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Il Capitano del Sud: Aurelio Padovani (seconda parte)

Il Capitano del Sud: Aurelio Padovani (seconda parte)

  

“Padovani parlava in nome dell’intransigenza rivoluzionaria. Per lui esistevano soltanto il “sì” e il “no” alla rivoluzione. Il resto non contava. Il “sì” doveva ridurre al silenzio il “no”. Padovani non era Masaniello. Non chiamava a raccolta i diseredati per farli despoti. Voleva giustizia…” (1)

 

          IL FASCISTA PIU’ INDISCIPLINATO D’ITALIA

Il 16 ottobre Padovani si vede affidata l’organizzazione dell’adunata e del Congresso nazionale fissato per il 24. Procede con metodo e accuratezza, com’è nel suo stile: Comando tappa, con posto di ristoro e sanitario vengono organizzati in stazione per i fascisti in arrivo con i treni, mentre si provvede per gli alloggiamenti e il vettovagliamento delle decine di migliaia di previsti arrivi.

L’ordine tassativo è di evitare ogni tipo di incidenti e dare, nel contempo, una bella dimostrazione di forza al Paese tutto che sente di essere alla vigilia di avvenimenti importanti.

Il 24, alle 9,30 il teatro San Carlo è gremito in ogni ordine di posti, e migliaia di fascisti si accalcano fuori; la fanfara dà l’attenti, ed entra Mussolini, accompagnato da Padovani che, a nome del fascio napoletano, gli offre un quadro allegorico sul quale è scritto: “Raccogliete lo spirito dei nostri indimenticabili morti e fatene lo spirito ardente della Patria immortale”.

Non starò qui a dire del discorso del futuro Duce, abile ed intelligente, ma chiaro, anche per chi finge di non capire:

“Noi fascisti non intendiamo andare al potere per la porta di servizio. Noi fascisti non intendiamo di rinunciare alla nostra formidabile primogenitura ideale per un piatto miserevole di lenticchie ministeriali! Perché noi abbiamo la visione, che si può chiamare storica, del problema, di fronte all’altra visione, che si può chiamare politica e parlamentare”.

Sono le parole che Padovani vuol sentire, anche se deve accettare il formale ossequio alla monarchia, e tollerare gli applausi che, in platea, Benedetto Croce tributa al discorso. (2)

Verso il filosofo nutre una ostinata antipatia, che è quella della gente dei “bassi” verso gli intellettuali borghesi che di loro parlano (e sparlano) senza conoscere la realtà della dura vita nei quartieri:

“Padovani… vedeva nel clan Croce uno tra i fattori di quell’aumento a dismisura della servitù imposta dai benpensanti a una moltitudine praticamente ridotta a pura vita vegetativa” (3)

Alle 12, nel campo Sportivo Militare dell’Arenaccia le squadre sono pronte a partire per il corteo, imponente come previsto, con rappresentanze di tutta Italia, che attraversa la città per oltre 3 ore, fino ad arrivare alle 16,30 in Piazza San Ferdinando, per sfilare davanti a Mussolini e concludere, così la storica giornata.

Tocca, infine, ancora a Padovani diramare, il 25, l’ultimo Ordine del Giorno, relativo all’organizzazione dei lavori del Consiglio nazionale e alle disposizioni per la partenza degli uomini. (4)

La successiva nomina a Comandante di Zona in occasione della Marcia ufficializza il suo ruolo dominante: fissa il concentramento a Caserta, requisisce un treno, si impadronisce di armi e quant’altro necessario, impedisce, comunque, come da disposizioni ricevute, incidenti gravi con le forze dell’ordine. (5)

E’ il punto più alto e nello stesso tempo l’inizio del declino della sua vita politica; i motivi sono almeno tre:

–          la guerra subdola e costante che gli fanno, su un piano a lui non congeniale, quello dell’intrigo e della congiura di palazzo, i nazionalisti dell’on. Paolo Greco. Nel confronto, all’epoca della vigilia, Padovani è riuscito vincitore, per il suo personale fascino, per il successo che le sue idee raccolgono nella base fascista, ma, con la conquista del potere, lo scontro invece di affievolirsi, si inasprisce.

In più di un’occasione deve provvedere personalmente allo scioglimento di sezioni fasciste paesane inquinate da elementi nazionalisti che amavano flirtare con il vecchio notabilato giolittiano e nittiano:

Inchieste feroci da lui compiute contro fascisti della prima ora, scioglimenti di fasci decretati con la rivoltella in pugno, avevano avvertito la gente che il capo della Campania voleva evitare la cuccagna” (6)

In campo nazionale, a Roma, però, le cose sono meno facili, e qui Greco è più bravo di lui a tessere amicizie e trovare appoggi, favorito anche dalla indubbia patina rassicurante che la presenza dei più moderati nazionalisti dà alla scalmanata rappresentanza fascista;

–          la sua personale rigidità di carattere, che colpisce un pur esperto conoscitore di uomini come Mussolini:

“Padovani parlava in nome dell’intransigenza rivoluzionaria. Per lui esistevano soltanto il “sì” e il “no” alla rivoluzione. Il resto non contava. Il “sì” doveva ridurre al silenzio il “no”. Padovani non era Masaniello. Non chiamava a raccolta i diseredati per farli despoti. Voleva giustizia…”;

–          l’iscrizione alla Massoneria, che, nonostante egli si dimetta appena emanata la legge sulla incompatibilità, a differenza di altri più scaltri capi fascisti, fornisce facile occasione di critica e di attacco agli avversari. (7)

Sono, comunque, l’ostilità verso i nazionalisti (che egli si ostina ad ammettere ai fasci non “in massa”, ma solo “uno per uno”, dopo un esame di tutto il loro precedente curriculum politico) e l’intransigenza nella difesa dei contenuti sindacalisti e proletari del suo fascismo a provocare la disfatta del capo del fascismo napoletano.

Mussolini, che gli vuole sinceramente bene, per la sua fedeltà e spontaneità, fa un estremo tentativo per far capire a lui e dimostrare a tutti che sta dalla sua parte; il 1° maggio, mentre ferve il contrasto con i nazionalisti in città, gli indirizza un telegramma nel quale si dichiara “pienamente solidale nell’opera di epurazione politico morale”.

Nella valutazione tutta politica del duce, un simile gesto dovrebbe servire a “placare” l’azione antinazionalista di Padovani e, nello stesso tempo, a distogliere da ulteriori attacchi i suoi avversari. Così, però, non è, e, anzi, la situazione precipita: tra il 17 e il 18 maggio, in tre distinti colloqui romani, gli propone il trasferimento a Bologna come Comandante della Zona militare fascista e, nel contempo, si impegna ad ammettere il suo maggiore avversario, il deputato nazionalista Greco al solo Gruppo parlamentare fascista, negandogli l’iscrizione al Partito.

Padovani fiuta quella che considera una trappola, e si dimette da tutte le cariche del Partito; torna a Napoli, accolto da manifestazioni di giubilo dei suoi seguaci, e rilascia dichiarazioni nelle quali manifesta il proposito di “riacquistare il diritto di parlare a fronte alta per la salvezza del Partito e per affrontare quanti poco degnamente circondano il duce magnifico.

Non serve e non basta: il 23 si riunisce la Giunta Esecutiva del PNF, che respinge le sue dimissioni e lo espelle per grave ostinata indisciplina.

È, quello dell’indisciplina, il rischio più forte che corre l’ancora fragile Governo fascista, e vi farà riferimento lo stesso Mussolini, con un telegramma al Direttorio nazionale provvisorio del PNF che, il 22 ottobre del 23, all’approssimarsi dell’anniversario della Marcia, sta valutando una serie di posizioni di “dissidenti”, ai fini di favorirne la riammissione al Partito:

“Cari amici del Direttorio, mi pare che sia proprio l’ora di finirla col prosternarsi continuamente ed inutilmente davanti alla deità irata intrattabile del sig Capitano Padovani. Io stesso, che pure sono un temperamento un po’ difficile, ho fatto con lui e per lui quello che non avrei fatto con mio padre o con mio figlio. Ora mi pare che basti. Quindi deve essere mantenuta la sua espulsione dal Partito, comunicando questa lettera ufficialmente al Comandante Generale della Milizia sarà chiarito che dovrà essere anche espulso dalla medesima.

Egli è il fascista certamente più indisciplinato d’Italia, egli è in contatto con elementi equivoci, come quelli del “Giornale d’Italia”, egli è responsabile di un ammutinamento di tutti i Consoli e di tutte le Legioni della Campania, che ci ha coperto di ridicolo e per il quale motivo meritava di essere consegnato al Tribunale Militare.

Io non lo ricevo più: ma voi avete fatto anche ieri il possibile per trovare una via di transazione, con una longanimità eccezionale. Io dico basta! Perché anche i partiti e gli uomini devono avere la propria dignità. E fino a prova contraria, il sig Capitano Padovani non è indispensabile al fascismo e tanto meno alla Nazione italiana.

Con i migliori saluti fascisti” (8)

 

 

          “IN UNO STABILE IN VIA GENERALE ORSINI… E’ IMPROVVISAMENTE CROLLATO UN BALCONE”

Questa volta è veramente la fine: Padovani lo capisce e, gradualmente riduce i rapporti con gli altri dissidenti fascisti che, in tutta Italia, convogliano la delusione squadrista per gli accomodamenti post 28 ottobre.

Nel Capitano c’è, però – e su questo sono d’accordo con Dorso – qualcosa in più del semplice “dissidentismo”: la fame e la rabbia del popolo del Sud, stanco di aspettare e che nel fascismo ha riposto la speranza di riscatto.

È per questo che, mentre lui si trova un lavoro come rappresentante della Guzzi, i suoi uomini continuano a cercarlo e a manifestargli fedeltà: il 28 ottobre del 1923 scoppiano incidenti in città, tra i “padovaniani” e i “governativi”: “in via Chaia, a Toledo e al Chiatamone i manganelli non sapevano proprio quale direzione prendere; dall’una parte e dall’altra si cantava Giovinezza”.

Di qui a qualche mese, in pieno periodo quartarellista, mentre molti si allontanano prudentemente dal fascismo che sembra vacillare, si verifica un episodio del quale Mussolini racconterà a De Begnac:

“…la fedeltà di Padovani non venne mai meno. Il 15 giugno del 1924 egli si presentò a Palazzo Chigi in divisa, medaglie sulla vecchia camicia nera. Disse al guardaportone che era amico devoto del Presidente e che non aveva bisogno di inviti per andare ad offrirgli la vita nel momento del pericolo. Non fece anticamera. L’anticamera era vuota. Aprì la porta innanzi al balcone dello studio. Il suo Presidente levò gli occhi dalle carte che stava esaminando. Il Capitano attese il suo abbraccio. Disse che i compagni campani erano in piazza. Ad un cenno avrebbero levato a rivolta contro i notabili in camicia azzurra il popolo stanco di camorra, impunità, silenzio imposto, rivoluzione paralizzata, costituente annientata”. (9)

Mussolini la mette sul personale, ed ha ragione: Padovani è già stato, nel ’22, uno dei pochi capi squadristi a sostenere le sue ragioni, al momento del “patto di pacificazione”, ma c’è un valore in più, che sarà comune a tanti dirigenti e umili militanti del fascismo, delusi, emarginati, maltrattati anche, ma fermi nella loro fede, per la quale, all’epilogo saloino, molti pagheranno con la vita.

Non è solo fedeltà all’uomo (che pure c’è, e conta molto), è adesione totale e ferma “religiosa” quasi, come è stato detto, all’idea fascista, storicamente l’ultima – e questo non va dimenticato – capace di chiedere tanto, fino al sacrificio estremo, ai suoi aderenti.

Mussolini è il punto di riferimento insostituibile; molti dei giovani capi squadristi che lo conoscono hanno, nei suoi confronti – non di rado ricambiati – un affetto quasi filiale, anche se per la maggioranza vale quello che scrive “Polemica fascista” nel maggio del 1923:

“Abbiamo avuto ed abbiamo grande ammirazione… per Mussolini, ma… non siamo mussoliniani, non vogliamo essere e non dobbiamo essere mussoliniani, se abbiamo un cervello funzionante che faccia rientrare Mussolini nella storia…

E discutiamo Mussolini fascista. Ci sono i fascisti, ci siamo noi fascisti che vediamo in Mussolini l’interprete del fascismo e una garanzia per l’attuazione fascista, perciò non vediamo Mussolini che nel fascismo. E discutiamo Mussolini fascista. E ci inchiniamo a Mussolini fascista. Ma la nostra spina dorsale è dritta” (10)

A Napoli Padovani sta disciplinatamente nei ranghi; interviene, quando e come può, in difesa dei suoi uomini – pochi, in verità, quelli che si sbandano e si “allineano” – spesso oggetto di attacchi ingiustificati (11), conserva rapporti stretti con le classi operaie (i portuali, in modo speciale) a favore delle quali si è battuto.

Viene ripagato di eguale moneta: le manifestazioni di affetto e simpatia non mancano. Il 17 giugno del 1926, giorno del suo onomastico, una folla festante si reca al suo ufficio per fargli gli auguri; i più fortunati riescono a salire, mentre gli altri si accalcano sotto e lo chiamano al balcone.

E lui, infatti, si affaccia, insieme a molti dei presenti. E’ una decisione errata e fatale: il balcone cede e cadono tutti di sotto. Ci sono 4 morti, tra i quali lo stesso Padovani, e molti feriti.

Alcuni sconsiderati, tra i suoi stessi seguaci, mettono subito in giro la voce che si sia trattato di un attentato; tale ipotesi sarà poi ripresa, negli anni a venire, da alcuni storici con il precipuo scopo di confermare la intrinseca malvagità del regime fascista e di Mussolini – mandante dell’omicidio – in prima persona.

Essa è da ritenere, comunque, del tutto infondata; anche a prescindere dagli esiti giudiziari, che condanneranno l’impresa costruttrice, non si può non notare che si sarebbe trattato di un caso unico, senza precedenti e susseguenti di “regolamento di conti” interno al PNF, realizzato peraltro in un contesto assolutamente incerto (chi poteva sapere dell’imponenza della manifestazione di augurio al Capitano, chi poteva prevedere che egli, per questo, si sarebbe affacciato al balcone, chi poteva pensare che, con lui, si sarebbe affacciati in tanti, smaniosi di “farsi vedere”?).

Comunque, il giorno dei funerali ci sono incidenti in città, e questo offre l’occasione a Starace, nominato Commissario della federazione il giorno dopo l’incidente di via Orsini, di procedere ad un generale repulisti dei “padovaniani”, in città e provincia (12).

Di Padovani non si parlerà più, ma il ricordo del Capitano non abbandonerà mai la Napoli fascista, e non solo…

          LA PRIMAVERA DEL FASCISMO

Questi i fatti; per una valutazione di carattere generale – a patto di non dimenticare la specificità della dissidenza del Capitano – si può anche concordare con Salvatore Lupo quando sostiene che:

“Bisogna considerare che dal PNF si esce, ma anche si rientra. Il romano Calza Bini viene espulso nel 1923 e riammesso nel 1924, riespulso nel 1927 e ancora riammesso nel 1930. Il piacentino conte Barbiellini Amidei, fascista tra i più indisciplinati, segretario federale prima e podestà poi, viene espulso nel 1924 e riammesso nel 1925, riespluso nel 1930 e riammesso nel 1931. Pensiamo a personaggi più ingombranti come Padovani, che, se non fosse morto, sarebbe probabilmente rientrato nel 1926 o a Forni, quasi riammesso nel 1926, e poi di nuovo allontanato, reintegrato nel 1933 e poi ancora buttato fuori” (13)

Non sarà completamente vero che – come malevolmente disse Francesco Giunta – “lui e i suoi si figuravano un Partito politico come un ordine di frati trappisti, intento a combattere contro le bande degli impuri, degli affaristi, dei trafficanti”, ma è sicuramente aderente alla realtà che egli fu portatore e vessillifero di una fascismo permeato di grande moralità, in una terra che di questo aveva bisogno, prima ancora che di progetti politici.

Mussolini, a proposito di Padovani e di qualcun altro, parlerà di “primavera del fascismo” e di “gente del tempo delle favole e degli eroi”, eppure con i piedi ben saldi in terra, perché, come gli aveva detto Lorenzo Giusso:

“Il potere quale lo pensavano i padovaniani, mio Presidente, era il potere al quale ricondurre il vero popolino napoletano, povero in canna non perché rifiutante il lavoro, ma perché depauperato di ogni possibilità di regolarne la vicenda economica” (14).

Padovani è, l’ho accennato, uomo di pochi studi; per quanto abbia cercato, non sono riuscito a trovare articoli di giornale da lui firmati. Eppure, egli sa parlare, col suo “scarno vocabolario”, al cuore del popolo della sua città, e considera la poesia come “traguardo di civiltà”.

E, se è vero che c’è in lui “l’ansia del fare per cambiare”, va aggiunto che gli è ben chiara la funzione strumentale della violenza, alla quale pure non si fa scrupolo di ricorrere:

“La violenza non era, per lui, madre della forza e nonna del diritto. Serviva ad abbattere altra ed opposta violenza. Poi, dalla terra da cui il peccato era stato estromesso, tutto sarebbe nato senza recare offesa all’uomo” (15)

Credo che possa bastare. A questo punto, come sempre capita quando faccio questi schizzi dedicati a personaggi minori (e, in genere, poco fortunati) del primo fascismo, mi viene da pensare a quello che “poteva essere e non è stato” se cause di forza maggiore, ragion di Stato e qualche umana debolezza non avessero prevalso, a partire dal 1925.

E non posso non pensare al caro Maccari, squadrista intransigente, strapaesano e deluso anch’egli: “Il fascismo non è bello in sé, ma per quello che promette di essere”.

Alle volte, a noi che sognatori ostinatamente restiamo, una promessa può bastare…

(fine)

 

Giacinto Reale

  

NOTE

(1)           questo il giudizio di Mussolini, in: Yvon De Begnac, op cit pag 186

(2)           battè calorosamente le mani, è stato testimoniato, Benedetto Croce” (Vittorio Paliotti, “Napoli sconosciuta”, Napoli 2001, pagg 120)

(3)           Yvon De Begnac, op cit pag 141

(4)           Sulle giornate di Napoli, vedasi la ricostruzione di Giorgio Alberto Chiurco, op cit, vol IV pagg 449-484

(5)           vedasi Giorgio Alberto Chiurco, op cit, vol V pagg 45-48; un particolare curioso: per portaordini si sceglie il bersagliere Ferdinando Tollis, mutilato e quattro volte decorato, che suonò l’assalto a Cima Quattro del San Michele

(6)           Guido Dorso, “La rivoluzione meridionale”, Torino 1955 pag 141

(7)           senza addentrarmi in questo problema dell’iscrizione alla massoneria di gran parte della dirigenza fascista della prima ora, mi pare sufficiente ricordare, con De Felice, che essa, oltre ad aver avuto un ruolo attivo nella vicenda risorgimentale, era stata interventista e pro fiumana, interpretando sentimenti patriottici e anticlericali diffusi tra ex sindacalisti e interventisti di sinistra

(8)           in: Renzo De Felice, “Mussolini il fascista, la conquista del potere 1921-25”, Torino 1966, vol 1° pag 459

(9)           Yvon De Begnac, op cit pag 185

(10)       in: Renzo De Felice, op cit, pag 429

(11)       vedasi: Pasquale Villani, “Gerarchi e fascismo a Napoli 1921-43”, Bologna 2014

(12)       il più noto dei seguaci di Padovani è certamente Raffaele Di Lauro, capo delle squadre nel Casertano, mazziniano e garibaldino; autore, tra l’altro, di un “Robespierre nella rivoluzione” che, già dal titolo la dice lunga sulle simpatie dell’A

(13)       Salvatore Lupo, “Il fascismo”, Roma 2005 pag 329

(14)       Yvon De Begnac, op cit pag 585

(15)       Yvon De Begnac, op cit pag 145

 

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Categorie: Storia

Pubblicato da Giacinto Reale il 22 Ottobre 2014

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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