potere egemonico americano è inevitabile e il tramonto incomincia a stendere le sue ombre sulla Pax Americana. Questo ordine neo imperiale americano mostrerà nel XXI secolo di essere un fenomeno transitorio. Nella sua patria i sintomi di una decadenza sociale sono già evidenti nel crollo delle strutture familiari, nelle crescenti patologie sociali, nella diffusione del pacifismo e negli eccessi sfrenati di una cultura sensualistica”.

A tutto ciò si aggiungono i problemi economici che noi abbiamo potuto vedere aggravarsi negli ultimi anni. Tutto ciò farebbe pensare che

“L’erosione della capacità americana di esercitare una leadership negli affari e nelle questioni mondiali e gestire un ordine mondiale è solo una questione di tempo. La fragile Pax Americana non avrà l’impressionante capacità di durata della Pax Romana”(pag. 165).

Su <Il Venerdì di Repubblica> del 9 sett. 2011 Piero Ottone (<Ascesa e caduta dell’esangue impero americano>) scriveva: “Affermerò dunque che l’analogia fra l’impero romano e l’impero americano, di cui si parla spesso, non è una boutade. Premesso che ogni grande civiltà, prima o dopo, è destinata a perdere la sua capacità creativa, e si spegne, tanto l’impero romano quanto l’impero americano segnano la fase conclusiva, rispettivamente, della civiltà antica e di quella moderna.”.

Su questo aspetto possiamo limitarci alle note di alcuni osservatori di casa nostra. Sergio Romano su <Il Corriere della Sera> del 22 IX 2012 titolava la sua risposta ad un lettore <Comincia il lento declino della potenza americana>. Sergio Romano scriveva, “[…]nelle due guerre combattute dall’America nell’ultimo decennio del secolo, Washington ha perseguito una linea strategica strettamente americana senza chiedere e ascoltare consigli. Il risultato, anche se gli amici dell’America lo dicono a bassa voce, è sotto gli occhi di tutti: due guerre perdute e il peggioramento di tutte le crisi che turbano la pace della regione, dall’Egitto al Pakistan, da Baghdad a Teheran. A questa situazione si è aggiunta una crisi finanziaria dovuta in buona parte alla crescita di un nuovo potere americano, il potere finanziario, che Washington non ha potuto o voluto controllare[…] tutto sembra dimostrare che gli Stati Uniti, nelle grandi crisi internazionali, saranno sempre meno determinanti. Assisteremo quindi a un progressivo declino della potenza americana con effetti che sono oggi incalcolabili”.

A questo proposito possiamo citare quanto scriveva su <Il Corriere della Sera> del 18 Luglio 2014 Ian Bremmer sotto il titolo <Un ordine mondiale senza leadership. I conflitti locali destinati ad aumentare>. Vi si poteva leggere: “Con un’America distratta e sempre meno pronta ad assumersi gli oneri e i pericoli della leadership globale, e in mancanza di altri attori capaci di riempire il vuoto lasciato dagli Stati Uniti, il numero di focolai è destinato ad aumentare, e a innescare conflagrazioni più gravi di quanto abbiamo visto finora”. Il che potrebbe offrire nuove possibilità di azione alle forze che non si riconoscono nell’attuale sistema.

Proseguiamo con un autore, certo non di nostra parte ma meritevole, talvolta, di essere letto per le componenti spengleriane del suo pensiero, Piero Ottone. Su “La Repubblica” del 15 agosto 2011 appariva un suo scritto dal titolo “I segni del declino”. Vi si poteva leggere: “ Viviamo tempi duri (i tempi facili sono sempre stati brevi ed effimeri). Per chiarire le idee propongo un breve glossario ‘Declino Americano’. Vediamo ogni giorno i segni del declino americano. È passeggero, di corta durata? Difficile fare previsioni a breve.

Ma a lungo termine è probabile che il declino americano di cui vediamo i sintomi sia irreversibile. Gli americani sono infatti gli esponenti di punta della civiltà occidentale, e la civiltà occidentale è al tramonto.

Perché meravigliarsi? Tutte le grandi civiltà del passato si sono spente: si spegnerà anche la nostra. Numerosi i segni della decadenza: il debito pubblico di cui si parla in questi giorni è solo il più epidermico. La prova irrefutabile del declino è un’altra: la bassa natalità. E gli europei? La civiltà americana non è isolata: è giusto parlare di civiltà euro-americana. Ma gli europei non stanno meglio degli americani: anzi, stanno un po’ peggio.

Tante sono le analogie con una civiltà antica, anch’essa bicipite come la nostra: la civiltà greco-romana. I greci erano raffinati e colti, come in seguito gli europei; e i romani erano la grande potenza militare, come gli americani del nostro tempo. Un’analogia fra le tante: anche le città greche volevano unirsi l’una con l’altra, e dare vita a un’unica grande potenza. Come le nazioni europee del nostro tempo. Non ci sono mai riuscite”.

Andiamo avanti in un altro scritto dell’Ottone “Ascesa e caduta dell’esangue impero americano” pubblicato su “Il Venerdì di Repubblica” del 9 IX 2011 questi aveva scritto: “riguardo al paragone tra gli USA e l’Impero Romano premesso che ogni grande civiltà, prima o dopo, è destinata a perdere la sua capacità creativa, e si spegne, tanto l’impero romano quanto l’impero americano segnano la fase conclusiva, rispettivamente, della civiltà antica e di quella moderna. Roma allora, l’America adesso sono giunte all’apogeo della potenza, poi si sono afflosciate. Adesso nell’Occidente, come allora nel Mediterraneo, si avverte la stanchezza di chi arriva al tramonto. Non più volontà di conquista e di avventure, come quando i crociati partivano per la Palestina, o i greci per la Sicilia. Non più grandi scoperte, non più grandi opere d’arte: ma miriadi di individui, diversi solo per la quantità di denaro di cui ciascuno dispone, edonisti e licenziosi adesso come allora, aspirano soltanto a godere la vita (magari facendo debiti senza ritegno, incuranti dell’avvenire)”.

Il problema è sempre quello: riusciranno gruppi <bianchi> in cui, possibilmente, siano rimasti presenti retaggi (anche biologici) del mondo indoeuropeo a sopravvivere al disfacimento della civilizzazione occidentale? Se sarà possibile, con ogni probabilità, lo sarà solo attraversando fiumi di sangue e città ridotte a cumuli di fumanti rovine.

Lasciamo, riguardo agli Stati Uniti, almeno per ora da parte le ricorrenti difficoltà economiche, il degrado dei costumi e delle infrastrutture e via elencando e passiamo ai “problemi razziali”: per chi scrive “il sangue non è acqua” e la <razza> costituisce un fattore di indubbia rilevanza negli accadimenti storici.

Almeno sul piano demografico, la situazione pare precipitare. Il 17 Maggio 2012 Adnkronos emanava il seguente comunicato <Rivoluzione demografica in USA, i neonati bianchi non sono più la maggioranza. Secondo le stime, lo scorso anno il 50,4% dei bambini di età inferiore a un anno erano ispanici, neri, asiatici o appartenenti ad altre minoranza. Si tratta di quasi un punto percentuale in più rispetto al 49,5% registrato ad aprile 2010 del censimento decennale”.

Su <Il Corriere della Sera> del 27 Agosto 2014 veniva pubblicato un articolo di Viviana Mazza intitolato “Scuole pubbliche americane: ora i bianchi sono minoranza”. Vale la pena trascriverne l’inizio.

“I bianchi diventano minoranza: succederà per la prima volta nelle scuole pubbliche americane nel prossimo anno scolastico. E ‘soprattutto una conseguenza della rapida crescita della popolazione ispanica, e in misura minore di quella asiatica, mentre quella afroamericana si è mantenuta stabile. Oggi sono bianchi solo il 49,7% dei 50 milioni di iscritti nelle scuole statali (mentre lo erano il 63,4% nel 1997) e il numero è destinato a ridursi per via del basso numero medio dei figli per donna. E’ una tendenza che rispecchia la più ampia situazione demografica negli Stati Uniti: si stima che il 2043 sarà l’anno in cui i bianchi diventeranno minoranza nel Paese.”

Purtroppo è risaputo che il crollo della natalità colpisce tutti i popoli bianchi (e non solo: si pensi al Giappone). Comunque, riguardo a eventuali sviluppi di carattere politico, possiamo ricordare che nella defunta unione Sovietica i primi segni di una futura disgregazione iniziarono ad apparire quando i censimenti mostrarono che, col tempo, le popolazioni asiatiche dell’impero sovietico avrebbero finito per sommergere quelle <bianche> europee.

Inoltre, per quello che riguarda il Nord America bisogna ricordare che una percentuale crescente della popolazione non è più classificabile razzialmente a causa di numerosi incroci magari effettuatisi per più generazioni.

A detta di alcuni vi sarebbero state anche delle determinate forze che avrebbero favorito tale processo.

A pagina 142 del suo <Credo> (JPSBooks, Valletta, 1999) il maltese Norman Lowell (leader del movimento Imperium Europa che continua a registrare piccoli ma significativi incrementi a livello elettorale) si può leggere “E’ la stessa gente che controlla i media negli USA che è stata la più attiva a incoraggiare l’ immigrazione non bianca, i programmi di azione affermativa, il busing dei bambini delle scuole e la mescolanza delle razze, eccetto logicamente la loro”.

A questo proposito nel suo fondamentale <Jewish Supremacism> (Free Speech Press, USA, 2003), lo statunitense David Duke documenta la costante azione svolta dalle comunità ebraiche statunitensi per abbattere la segregazione razziale e a spalancare le porte alla immigrazione di non bianchi. (Dello stesso autore cfr. anche “My Awakening” ibidem, 1998) possiamo citare, da <Defensive Racism> di E. Steele (ProPerPress, USA, 2004, pag. 106) “Elementi ebraici del governo americano furono all’origine dei massicci cambiamenti che soffocarono l’immigrazione bianca europea ed aprirono le dighe ai non Bianchi di ogni sorta, specialmente ai clandestini che irrompono dal confine meridionale… Mani ebraiche sono dietro la maggior parte delle organizzazioni per i diritti civili che chiedono privilegi speciali per i vari gruppi etnici a spese dei Bianchi, nell’ambito di un vasto piano volto a soggiogare l’America Bianca”.(eventualmente qualcuno potrebbe chiedersi se l’America Bianca” meriti di venire difesa!).(2)

Lasciando da parte, per ora, i latino-americani che si avviano a costituire il gruppo più numeroso della popolazione statunitense e, in un secondo tempo, a superare la fatidica soglia del 50% (cfr Sergio Romano <Lo spagnolo negli Stati Uniti verso un’America bilingue> in <Il Corriere della Sera 12 febbr. 2012) e gli asiatici che probabilmente, grazie alle indubbie qualità di alcune delle etnie estremo-orientali, daranno un grande contributo alla formazione delle élite dirigenti, mi limito a dedicare qualche considerazione ai rapporti tra bianchi e afro-americani.

Avevo già ripreso in un precedente intervento delle considerazioni espresse da Ida Magli nel suo <Dopo l’Occidente> (Rizzoli, Milano, 2012, pagg.153-154) “Il predominio delle caratteristiche fondamentali dei popoli africani è evidentissimo (negli USA), eppure non riconosciuto se non negli aspetti che sembrano marginali: la ritualità della danza e del canto, che accompagnano quasi tutte le manifestazioni festive delle varie <chiese>, il bisogno mistico e visionario che predicatori di tutti i tipi e profetesse fai da te alimentano quotidianamente con sempre nuovi avvertimenti profetici… Di fatto la forma mentis americana non è difficile da apprendere e da mettere in pratica, almeno per quei popoli, come gli Africani, che non hanno tradizione di pensiero filosofico, meditazione teologica, dubbio sistematico della scienza. Il risultato dell’incontro, però, è stato, con il passare dei secoli, la formazione di una personalità fondamentalmente <africana> nella maggioranza degli Americani, tanto più caratterizzata in questo senso quanto più, sono diminuiti i <bianchi> che oggi sono fisicamente in minoranza”.

Possiamo collegare tali considerazioni a quelle espresse a suo tempo da Julius Evola nel suo saggio “America negrizzata”, riportato nel volume “L’Arco e la Clava” (Mediterranee, Roma, 2000, pagg.39-461).

Continuava la Magli (pag.154 ) “[…]quello che porterà a un sempre maggiore declino americano mano a mano che aumenterà la differenza numerica in rapporto ai bianchi, sarà l’atteggiamento di lentezza e d’inerzia, tipico degli africani e musulmani”. Inoltre, passando da questa parte dell’Oceano Atlantico: (pag.158) “[…]con la presenza dominante degli africani nel territorio europeo e il declino dei bianchi, non giungeranno più in America le intelligenze scientifiche e artistiche che hanno arricchito, fin dall’inizio della sua storia, la produzione americana in tutti i campi; e andrà perduto anche il prestigio che ha implicitamente sostanziato, con la presenza della civiltà europea, il cosiddetto <Occidente>”.

Il problema è sempre quello di cui mi sto occupando da tempo: la sommersione della Razza Bianca da parte dei popoli di colore avverrà più o meno pacificamente, oppure i nostri figli e nipoti assisteranno (magari partecipandovi) a scontri etnici su vasta scala, scontri che peraltro potrebbe costituire per ciò che rimarrà delle stirpi di origine europea una ultima occasione di salvezza e anche di riscossa?

Ritorniamo agli USA.

Mi paiono significativi i risultati di un sondaggio effettuato nel 2012. <Usa: sondaggio shock, con Obama l’America più razzista del 2008 (AGI) – Washington, 27 ott. – L’elezione di Barak Obama, primo presidente nero alla Casa Bianca, ha aggravato il razzismo negli Stati Uniti. Secondo un sondaggio riportato dalla Abc, il 51% degli americani esprime pregiudizi contro i neri, tre punti in più rispetto a quattro anni fa. Quando si prendono in considerazione gli atteggiamenti razzisti “non manifesti”, la percentuale sale al 56%, contro il 49% del 2008. La rilevazione, condotta con esperti delle università di Stanford, del Michigan e di Chicago, non si è basata su domande esplicite (la cosa avrebbe falsato i risultati visto che la stragrande maggioranza non vuole sembrare razzista) ma su interrogativi studiati per accertare indirettamente la sussistenza di pregiudizi. Un medesimo test condotto nel 2011 sugli ispanici aveva fatto emergere che tra i bianchi il 52% è manifestatamente ostile ai latinos. (AGI) >.

Di un certo interesse mi pare anche quanto scriveva Federico Rampini (La promessa di Holder alla famiglia Brown “Giustizia sarà fatta”) su <La Repubblica> del 21 Agosto 2014. “Il paradosso è che l’America governata dagli afroamericani Obama e Holder soffre un arretramento delle condizioni socio-economiche dei neri. I progressi avviati mezzo secolo fa, si sono fermati e perfino invertiti negli ultimi vent’anni. L’America di Martin Luther king, John Kennedy, Bob Kennedy e Lyndon Johnson, quella del Civil Rights Act (1964) inaugurò un trentennio di miglioramenti. Dalla metà degli anni 60 alla fine degli anni 90 triplicò la percentuale degli afroamericani che finivano il liceo; quadruplicò la percentuale dei laureati; il reddito medio di una famiglia nera aumentò del 33% cioè a una velocità doppia rispetto ai bianchi in seguito la tendenza si è rovesciata. Oggi il reddito della famiglia afroamericana standard è arretrato al livello del 1967, ed è appena del il 58% della media dei bianchi. La percentuale dei neri che vivono sotto la soglia della povertà è risalita dal 22% al 27%. Gli afroamericani hanno un tasso di disoccupazione che è doppio rispetto ai bianchi anche a parità di istruzione (ciò paragonando laureati a laureati). Gli indicatori della salute danno percentuali più che doppie tra i neri per il diabete, l’obesità infantile, gli ictus. Ad alimentare la spirale dell’emarginazione contribuisce la <questione criminale>: su 100mila maschi afroamericani di età tra i 25 e 34 anni, ogni anno 75 muoiono vittime di omicidio, una causa di morte 9 volte superiore rispetto alla media dei bianchi”.

Tutto ciò parrebbe portare conferme alle tesi di chi giudicava che i negri, almeno in notevole parte, fossero più o meno incapaci di inserirsi in una società complessa e di migliorare sostanzialmente le loro condizioni se non grazie ad un massiccio e costante <aiuto> da parte dei bianchi.

Un altro fattore potrebbe portare ad interessanti sviluppi: specialmente durante la prima presidenza di Obama sarebbe aumentato il numero dei cosiddetti <hate groups> (gruppi dell’odio), tra i quali sono annoverate le organizzazioni che auspicano la difesa e il predominio dei bianchi. Si tratta, certamente, di gruppuscoli frammentati, incapaci di un minimo coordinamento, divisi anche da irriducibili rivalità e, probabilmente, dalle fondamenta ideologiche molto dubbie.(3) Riguardo a quest’ultimo punto, però, a giudicare, se non altro dai testi che Amazon USA propone, si potrebbe notare un certo approfondimento dottrinale. (Escono opere che paiono di buon livello, sulle differenze tra le razze umane e sulle trame delle lobbies ebraiche). Inoltre autori europei come J.Evola, G.Faye, A de Benoist, A Dughin etc hanno i loro lettori anche negli Stati Uniti!

Si può anche notare che vari studiosi di origini ebraiche sono autori di interessanti opere sulle differenze tra le razze umane, forse allo scopo di dimostrare l’eccellenza della propria etnia(!) finiscono per fornire elementi per stabilire una gerarchia tra le varie razze, sul piano intellettuale. Mi limito qui a ricordare Michael H. Hart autore dell’interessante <Understanding Human History> (Washington Summit Publishers, USA, 2007).

kuMolto spesso i difensori della Razza Bianca negli USA si definiscono, o sono noti, come “nazionalisti bianchi”. Scrive l’enciclopedia on line Wikipedia alla voce <Nazionalismo bianco>

È un movimento che respinge l’idea dell’uguaglianza sociale, noi crediamo nella trasmissione del valore della famiglia e nell’eredità di una cultura bianca.» (Dall’articolo White Nationalists Seek Respectability in Meeting of ‘Uptown Bad Guys’ di Jonatan Tilove).

Il nazionalismo bianco è un’ideologia radicale socio-politica che si trova negli Stati Uniti e promuove la difesa del paese dall’impatto dell’immigrazione, del multiculturalismo e di legislazioni favorevoli alle minoranze come l’Affirmative action, sostenendo l’esistenza di un’identità culturale e religiosa della popolazione bianca. Cresciuto nel corso degli anni novanta, il nazionalismo bianco si è distinto da altri movimenti razzisti legati al misticismo nazista o al cosiddetto suprematismo bianco, focalizzando l’attenzione sull’autodeterminazione nazionale per affermare quello che i militanti considerano un vero e proprio diritto naturale a mantenere l’identità culturale, politica e genetica dei bianchi europei. Si differenzia inoltre da gruppi neonazisti e afferenti al Potere bianco per la scelta di propagandare la propria ideologia con metodi non violenti. Il movimento è prettamente separatista: non accetta una società multietnica per la salvaguardia dell’identità razziale e culturale bianca, e si differenzia dai suprematisti, che invece nell’ottica di accettazione di una società multietnica, vogliono la supremazia del popolo bianco sulle altre etnie. Secondo l’analista politico Samuel P. Huntington i nazionalisti bianchi non affermano una superiorità razziale dei bianchi ma sostengono che la cultura sia un prodotto della razza ed enfatizzano il timore che i cambiamenti demografici in atto negli Stati Uniti (che porteranno i bianchi non ispanici a diventare minoranza nel paese entro il 2040) provocheranno la sostituzione della cultura bianca con altre culture, che ritengono inferiori dal punto di vista intellettuale e morale. Lo stesso autore, avvicinandosi al pensiero dei nazionalisti bianchi, sottolinea come gli Stati Uniti non sarebbero gli stessi se fossero stati colonizzati da cattolici francesi, spagnoli o portoghesi anziché da protestanti britannici e che la cultura anglo-protestante dei padri fondatori, benché arricchita dagli apporti degli immigrati, sia rimasta, almeno fino agli ultimi decenni del XX secolo, alla base dell’identità statunitense”.

Tra i <nazionalisti bianchi> paiono particolarmente interessanti i <separatisti bianchi> che auspicano una divisione degli USA secondo linee etniche (una analoga aspirazione sarebbe condivisa anche da gruppi di <latini> e di afroamericani) e la costituzione di una <nazione> bianca nel Nord Ovest del paese.rev

Detto tutto questo si può arrivare a due conclusioni: tutti concordano nell’osservare un processo di decadenza in atto negli USA e, se la guerra razziale (omnium contra omnes?) da tanti profetata in passato, se per ora non è scoppiata, potrebbe dirsi che le basi per un eventuale esplosione siano ormai presenti.

Mi si permetta un ricordo personale, in tempi ormai remoti, seguendo un corso universitario, il sottoscritto ebbe ad udire un professore lodare il federalismo della poi infelicemente defunta Jugoslavia rilevando che allora molti sudditi del macellaio Tito non si dicevano più croati, serbi etc, ma semplicemente <jugoslavi> segno indubbio del processo di unificazione divenuto irresistibile di quei popoli! La Storia è talvolta ricca di imprevisti…per fortuna!

Chi scrive si è illuso per anni che il declino degli Usa potesse offrire spazi e possibilità per una riscossa europea magari sulle linee delineate da Sir Oswald Mosley, Francis Parker Yockey, Jean Thiriart, Norman Lowell etc, insomma: l’Imperium o la morte. Il fallimento delle democrazie di dare una solida unità al nostro continente, purtroppo, è un campana a morte per l’Europa.

Tuttavia possiamo fare alcune considerazioni sul nostro continente.

Che l’Europa stia sempre più velocemente raggiungendo una situazione analoga a quella statunitense, lo dimostra, tra le tante, una notizia apparsa su <La Stampa> del12 XII 2012: <Londra, i “Bianchi” sono in minoranza E il numero dei musulmani aumenta. I dati del censimento 2011 registrano per la prima volta un’inversione di tendenza nel Regno Unito: il numero degli immigrati nati all’estero supera quello dei britannici Wasp… La popolazione immigrata del Regno Unito è balzata a quota tre milioni negli ultimi 10 anni, e uno su otto degli attuali residenti è nato all’estero. Secondo i risultati del censimento del 2011, nel Regno Unito ci sono oggi 7.500.000 residenti nati all’estero. I dati mostrano anche che le persone che si definiscono <britannico bianco> sono per la prima volta una minoranza nella capitale inglese. Comunque vadano le cose ci sono già delle zone dell’Europa che possono considerarsi ormai “perdute”.

Il sottoscritto, come sarà già noto ai lettori (ma a volte <repetita juvant> da anni, tiene sempre presente nei suoi ragionamenti (o se vogliamo fantasticherie) nel campo storico politico alcune asserzioni di vari autori.

“Lo studio della storia “suggerisce che il genocidio – come la guerra, il massacro, lo stupro di massa e altre simili atrocità – non sia niente di nuovo e che difficilmente possa essere considerato un fenomeno nato nel XX secolo. Che tali orrori si sono sempre verificati nel corso dei secoli e in tutte le regioni del pianeta” R. Gellately, B. Kiernan <Il secolo del genocidio> Longanesi Milano 2006 pag.16.

“Nell’impossibilità di selezionare o bloccare l’immigrazione non vi è altra prospettiva che quella di uno scontro etnico interno” Carlo Jean <Geopolitica> Laterza, Bari, 1995 pag. 100.

“Nei conflitti tra civiltà a differenza di quanto avviene con quelli ideologici, si sta sempre dalla parte della propria razza”. (Samuel Huntington <Lo Scontro delle Civiltà e il Nuovo Ordine Mondiale> Garzanti, Milano, 1997 pag. 319.

Walter Laqueur “Fascismi, passato, presente, futuro” Tropea, Milano, 2008 pag. 172 “L’odio etnico è un fenomeno globale. Se tutsi ed hutu, induisti e musulmani, greci e turchi, tamil e cingalesi, arabi ed ebrei, serbi e bosniaci, armeni e azeri, irlandesi e irlandesi, non riescono a convivere in pace, è irrealistico pensare che solo l’Europa, fra tutti i continenti, possa essere l’eccezione”.

Ai possibili scontri etnici non sarebbe neppure di ostacolo insuperabile un certo grado di meticciato, cfr. Robert Paxton <Il Fascismo in Azione> (Mondadori, Milano, 2005, pag. 209) “In Bosnia, regione jugoslava dalla più alta integrazione, ricca di quartieri mescidati(sic!) e dove erano frequenti i matrimoni misti, l’epurazione etnica fu ancora più raccapricciante”.

Ancora, Pierre Krebs nel suo “Combat pour l’essentiel” (PanEuropa, Madrid, 2002, pag 102) scriveva “La società multirazziale crea di fatto le condizioni di una situazione conflittuale permanente dato che i vari gruppi etno-culturali si danno a una competizione (cosa peraltro legittima) riguardo ai loro interessi, i loro bisogni e le loro aspirazioni, e sono naturalmente portati ad affermare la propria identità per sfuggire al suicidio culturale o etnico rappresentato dall’assimilazione, lo stato di pace di siffatte società è ineluttabilmente destinato a mutarsi in uno stato di crisi provocato dalla rivalità tra le etnie”.

G.Corvus in <La Convergence des Catastrophes>  (Die, 2004 pag. 51) scrive: “la natura guerriera dell’uomo non può essere sradicata, perché è di natura genetica. Un tempo, quando le civiltà erano più o meno separate tra loro e si mescolavano poco, i conflitti tra loro erano limitati. Ai nostri giorni, in questo primo secolo globale, in cui le civiltà, le identità, gli interessi contrastanti non solo non sono scomparsi, ma al contrario, accresciuti, e in cui la tecnica fornisce strumenti bellici devastanti, si può prevedere una litigiosità generale in seno al genere umano; noi vivremo in uno stato di conflitto permanente e multiforme, di cui ora non vediamo che gli inizi, e che sfocerà automaticamente, per effetto di perturbamenti locali legati l’uno all’altro, – tenendo anche conto del carattere assai fragile dell’economia globalizzata – nel collasso, nell’affondamento dell’attuale ordine mondiale”. In effetti le società multirazziali sembrano presentare un certo grado di conflittualità interna (oltre alla tendenza a stratificarsi secondo linee etniche. Tutto questo andrebbe considerato insieme alla possibilità, sempre crescente, che si verifichino catastrofi ambientali.

Anche per l’Europa, comunque, sono stati profetizzati scontri a base razziale, di cui per ora, a dire il vero, abbiamo visto poco. “E’ finita l’epoca delle guerre civili europee, sta per cominciare quella delle guerre razziali. Sotto l’urto di imponenti immigrazioni extraeuropee, gli Stati nazionali si dissolveranno. Il futuro sarà teatro di scontri razziali…”Franco G. Freda 1992 cfr. <Monologhi a due voci>, AR, Padova, 2007, pag. 79.

Possiamo ricordare il famoso discorso sui futuri <fiumi di sangue> pronunciato il 20 aprile 1968 dall’esponente conservatore britannico Enoch Powell. Costui Divenne noto in particolar modo per la sua posizione contraria all’immigrazione dalle ex-colonie dell’impero britannico (Commonwealth). Il suo più celebre discorso fu quello chiamato dei “fiumi di sangue” (Rivers of Blood speech) pronunciato il 20 aprile del 1968 al Midland Hotel di Birmingham, durante una riunione del Conservative Political Centre. In quell’occasione egli preconizzò per la Gran Bretagna un futuro di problemi razziali e rivolte urbane simili a quelle che stavano avvenendo negli Stati Uniti dalla metà degli anni sessanta. A causa di questo discorso controverso, Edward Heath, esponente del Partito Conservatore, lo rimosse dal partito. Il discorso del Powell gli guadagnò molte manifestazioni a favore soprattutto da parte di elementi delle classi operaie. Negli anni seguenti i gruppi nazionalisti di estrema destra che incentravano la loro azione sull’opposizione all’immigrazione di colore poterono ampliare le loro attività e conoscere, anche sul piano elettorale, alcuni parziali e temporanei successi, sempre seguiti dalle inevitabili scissioni, rivalità e infine da vere e proprie catastrofi elettorali e l’immigrazione/invasione continuò.( 4)

nfOggi stiamo assistendo a fenomeni che potrebbero costituire i prodromi di futuri scontri sul suolo europeo: da una parte la crescente presenza tra le comunità immigrate di <fondamentalisti> islamici, dall’altra il relativo successo, in vari paesi, di partiti avversi all’immigrazione dal terzo mondo e specialmente a quella islamica. Certo molti di codesti movimenti non ci sono troppo simpatici visto che in molti casi difendono anche gli aspetti putrescenti della civilizzazione occidentale e spesso si dichiarano sostenitori dell’entità sionista cosa che non sono mai riuscito a vedere che attinenza possa avere con la lotta per la sopravvivenza dell’Europa.

In un recente libro di estremo interesse <Tradizione Mito Storia, la cultura politica della destra radicale e i suoi teorici> Carocci, Roma, 2014, pag.30) Francesco Germinario scrive “Il limite più importante del radicalismo di destra del secondo dopoguerra, quello che lo ha condannato a svolgere una funzione nel complesso minoritario, è consistito nella difficoltà, se non nel rifiuto, di reperire il soggetto storico da mobilitare e valorizzare nella lotta politica. E’ stato un limite che lo ha differenziato rispetto ai movimenti politici della destra antipluralista che avevano costellato la situazione politica europea fra le due guerre mondiali”.

L’opposizione alla <terzomondizzazione> dell’Europa ci fornisce l’estrema possibilità di trovare un siffatto <soggetto storico>.

Per quanto riguarda la nostra Italia dovrebbe essere sempre più chiaro che il non essersi schierata decisamente contro l’immigrazione/invasione terzomondista ha segnato il definitivo suicidio di ciò che rimaneva delle <forze>(!)<nazionali>. (A differenza di molti, e forse di troppi, il sottoscritto non riesce a passare dal <neofascismo> al leghismo).

Da parte loro, indubbiamente gli islamici hanno le loro buone ragioni per volere il nostro annientamento: Walter Laqueur nel suo <Fascismi, passato, presente, futuro> Tropea Milano, 2008, così spiega le ragioni dell’odio nutrito da settori del mondo islamico verso quello occidentale (pag. 198) “Il ricorso all’aggressività dipende probabilmente da (vari) motivi: se non la si distrugge, la civiltà occidentale, con la sua scienza, col suo laicismo e razionalismo, coi suoi divertimenti, finirà per travolgere l’islam e trascinarlo nella dannazione. Siccome la costruzione di un muro per tenere lontani gli influssi culturali occidentali, non è praticabile, e sarebbe inutile, l’unica maniera per arrestare l’imputridimento consiste nel distruggere la sorgente del male, di qui la necessità di islamizzare Spagna e Francia, cui seguirebbe il resto dell’Europa e l’intero pianeta”. Sergio Romano in <La rabbia dei musulmani proviamo a cercarne le cause> in <Il Corriere della Sera>19 Sett. 2012 scrive: “Tutto ciò che è stato sognato e tentato in Medio Oriente dopo la Prima e la Seconda guerra mondiale è tragicamente fallito. La nazione araba non esiste. Lo stato arabo si è dimostrato incapace di dare soddisfazione alle esigenze dei suoi cittadini. La presenza di Israele nella ragione è percepita come una sorta di usurpazione coloniale. Tutte le guerre sono state perdute. I frequenti interventi militari dell’Occidente e, in particolare degli Stati Uniti, sono stati per l’orgoglio arabo, esperienze umilianti. E la religione è diventata l’estremo rifugio di popoli amareggiati e frustati. In queste circostanze un’offesa all’Islam diventa un intollerabile affronto alla identità araba”. Il fanatismo religioso come tentativo di fuga da una plurisecolare decadenza? (5)

Comunque l’invasione, per ora pacifica, dell’Europa da parte di masse africane più o meno islamizzate potrebbe comportare più possibilità di esplosioni di quella latino americana negli USA (anche se qui non si tratterebbe solo di tequila e muchachas!).

Passando ad una visione più ampia credo che si staia diffondendo la consapevolezza che il mondo moderno corra verso una colossale catastrofe, catastrofe che potrebbe peraltro condurre ad una svolta nel corso della storia, ad un suo rovesciamento e forse alla sua rigenerazione. Ormai sembrano molti coloro che avvertono sia pure oscuramente che si sta vivendo in una situazione che non può che andare verso sempre più gravi problemi.

Riporto le riflessioni di vari autori:

Scrive il Farrenkopf (cit. pag. 215) che se nella storiografia occidentale l’idea che la tragedia sia una parte dell’esperienza storica è alquanto diffusa “Spengler è il primo pensatore a proporre la provocante tesi secondo cui l’intera esperienza storica dell’umanità formi una tragedia di proporzioni catastrofiche. In un’epoca di potenziale apocalisse, sarebbe imprudente rigettare sbrigativamente tale concezione solo perché ci turba e sconvolge.” Herman Rauschning (<La Rivoluzione del Nichilismo> Mondadori, Milano, 1947, pag.105) notava che ai suoi tempi si nutriva “la fede, che sempre più si fa forte, nella fatalità di una totale catastrofe, perché possa sorgere un rinnovamento della vita”.

“Il conservatore crede nella catastrofe, nell’impossibilità umana di evitarla, nella sua necessità e nella tremenda disillusione per le seduzioni dell’ottimismo” A. Moeller van den Bruck <Il Terzo Reich> cit da L.L. Rimbotti <“La Profezia del Terzo Regno: dalla Rivoluzione Conservatrice al Nazionalsocialismo>Ritter, Milano, 2011, pag. 80.

Una situazione se non catastrofica, almeno di crisi di estrema gravità potrebbe, d’altra parte costituire l’ultima occasione per il risveglio di certe forze che, speriamo, sonnecchiano negli elementi migliori dei popoli bianchi.

M.F. Canella <Principi di psicologia razziale> Sansoni, Firenze, 1941, pag.103 “[…] è un vecchio luogo comune che sono soltanto le situazioni difficili o disperate che possono rivelate tutte le energie, le risorse, le possibilità innate di un individuo, come di una collettività”.

Renè Freund <La Magia e la Svastica-Occultismo, New Age e Nazionalsocialismo> Lindau, Torino, 2006, pag. 154 <Quando la società attraversa una crisi, riemergono per lo più il paganesimo sepolto o altre correnti magiche o di religione naturale, sempre presenti a livello sotterraneo. Ciò che vale per gli uomini vale anche per le società umane… Ciò che è stato rimosso e bandito torna di nuovo in superficie.”

“Sul numero 29 (2008) della rivista francese Reflechir & Agir si poteva leggere un dossier <La Santè empoisonèe> di cui riportiamo qualche punto: “Solo una catastrofe planetaria e una rivolta dei popoli contro il meccanismo che ci sta maciullando potrebbero farci uscire dai guai. A condizione che in precedenza tutti gli uomini coscienti del dramma che si sta per svolgere sotto i nostri occhi riescano a far condividere ad un più gran numero possibile un nuovo paradigma nuovo di società, basato sull’identità, il radicamento, l’ecologia, la decrescita e la giustizia sociale…”.

Di codesti impossibili eventi catastrofici potrebbero essere parte, dunque, anche scontri a base etnica.

Si può qui riportare quanto scriveva, su in un piccolo libro ricco di interessanti spunti un noto storico. “Questa dimensione individualistica, che fa di ogni persona il centro di un mondo a sé stante, non è certo priva di conseguenze: prime fra tutte, l’immigrazione incontrollata e la trasformazione degli Stati nazionali in aggregati multiculturali: tutte cose di cui il singolo nella sua visione circoscritta non riesce a farsi un’idea. Anche se al momento lo si può considerare uno sviluppo positivo, a mio parere, può facilmente degenerare in un estremismo ideologico, almeno in certe frange ai margini della sinistra, che vogliono i <confini aperto e libero accesso per tutti>. Si tratta di posizioni le quali non fanno che attuare nuovamente la vecchia ideologia marxista che voleva tutti gli uomini uguali, con pari diritti e opportunità, anche se ora viene riproposta su un versante più europeo. Temo che come non ha funzionato la prima volta, non funzionerà la seconda, resusciterà una nuova controtendenza, anch’essa dai confini più allargati: non più il nazionalismo, ma l’europeismo. Per il momento, questo tipo d’ideologia di sinistra ha un peso relativo, non è sufficientemente organizzata, non si presenta grandiosa come il suo antefatto storico e la si può ancora considerare una quantitè nègligeable. Supposto che un giorno non sarà più così, allora proprio come l’ideologia di sinistra dei confini aperti rappresenta uno sviluppo ulteriore dell’ideologia progressista marxista nata nel XIX secolo, la sua controideologia, originata come reazione e resistenza decisa, sarebbe sicuramente un ulteriore sviluppo di quella fascista e nazionalsocialista, pur non potendo più richiamarsi all’idea nazionalista, ma piuttosto sarebbe certamente d’impronta europea. Comunque, sarebbero entrambi nuovi volti di vecchie tendenze. Bisognerebbe augurarsi che ci venga risparmiata una simile lotta ideologica, poiché, in caso di un’estremizzazione delle due tendenze, scoppierebbe con ogni probabilità una guerra civile, mondiale, singolare e terribile.” Ernst Nolte <L’eredità del Nazionalsocialismo> Di Renzo, Roma, 2003, pagg.84.85).

Scriveva Julius Evola (<Il Popolo Italiano 1956-1957> I Libri del Borghese, Roma, 2014, pag.152) “[…]Sarebbe già consolante pensare che il tutto non si ridurrà a un fatale oscuro disfacimento, che in in qualche modo, verrà l’ora delle decisioni sovrane, vi sarà almeno la possibilità di combattere sapendo per che cosa si combatte, e per che cosa vale combattere”.

Il quadro del Nolte andrebbe per molti versi aggiornata (a volere i <confini aperti> ci sembrano essere, forse, ancor più delle sinistre, le chiese cristiane!) ma contiene senz’altro spunti di riflessione. La controtendenza <europea> che viene paventata (e che noi non potremmo che auspicare e favorire) non si è ancora manifestata, ma, a parere di chi scrive, la prospettiva di futuri grandi scontri, è, forse, il principale motivo per rimanere sulle nostre posizioni, approfondire e rinnovare le nostre basi ideologiche, prepararsi e, magari, quando possibile, gettare benzina ovunque possa accendersi un fuoco!

E riportiamo ancora una volta delle considerazioni sul fatto <guerra>. “Tutti i momenti decisivi della umanità sono contrassegnati da soluzioni guerriere…Salamina, Zama, Poitiers, Lepanto, Valmy, Waterloo, Sedan, sono nomi che rivelano crisi violente di fatti decisivi per secoli nella storia”. Agostino Lanzillo <La Disfatta del Socialismo> (Libreria della Voce, Firenze, 1918, pag.208). “[…]il più alto strumento di risveglio interno della razza è la lotta, e la guerra sua più alta espressione”. Julius Evola <I testi de La Difesa della Razza> Ar, Padova, 2001, pag.76. “In via generale, rileviamo che sopra tutto per l’ antica umanità aria ogni guerra appariva come la immagine di una lotta perenne fra forze metafisiche: da un lato stava il principio olimpico e luminoso, la realtà uranica e solare; dall’altro stava invece la forza bruta, l’elemento <titanico>, tellurico, <barbarico> in senso classico, il principio demonico- femminile del caos. Sempre ricorre, sotto rivestimento simbolico, nella mitologia ellenica questa veduta; in termini ancora più precisi e radicali essa si riafferma nella visione generale del mondo propria alle razze irano-arie, che si consideravano direttamente come militia del Dio luminoso in lotta contro la potenza delle tenebre[…]”Julius Evola <I testi de La Dottrina della Razza> AR, Padova, 2001, pagg 85-86.(6)

Possiamo ricordare, come conclusione, l’ammonimento di Oswald Spengler (<Anni Decisivi> Bompiani, Milano, 1934, pag 274) “Noi non ci possiamo permettere d’essere stanchi. Il pericolo bussa alla porta. Gli uomini di colore non sono pacifisti; non sono attaccati ad una vita pregiata soltanto per la sua lunghezza. Raccolgono la spada se noi la deponiamo. Una volta avevano paura dei bianchi, ora li disprezzano… Un tempo erano presi dal terrore per la nostra potenza… Oggi che sono essi medesimi una potenza, si impenna la loro anima misteriosa, che non potremo mai comprendere, e guarda i bianchi dall’alto in basso, come una cosa sorpassata”.

Alfonso De Filippi

(1) Giorgio Galli in <La Destra in Italia> (Gammalibri, Milano, 1983, pag. 139) “E’ necessario premettere che la posizione culturale del radicalismo di destra europeo è generalmente negativa nei confronti degli Stati Uniti, interpretati già negli anni Trenta come tipica espressione della decadenza democratica e poi considerati i responsabili diretti della confitta dei fascismi europei in alleanza con il bolscevismo russo.” Inoltre “L’affermazione spiacerà a molti, ma l’unità dell’Europa si farà soltanto a dispetto dell’America. Lo scopo non è quello di scavare un fossato tra i due continenti, ma quello di garantire all’Europa un ruolo in un mondo in cui lo spazio creato dal declino dell’impero americano verrebbe riempito esclusivamente da potenze extraeuropee”. Sergio Romano <Il Declino dell’Impero Americano> Longanesi, Milano, 214, pag. 113. Nell’ambito della nostra <area>non si sono presi in considerazione le manovre USA contro il tanto contestato<euro>.Cito da Giorgio Galli <l’Impero americano e la crisi della democrazia> (Kaos ed, Milano, 2002, “C’è chi ha sostenuto che <gli USA hanno tentato di bloccare l’euro>. Lo ha affermato Immanuel Wallerstein, professore emerito della State University di New York,… Wallerstein ha dichiarato: <Gli americani non accettano la concorrenza, e hanno cercato di bloccare l’euro in tutti i modi. In realtà dal 1945 a oggi il vantaggio degli Usa si è ridotto alla forza militare, che resta incontrastabile e all’egemonia del dollari che vacilla. Washington non vorrebbe perderla>”.

(2) Per quel che riguarda l’Europa ci limitiamo a citare Pasquale Costagliola <Urbanesimo, emigrazione e decadenza nell’anno duemila> in <Orion>N. 22 Luglio l986: “In Francia ove l’immigrazione è stata più massiccia, vere e proprie istituzioni di stampo massonico-giudaico come la LICRA e il MRAP lavorano per il melting pot, ma lo stesso accade in Belgio e in Inghilterra numerose sono le associazioni ebraiche che in Europa si battono per favorire l’ immigrazione: oltre alle due citate, il B’nai B’rith, il Groupe d’Amitie France-Israel, l’Associazione concistoriale israelita di Francia, la Antidifamation League etc… Ciò potrebbe sembrare contraddittorio se si considera la severa legislazione israeliana che, senza tema di accuse razzistiche, vieta – per esempio – i matrimoni misti.”

(3) Possiamo qui ricordare le parole dell’Onorevole Borghezio (diventato umanamente più simpatico da quando ha espresso la sua ammirazione per le puttane katanghesi!) a La Zanzara su Radio 24 il 10XI2012 “Obama? Grazie a lui il Ku Klux Klan è rigoglioso come non mai. Lo dicono i dati: Obama non ha solo torti, ma anche questo merito, la crescita del Ku Klux Klan. Certo, hanno un po’ esagerato, ma combattono e resistono alla società multirazziale con la filosofia della differenza.”. (Comunque il KKK è ben lungi dall’aver riguadagnato la forza che ebbe in passato!)

(4) Ogni giorno vediamo dalla TV svolgersi nel Sud della nostra disgraziata Italia scene che ricordano il profetico libro di J.Raspail <Il Campo dei Santi>. In effetti “I nostri principi umanitari ci condannano a subire una crescente invasione di stranieri” così Gustave Le Bon: <Leggi psicologiche della Evoluzione dei Popoli>(Monanni, Milano, 1927, pagina 138) che aggiungeva (pag. 139) “I peggiori disastri sui campi di battaglia sono infinitamente meno temibili di tali invasioni.” Possiamo anche citare Sossio Giametta che nel suo <Il Bue Squartato e altri macelli>(Mursia, Ilano, 2012) scrive: Pag.200 Il tentativo fascista di arrestare la decadenza dell’Europa “…solo con un tale tentativo si poteva sperare di mantenere, a breve o a lungo termine, l’ormai vacillante primato europeo nel mondo. Era in realtà la fine della civiltà cristiano europea, che da allora non fa che deperire, marcire sempre più, mentre milioni di affamati resi audaci e rapaci dalla mancanza di tutto il necessario e noncuranti della loro stessa vita, si avventano sul corpo grasso dell’Europa, piegato e piagato dall’abbondanza e dal benessere. Noi europei viviamo ormai da molti decenni nel tramonto dorato della decadenza, nella bonaccia senza precedenti nella storia d’Europa e del mondo, che precede il definitivo inabissamento della nostra civiltà sotto il peso crescente e il flusso inarrestabile degli immigrati famelici. Sono le nuove invasioni barbariche, non violente, ma più distruttive di quelle violente.” Pag.201 “…per contrastare efficacemente tali invasioni…ci vorrebbe la violenza più spietata: <sparare sulle barche>. Ciò è però vietato dalla nostra civiltà e umanità. E questo è in realtà il nostro dramma, anzi la tragedia n. 1 dell’Europa: la civiltà stessa che l’Europa ha conquistato in quasi due millenni, per non contare quella antica, con i più duri sacrifici e le più terribili guerre, la rende inerme di fronte al pericolo attuale, ne rende impossibile la resistenza e inevitabile la fine.” Sappiamo da molto tempo che spesso per salvare il resti di una civilizzazione occorre ricorrere a mezzi barbarici, ma sappiamo anche che vi possono essere barbari “dal basso” e barbari “dall’alto”, potrebbe forse ancora sorgere una rude razza pagana di guerrieri a combattere per la salvezza della nostra razza?

(5) Recentemente Fabio Calabrese nel suo saggio <Immarcescibile> (su questo sito) ha scritto “L’immagine tanto cara all’ex presidente degli Stati Uniti George W. Bush, di uno “scontro di civiltà” tra occidente-USA e islam è totalmente falsa, infatti USA e islam hanno dimostrato di essere perfettamente in grado di accordarsi ai danni dell’Europa, lo si è visto con chiarezza nella crisi della ex Jugoslavia e nella proditoria aggressione NATO contro la Serbia dietro la quale c’è stato probabilmente uno sporco “do ut des” fra USA e sauditi: la creazione di un’area a maggioranza islamica in Europa, formata da Bosnia e Albania-Kossovo in cambio dell’isolamento internazionale dell’Irak di Saddam Hussein, allo scopo, naturalmente, di dare una protezione supplementare alla pupilla di tutti i presidenti americani: Israele.” A codesto proposito Possiamo ricordare che George Michael <The Enemy of my Enemy The alarming convergence of militant Islam and the extreme Right> Un Press of Kansas2006 pag.254 rilevava come alcuni osservatori esaminando la politica statunitense in medio Oriente abbiano notato come in molti casi di conflitto tra arabo islamici e non islamici, gli USA si schierarono a fianco degli islamici: con la Turchia contro la Grecia, con Bosnia e poi Kosovo contro la Jugoslavia, con il Pakistan contro l’India, con i guerriglieri afghani contro i sovietici, con l’Azerbaijan contro l’Armenia. Unica eccezione fu e rimane il sostegno ad israele contro gli Arabi.” Da un altro punto di vista mi pare interessante anche quanto scrive Michele Serra <L’amaca> in La Repubblica del 26 Settembre 2014) “Dice il ministra degli esteri iraniano Zarif che il suo paese non entrerà nella coalizione anti-Isis perché <nutre dubbi sulla serietà degli Stati Uniti nella lotta ai gruppi jihadisti. E ‘deplorevole che un paese che, per la sua azione e i suoi appoggi, ha aiutato il terrorismo a infettare la nostra regione con il male rappresentato dallo Stato Islamico, si permetta di accusare l’Iran>. Agli esperti di politica internazionale il compito di capire quanto, nel rifiuto dell’Iran sciita di muovere guerra al fanatismo sunnita, pesino ragioni di opportunità o di calcolo o di propaganda interna. Ma rileggendo la dichiarazione di Zarif è molto difficile correggere una sola riga o una sola parola. Non bisogna essere un geniale stratega per capire che la catastrofe in corso ha tra le sue cause anche la stolta pretesa dell’America e dei suoi alleati di manipolare e orientare storia e geografia di regioni piuttosto lontane da Washington, finanziando e armando oggi bande di <amici>che domani diventeranno i peggiori nemici. Anche volendo mettere tra parentesi la liceità etica e politica degli Usa di determinare il destino di altre nazioni, resta la sensazione di un’agghiacciante goffaggine. Se oggi paranoici dell’Isis possono osare paragonarsi ai vietnamiti, falsificando la storia e bestemmiando la verità, è solo grazie all’enorme pretesto che gli fornisce l’eterno interventismo americano in ogni angolo del mondo.”

(6) “La Tradizione Ariana traccia una chiara distinzione tra il bene e il male. Bene è ciò che sostiene l’ordine naturale dell’umanità, male è ciò che mina tale ordine… La vita dell’ariano è una lotta incessante contro il male caotico che sta in agguato al di là dei confini della civilizzazione, minacciando di distruggerla che tale male caotico sia per sua natura democratico e livellatore – che cerchi di abbattere le barriere che gli Dei hanno posto tra gli uomini e ridurre l’umanità a un ammasso internazionale privo di forma – è insegnato nei miti tradizionali.” William A. White <The Tradition of the Mother> Poisoned Pen Publishing,USA.2012,pag. 17 .

Per quel che riguarda certi aspetti del mondo germanico: Stephane Francois <Le Nazisme revisitè> Ber International, Paris,2008 pag. 105 <Secondo Pierre–Andre Taguieff , il Nazismo potrebbe essere “interpretato come un ordine segreto portatore di luce (o rappresentante la vera religione ariana) in lotta contro le potenze delle tenebre(il Dio dei giudei o dei cristiani)… Il mito dell’occultismo nazista può anche essere visto paradossalmente come una forma di millenarismo, cioè come la volontà di realizzare sulla terra un ordine nuovo, abbattendo i nazisti il vecchio mondo e dando nascita ad uno nuovo nella violenza di un caos portatore di salvezza.” “…la volontà della forma, la volontà di liberarsi dal caos, di riportare l’ordine nel mondo uscito dalla rovina e di governare il mondo come guardiani nel più alto senso platonico: questo il compito immenso che il nazionalsocialismo si è prefisso.” Gottfried Feder citato da G.Galli <Hitler e la cultura occulta> BUR, Milano, 2013, pag. 208.

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Categorie: Società

Pubblicato da Ereticamente il 9 Ottobre 2014

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Agamemnon

    Sulla decadenza dell’impero americano:
    “Gli Stati Uniti d’America sono l’unico Paese occidentale ad essere passato da uno stato di barbarie ad uno di decadenza senza essersi fermato neanche per un giorno in quello della civiltà”.
    George Bernard Shaw

    P.s.
    Che bello vedere ancora scrivere “Federico Nietschze”.

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