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“Un faro luminoso che splende in mezzo ad un mare di abiezione” (parte seconda)

“Un faro luminoso che splende in mezzo ad un mare di abiezione” (parte seconda)

 

“Nel mondo folle e vile, Fiume è oggi il segno della libertà; nel mondo folle e vile vi è una sola cosa pura: Fiume; vi è una sola verità: e questa è Fiume; vi è un solo amore: e questo è Fiume!

Fiume è come un faro luminoso che splende in mezzo ad un mare di abiezione” (D’Annunzio al suo arrivo a Fiume, il 12 settembre 1919)

 

LA PIU’ GLORIOSA IMPRESA D’ITALIA

Da Ronchi a Fiume ci sono poco più di 100 chilometri; pur considerando lo stato non buono di strade di montagna, in tre ore la distanza dovrebbe essere percorribile. Invece, ce ne vorranno più di sei: mezzi che vanno in panne (alla fine saranno solo una dozzina gli autocarri partiti da Ronchi ad arrivare) e sbagli di strada ai bivi, rallentano la marcia che diventa quasi un’avanzata, tra la polvere, di fanti appiedati. Sono, infatti, in gran numero i militari che si affiancano ai primi partiti: Zappatori, Mitraglieri, Arditi, Cavalleggeri, Fanti della Brigata Sesia, Genieri, Ciclisti, e perfino Marinai, i quali hanno disertato dalla “Dante Alighieri”, che ha ricevuto l’ordine di lasciare il molo di Fiume.

A Castelnuovo, una ventina di chilometri dopo Trieste, in piena Istria, c’è la prima sosta “ufficiale”: D’Annunzio chiama a rapporto gli Ufficiali e ribadisce le sue intenzioni: Quello che noi compiamo oggi, è la più gloriosa impresa d’Italia. Noi andiamo a confortare i Fiumani, non Francesco Nitti rappresenta l’Italia oggi, ma io la rappresento.”

In quel mentre, si fanno dappresso le quattro autoblinde che presidiano la zona: poche parole e si uniscono alla colonna, insieme ai Bersaglieri in accompagnamento, così che può essere stabilito il nuovo ordine di marcia: quattro autoblinde in testa, seguite dall’automobile del Comandante con il Maggiore Reina a bordo, poi la colonna degli autocarri, e tre autoblinde in coda.

Fiume è ormai vicina: si infittiscono i tentativi per fermare i ribelli. Il Colonnello Ferrero, inviato dal Generale Pittaluga per convincere D’Annunzio, riceve un trattamento freddissimo, quasi insultante, mentre improntato a vecchio cameratismo è l’incontro tra uno Squadrone di Cavalleggeri del “Piemonte Reale” e Reina, che è stato Ufficiale di Cavalleria: basta il suo scherzoso: “Come? i Dragoni vorrebbero infilzare un vecchio Dragone?”(12) per evitare ogni incidente e convincere anche i nuovi arrivati a cavalcare con i dannunziani.

Arrivano pure, buoni ultimi, ma forse primi per quanto è gradita la loro presenza, due Reparti d’Assalto, con gli Arditi del 22° e dell’8°, comandati dal Colonnello Raffaele Repetto e dal Maggiore Giuseppe Nunziante.

Essi, in verità, hanno ricevuto l’ordine di fermare i partecipanti alla marcia, ma le cose vanno diversamente: “Noi siamo stati inviati qui per impedirvi di procedere. È da parecchie ore che attendiamo. Ora…ci mettiamo a disposizione di Gabriele d’Annunzio”.

Non manca più nessuno: non resta che entrare in città.

La colonna, a questo punto, è cosa ben diversa da quella che era partita da Ronchi: si tratta di alcune migliaia di uomini, tra i quali gruppi di civili volenterosi ma armati alla bell’e meglio, che sono venuti incontro a quelli che considerano “liberatori”.

In bell’ordine si sono uniti al gruppo anche i volontari della Legione Fiumana del Capitano Giovanni Host Venturi, uno dei massimi protagonisti della vita cittadina.

Essi, come la maggior parte degli uomini, procedono a piedi, di fianco ai pochi camion ancora in grado di andare avanti; ci sono anche padre Reginaldo Giuliani, il popolare sacerdote degli Arditi e Nicolina Fabris “donna sulla sessantina, di stirpe venete e di sentimenti italianissimi”, la “mamma” dei Granatieri già ai tempi della loro permanenza in città.

A lei, e a tante altre protagoniste dell’irripetibile stagione fiumana, D’Annunzio darà il giusto riconoscimento: “Ma il nome di tutte le donne fiumane è Ardenza; ma il nome di tutte le donne fiumane è Pazienza. Non mai il “pazientissimo ardore” dei Santi Padri fu testimoniato con una vigoria così maschia.” (13)

Tra le fila, si fa strada, prepotente, la similitudine con l’epopea garibaldina; un uguale volontarismo spregiudicato, un’uguale volontà indomita, un uguale amor di Patria, un uguale Capo carismatico e fascinoso, un uguale prepotente e apparentemente invincibile fronte nemico. Uguale confusione, infine, sia pure “aggiornata e rivista”:

“E’ un gran rimescolio di uomini e di macchine; è un pazzesco frastuono di grida; è un indemoniato urlo di motori. Quanti chilometri mancano? Chi lo sa! Si corre, ci si ferma, s’impreca, si ritorna a correre. È la follia che ha invaso tutti. Ancora gomme a terra. Ancora camion che si fermano. Non ci sono più gomme di ricambio. Non si può più riparare. Ma ormai c’è la discesa: dunque, avanti ugualmente. E i carri sobbalzano, e i cerchioni delle ruote stridono nella polvere e fra i sassi della strada. Avanti! mancano pochi chilometri. Avanti! Ma la colonna si ferma ancora…” (14)

 

NESSUN MIGLIORE BERSAGLIO DEL NASTRINO DELLA MIA MEDAGLIA D’ORO

Alle 11.15, alla barra di Cantrida, si fa incontro alla colonna un’automobile scoperta, con a bordo il Generale Vittorio Emanuele Pittaluga, che è il Comandante delle Forze Interalleate di Fiume; con lui due alti Ufficiali, il Colonnello Montanari e il Tenente Colonnello Roncaglia.

È l’estremo tentativo di fermare la marcia; ma viene condotto, va detto, senza troppa convinzione. Il dialogo con D’Annunzio si svolge in un clima concitato, tra Arditi con i fucili “a baionetta innestata” che rumoreggiano tutt’intorno; questo il ricordo di Pittaluga:

“E il Poeta: “Ho capito. Ella, Generale, farebbe anche tirare sui miei soldati, che sono fratelli dei suoi…Ebbene, prima che sugli altri, faccia far fuoco su di me – e mi mostrò il petto con il distintivo dei mutilati e il nastrino azzurro della medaglia d’oro – Sì, qui faccia tirare” E, con gesto nervoso, per due volte si picchiò il petto.

Ero diventato calmissimo: “Non sarò io, figlio e nipote di Garibaldini, che spargerà sangue fraterno. Ma lei, da buon soldato, ubbidisca” gli dissi “No, andrò a Fiume ad ogni costo” E ai suoi ordinò: “Avanti !”(15)

 

È un Tenente, a quel punto a risolvere la situazione; Costanzo Ranci dà gas alla sua autoblindo, la “Gorgone”, e butta giù la barra di confine, esclamando: “Me ne frego!”, in faccia agli ultimi Carabinieri che cercano di sbarrargli la strada.

Non può immaginarlo, ma il suo sarà il motto destinato a diventare popolarissimo a Fiume, fino a campeggiare sul vessillo della Squadriglia Autoblindo, a passare poi alle squadre fasciste e a diventare, infine, comune modo di dire.

Gesto risolutivo quello del Tenente Ranci, ma carico anche di significati simbolici, perché:

“…è questa giovinezza che nel suo impeto creativo seppellisce il vecchiume che ingombra e disonora l’Italia, entra in Fiume con i labari in testa, i moschetti in alto, cantando l’inno della vita e della passione, con le note della gioia e del dolore, con gli accenti della rabbia e della, vendetta…quando il suo carro armato schianta la barra di Cantrida, travolge la vecchia Italia che crolla, nella luce di Fiume”(16)

 

Aldilà del confine attendono altre centinaia di uomini armati della Legione Volontari di Host Venturi, e migliaia di cittadini; la macchina di D’Annunzio è circondata dalla folla festante e ci mette quasi un’ora per arrivare in piazza Dante.

Qui, la massa esige un gesto dai nuovi venuti, che rappresenti la rottura definitiva con il passato da dimenticare:

“Intanto, gruppi di Arditi si erano recati al Palazzo del Governo seguiti da migliaia di cittadini. I soldati inglesi che presidiavano l’edificio, guardano sbalorditi, incapaci di comprendere bene quello che avviene.

Il Maggiore dei Carabinieri Rampone, che si trova nel Palazzo, dà immediatamente ordine ai suoi militi di sostituire gli inglesi, che se ne vanno fra il silenzio gelido della folla. Ma la folla non è soddisfatta. “Le bandiere – grida – giù le bandiere straniere”.

Il Generale Pittaluga ha dato allora l’ordine a tre Ufficiali del Comando di abbassare i tre vessilli che sventolavano sul tetto del Palazzo: quello inglese, quello francese, quello americano.

Quando lassù, in alto, è rimasto soltanto il tricolore, dalla folla è partito un urlo: “Italia!” (17)

Al balcone del Palazzo si affacciano, per due parole di circostanza, Host Venturi, il Colonnello Repetto e i dirigenti cittadini, Antonio Grossich Presidente del Consiglio Nazionale italiano e il Podestà Antonio Vio; D’Annunzio, visibilmente affaticato, dà appuntamento alle 18.

E infatti, all’ora stabilita, mentre in piazza infuriano i festeggiamenti, il Poeta compare sul balcone, per iniziare, febbricitante ma risoluto, il suo discorso, che poi costituirà la traccia per tutti quelli successivi della stagione fiumana:

“Italiani di Fiume! Nel mondo folle e vile, Fiume è oggi il segno della libertà; nel mondo folle e vile vi è una sola cosa pura: Fiume; vi è una sola verità: e questa è Fiume; vi è un solo amore: e questo è Fiume!

Fiume è come un faro luminoso che splende in mezzo ad un mare di abiezione”

Nella notte arrivano in città altri “disertori in avanti” come li definirà Marinetti; tutti “sentono” di essere partecipi di qualcosa di importante e destinato a lasciare una traccia nella storia d’ Italia.

Solo la governativa Agenzia Stefani minimizza, e la mattina dopo dirama il seguente comunicato:

“Secondo notizie giunte nel pomeriggio, alcuni Reparti di Granatieri e nuclei di Arditi, con mitragliatrici ed autoblindate, sono partiti da Ronchi e sono giunti a Fiume a mezzogiorno. Era con loro Gabriele D’Annunzio. da Fiume non è segnalato, fino a mezzanotte, alcun disordine.

Il Governo ha dato le più energiche disposizioni perché il movimento sia subito arrestato e perché siano ricercate le responsabilità di un atto così inconsiderato e dannoso”

 

Il movimento non sarà “subito arrestato”, ma durerà, invece, per quindici mesi, con riflessi non solo sull’avvenire della città, ma sul linguaggio, sulle forme della politica, sul modo stesso di essere di milioni di italiani, negli anni a venire…

Della storia di quei quindici mesi, magari, qualcosa dirò un’altra volta (18); per ora credo possa bastare il riconoscimento che Mussolini darà all’iniziativa dannunziana, parlando al Politeama Rossetti di Trieste il 20 settembre 1920:

 

“Molti ordini del giorno, molti articoli di giornali, molte chiacchiere più o meno insulse, ma l’unico che abbia compiuto un gesto vero e reale di rivolta, l’unico che per 12 o 13 mesi ha tenuto in iscacco tutte le forze del mondo, è Gabriele D’Annunzio, insieme con i suoi legionari. Contro quest’uomo di pura razza italiana si accaniscono tutti i vigliacchi, ed è per questo che noi siamo fierissimi ed orgogliosi di essere con lui, anche se contro di noi si accanisca la vasta tribù degli scemi.”

 

 Giacinto Reale

 

 

NOTE

 

(12)       Reina, Ufficiale di Cavalleria, allo scoppio della guerra aveva chiesto – caso più unico che raro – il passaggio in Fanteria, visto il ruolo non “operativo” della Cavalleria in una guerra di trincea; si era così guadagnato una medaglia di bronzo ed una d’argento al V M; su di lui, e le singolari vicende delle sua vita successiva dopo Fiume, vds Leonardo Malatesta, “D’Annunzio e il suo Capo di Stato Maggiore a Fiume, il Maggiore Carlo Reina”, Invorio 2012

(13)       È il noto discorso “Fiume o morte”; lo si veda in: Eugenio Coselschi, “La marcia di Ronchi”, Firenze 1929, pagg 47-66

(14)       Riccardo Frassetto, op cit, pagg 87-88

(15)       Vittorio Emanuele Pittaluga “In Italia, in Francia, a Fiume”, Milano 1923 pag 224

(16)       Edoardo Susmel, “La marcia di Ronchi”, Roma 1929 pagg 23-24

(17)       Carlo Otto Guglielmino, “Una grande avventura”, Genova 1959, pag 44

(18)       Essenziale, per capire il “clima” fiumano, è il ricorso alla documentazione fotografica, vasta come forse mai prima; due soli esempi: Eugenio Coselschi, “Il ventennale della marcia di Ronchi”, Milano 1939 e Mimmo Franzinelli, Paolo Cavassini, “Fiume, l’ultima impresa di D’Annunzio”, Milano 2009

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Categorie: Fiume

Pubblicato da Giacinto Reale il 15 Settembre 2014

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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