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Marò: le voci dei protagonisti

Marò: le voci dei protagonisti

Il coraggio, se uno non lo possiede, non se lo può certo dare…

La sconsolata frase, messa in bocca al  don Abbondio manzoniano, deve avere martellato a lungo le meningi di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Almeno per tre anni. Ossia a partire da quel maledetto giorno del febbraio 2012, quando i nostri due marò vennero indebitamente arrestati e imprigionati dalle autorità di Nuova Delhi. L’accusa? L’omicidio volontario di due pescatori del Kerala. Il fatto è che i due fucilieri della San Marco, essendo in regolare missione di protezione antipirateria sulla petroliera Enrica Lexie, e avendo reagito con una salve d’avvertimento a un tentativo d’abbordaggio da parte di un barchino sospetto mentre navigavano in acque internazionali, avevano solo fatto il proprio dovere. E chissà quanto devono avere smoccolato i due nell’altra giornata nera per la nostra diplomazia. Stiamo parlando di quel 20 marzo 2013, allorché, dopo la promessa di non rimandare più in India i due militari rientrati in patria per le politiche, con una sconcertante retromarcia il ministro Terzi comunicava invece l’immediata restituzione della coppia ai guappissimi figli di Gandhi. Già, Gandhi. Le autorità del Kerala non hanno imparato nulla dall’esempio del Mahatma. Ma soprattutto non hanno compreso che non è con metodi da incantatori di serpenti che potranno mostrare al mondo il loro rinnovato status di potenza nucleare ed economica. E solo un paese d’incantatori di serpenti poteva architettare l’ignobile inganno col quale le nostre due scolte vennero attirate in trappola quella lontana mattina. Infatti, avvertita dell’accaduto dagli stessi membri dell’equipaggio del peschereccio St Anthony, vale a dire il barchino sospetto che aveva ignorato l’altolà della Lexie, la Guardia Costiera indiana diramava subito un messaggio radio ai mercantili presenti in zona. Nell’appello le autorità chiedevano quale delle numerose imbarcazioni di passaggio quel giorno in quel tratto di mare fosse stata oggetto di attacco pirata. L’Enrica Lexie, del tutto ingenuamente, non esitava a segnalare lo spiacevole incidente accadutole qualche ora prima. A questo punto la stessa Guardia Costiera chiedeva alla nave di attraccare cortesemente al vicino porto di Kochi per fare il punto sulla questione della sicurezza di quel tratto di mare. E qui la matassa s’ingarbuglia tanto da sfiorare l’assurdo. Il comandante della Lexie, Umberto Vitelli, ancora più ingenuamente, non subdorando l’inganno, afferma di avere aderito all’invito dei guardiacoste locali dopo essersi consultato con fantomatiche “istituzioni italiane”. Ma quali istituzioni? Non è dato sapere. Comunque sia, manco a farlo apposta, le summenzionate ingenuissime istituzioni nostrane diedero parere favorevole all’attracco. Attracco fatale, perché una volta giunti sulla terraferma i fachiri in mostrine e stellette gettavano la maschera e il gentile invito si trasformava nel perentorio ordine di fermo. In poche parole i due marò sono stati accusati su due piedi di duplice omicidio, arrestati senza uno straccio di prova e chiusi in un resort con lo spettro della – possibile ma non probabile – condanna a morte. Un trappolone nel quale insieme ai due ragazzi è caduta a peso morto pressoché tutta la nostra diplomazia, governo, ministri e ambasciatore compresi. E nella quale, di rimando, pure l’Onu e l’Ue, con la loro condotta anodina hanno fatto una figura di palta. Inutile ogni appello al buon senso e alla ragionevolezza. Inutile richiamare i risultati della perizia balistica, che rilevava enormi discrepanze tra i proiettili in dotazione dei marò e quelli trovati nei corpi delle due vittime. Inutile sottolineare che “il delitto”, essendo accaduto in acque internazionali, non poteva rientrare sotto giurisdizione indiana. Insomma, con questi chiari di luna, di un ritorno in patria di Salvatore e Massimiliano non era più neppure il caso di parlare. Almeno non prima di un regolare processo da celebrarsi in India di fronte a un tribunale speciale. E perché un tribunale speciale? Semplice: perché non s’era mai verificato prima d’ora un “caso” simile. Di fronte al quale le stesse autorità di Delhi non sapevano – e non sanno tuttora – che pesci pigliare.

Di tutto questo e anche di più lo si può leggere nel coraggioso “instant book” scritto da Isabella Carla Elena Cace: “Marò: le voci dei protagonisti”, edizioni del Borghese, pagg. 117 con l’elenco delle fasi della controversia, la cronologia, la storia del San Marco, le interviste agli esperti e un ricco archivio fotografico. Un libro coraggioso, dicevamo, perché nel tempo necessario a scrivere, correggere, stampare ed editare un’opera di stringente attualità come quella di cui ci stiamo occupando, nel caso ad esempio di un’eventuale risoluzione della controversia italoindiana si sarebbe corso il rischio di ritrovarsi tra le mani un manuale datato. L’opera della Cace invece ha conservato intatta – e lo conserverà a lungo, temo – la sua alta valenza di potente riflettore acceso sulla penosa controversia che a tutt’oggi divide Roma e New Delhi. Il fatto è che di un’umiliazione così cocente per la nostra patria non se ne sentiva proprio il bisogno. Almeno non in un quadro politico ed economico già di per se stesso così compromesso come quello nel quale è venuta a gettare ulteriore scompiglio il triste contenzioso. Uno non pretenderebbe una soluzione tipo “crisi di Corfù” o un blitz notturno a Kochi a base di elicotteri, teste di cuoio e tiratori scelti: qualcosa come Entebbe, insomma. Ma almeno un’iniziativa più energica, una reazione più determinata e grintosa, un guizzo d’orgoglio – chessò, minacciare il ritiro dei contingenti tricolore da tutte le missioni all’estero – quello si. Perché qui si è calpestato ogni elementare senso del pudore e dell’amor proprio, ogni sentimento di dignità, ogni regola d’onore e di cameratismo che impone di non abbandonare mai un concittadino, né tantomeno l’ultimo dei propri soldati, in mano al nemico. Non c’è niente da fare: questa repubblica, fondata sul tradimento, sembra condannata a ripetere all’infinito, come un mortificante riflesso condizionato, il suo ancestrale, infamante, archetipo di riferimento. Verrebbe voglia di gettare dalla Rupe i parassiti di questa Italia cialtrona, le sue ridicole istituzioni, il suo presidente suonato, i suoi ministri inetti, i suoi ambasciatori da operetta, i suoi badogliani generali-di-paola e pure i suoi patetici difensori Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. I quali ai nostri occhi rimangono pur sempre i rappresentanti di questa nefasta cleptocrazia, corrotta e corruttrice. Due poveracci che a giurare fedeltà alla bandiera saranno stati mossi più dalla spinta a sistemarsi che dall’amor di patria. Ma noi questo errore non lo faremo. E per tre buone ragioni. Primo perché, come dicono gli inglesi, <Right or wrong, this is my country>. Secondo, perché, come abbiamo affermato poc’anzi, a noi il tradimento non piace in quanto, essendo noi stessi, rievocando Massimino Morsello, <figli di un tradimento>, siamo fisiologicamente portati a simpatizzare con i traditi. Terzo perché, se proprio si deve vendere il proprio onore lo si dovrebbe barattare con qualcosa di ancora più grande, e l’idea di sporcarci l’anima per un pugno di elicotteri ci ripugna. Vogliamo solo osservare che persino il vituperato Berlusconi era riuscito a riportare sani e salvi in Italia tutti i civili caduti nel tritacarne iracheno. Ma qui ci stanno facendo rimpiangere addirittura i tempi di Craxi, quando almeno a Sigonella ci sorprendemmo a mettere in riga gli arrogantissimi yankee della Delta Force. Purtroppo per Salvatore e Massimiliano a palazzo Chigi non ci sono più né Berlusconi né Craxi, gli “impresentabili” per antonomasia. A sedere sul prestigioso scranno di Presidente del Consiglio nel febbraio 2012 c’era un osannato, super celebrato, oscuro, accigliato burocrate partorito dai più servili recessi della finanza internazionale. Ossia quella cara a Moody’s, a Standard & Poor, a Fitch, all’“Economist”, al “Financial Time” e alle più nefande cloache dell’usura internazionale. I quali davanti a questo atteggiamento assai poco gandhiano non hanno battuto ciglio. Nessuno, di quei presuntuosi pupazzi facenti parte del cosiddetto “esecutivo Monti”, che avesse fatto notare ai ganassa col turbante che quei due giannizzeri sulla Lexie in quel giorno di tre anni fa non ci stavano per divertimento. Che erano stati messi lì proprio per difendere la petroliera da possibili razzie, tutt’altro che rare in quella zona. Che si tratta, insomma, di una missione regolata da protocolli adottati e approvati da ben precisi accordi internazionali, cui aderisce la stessa India. Regole che, a un abbordaggio da parte d’imbarcazioni non ben identificate, impongono a chi è addetto alla sorveglianza armata dei carghi non solo d’intimare l’altolà agli intrusi, ma, in caso di non risposta, di fare fuoco su di loro senza se e senza ma. Ma questo per l’economia dei fatti conta assai poco. La realtà è che la superficialità e la dabbenaggine delle nostre cosiddette “istituzioni”, ansiose solo di non compromettere i buoni affari in corso con New Delhi, si sono trovate catastroficamente a interagire con la levantina arroganza di chi sa di potersi permettere di tutto senza pagare dazio. Perché, devono essersi dette le autorità indiane, sarà pure tutto vero: non è sicuro che i colpi che hanno ucciso i due pescatori siano partiti dall’Enrica Lexie; è certo che i fatti si sono svolti in acque internazionali, e che quindi non spetterebbe alla giustizia indiana occuparsi del caso; ma, in fin dei conti a noi che ce ne importa? Chi si prenderebbe la briga di dirci qualcosa in questi tempi di crisi e con tutti i contratti miliardari che gli europei hanno stipulato con noi? Anzi, facciamo una cosa. Dilazioniamo il giorno d’inizio del processo. Così li teniamo sulle spine, ridicolizzandoli davanti a tutto il mondo e facendo vieppiù risaltare la nostra potenza. E ancora. Visto che, profittando delle “ferie” straordinarie benevolmente concesse ai due per le elezioni della primavera 2013 Roma pare aver tirato fuori gli attributi non rimandandoceli, facciamo una cosa: tratteniamo per rappresaglia pure l’ambasciatore d’Italia a New Delhi, tanto… Perché la prepotenza e lo sprezzo delle regole dei gradassi del Kerala e dei loro burattinai di Delhi s’è spinta fino a questa infamia. Sono arrivati al punto di trattenere in ostaggio l’ambasciatore Mancini, ritirandogli il passaporto diplomatico e impedendogli il ritorno in patria. A questo sono arrivati i supponenti figli di Shiva. Roba che neanche Idi Amin o Bokassa si sono mai sognati di fare. E così, malgrado l’impegno del ministro Terzi di non rimandare più in India i due “ostaggi”, il “gruppo selvaggio” di Monti&C. ha fatto precipitosa conversione a U, annunciando “urbi et orbi” l’immediata restituzione dei due poveri cristi. Scatenando addirittura la sacrosanta indignazione del ministro Terzi, che per protesta non ha esitato a rassegnare le dimissioni. Di recente, “grazie” al malore accusato da Massimiliano, i matamoros inturbantati hanno deciso di concedergli il rientro in patria per curarsi. Ma, in omaggio al detto che al peggio non c’è mai fine, chissà cosa saranno mai capaci d’inventarsi quei parvenu della geopolitica mondiale pur di gettarci altra merda addosso. Anche perché è da tenere in debito conto pure il fatto che i due marò stanno di sicuro pagando il prezzo dei giochi di potere interni al paese asiatico. Il quale, per molti anni, è stato guidato dalla dinastia Gandhi (nulla a che fare col Mahatma). E va considerato che la nuora della figlia di Nerhu, Indira, statista di livello eccezionale, era proprio “l’italiana” Sonia, odiatissima moglie – ora vedova – di Rajiv e per molti “eminenza grigia” dell’ormai decadente clan indiano. E questo conta.

Angelo Spaziano          

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Categorie: Attualità, Libreria, Marò

Pubblicato da Angelo Spaziano il 30 Ottobre 2014

Commenti

  1. Mario Ricci

    Egregio sig Spaziano,
    Dispiace notare dalle prime battute del suo esposto, e non sono andato oltre, anche lei sia vittima (??) di disinformazione.
    Vorrei chiarirle che la raffica d’avvertimento è partita dalla petroliera Lexie, non di mattina, ma alle 1630 circa verso un barchino ignoto che NON ERA il St Antony.
    Più tardi, di sera, alle 2120 ci fu una seconda sparatoria altrove, vicino a Kochi, e lí morirono i due pescatori.
    Per motivi politici keralesi il governatore Chandi, il ministro difesa Antony, il proprietario Freddie (tutti cristiani e quindi gli indù nulla c’entrano) accusareono Max e Salvo che erano e sono totalmente estranei ed innocenti.
    Se ha un amico che parla malayalam o tamil gli faccia visionare su youtube “venam news 16 02 2012 shooting neendakara1″ dove Freddie chiarisce reiteratamente che l’orario della sparatoria era ” ompathi irupathi” ovvero 920=2120.

  2. Don Giulio Tam, prete tradizionalista, quindi degno di rispetto, ha sintetizzato in poche parole la differenza di “razza”, tra i combattenti islamici, e i soldati ((etimologicamente derivante da assoldati, mercenari) occidentali. I primi non temono la morte perché combattono per la propria fede, il proprio popolo.Mentre i secondi temono la morte (ma anche la prigionia) perché si sono arruolati per sfuggire alla disoccupazione, pagarsi il mutuo della casa, mandare i figli all’università..Comunque i due soldati vanno processati e poi alla fine giudicati in base alle prove o colpevoli o innocenti. Questo ciarpame pattriotardo massonico, risorgimentale, resistenziale,che vede la “casta” politicante tutta schierata a loro favore, mi suona sospetta, infingarda,ipocrita. Gradirei che al coro degli opportunisti, non si aggiunga anche Ereticamente.. In conclusione siamo il popolo che si merita il “comandante” Schettino, italiano verace e genuino. Tutto il resto è aria fritta!!

  3. klement

    Gli incantatori di serpenti sono uno stereotipo non meno strampalato che i mangiaspaghetti o suonatori di mandolino.
    Più che ovvio usare tranelli per incastrare omicidi, e solo un bue come Vitelli ci può cascare.
    Su http://www.questionegiustizia.it Barberini ha spiegato che per fermare, inseguire o perquisire navi pirata ci vuole una nave militare o almeno riconoscibile come di una pubblica autorità. Non una petroliera, che neppure fisicamente può inseguire una lancia. E Miavaldi ha notato che la misisone era in Somalia: i fucilieri davanti all’India potranno transitare, ma con le armi a posto. Se fossero stati riconosciuti come militari, gli spari anziché delitto comune sarebbero stati atto di guerra non dichiarata.
    Unica giustificazione può essere la legittima difesa (non come militari, ma come semplici uomini) nel caso risulti che oggettivamente il peschereccio appariva come pirata, p.e. in quanto privo di bandiera.
    E poi non sono mica tanto sicuro che un processo in Italia sarebbe meglio

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