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Ecumene romana e dimensione platonico-realizzativa nell’esegesi arcana della Triade Arcaica Capitolina

Ecumene romana e dimensione platonico-realizzativa  nell’esegesi arcana della Triade Arcaica Capitolina

Per il convegno Da Augusto a Evola, Roma, sabato 13 Settembre,

organizzato dal Movimento Tradizionale Romano

“Ecumene romana e dimensione platonico-realizzativa nell’esegesi arcana della Triade Arcaica Capitolina”

di Luca Valentini

 

È necessario far rinascere la nostra razza,

perché la nostra razza è stata sovente confusa con una razza animale.

Noi non siamo degli animali.

E anche se avessimo il volto di pellirossa o di persiani o di polinesiani,

noi siamo Romani, perché abbiamo, prima di nascere, eletto di essere Romani.

Altrimenti non saremmo nati Romani.

E anche non parlo di Roma come città, ma dico Roma come realtà spirituale”[1]

 

Vi sono diverse modalità di approcciarsi e relazionarsi con la religiosità arcaica e con la Tradizione Romana in particolare, ma anche nell’esplicitare un’ermeneutica inerente la manifestazione numenica della Triade Capitolina. Generalmente si presentano tre visuali diversificate, quella religiosa e rituale, quella dell’ascesi filosofica e quella magico-teurgica. Tali visuali presentano delle specifiche diversità, ma in questa occasione cercheremo di evidenziare, nella prima parte del nostro intervento, una comunanza di base e di riferimenti oggettivi validi per tutti tali orientamenti, senza i quali alcuna legittimazione tradizionale può essere conferita ad ogni singola interpretazione. Come espresso nella citazione che abbiamo voluto inserire come incipit alla nostra relazione, la Romanità, secondo il nostro modesto intendimento, va intesa primariamente come una dimensione dello spirito, come un preciso stato ontologico, come un trascendimento, una sublimazione del dato etnico-naturalistico[2]. Non vanno sottaciute, in tale senso, le personalità imperiali di un Flavio Giuliano – che non era romano di nascita né vide mai la città di Roma -, oppure di  Marco Giulio Filippo, più noto come Filippo l’Arabo, per le sue origini non proprio indoeuropee, nonché la figura eroica di Stilicone, Magister Militum e Patrizio, nonostante la propria origine germanica, più romano dei romani di nascita, per la difesa che oppose ad Alarico, in nome di quell’Idea di Roma, come adesione a ciò che Evola ebbe a definire autentica Razza dello Spirito:”Universalità come conoscenza e universalità come azione: ecco le due basi di ogni epoca imperiale. La conoscenza è universale, quando giunge a darci il senso di cose, dinanzi alla cui grandezza e alla cui eternità tutto ciò che è pathos e tendenza degli uomini scompare: quando ci introduce nel primordiale, nel cosmico, ciò che nel campo dello spirito ha gli stessi caratteri di purità e di potenza degli oceani, dei deserti, dei ghiacciai”[3]. In tal guisa, è possibile comprendere come la Romanità possa esser stata definita – da Evola, da Reghini, da Filippani Ronconi[4] – un autentico Mistero, che le pur approfondite ed erudite ricerche storico-archeologiche non hanno la capacità di cogliere minimamente. Le connessioni della Città Eterna col substrato italico, col contiguo mondo etrusco, con la discendenza mitica troiana, con le migrazioni indoeuropee, come mirabilmente descritte dal saggio su Cibele di Alessandro Giuli[5] oppure negli studi di un Dumèzil, non colgono il senso profondo del patto dei Romani con gli Dei, perché prettamente di natura misterica, cioè di origine e condizione noetica, quale realizzazione di presenza spirituale “ordinata”. Non è assolutamente casuale, che lo stesso Giuli, sfatando il falso mito dell’assenza di una dimensione mistagogica nella religiosità romana, si riferisca, nell’ambito del culto metroarco in Giuliano ad una dottrina profondissima, di levatura iniziatica non devozionale, tramite cui solamente, nell’antichità come nell’ermetismo italico dei primi del ‘900, è stato possibile rimanifestare la Romanità nella sua essenzialità arcana:”Quel che a tutti è lecito dire è che presso l’equinozio primaverile, con il Sole in Ariete, gli ierofanti romani si preoccupano di trattenere entro il limite della giusta misura la spinta alla rigenerazione cosmica…fecondatore nel dominio della <<natura naturata>> e anagogico nel dominio della <<natura naturante>>…”[6]. Tale riferimento teurgico è afferente all’idea di Roma come Eternità e Ordine, indi come Ecumene Cosmica, come incarnazione terrena di una dimensione metafisica che non può essere inficiata dal divenire storico o ciclico, ma che permane, eternamente, come Fas uno e tripartito, senza limitazioni, sancita dalla predizione del Numen segreto della stessa Città:”His ego nec metas rerum nec tempora pono, imperium sine fine dedi”[7]. Tutto ciò ci conduce a definire magicamente l’idea di Fas, non solo come diritto divino, ma come volontà divina che si esplicita, nella sua a-cosmicità, tramite la classica ripartizione triadica, pitagorico-platonica, nella partizione macrocosmica, come sede delle divinità infra-cosmiche, in quella statuale, come dimensione del Diritto e della comune Res Publica, ed, infine, nella dimensione microcosmica, come perfetta analogia ermetica tra “ciò che è in altro e ciò che in basso”. E’ la perfetta armonia tra Ordine divino-cosmico, Ordine civile-sociale, Ordine personale-psichico[8], in cui la Pace degli Dei, la Giustizia nel Politico, il riconoscimento del Demone nel cittadino, possono realizzarsi simultaneamente con un processo di identificazione palingenetica, tramite un’opera di visione e di equilibrio, di anamnesi e di riconquista di un ordine primordiale smarrito. Pertanto, l’analogia tra  Cosmos – Antropos – Polis si configura come adesione, non solo ideale e vagamente emozionale, ma secca e priva di buoni intendimenti, perché autentica trasfigurazione metanoica, a quella dimensione noetica indicata da Platone ed incarnata nella storia dalla Romanità:“Esiste dunque nei cieli un modello per chiunque intenda vederlo e, vedutolo, fondarlo in sé stesso. Che siffatto esemplare esista o abbia mai a esistere in alcun luogo non importa, giacché questo è l’unico Stato di cui egli sia partecipe”[9]. L’identificazione con tale dimensione dello spirito è platonica e romana in un senso altamente filosofico, cioè non ancorato a modalità formali e fenomenologiche, ma potendola ritrovare, similmente ne La Citta del Sole di Tommaso Campanella, ne Lo Spaccio de la Bestia Trionfante di Giordano Bruno, ma anche ne Il Cocchio Trionfale dell’Antimonio di un Basilio Valentino. L’orizzonte magico-realizzativo dell’Ecumene Romana come dimensione dello spirito, come dimensione dell’Ordine, lo si evince ancor più maggiormente se si considerano le diverse varianti del mito di Fondazione dell’Urbe. A nostro parere, in tale ambito, è fondamentale consultare le opere più significative di due importanti studiosi del mondo romano, cioè Arcana Urbis di Marco Baistrocchi[10] e Il Nome Segreto di Roma di Giandomenico Casalino[11]. A differenza di come molti reputano, il Baistrocchi, sulla scia delle testimonianze di Plutarco, Macrobio e soprattutto Varrone[12] afferma che il primordiale Sulcus Primigenius non fosse stato affatto quadrangolare, ma circolare e come tale associazione sia in perfetta sintonia con riferimento archetipale e celeste, anche rispetto al modello della capanna arcaica greco-romana, al cui centro vi era un focolare rotondo. A tale centralità sferica, simbolo del Centro del Mondo in cui si manifesta, tramite l’axis mundi che è rappresentato tanto dal focolare di Vesta quanto dal Mundus e dal Pomerium (tutti a forma circolare), la presenza numenica nella sua triadica esplicitazione, cioè celeste, terrestre e infera[13], si affianca ad una progressiva sostituzione nel mito e nei riporti testimoniali della forma sferica con quella quadrata, soprattutto in ciò che è possibile leggere in Dionisio Alicarnasso e Cicerone. Il Baistrocchi, inoltre, ci fornisce alcuni elementi che potremo, di seguito, sviluppare in un’esegesi alchimica tramite lo studio citato del Casalino:”…sarà forse opportuno non passare sotto silenzio il fatto che il ternario è rappresentato geometricamente dal triangolo, ma anche assai spesso, sotto certi profili, dal cerchio, come il quaternario dal quadrato. Abbiamo anzi motivo di ritenere che il passaggio da un sistema all’altro si sia verificato a Roma in epoca assai antica…è possibile infatti che si sia potuto procedere a rettificare l’originario perimetro romuleo ed a tracciare, nuovamente, ma sempre sul Palatino, un solco quadrato”[14]. Tale mutamento polare non può che essere colto da una profonda analisi di natura magico-simbolica, l’accademia potendo certificare solo la consequenzialità degli eventi e dei riferimenti, non comprendendo il senso recondito ed altamente spirituale, il quale ci viene suggerito dal Casalino, tramite Kerenyi, secondo cui la sovrapposizione della Roma Circolare con quella Quadrata farebbe emergere la vera forma dell’Urbe, cioè quella di un Mandala, la cosiddetta ed ermetica “quadratura del cerchio”, in cui la dimensione celeste viene alchimicamente fissata nella sfera terrestre per trasmutarla e renderla ad immagine e somiglia del Mondo degli Dei:”…la piazza quadrangolare del Comitium (cioè la quadratura del mundus che è il fosso rotondo di Plutarco) con al centro il Mistero della Pietra (lapis niger) che occulta la divinità essenziale di Roma…”[15]. Da tutto ciò, si desume ancora una volta il significato dell’Urbis, che è anche Orbis, che è città che diviene Mondo, che è Omphalos che ridona l’Ordine Divino, è l’Impero, cioè il Mondo divinamente Ordinato, per cui i simboli di tale carattere è possibile rintracciarli nella giurisprudenza espressa nel Digesto di un Ulpiano[16], come nella preminenza augustea ed architettonica del marmo, come elemento di purezza, di lucentezza e di stabilità: la Romanità, quale dinamica ordinatrice e trasfigurante, espressa nel Foro, nelle moderne e fasciste costruzioni dell’EUR, lontana, come ben insegnava Evola[17], tanto dal pietismo cristiano quanto dalle forme acquatico-femminee di un nebuloso paganesimo, che non sa distinguere, selezionare, ma che tutto confonde, superficialmente, smarrendo il senso di diversità di Roma rispetto a tutto il resto. Ritorna, ancora una volta, l’idea ecumenica, come ordine razionale universale, che non concepisce il mondo come un’arena agonale tra dualismi, ma come cosmo che armonizza le differenze polari[18].

Da quanto esplicitato, emergono un paio di evidenze che riteniamo debbano essere necessariamente chiarite. La prima consiste nell’assoluta lontananza dell’idealità romana, concepita come dimensione spirituale, ma anche cosmico-istituzionale, dai vaghi, pretestuosi se non interessati riferimenti, ad essa stessa, fatti da tutta una certa vulgata risorgimentale e latomistica, che spesso attaccandosi alla mera formalità simbolica, non ha saputo cogliere l’essenzialità del Mito e dell’Idea, cioè la differenza ontologica tra ciò che ha rappresentato per più di un millennio un’eroica resistenza all’Età del Lupo e ciò che ha favorito l’ulteriore involuzione, mercantilistica e mondialista,  affermando una perfetta parodia di tale resistenza, come Ordine Mondiale invertito[19]. La seconda evidenza è l’estrema ESTRANEITA’ della visione del mondo e della religiosità romana rispetto alle religioni devozionali del Libro. Usiamo indicativamente il termine “estraneità” per distinguere un atteggiamento ecumenico e tollerante, come era proprio degli Antichi, da un atteggiamento settario che emula, sotto mentite spoglie, la setta galilea che da cui si ci vuole differenziare. Tale, reputiamo essere, una quaestio delicata ed importante. Nella rappresentazione filosofica e platonica esposta, anche in aderenza a quelli che sono i dettami della tradizione ermetica e di tutte le dottrine tradizionali, il Cosmo è concepito come un’Unità in cui si dispiega una molteplicità. La realtà assoluta è l’Essere; la nostra, invece, è l’illusione del divenire che deve necessariamente svolgersi con l’ausilio di due opponenti. Da un punto di vista cosmico tali opponenti sono appunto le polarità avverse che si collocano nell’ambito dimensionale della nostra coscienza e della manifestazione. Con ciò non si voglia dire che nell’universo non sussista uno scontro di forze: forze di positività e forze di negatività sarebbe più corretto dire. La valenza duplice e “relativa” dei concetti di polarità cercheremo di esprimerla anche con un’analisi simbolica inerente una divinità che dalle sue origini ancestrali, passando per le tradizioni egizie ed elleniche, fino a giungere alla dottrina ed alle eresie cristiane ha assunto significazioni al quanto differenti, che possono stupire i distratti osservatori, ma che un giusto e tradizionale disquisire può inquadrare correttamente: parliamo della figura di Seth-Tifone-Lucifero. Seth, la cui etimologia ebraica esprime primariamente la duplicità di significati come “fondamento”, ma anche “tumulto e rovina”[20], è ricordato notoriamente nel mito di Osiride, come fratello omicida dell’essenza solare. Nella tradizione ellenica tale essenza noumenica si identifica col titano Tifone e le sue valenze controiniziatiche sono evidenziate nell’Asino d’Oro di Apuleio, come elemento di destabilizzazione, di caduta, di motore invisibile della decadenza moderna, come la dottrina cristiana dipinge Lucifero, come princeps eius mundi! Ma proprio dall’etimologia di Lucifero,nome latino della divinità greca Fosforo o Eosforo (la torcia dell’aurora), cioè portatore di luce, divinità a cui è riferita la Stella del Mattino, quella che preannuncia l’alba, la vittoria della Luce sulle Tenebre, è possibile cogliere il senso del quarto principio ermetico, appunto della polarità, espresso nel Kybalion. Tutto ciò possiamo ricollegarlo alla dottrina delle Divinità Etnarche esposte da Flavio Claudio Giuliano, in cui l’Imperium, come fondamento platonico dell’idea di Autorità, rifugge da ottiche ristrette e parziali per affermare un modello di autocoscienza politica che è identificazione civica col Divino, che è identificazione ordinata col Cosmo, come specchio di luce che ogni degna comunità di popolo e di destino può rivolgere verso il proprio spirito vitale, come realizzazione analogica dello stesso.

E’ la via politico-sacrale che solarmente riordina il Cosmo in accordo pacifico con gli Dei, permettendo al cittadino di riannodarsi a quella originaria trama spirituale da cui solo illusoriamente si è e si sente separato. Tale è l’idea che rifulge nella vita, nelle opere, negli scritti di Giuliano Imperatore, che non definiremmo ultimo imperatore pagano, ma ultimo Imperatore, uomo che integralmente ha interpretato ed esplicitato la volontà divina, così in Alto quanto in basso. E’ l’autentica concezione imperiale, quella espressa da Giuliano, che fa assurgere Helios quale forza trascendente e metafisica a espressione dell’Ente che legittima e consacra l’Autorità dello Stato ed il suo ordinamento, in cui l’Imperator è incarnazione autentica del Sacro che informa e sublima il Politico: ”Infatti i nostri dicono che il demiurgo è comune padre e re di tutti, ma che le altre funzioni sono state da lui assegnate a Dei etnarchi dei popoli e a Dei protettori di città, ciascuno dei quali amministra la sua parte conformemente a se stesso”[21].Giuliano in tale ottica – lo rammentino agli anti-abramitici ottusi- aveva dato inizio anche ai lavori per la ricostruzione del Tempio di Salomone e similmente va ricordato la pronuncia dell’oracolo di Ecate, riportata da Porfirio[22], su Gesù che, nel rimarcare la superstizione dei cristiani, non si esime dal definire lo stesso come un Aner, cioè un uomo divino. Pertanto, la visione romana si caratterizza per la sua alta spiritualità, per la sua ecumenica e tollerante visione del mondo, che concepisce come uno e molteplice, lontana dal settarismo cristiano e dal suo omologo moderno, cioè quello massonico, esprimendosi in tutta la sua bellezza tramite le parole proverbiali di un Simmaco:“Guardiamo le medesime stelle, comune è il cielo, un medesimo universo ci racchiude: che importa con quale dottrina ciascuno ricerca la verità? Non si può giungere fino a così sublime segreto per mezzo di una sola via”[23]. E’ la realizzazione di ciò che è conforme al Divino, esclusivamente l’ordinato ed armonioso svolgersi della Natura[24]. A tal proposito, la Tradizione Romana ci offre un’illuminante quadro di quanto è stato fin qui enunciato, riferendoci precisamente alla locazione sull’isola Tiberina delle divinità di Vediovis ed Asclepio[25]. Il primo era il numen che sovrintendeva il disordine, la malattia, l’anormalità: rappresentava un “anti-Giove”, manifestando l’infrazione totale al vivere armonioso ed ordinato della Res Publica come Civitas Dei. A questa divinità ctonia, esiliata in un’isola, come a circoscriverne il suo raggio d’azione, i pontefici romani importarono ed affiancarono dall’Ellade il culto di Asclepio, romanizzato in Esculapio, figlio di Apollo e divinità patrona dell’Arte Taumaturgica, con il caduceo ermetico, simbolo della professione medica e delle forze contrastanti, delle quali bisogna ritrovare l’equilibrio, l’armonia:”Comprendi che il segreto del Cosmo è quello della Bilancia: nulla puoi togliere a un piatto senza che l’altro discenda, nulla puoi aggiungervi senza che l’altro salga al cielo”[26]. Si configura la comprensione del Sacro, nelle sue molteplici manifestazioni, la comprensione delle naturali differenze, ma non la giustificazione delle deviazioni o delle involuzioni cicliche. Volendo essere assolutamente banali, è il doveroso riconoscimento del primato della spiritualità indoeuropea nell’ambito della Tradizione Europea, senza però confondere Notre de Dame de Paris né con un tempio demonico né con l’Inquisizione (ma considerandolo ciò che è nella realtà, cioè un Tempio Alchimico, così come riportato da Fulcanelli), oppure senza confondere la profondità del Sufismo con le degenerazioni salafite dell’Islam moderno…Kremmerz definiva Roma “…occulta Urbe…del buon senso e della verità”[27].

Nell’ambito della tripartizione analogica ivi enunciata, al di là della dimensione civile-sociale – che non è inerente codesto studio e che il lettore potrà approfondire in autori come Platone, Evola, Dumèzil[28] e nel piccolo capolavoro di Franco Freda, “Platone, Lo Stato secondo Giustizia” delle Edizioni di Ar – è d’uopo considerare ciò che abbiamo denominato la dimensione platonico-realizzativa nell’ambito dell’esegesi arcana della Triade Arcaica Capitolina. Infatti, è possibile comprendere come esista, secondo la dottrina tradizionale, una diretta corrispondenza tra Ordine Divino e dimensione interiore, tra macrocosmo e i livelli di fisiologia occulta. In quelli che sono gli insegnamenti dell’Ars Magna ogni centro sottile è presieduto da un Nume, da un riferimento metallico, astrale e da una precisa aderenza ad una fase specifica dell’Opus Magicum, così come da un preciso indirizzo palingenetico. Se consideriamo l’uomo come un vaso alchimico, quindi organicamente unitario ed ermeticamente chiuso, è possibile constatare la sua tripartizione, in un centro motore, in un centro emozionale ed in un centro intellettivo, con l’aggiunta di un centro di pura irradiazione divina, che si pone al di là della realizzazione cosmica[29]. Al plesso motore, del basso ventre, potremo associare Quirino, il pacificatore, ma anche l’elemento Terra, la stagione dell’Inverno, la notte oscura e la prima fase al Nero dell’Arte. Il suo indirizzo trasmutatorio è, pertanto, configurabile nel primo dominio degli istinti e della materia minerale, cioè nella virtù platonica della Temperanza. Al plesso emozionale (detto anche plesso solare od ombellicale) potremo associare Marte[30] Gradivo, la legione armata ma disciplinata, l’elemento Acqua (purificato), le prime luci dell’alba, la stagione primaverile e la seconda fase al Bianco dell’Arte: l’aretè della Fortezza in esso testimonia la capacità di imbrigliare la foga guerriera dell’irrazionale, che è dimensione, appunto, emozionale, quindi lunare[31]. Al plesso intellettivo o mentale, al centro degli occhi, come terzo volto occulto di Giano si esplicita tutta la Potenza Numenica e Paterna di Juppiter. Come dominatore dei cieli, a lui sono associati l’elemento Aria, il Mezzogiorno, cioè la piena visibilità del Sole sensibile, la stagione dell’estate, con la celebrazione proprio il 13 Settembre della Triade Capitolina in Senato, e la terza fase al Giallo dell’Opera: la Giustizia, come virtù di riferimento, cioè il giusto ordine che necessariamente deve esserci tra detti elementi, circa l’identità tra polis e Cosmo, tra polis e cittadino:  la possibilità di porre armonia dentro di sé, di riconoscere il proprio essere, avvicinando sé  e la stessa comunità in cui si vive al mondo ordinato degli Dei. Qui si manifesta l’esegesi arcana della Triade Capitolina, quale realizzazione interiore di una pratica magica o taumaturgica, in cui si attua la neutralità della componente terrena, similmente all’armonia dei vasi comunicanti nella dottrina ermetico-alchimica, che permette di stabilizzare ciò che è profanamente inquieto, misto. Il Fas che abbiamo definito uno e triadico, però, necessita di un completamento iper-cosmico, in riferimento al plesso coronale, presieduto da Saturno, dall’elemento Fuoco, dall’autunno, stagione della raccolta e dei Saturnalia, dal Sole di Mezzanotte e dall’ultima fase al Rosso dell’Arte. La Sapienza, come conoscenza effettiva ed irradiante, è la realizzazione e la conquista dell’Eudaimonia. In tale quadro generalista, in quelle che sono state i cambiamenti circa ciò che si andrà a configurare come la Triade post-arcaica, Giunone sostituirà Quirino, Juppiter diverrà Giove Ottimo Massimo, inglobando in parte anche le funzioni di Saturno descritte. A Minerva, però, nell’ambito dello spazio sintetico di tale studio, è importante riservare alcune considerazioni particolareggiate. Se le precedenti sostituzioni non inficiano il quadro da noi esposto, Minerva non può essere considerata superficialmente la controparte femminile di Marte, in quel processo di coabotazione di cultualità primordiali, etrusche ed italiche. Minerva è l’essenza numenica del Pensiero Divino, che fuoriesce direttamente dalla testa di Giove, Logos ordinatore dell’universo, delle sue armoniose componenti. Ella nasce già adulta ed armata di tutto punto, è eterna ed è perpetuamente vergine perchè, come Apollo, è al di fuori della generazione, della corruzione, del circolo delle trasformazioni inerenti al mondo materiale, fuori dalla nascita e dalla morte:”Sola, Onnipotente ed Immutabile“[32]. In essa vi è la palingenesi teurgica che si attua nel rifiorire dell’Io Divino come potenza calorica che essicca l’umido radicale della brama, ripolarizzando magneticamente la bussola secondo la giusta direzione, che è silenziosa serenità, polare e solare stabilità, è l’attivazione del Mercurio Ignificato, dell’Argento Vivo, che ha sublimato le influenze corporali di Saturno e l’acquaticità inquieta e astrale della Luna, separando, magicamente ed ermeticamente, i vari corpi dell’essere umano, non annientandoli, ma gerarchicamente equilibrandoli verso l’Alto e verso il Centro:”Abbandonando perciò ogni composizione, divisione e ragionamento multiforme, elevandoci alla vita intellettuale e alla semplice intuizione, possiamo contemplare l’essenza intellegibile…Così potremo raggiungere l’Uno Supremo, da cui dipende l’unione di tutte le cose, per mezzo dello stesso uno, come la fioritura della nostra essenza, che acquistiamo infine quando, fuggendo la moltitudine, sorgiamo nella nostra unità stessa, diventiamo uno e agiamo di conseguenza“[33].

Tale è il sapere antico che supera il fideismo popolare delle religioni di massa, tale l’Arte che non conosce contrapposizioni, dicotomie, perché è la pratica medico-alchimistica della misura, del giusto dosaggio, del giusto rapporto tra gli elementi, tra uomini, demoni, eroi e Dei, della naturale complementarietà tra le due polarità dell’Universo:”…le materie sono distribuite in modo uniforme, ed avviene perciò che una cosa agisce più fortemente del dovuto o si distrugga; ma quando si trova la giusta misura, la materia si nobilita e si avvicina alla perfezione”[34]. E’ l’affermazione delle divinità bifronti, così comune nell’antichità: si pensi al Giano bifronte dei Romani o allo stesso Albero della Vita, che nella Tradizione simboleggia la Forza Universale, la Potenza-çakti, esprimendosi in modo ambivalente, essendo anche fonte di pericolo e di morte. In generale tutte le popolazioni di origine indoeuropea, e quindi anche i Romani ben sapevano che soltanto sublimandola col Rito tale potenza concedeva l’immortalità olimpica; chi commetteva, invece, l’errore di “affrontare” la Forza fuori del Rito correva il rischio di essere travolto da ciò che per lui era solo caotico ed oscuro, proprio per non aver invertito verso l’Alto la Forza stessa, per aver osato senza l’equilibrio psichico necessario. E’ questa essenza che ci permette di conoscere il nomen-numen di ciascuna cosa, la componente partecipativa del Tutto, la matrice comune di esso, la luce che non si vede: essa può essere colta non già dai sensi,  bensì in forma confusa dalla dialettica in un primo momento e dall’intuizione poi, ma la conoscenza effettiva di codesta luce, di codesta Forza è il dominio, il potere ed il segreto dell’Alta Magia:”…la giustizia più perfetta consiste nell’attività rivolta verso l’Intelligenza, la temperanza in una conversione interiore verso l’Intelligenza, il coraggio in una impassibilità che imita l’impassibilità naturale dell’Intelligenza, alla quale essa guarda”[35]. La questione, al dunque, si “riduce”, per così dire, ad una contrapposizione ideale tra le forze del Caos e il principio sublimante e ordinatore del Cosmo, quindi, a livello umano, tra una condizione di “ignoranza” ed una di “conoscenza” avviluppante coloro che si adoperano nella ricerca ed affermazione della Verità, una contrapposizione polare come la intendevano le civiltà antiche. Ecco perché “vero” per i Romani ha il significato di vittorioso, di realizzato, di ciò e di chi si ‘identifica’ esotericamente; al contrario di “fallito”, cioè caduto a seguito dell’irrituale contatto col Divino. Pertanto, il Romano ascolta, vede e sa e, per l’effetto, agisce nei termini in cui la legge è la natura ordinata secondo il volere degli Dei. La legge, dunque, si esplicita quale principio operativo della Giustizia Divina (la famosa Dea con la bilancia), elemento trascendente mediante cui si realizza il perfetto equilibrio tra gli opponenti esistenti nell’immanente:”Se le pratiche preliminari della concentrazione, del silenzio, del senso integrale del tuo corpo e della sua attività saranno state correttamente effettuate, se in Te saranno armonizzati gli elementi, allora potrai evocare del profondo del tuo essere la sensazione del tuo Corpo Perfetto”[36].

Infine, nell’ambito della pratica, come evidenziato, nel sito web EreticaMente.net, sia da noi, sia soprattutto da Roberto Incardona in una lunga e profonda intervista, è necessario ribadire l’importanza di una secca predisposizione magica al Sacro, che debba essere rituale ma non cerimoniale[37], non emozionale, che contempli primariamente la purità mentale. L’invito alla prudenza non è mai esagerato, specie ove dette precondizioni, vengono neglette con la massima superficialità, per mancanza di un’adeguata preparazione dottrinaria, ma soprattutto per un alto tasso di egocentrismo, che molte volte separa irrimediabilmente il praticante dalla realtà, dalla propria condizione ontologica, che, piaccia o non piaccia, è quella di uomini nati e cresciuti nell’Età Oscura…chi confonde i film, le favole con la realtà, prima o poi – gli Dei non vogliano, ma è già successo – ricade nelle tragiche eventualità, attinenti le porti inferiori del sottile e dell’animico, rispetto a cui il saggio Incardona ci ha messo in guardia.

 Su tale viatico, la Romanità offre gli esempi luminosi di Seneca e Marco Aurelio, di una pratica ascetica prima, misterica successivamente, che riafferma la centralità del non coinvolgimento nel vortice delle passioni e del desiderio-dolore, una senatoria fermezza d’animo nei confronti di ogni accadimento dell’esistenza umana: apàtheia e ataraxìa, ossia l’impassibilità e l’imperturbabilità, forgiando l’ideale stile di vita del Sapiente:

“Costantemente mantenersi presenti dentro la propria pelle, esercitarsi, avere una condotta particolare, disprezzare il facile comodo, disprezzare l’inutile lusso, essere uomini raffinati (non in senso ellenistico), ma essere uomini fermi. Mantenere la fedeltà della parola….”[38]

NOTE

[1] Pio Filippani Ronconi, relazione presso l’Ass. Fons Perennis di Roma, consultabile in vari siti web.

[2] Cicerone, Discorso durante la campagna elettorale della Gallia Citeriore:“Roma non è soltanto una entità geografica. Roma non è circoscritta da fiumi, monti o mari. Roma non è un fatto di razza, sangue o religione: Roma è un ideale. Roma è la più sublime personificazione della libertà e della legge mai realizzata dal genere umano da quando diecimila anni fa, i nostri antenati sono scesi da quei monti e hanno imparato a vivere in comunità obbedendo alla legge”.  Roma è un ideale.
Roma è la più sublime personificazione della libertà e della legge mai realizzata dal genere umano da quando, diecimila anni fa, i nostri antenati sono scesi da quei monti e hanno imparato a vivere in comunità obbedendo alla legge.”
Discorso di Marco Tullio Cicerone (106 a.C. – 43 a.C.) durante la campagna elettorale della Gallia Citeriore.
Roma è un ideale.
Roma è la più sublime personificazione della libertà e della legge mai realizzata dal genere umano da quando, diecimila anni fa, i nostri antenati sono scesi da quei monti e hanno imparato a vivere in comunità obbedendo alla legge.”
Discorso di Marco Tullio Cicerone (106 a.C. – 43 a.C.) durante la campagna elettorale della Gallia Citeriore.

[3] J. Evola, Universalità imperiale e particolarismo nazionalistico, in I testi de La Vita Italiana, primo tomo 1931 – 1938, Edizioni di Ar, Padova 2005, p. 97.

[4] Pio Filippani Ronconi, riferimento citato:”la origine dell’essere romano è veramente un mistero. Lì non è a dire <<i Romani sono una varietà delle culture create dai popoli arii>>, non basta questo. Perché di popoli arii l’Europa era piena. Quindi le ragioni cosiddette naturali. Però vi dico una cosa: la natura è la linea orizzontale, l’uomo è una linea verticale”.

[5] A. Giuli, Venne La Magna Madre, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2012,

[6] A. Giuli, op. cit., p. 135.

[7] Virgilio, Eneide, 1, 278.

[8] L.M.A. Religio Aeterna, vol. I, Edizioni Victrix, Forlì 2004, p. 257.

[9] Platone, Repubblica, 592b.

[10] M. Baistrocchi, Arcana Urbis, Libri del Graal, Roma 2009.

[11] G. Casalino, Il Nome Segreto di Roma, Edizioni Mediterranee, Roma 2003.

[12] M. Baistrocchi, op. cit., p. 140.

[13] A tal proposito, le invocazioni al triplice mondo nei Versi Aurei di Pitagora, dovrebbero far riflettere in merito.

[14] M. Baistrocchi, op. cit., p. 147.

[15] G. Casalino, op. cit., p. 69-70.

[16] Ulpiano, Digesto, 1.1.1.3 e 4 “…ius naturale est  quod  natura  omnia  animalia docuit”.

[17] Presentazione di Evola in H. F. K. Gùnther, Religiosità Indoeuropea, Edizioni di Ar, Padova 1980.

[18] Presentazione di Evola, op. cit., p. 12.

[19] Roma Renovata Resurgat, Il tradizionalismo romano e la parodia della tradizione religiosa romana, in Saturnia Regna n. 53, Edizioni Victrix, Forlì 2012, p. 65“…annoverare alcune personalità nella linea dell’imperialismo pagano, solo perché si sono rifatte genericamente a Roma, distinguendosi dalla tendenza cristiana predominante, è un’operazione molto dubbia. In tal modo si finisce per far risultare di queste personalità solo talune parti della loro opera, per passare in silenzio la parte restante, che, nella maggioranza dei casi, presenta diversi tratti dello spirito antitradizionale moderno. E’ questo il caso, ad esempio, di Machiavelli, Mazzini, Garibaldi…”.

[20] R. Guènon, Simboli della Scienza Sacra, p. 128, Edizioni Adelphi, Milano 1994.

[21] Flavio Claudio Giuliano, Discorsi contro i galilei, 115 D.

[22] Porfirio, Filosofia rivelata dagli Oracoli, Edizioni Bompiani, Milano 2011, XCVI.

[23]  Simmaco, Relatio III, De ara Victoriae, I, 10.

[24] Giamblico, op. cit., XXX, p.333:”Pitagora considerava particolarmente utile all’instaurazione della giustizia la fede nel potere degli Dei; ed è prendendo le mosse da questa che stabilì la costituzione e le leggi, la giustizia e il diritto”.

[25] M. Bizzarri, Tradizione e Misteri di Roma, p. 125 ss., Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2002.

[26] La via romana degli Dei, pubblicazione privata.

[27] G. Kremmerz, Dialoghi sull’Ermetismo, in La Scienza dei Magi, vol. III, Edizioni Mediterranee, Roma 2003, p. 66.

[28] Un’opera molto importante è Jupiter, Mars, Quirinus di G. Dumèzil, Edizioni Scientifiche Einaudi, Torino 1955, la tripartizione religiosa e civile nel mondo romano ed in quello indoeuropeo è dettagliamente descritta.

[29] Tali insegnamenti è possibile ritrovarli in Kremmerz (I Dialoghi sull’Ermetismo), in Evola (La Tradizione Ermetica), ma anche in Gurdjieff ed in molte opere alchimiche occidentali.

[30] Marte e non Ares, essendoci tra la divinità italica e quella greca una differenza sotto il profilo equilibrante o meno della componente furorica e guerriera: equilibrio presente in Marte, ma non in Ares. Anche la simbologia alchimica specifica tale differenza attribuendo al primo il segno del cerchio della forza elementare fissato e sovrastato da una croce ed al secondo lo stesso cerchio con una freccia verso l’esterno a testimoniare l’instabilità centrifuga della Forza espressa.

[31] E’ completamente fuoristrada chi accosta l’elemento marziale ad una dimensione solare, la quale avrà bisogna di ben altre purificazione, di ben altre sublimazioni per realizzarsi.

[32] G. Kremmerz, op. cit., p. 181:”…Giove che aveva generato Minerva. Giove se la procreò nel suo capo. Vulcano, quando Giove non potette più contenerla, con un colpo di scure gli aprì il cranio e la dea venne alla luce bella e armata di scudo e lancia. Dicono Minerva dea della intelligenza: ma no, Minerva è il pensiero armato, il pensiero energia e il pensiero non solo intelligente, ma volitivo, creatore, cosciente che si esteriorizza, individualizza, agisce, impera, domina. Concezione che dovette essere etrusca di origine. Posteriormente assimilata con Athena greca – coincidenza impropria, Minerva è idea viva e vivente in azione; l’arma è difesa e resistenza. Minerva dicta quod bene moneat – dice Festo. Quindi luce omniscente quando è in noi armata, quando si muove e esplode in Giove, luce divina, Monitum (il verbum caro) dei magi, partorita è sapienza in atto; l’idea realizzata. Minerva Medica ebbe tempio, ex voti, adoratori, guariva. Quando vi ho parlato della Myriam vi ho figurato Minerva Medica.”

[33] E. Cornelio Agrippa, De Occulta Philosophia, vol. II, p. 324, Edizioni Mediterranee, Roma 2004.

[34] Paracelso, Il Tesoro dei Tesori, p. 177, Brancato Editore, Catania 1991.

[35] Plotino, Enneadi, I, 2, 6.

[36] La via romana degli Dei, pubblicazione privata.

[37] EA, Sul sacro nella Tradizione Romana, Krur 1929, ora in Introduzione alla Magia, vol. III.

[38] Pio Filippani Ronconi, riferimento citato.

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Categorie: Tradizione, Tradizione Romana

Pubblicato da Luca Valentini il 25 Settembre 2014

Luca Valentini

Redazione di EreticaMente.net, cultore di filosofia antica, di dottrina ermetico-alchimica e di misteriosofia arcaica e mediterranea: collaboratore di riviste come Elixir, Vie della Tradizione, Atrium, Fenix Rivista, Il Cervo Bianco, Pietas, Il Primato Nazionale. Dirige le collane Arcana, rarità classiche ed ermetiche, ed Orfeo, narrativa e poetica esoterica, per la Casa Libraria Edit@ di Taranto. Partecipa a seminari di ricerca di livello nazionale ed europeo. Ha pubblicato testi inerenti l'Alchimia, l'Amor Sacro e di poetica ermetica.

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