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1919: Turbolento, Diabolico e Glorioso

1919: Turbolento, Diabolico e Glorioso

 

  1. Panciafichisti e guerrafondai – 2. Agire, ma come?

                                                                                                           

1. PANCIAFICHISTI E GUERRAFONDAI

Il 1919, che Filippo Tommaso Marinetti definirà “turbolento, diabolico e glorioso 1919”, si apre, per l’Italia e per il mondo intero, all’insegna delle più grandi speranze; la gioia di ognuno per la conclusione del sanguinoso conflitto e la comune fiducia nell’avvenire paiono trovare la loro migliore espressione nelle ottimistiche parole del Presidente americano Woodrow Wilson, accolto anche in Italia con manifestazioni di giubilo.

Purtroppo, però, i fatti dimostrano subito anche ai più fiduciosi che le ripercussioni della guerra sono destinate a farsi sentire ancora per molto; ne sarà influenzata decisamente la successiva svolta degli avvenimenti, per le conseguenze determinate dal conflitto sia nei rapporti internazionali tra gli Stati, che in quelli interni ad ogni singolo Paese.

Nel panorama politico italiano, in particolare, è evidente il perdurare della mentalità di guerra; ciò vuol dire continuare della distinzione tra chi la guerra ha voluto o ha semplicemente combattuto nel modo migliore, nella convinzione di adempiere ad un preciso dovere, e chi invece ad essa prima si è opposto, e poi l’ha a malapena sopportata, cercando solo di accelerarne la fine “comunque”.

Accade così che le divisioni accantonate in apparenza nel corso della guerra, si facciano ora sentire fortemente, chè, evidentemente sono radicate in profondità nel cuore e nelle coscienze: gli odi reciproci, i vecchi rancori, l’esasperato spirito di fazione, tutto contribuisce in maniera determinante a creare un solco incolmabile tra i due schieramenti.

Sono in particolare i socialisti, i “panciafichisti” sconfitti del ’15, che per quattro anni hanno dovuto subire uno stato di semilibertà, a covare il desiderio di rivalsa; la simpatia dalla quale si sentono circondati da parte di tutti i delusi e gli scontenti li porta, nella certezza della vittoria prossima, ad una intransigente ricerca e denuncia di passate e presenti “responsabilità”.

Conseguito il successo militare, mentre è vivo il desiderio di pace anche all’interno, mentre tutti vogliono una tregua per iniziare la ricostruzione di un’Italia migliore e più prospera, in nome anche del sacrificio di oltre 600.000 caduti, il Partito socialista fomenta una dissennata campagna di odio e rancore verso gli interventisti di ieri. Per loro è arrivata “l’ora della espiazione”, e l’organo socialista, l’Avanti, non perde occasione per lanciare le sue roventi accuse ai combattenti, ai “guerrafondai”, colpevoli di tutto ciò che in Italia non va, compresa anche la grave crisi economica in atto; ancora un anno dopo la fine del conflitto, il 6 novembre del ‘19, il giornale sarà categorico:

“Voi siete gli uomini della guerra, e fino alla fine dovete rimanere inchiodati alla vostra croce di infamia. Il proletariato, nella sua immensa bontà, nella sua profonda ingenuità, può tutto perdonare in virtù di quella grande giustizia che può renderlo più che buono, clemente, ma non può dimenticare, non vuole perdonare la guerra.”

Inevitabile conseguenza della campagna di odio è il susseguirsi di aggressioni nei confronti di Ufficiali smobilitati, di decorati ed anche di mutilati che si vedono quindi costretti, per necessità, a rinsaldare quei vincoli che si sono creati nella vita di trincea: lì, in prima linea, i combattenti hanno avuto talvolta la sensazione di essere abbandonati a se stessi.

Lì la distanza con il “fronte interno” è sembrata incolmabile: essi combattono e soffrono per un Governo che appare lontano, immersi in un sistema di vita che è molto diverso da quello al quale erano abituati:  vita di accantonamento e di trincea, dove le amicizie e le solidarietà si formano spontanee, di fronte al comune pericolo della morte. Uomini del Nord e del Sud, borghesi e proletari, letterati ed analfabeti scoprono così  di appartenere ad un’unica comunità, alla quale, in quel momento, sono affidate le sorti dell’intera Nazione.

Sono partiti per il fronte confortati dalle indicazioni futuriste, che vedono nella guerra “la sola igiene dei popoli”, ma anche con il consenso di eminenti democratici, quali Giovanni Amendola e Gaetano Salvemini.

Nella sua stroncatura del libro del pacifista inglese Norman Angell, il primo ha esaltato quelle virtù di sacrificio, di fortezza e di audacia che caratterizzano il combattente e ne fanno ”un tipo infinitamente superiore a quello dell’accorto sibarita, che trova nel culto della pace la migliore espressione della sua concezione voluttuaria della vita”, mentre  Salvemini, dal canto suo, ha chiaramente affermato di sentire “…il dovere di andare incontro alla guerra con un cuore fermo e sereno, quando ogni altra via sia chiusa per combattere l’ingiustizia altrui e per tutelare il diritto nostro”.

Ed ora, invece, al ritorno, i giovani ex combattenti ritrovano un diffuso clima di incomprensione ed ostilità.

2. AGIRE, MA COME?

All’interno del Partito socialista gli elementi più attivi e turbolenti sono galvanizzati dal mito della rivoluzione bolscevica, che da Mosca sembra indicare una strada nuova ai popoli di tutto il mondo; in questo quadro, la fine della monarchia e la dittatura del proletariato sono le parole d’ordine che giustificano la giornaliera predicazione ed azione rivoluzionaria: per tutto il “biennio rosso”, l’attesa di questa rivoluzione, continuamente rimandata, assumerà toni oscillanti tra il parossistico ed il ridicolo: Nicola Bombacci, temuto leader dell’ala più oltranzista del socialismo italiano, alla vigilia dello “scioperissimo” del 20 e 21 luglio del 1919, dichiarerà con baldanza alla stampa che  “…se per un cumulo di contrasti imprevisti la rivoluzione non si farà il 20 ed il 21, si farà al più presto, indubbiamente”.

La radicata convinzione di essere alla vigilia della rivoluzione anche in Italia, porta i socialisti ad un disinteresse assoluto verso i problemi di chiunque non sia “proletario”, in primo luogo borghesia e ceti medi, visti solo come controparte del proletariato e respinti, quindi, nel ghetto dei nemici da battere.

Ai socialisti, insomma, come noterà nel novembre del ’20 Gioacchino Volpe, nel biennio immediatamente successivo alla fine della guerra manca “un po’ di furberia”, ed il loro atteggiamento porrà, in pratica le basi stesse della sconfitta. La chiusura netta opposta al dialogo con l’avversario di ieri è tanto radicale quanto alla vigilia del conflitto è stata ottusa l’ opposizione alla guerra, severamente denunciata da Salvemini:

“I deputati del Partito socialista ufficiale ed i leaders del movimento sindacale sono pacifisti. Il pacifismo ha un grande vantaggio: che il pacifista non deve studiare alcun problema internazionale nei suoi elementi spesso terribilmente complessi. E’ sufficiente per lui coltivare nella testa e nel cuore una sola idea ed un solo sentimento: l’opposizione alla guerra. Egli ha fatto voto di non capire niente, e per mantenere il suo voto non ha bisogno di affaticarsi il cervello. I deputati socialisti ed i leaders sindacali non fecero mai un passo fuori dalla loro posizione pacifista; essi sostennero con fermezza una neutralità inerte e lamentosa.”

Tra la fine del ’18 e l’inizio del ’19, quindi, i neutralisti ed i pacifisti del ’15 si raccolgono compatti intorno al Partito socialista, il partito che è stato per eccellenza contrario alla guerra, mentre gli altri, gli ex interventisti che, nella stragrande maggioranza ora vogliono fare soprattutto dell’interventismo sociale”, non dimentichi che ieri i loro più subdoli nemici sono stati proprio i grossi capitalisti, sono incerti e smarriti. Si sentono pronti a qualunque avventura, vogliono agire, ma non sanno come: la testimonianza di Italo Balbo, smobilitato a Ferrara, aiuta a capire questo stato d’animo:

“Quando tornai dalla guerra, appunto come tanti, avevo in odio la politica ed i politicanti, che, a mio parere, avevano tradito le speranze dei combattenti, riducendo ad una pace vergognosa l’Italia e ad una umiliazione sistematica gli Italiani che mantenevano il culto degli eroi. Lottare, combattere, per ritornare al Paese di Giolitti, che faceva mercato di ogni ideale? No, meglio negare tutto, distruggere tutto, per tutto rinnovare dalle fondamenta. Molti, a quell’epoca, anche generosissimi piegarono verso il nichilismo comunista. Era il programma rivoluzionario già pronto, e, apparentemente, più radicale: in lotta contro la borghesia e contro il socialismo, su due fronti egualmente impegnati. E’ certo, secondo me, che, senza Mussolini, i tre quarti della gioventù italiana reduce dalle trincee sarebbero diventati bolscevichi: una rivoluzione a qualunque costo!”

Dello stesso tenore sono le parole – a forte contenuto autobiografico – che  Ferruccio Vecchi, il futuro “sfasciatore dell’Avanti”, affida a Franco Vanni, uno dei protagonisti del suo romanzo “La tragedia del mio ardire”:

“A guerra finita, quelli che non hanno più una via, quelli circondati dall’abisso, quelli senza pane, siamo proprio noi. Ognuno di noi, avendo interrotto per quattro anni consecutivi gli studi e la professione, o il mestiere, è obbligato ad escludere la possibilità di riattaccare la propria vita al punto in cui l’interruppe nel 1915… Siamo stati sostituiti materialmente da altri o, se non materialmente, un’altra volontà si è insediata nel nostro spirito, al posto di quella dell’anteguerra: gli scopi non sono più gli stessi, le mete sono cambiate: tutti siamo coscienti di ciò, anche se ciò è in noi per ora indistinto… La guerra ormai pareva diventata la nostra seconda natura… mi ero abituato! Ora incomincia l’altra, la più dura forse: quella dell’esistenza… Dove andrò io? Che farò? Continuerò gli studi? Non so…”

Predomina, in genere, un senso di smarrimento; divisi in vari gruppi, a loro volta riconducibili alle due grandi categorie di interventisti nazionalisti “di destra” e interventisti sindacalisti “di sinistra”, tutti si guardano attorno, insicuri sul da farsi; non basta la certezza, acquisita in guerra, che pochi, purché di “carattere autoritario e di temperamento risentito, e dotati di dura cervice e pugni veloci”, sono in grado di affrontare e risolvere ogni situazione; occorre una guida ed un coordinamento politico.

Benito Mussolini ha dichiarato la propria volontà di lottare, oggi come ieri, dopo l’espulsione dal PSI; finché gli resterà “una penna in mano ed una rivoltella in tasca”, andrà avanti per la sua strada.

Comincia col lanciare, sul Popolo d’Italia del 14 novembre, l’idea di una Costituente dell’interventismo italiano, che prenda posizione di fronte ai maggiori problemi politici ed economici del dopoguerra.

Le principali rivendicazioni sono articolate in cinque punti, tutti strettamente connessi al mondo del lavoro: si chiede la  riduzione della giornata lavorativa a 9 ore prima e ad 8 ore a decorrere dal 1^ gennaio 1920, la fissazione di minimi salariali, la corresponsabilizzazione delle maestranze nella gestione delle imprese, fino a concludere con la proposta di far partecipare le Organizzazioni del lavoro alla Conferenza della pace.

L’idea di una Costituente è accolta con interesse, e trova facili consensi nel desiderio che anima le file interventiste di muoversi, di prendere in qualche modo l’iniziativa; nel merito delle proposte, però, una solitaria voce dissenziente è  quella di Giuseppe Prezzolini:

“Caro Mussolini, ti scrivo da letto ammalato. In questi giorni ho pensato spesso a te e alla tua legittima gioia. Hai aiutato tanti a credere e ad operare. Puoi guardare indietro con orgoglio. Questo volevo dirti prima di tutto. Ho letto il tuo articolo sulle otto ore e ti sottometto le seguenti obiezioni. Chi ha fatto la guerra sono borghesi e contadini. L’operaio non si trovava in linea. I borghesi le otto ore le hanno. I contadini non possono averle per ragioni tecniche. Dunque, la tua riforma non andrebbe a vantaggio dei trinceristi. C’è di più. Metter le otto ore nelle industrie significa far aumentare del 20% i prezzi dei manufatti da parte degli industriali. Tale aumento sarebbe pagato dalla grande maggioranza degli Italiani, cioè dai contadini e dai borghesi. Insomma, la tua proposta sarebbe dannosa per chi ha fatto la guerra. Pensaci,  e tieni conto di queste osservazioni. Tuo aff.mo Giuseppe Prezzolini.”

Aldilà dei parziali dissensi, una cosa è però chiara a tutti fin dall’inizio: la guerra non è in discussione; la  validità delle buone ragioni che hanno motivato l’impegno italiano, il riconoscimento dei sacrifici che esso è costato e la rivendicazione dei diritti che tali sacrifici attribuiscono, sono punti fermi sui quali è impossibile ogni compromesso.

Diritti dell’Italia nel contesto internazionale e dei combattenti nei confronti dell’intera Nazione: se da una parte questi diritti impongono la realizzazione delle aspirazioni italiane su Fiume e sulla Dalmazia, dall’altra devono permettere di superare la tradizionale contrapposizione classe-Nazione.

Poco importa se la guerra, in verità, non è stata voluta da tutti per gli stessi motivi. Francesco Coppola, leader con Enrico Corradini e Luigi Federzoni delle schiere nazionaliste, ha indicato, a suo tempo,  gli obiettivi della sua parte:

“La guerra che si combatte oggi in Europa e nel mondo non è guerra della democrazia pacifista contro l’imperialismo militare; è guerra di popoli e di razze per l’esistenza, per la ricchezza, per il dominio e per il predominio; è guerra di Nazioni, anzi è guerra nazionale per eccellenza: guerra nazionale ed imperiale.”

Altra cosa, invece, la guerra è stata per gli interventisti di sinistra che, guidati da Filippo Corridoni Amilcare ed Alceste De Ambris, Sergio Panunzio e tanti altri – oltre, naturalmente, a Mussolini stesso in primissima posizione – hanno visto con timore nella possibilità di un’affermazione tedesca, la fine della causa dell’emancipazione del proletariato. Perciò, nella partecipazione al conflitto e nella sconfitta degli Imperi Centrali, essi hanno individuato i presupposti di un mutamento anche all’interno, ed ora, a vittoria conseguita, vogliono dare un contenuto sociale all’interventismo di ieri, andando incontro al “lavoro che torna dalle trincee”.

Tra i due schieramenti c’è, però, più di qualche punto di contatto, originato in gran parte da comuni riferimenti culturali e filosofici (Nietzsche, Bergson, Schopenahuer, etc.) che si sostanziano nell’avversione al parlamentarismo, nella propensione all’azione diretta, nel desiderio di una maggiore giustizia sociale, nel riconoscimento di valori nuovi e diversi emersi nella pratica guerresca, come il coraggio fisico e l’eroismo; questi  sono i comuni fondamenti sui quali edificare un’Italia più giusta e moderna, superando ogni differenza e diffidenza, nel comune intento di evitare che l’Italia torni ad essere quella di ieri, ridicola, timorosa e bottegaia, parente povero delle ricche Nazioni dell’Occidente.

Per rinsaldare vecchi vincoli e legami, più di mille proclamazioni di intenti, possono notizie come quella di una prima amnistia decretata già in febbraio dal Governo di Orlando per i reati militari, compresa la diserzione, reato che, fra quanti commessi in tempo di guerra, è considerato certamente il più infamante.

L’amnistia consentirà di cancellare, sia pure solo formalmente, molte colpe: grazie ad essa Francesco Misiano, odiatissimo disertore di guerra verrà addirittura eletto al Parlamento nelle file socialiste; interventisti e trinceristi, però, non lo dimenticheranno. Quando proverà a raggiungere Fiume, Gabriele D’Annunzio invocherà su di lui la vendetta legionaria:

“Miei arditi, il miserabile disertore Misiano, il vilissimo vituperatore di Fiume e della grande causa adriatica, tenta di entrare nella città, per fare opera di sobillazione e di tradimento. Noi non sopporteremo che la città di vita sia contaminata da tanta sozzura. Vi abbandono il disertore e traditore Misiano, Deputato al Parlamento nazionale. Dategli la caccia e infliggetegli il castigo immediato, a ferro freddo. Questo è un ordine. E ne rivendico arditamente il peso e l’onore.”

Il nemico, insomma, sembra essere oggi come ieri, sempre lo stesso; efficacemente lo indica Ardengo Soffici in una lettera a Mussolini apparsa sul Popolo d’Italia del 10 agosto:

“Il nostro avversario è sempre quello: sono i figuri loschi del giolittismo, del tedescofilismo, dell’abietto neutralismo italiano; i nemici di tutto quanto è nobile, grande, bello; i torbidi avventurieri e manipolatori della putredine settaria ed affaristica; sputacchiati, calpestati, disfatti, ridisfatti e riridisfatti, ma che, vivaci ed inestirpabili come certe bestie, innamorati degli organi escrementizi, ripigliano ancora fiato e tentano di tornare alla riscossa.”

 

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Categorie: Storia del Fascismo

Pubblicato da Giacinto Reale il 28 Ottobre 2014

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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