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Rimettersi in gioco

Rimettersi in gioco

Ultimamente, sembra che la comparsa sulle pagine di “Ereticamente” di un mio articolo, “Cristianesimo, laicismo, islam” abbia provocato un contrasto di opinioni addirittura rovente e dato luogo a giudizi opposti come più non si potrebbe, venendo considerato un pezzo “splendido” (riporto un aggettivo non mio) da alcuni, e condannato senza appello da altri. La materia del contendere è la religione del Profeta.

Sempre premesso che questo non può in alcun modo ledere la solidarietà alle popolazioni islamiche (– ANCHE SE islamiche – mi verrebbe da dire) che oggi subiscono e fanno fronte all’attacco giudeoamericano: i Palestinesi, la gente di Gaza in primis, e l’Iran, io nella religione e nella maggior parte delle popolazioni che praticano questa religione, islamica, non vedo alcun elemento di positività. Come culto, essa non è che la terza faccia del monoteismo abramitico giudeo-cristiano con in più un’aggravante di violenza, intolleranza, ostilità verso ogni forma di conoscenza e di pensiero indipendente che nel cristianesimo è stata pure presente ma in tempi recenti si è almeno attenuata.

Dal punto di vista etnico l’islam è oggi “la bandiera”, il marcatore dello spirito anti-europeo che anima una buona fetta degli invasori che oggi chiamiamo immigrati, e il cui desiderio – che esso alimenta – non è quello di integrarsi, ma di spazzarci via o quanto meno di costringerci nell’angolo obbligandoci ad accettare la loro “cultura” distruggendo la nostra, piacevolezze come la sharja, il burqa, l’infibulazione.

Nonostante la chiara evidenza di tutto ciò, sembra che nei nostri ambienti gli islamofili abbondino, e alcuni di loro hanno riservato al mio articolo dei commenti che è ancora sottostimato definire feroci.

Io ho ritenuto, ritengo, che questo atteggiamento sia dovuto al fatto che oggi gli oppositori più aperti al mondialismo giudeoamericano si ritrovano soprattutto in campo islamico, come vi ho detto più sopra, l’Iran, i Palestinesi e via dicendo, e questo porta – in maniera sommaria ed erronea – a vedere nell’avversione per l’islam in ogni caso un “occidentalismo” alla Oriana Fallaci; un atteggiamento che a mio parere non tiene conto di molte cose. Secondo me, o con USraele contro l’islam o con l’islam contro l’american-sionismo è una falsa alternativa da respingere. Le due mostruosità che ci tocca fronteggiare hanno dimostrato di essere benissimo in grado di fare causa comune ai danni dell’Europa, come si è ben visto nella crisi della ex Jugoslavia e nell’aggressione NATO-islamica contro la Serbia.

I legami tra USA-sionismo e fondamentalismo islamico sono profondi e ramificati quanto imbarazzanti per entrambe le parti: si va da Al Qaeda creazione della CIA e da questa impiegata prima contro i sovietici in Afghanistan, poi nella ex Jugoslavia, a Saddam Hussein che prima di venire in urto col suo padrone americano, era stato gonfiato di crediti e armamenti in funzione anti-Iran, ad Hamas, creatura del Mossad israeliano nata per ostacolare l’OLP di Arafat, fino alla recente ISIS mesopotamica, altra creature della CIA, nata per essere impiegata contro la Siria di Bashar Assad. Ma soprattutto gli islamofili sembrano dimenticare o ignorare che c’è proprio la “longa manus” del mondialismo “occidentalista” dietro l’invasione – “immigrazione” che ci porta in casa soprattutto ma non solo islamici, e il cui scopo è di annientare i popoli europei e sostituirli con società multietniche sul modello degli Stati Uniti, un intento non tanto recondito prescritto dal piano Kalergi.

Costoro, infine, non riescono proprio a capire che essere islamofili è un “non sequitur”, una contraddizione logica; l’islam, infatti, è una religione-ideologia totalitaria, non ammette adesioni a metà: o la si abbraccia incondizionatamente, o non si può essere contati che fra gli “infedeli”, eretici, nemici.

Io, riguardo alle opinioni che ho espresso, ritengo di non doverne rivedere neppure mezza, ma forse non sono giunto fino in fondo al problema. Dietro all’islamofilia di certi nostri ambienti, infatti c’è probabilmente dell’altro. Queste persone sono spesso in qualche misura dei “guenoniani”, si ispirino effettivamente a René Guenon o siano giunte autonomamente a conclusioni simili. Da un certo punto di vista, infatti, si può dare dell’islam una lettura “tradizionalista”. Me l’ha fatto notare Joe Fallisi in una replica al mio articolo:

“Non so se ti sei reso conto, leggendo tale “Lupo nella Notte” (molto coraggiosi, devo dire, questi tVadizionalisti-esoteVisti guénonianevoliani), del perché il sottoscritto consideri INDISPENSABILE una critica radicale di tutta l’ideologia chimerica relativa alla “Tradizione Primordiale”. La quale, immancabilmente, guarda caso, sfocia nell’apologia del tirannico e pazzoide monoteismo semitico tripartito, visto come compendio e compimento della medesima”.

“Lupo nella Notte”, tanto per intendersi, è uno di quelli, forse quello in assoluto, che ha commentato il mio articolo nei termini più feroci e, forse seguendo l’esempio del non dimenticato HNS, come Joe fa giustamente notare, e come questi critici fanno di solito, si è dimostrato coraggiosissimo evitando di firmare coi suoi reali nome e cognome.

Io ritengo che l’opinione del nostro Joe Fallisi vada tenuta in attenta considerazione. Non si tratta solo del fatto che il nostro intellettuale-musicista pugliese è una persona di grande perspicacia. Joe è, per così dire, approdato alle nostre rive da una formazione e da una cultura anarchica. Quali altre scelte si presentano infatti a uno spirito autenticamente libertario quando si rende conto che è in atto quella congiura contro i popoli europei, le loro conquiste sociali, le loro libertà civili che conosciamo come piano Kalergi, e il ruolo che in esso sta recitando la sinistra per cecità, inerzia mentale o malafede?

Oserei dire che il fatto di non essere “nato” nelle nostre file costituisce una sorta di valore aggiunto, dà maggiori possibilità di ripensare idee e concetti a cui noi siamo assuefatti e tendiamo a dare forse erroneamente per scontati.

In questo caso, il nostro amico è riuscito a dare corpo a un dubbio che io stesso ho avuto più di una volta. Per chi è “cresciuto” intellettualmente in una certa ottica, per chi si è “svezzato” su “Orientamenti” è difficile ammetterlo, ma questo concetto di tradizione non andrebbe integralmente ripensato? Così com’è, ci serve davvero? E’ arrivato forse il momento di rimettersi in gioco.

Io non parlo ora dell’ambiguità tradizionalisti “integrali” – tradizionalisti cattolici. Quest’ultimo è un malinteso, un equivoco piuttosto che un’ambiguità, con la stessa parola si indicano due concetti del tutto diversi, per i cattolici, “tradizione” è una sorta di commento ai “sacri testi”, una versione orale della sunna islamica, nulla a che vedere con l’idea di una concezione anteriore e sovraordinata rispetto alle forma storiche delle religioni “positive”. E’ proprio il concetto di tradizione come lo intendono Evola e Guenon, che si può porre in dubbio di quanto ci sia utile in campo politico, cioè a prescindere dal suo significato come forma spirituale-religiosa, che è una cosa alquanto diversa.

E’ difficile, finché si rimane in questa linea di pensiero, riuscire a conciliarlo con le idee di stato organico, socialismo nazionale, selezione fondata sulle capacità personali anziché sullo spirito di casta, in una parola con tutto ciò che ci distingue da un’anacronistica destra conservatrice.

Non a caso, ultimamente Joe Fallisi ha fatto girare in internet un breve scritto molto polemico su Evola, di cui riporto uno stralcio:

“Molto sinteticamente: non mi sogno affatto di invalidare il contributo di Evola in quanto studioso (mi riferisco, solo per fare un esempio, a un suo grande libro come Metafisica del sesso, che già da solo basterebbe a far scomparire nel dimenticatoio i suoi cVitici democVatici – alla Eco -, guardoni e impotenti), ma non simpatizzo o, tanto meno, concordo con il suo pensiero di uomo d’azione all’interno della storia del Novecento. Né con la sua adesione a Dada (autentico inizio della miserabile arte contemporanea, a tutti gli effetti degenerata, di cui oggi assistiamo agli ultimi lugubri exploit); né col suo ultrasolipsismo filosofico (nel quale, tra l’altro, il rigonfiamento dell’Ego tiranno e delirante è quanto di più moderno, e in linea con l’arte-antiarte di cui sopra, e meno “tradizionale” possibile); né con la sua concezione dei due movimenti rivoluzionari di massa (fascismo e nazionalsocialismo) coi quali entrò in contatto e in vario modo collaborò. Lui, come il suo Maestro sunnimassone Guénon, avrebbero voluto un ri-avvento delle caste. Ma si sbagliavano e d’epoca e di luoghi e di uomini. (…). I lavoratori avrebbero dovuto (dovrebbero) servir da zerbino agli eletti del fantasinedrio “aristocratico” (gira e rigira siamo sempre alle solite, d’altronde)… IMPOSSIBILE (quanto meno allora) dopo la Rivoluzione Francese. E TOTALMENTE in opposizione col meglio espresso così da Mussolini, come da Hitler. Per i quali l’immensa forza del popolo costituiva l’anima stessa di un moto corale IN ASCESA che avrebbe avuto lo scopo di elevare la società nel suo complesso, affrancandola dal giudeomaterialismo sia degli usurai, sia dei marxisti. Il che nulla avrebbe tolto, tutto al contrario, alla possibilità di esplicarsi dei diversi talenti individuali”.

A Fallisi ha replicato un’altra persona che stimo, Maurizio Barozzi e, cosa strana, finisce per riaffermare le stesse cose con degli accenti solo un po’ diversi:

“A mio parere Evola va letto e preso con un certo disincanto, senza dividersi in evoliani e anti evoliani. Ci sono delle osservazioni, delle considerazioni, delle enunciazioni di Evola sul mondo contemporaneo che sono di grande valore. Altro suo merito è quello di aver dimostrato che certi riti e simboli, sono precedenti alla massoneria e al Cristianesimo e si riallacciano ad una Tradizione primordiale, dando così un chiave di lettura del passato molto interessante.

I suoi studi sul carattere, le attitudini e i valori dell’uomo contemporaneo sono importantissimi così come la sua trattazione del problema della razza al di fuori del semplice dato biologico.

Dove Evola prende abbagli e va fuori pista è nella sua ricostruzione storica, da un certo punto di vista giusta, per carità, laddove segue le linee della “caduta” l’avvento delle democrazie, della borghesia, ecc.

Non si rende però conto che la sua posizione , così arroccata su erti principi, divenuti inattuali, come manifestazione terrena, si fossilizza in un conservatorismo senza speranze.

Giustamente è stato rilevato che egli si era fermato a Metternich. Per esempio, egli rifiuta la RSI, a cui non partecipa, perché non condivide la liquidazione della Monarchia, eppur detesta nel Re fellone, ma afferma che bisognava sostituire re il Re e non la Monarchia. Egli si rifà al suo principio regale, che vede nella figura del Re un “ponte” tra il reale e il metafisico e il vertice della catena di comando e nelle aristocrazie l’unica forma di Stato. Non si rende conto che la Monarchia ha fatto il suo tempo, l’uomo ha subito un divenire per il quale il Re non ha più significato, occorre trovare altre forme di gerarchia, perché il principio monarchico non assolve più la funzione per la quale era sta investito. Ancora negli anni ’50 vaneggiava di aristocrazie e nobiltà sulle quali contare. Come sappiamo Re , regnanti e nobili, oggi li puoi trovare ai casinò , alle stazioni termali, o dalle rubriche di gossip.

Altro rifiuto, rispetto alla RSI fu quello della socializzazione, che stonava per i suoi principi gerarchici: “ognuno al suo posto”. Anche qui non si rendeva conto che non erano più i tempi delle caste nei quali il rapporto di lavoro tra padroni e schiavi era regolato da una ontologica natura, e neppure quello dei tempi della “fedeltà feudale”. Oggi, volenti e nolenti il rapporto di lavoro è legato al business, e alla paga. Quindi era giusta la linea seguita dal fascismo che , trattandosi di paga e business, vi introduceva un concetto di giustizia e di equità.

Purtroppo la parte più nefasta di Evola, più che altro per opera di altri, è stato il suo parlare di “male minore”, lo Stato, anche se antifascista, e il mondo libero, da difendere rispetto al “male peggiore”, il comunismo.

Non solo il mondo libero era un male peggiore del comunismo, ma il comunismo era una utopia, fuori della portata umana e quantunque avesse trionfato o fosse stato imposto da eventuali invasori, non avrebbe usato, sarebbe sicuramente imploso. Non così per il vero nemico dell’uomo, il modernismo, il consumismo l’americanismo, insomma il Mono libero. Questa assurdità fece da alibi a tanti farabutti che vi inzupparono il pane durante la strategia della tensione”.

Su quest’ultimo punto in particolare, però mi devo esprimere in difesa di Evola, dissentendo da Maurizio. Non si può dire che quella dell’americanismo come “male minore” rispetto al comunismo sovietico fosse un’idea di Evola, era invece quel che pensavamo tutti. Ci sbagliavamo, ma certamente non ha senso valutare idee e concetti espressi vivendo la situazione anteriore al 1989 alla luce delle conoscenze e del senno di poi di oggi.

Questa forzatura porta Maurizio a una lettura radicalmente scorretta, mettendo insieme due concetti molto diversi di “destra”, destra “ancien regime” (che è e sarà stata anche allora una cosa anacronistica, ma rimane qualcosa di più nobile) e destra liberal-atlantista. Diamine, in questo modo si fa di Evola un precursore di Berlusconi!

La nostalgia degli “ancien regime” e delle caste, tuttavia, non ci appartiene. Diciamolo pure: socialismo nazionale, stato organico, identità etnica, un plesso di idee che con il tradizionalismo ha poco a che fare, mentre, non nell’accezione di Evola ma in quella di Guenon, quest’ultimo tende a non considerare il fattore etnico al punto da rendere possibile l’apertura verso qualcosa di profondamente, totalmente non-europeo, quale è l’islam.

Il nostro discorso ritorna per così dire al suo punto di avvio. Una notizia di questi giorni: a Roma l’amministrazione di sinistra della capitale (PD e SeL) ha bocciato l’idea di intitolare una strada a Oriana Fallaci, proprio in ragione del vivace anti-islamismo della scomparsa giornalista. Al riguardo, Joe Fallisi ha scritto:

“Se i lemuri democVatico-pVogVessisti negano alla Fallaci l’intestazione di una via è solo per la sua critica del Vomitoislam e dell’invasione di quest’ultimo – allora solo ai primordi, ora in fase avanzata – che l’internazionale mondialista di Shylock ha programmato e sta attuando in tutta Europa, onde imbastardire e distruggere ogni residua identità della popolazione autoctona”.

Il nostro Joe ormai abbiamo imparato a conoscerlo, e sappiamo che ama le espressioni colorite: quella V maiuscola così insistita intende rappresentare graficamente la pronuncia blesa tipica della macchietta del radical chic, oggi forse la tipologia umana maggiormente rappresentata in una sinistra che ha del tutto tradito le sue origini operaie.

Nello specifico, però, devo dire che se fosse toccato a me prendere una decisione, non sarei stato certo del parere di dedicare una strada a Oriana Fallaci, e non certo per le opinioni, assolutamente realistiche e veritiere che ha espresso nei confronti della mostruosità islamica. Non si può dimenticare il servilismo che costei contemporaneamente ha espresso nei confronti dei dominatori yankee che ci tengono sul collo lo scarpone di oltre un centinaio di basi militari, né il fiancheggiamento di questa donna al Partito Radicale (“libero aborto, libera omosessualità, libera droga, libero sterminio dei Palestinesi da parte dei sionisti”), e neppure i suoi trascorsi adolescenziali come staffetta partigiana sono stati tali da catturare la mia simpatia.

Le stesse parole di Joe Fallisi evidenziano la contraddizione della Fallaci, che non è mai sembrata rendersi conto e forse, chissà non si è mai resa conto davvero che l’invasione islamica è programmata  da “l’internazionale mondialista di Shylock onde imbastardire e distruggere ogni residua identità della popolazione autoctona”.  Ossia da chi dietro le quinte manovra allo stesso modo i superuomini yankee da lei tanto ammirati e per i quali batteva il suo cuore atlantista a stelle e strisce.

La cosa curiosa è che, ancora una volta, come riguardo alla questione di Evola, il nostro Joe ha trovato un contraddittorio che in ultima analisi finisce per ribadire i suoi stessi concetti, a riprova che al di là di alcune formulazioni verbali “c’è succo” non privo di validità.

Una persona di cui peraltro finora non avevo conoscenza, tale Sebastiano Cosenza gli ha dato una risposta di cui vi trascrivo una parte:

“Gli integralisti islamici sono sempre stati creati e foraggiati dagli occidentali: talebani in funzione antisovietica, tagliagole mercenari in funzione anti Gheddafi, gli stessi in funzione anti Assad. Non dimentico che anche Hamas è una creatura sionista in funzione anti Arafat”.

Finalmente, mi viene da esclamare, finalmente! Qualcuno comincia finalmente a rendersi conto di quanto sia falso il discorso dello “scontro di civiltà”, e di conseguenza di quanto sia ridicolo e fuorviante prosternarsi all’islam in funzione anti USraele o, come la Fallaci, viceversa, che finalmente si rende conto delle complicità poi non tanto sotterranee fra americanismo-sionismo e fondamentalismo islamico, discorso che la constatazione di Joe Fallisi che dietro l’invasione-immigrazione ci sono i disegni del potere plutocratico mondialista, viene pienamente a completare.

Rimettersi in gioco. Probabilmente non giungeremo nemmeno stavolta alla verità assoluta, ma certamente ci avvicineremo di più a una comprensione effettiva delle dinamiche del nostro tempo.

Fabio Calabrese

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Categorie: Approfondimento, Islam, Religione

Pubblicato da Fabio Calabrese il 22 Settembre 2014

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Fabio Calabrese

    La redazione di “Ereticamente” mi ha fatto pervenire un commento di HNS che ho menzionato in questo articolo, al quale rispondo, sebbene non mi consideri affatto debitore di una risposta. Questo nostro “amico” non ha capito che la sua opinione sull’islam non mi interessa per nulla, io lo ho nominato unicamente come esempio di persona che fa commenti senza il coraggio di firmarli col suo vero nome, dimostrazione di forza d’animo recentemente condivisa da “Lupo nella notte” e qualcun altro.
    Io penso che a ogni diritto debba corrispondere un dovere. Al diritto di esprimere la propria opinione corrisponde il dovere di non nascondersi dietro l’anonimato o uno pseudonimo, ma di presentarsi con nome e cognome, guardando i propri interlocutori negli occhi. Altrimenti, tacere non è proibito a nessuno.

  2. Non per amore di polemica, ma per amore di verità, chiedo venia anticipatamente a Calabrese,che spero vivamente non se ne abbia a male, ma non ha mai pensato di usare un pseudonimo, al posto del suo cognome? I motivi di questa mia esortazione sono facilmente intuibili in un sito come questo, infatti riesce difficile parlare di arianesimo e paganesimo con un cognome simile, che sa tantissimo di “terrone” di mafia e spaghetti.Capisco che sono dei stereotipi ma anche dei luoghi comuni, ma nella vita la forma è sostanza!Comunque esiste anche la possibilità di cambiare legalmente il cognome, rammento un siculo che portava il cognome di Troia, ed ebbe due figlie femmine, dopo la loro nascita aggiunse un no e trasformò il cognome Troia in Troiano. Per quanto riguarda Evola io penso che bisogna operare dei distinguo. Salverei un Evola degli anni trenta,con il suo impegno anti giudaico, ma butterei nella pattumiera l’impegno anticomunista del dopoguerra.Anche Evola firmava i suoi articoli con dei pseudonimi quali Arthos, Gherardo Maffei. Chiedo ancora scusa ai responsabili del blog e a Calabrese, non vi è intento offensivo e provocatorio, ma solo una replica a chi pretende la firma con i cognomi di chi interviene con i propri commenti. Una prerogativa del mondo della Tradizione è quella della impersonabilità del nostro agire, quindi un pseudonimo va benissimo!.

  3. MAURIZIO BAROZZI

    Alcune precisazioni a questo, per altro pregevole articolo di Fabio Calabrese nelle parti in cui mi cita.
    Dice Fabio che la difesa del mondo libero, rispetto al sovietismo, nell’ambiente non era solo di Evola, ma al tempo lo pensavano tutti.
    Non è esatto. Intanto ci furono molte componenti di reduci fascisti di sinistra, che pensavano esattamente l’opposto, e bisogna poi sapere, perché è documentato, che circa 34 mila reduci fascisti RSI, passarono con il PCI e molti andarono a formarne i quadri di partito e sindacali, perché ritenevano che la posizione conservatrice e reazionaria del Msi non consentiva di affermare i principi socialisti della RSI e soprattutto gli stessi volevano combattere ancora contro gli americani e contro la NATO.
    In questo “trapasso” ci fu all’opera il reduce della Decima Mas, Lando Dell’amico, che lavorò in proposito con Pajetta e Togliatti dal 1949 al 1952. Anche Graziani, al tempo presidente della FNCRSI, ebbe alcuni incontri con Pajetta alla libreria Rinascita e si era addivenuti ad un accordo per una cooperazione nelle lotte sociali e contro il patto atlantico tra la FNCRSI e il Pci. Ma poi il Pci non stette ai patti e tutto venne meno.
    Altri fascisti, pur non entrando nel PCI, restarono sempre fortemente antiamericani, e consideravano che i farabutti missisti che portavano a manifestare per Budapest o per Praga, ma MAI, si azzardavano a contestare la Nato o a manifestare per il Vietnam, erano loschi, come poi ben si è palesato.
    Il fatto è che noi in casa avevamo la Nato, e ogni fascista avrebbe dovuto sentire l’0bbligo morale di combatterla a prescindere dal comunismo.
    So bene che l’ambiente missista, amalgamato con quello qualunquista, con i residuati monarchici, con i clericali e le frange conservatrici, guidato da farabutti il cui unico scopo era quello della pappatoia elettorale e di servire Confindustria e Intelligence atlantiche, esprimeva il concetto di difesa del “mondo libero” come male minore. Ma non l’ho considerato, conoscendo per sua natura la superficialità di tale ambiente, malato di anticomunismo viscerale e incapace di elaborare progetti e analisi al di fuori della retorica e dei richiami sentimentali. Ho quindi indicato Evola come artefice di quella posizione, perché Evola gli ha conferito tutt’altro spessore, legando la sua indicazione di difesa del ”male minore” al concetto di “caduta” per cui dalle società aristocratiche, si è scesi a quelle borghesi, quindi al comunismo, ecc. Un enunciato a mio parere errato, ma sicuramente ben motivato.
    Non so da dove Fabio, ha mutuato il fatto, che io confondo la destra aristocratica con la destra moderna borghese. Probabile che il poco spazio per esprimersi non mi ha consentito di farmi ben capire, ma comunque, non è questo il mio pensiero, e in tal caso Fabio avrebbe ragione a riprendermi.
    Tutto qui

  4. Fabio Calabrese

    Ho già dato privatamente una risposta a Maurizio e ora la ripeto in estrema sintesi. Se ho dato l’impressione di pensare che egli confondesse la destra aristocratica evoliana con quella liberista e atlantista alla Berlusconi, sono io che mi sono spiegato male, gli ho fatto torto e me ne scuso. Sono altri che si sono serviti di ogni mezzuccio possibile per denigrare Evola. Ma la questione davvero importante non è prendere le distanze da chi, in una situazione molto diversa da quella attuale, era atlantista fino a un quarto di secolo fa, ma da chi continua a esserlo oggi.
    Al signor Maffei rispondo che escludo di ricorrere a uno pseudonimo, che mi sembra un nascondermi. Cambiare cognome, ammesso che fosse possibile, non lo farei mai per rispetto alla memoria di mio padre. Io sono nato a Trieste, e mia madre era toscana (sia il suo cognome che il nome del suo paese fanno pensare a un’ascendenza longobarda), ma mio padre era pugliese, un “terrone”. Durante gli anni 45-54, quando manifestare per l’italianità di Trieste significava rischiare la pelle, lui l’ha rischiata non so quante volte. Da lui ho imparato tante cose che non avrei mai potuto imparare dai libri, prima di tutto a mettere il bene comune al disopra dell’interesse personale, il rispetto di se stessi che deriva dall’onestà, la passione per la lotta politica intesa come servizio alla comunità. Certo, al sud ci sono la mafia e altre organizzazioni criminali (che grazie al Cielo non hanno mai avuto nulla a che fare con la mia famiglia), così come al nord sono nati i Felice Maniero e i Lutring, ma la gente per bene è pur sempre la maggioranza.

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