fbpx

Una Ahnenerbe casalinga, settima parte

Una Ahnenerbe casalinga, settima parte

Come credo di avervi già spiegato, fra i diversi articoli “seriali” apparsi su “Ereticamente”, è probabile che quelli di Una Ahnenerbe casalinga siano quelli destinati ad avere maggiore continuità, infatti, sotto questo titolo ho deciso di comprendere i vari “pezzi” che affrontano il problema delle origini della nostra specie, e sempre sperando che il paragone con la vera  Ahnenerbe, quella creata dal Terzo Reich, non appaia eccessivamente ambizioso. In questa serie di articoli che di fatto a questo punto assume l’andamento di una rubrica, vedrò di aggiornarvi man mano delle novità scientifiche che emergono intorno alla questione delle origini.

Questa volta, vorrei cominciare col rimarcare un punto sul quale forse non mi sono finora espresso con sufficiente chiarezza. Come sappiamo, come vi ho evidenziato più volte, come ha ribadito anche recentemente la ricerca dello scienziato russo Anatole Klysov, la tesi dell’ “Out Of Africa”, dell’origine africana della nostra specie, è un falso, una bufala spacciata per teoria scientifica, inventata negli Stati Uniti per distruggere non il razzismo inteso come tendenza di una razza a imporsi sulle altre e a discriminarle, o la persecuzione di alcune persone in base alla loro appartenenza razziale, ma – il che è molto diverso – l’idea stessa che l’umanità sia suddivisa in razze. Sostenere che le razze non abbiano una reale esistenza, che gli Europei non siano altro che africani sbiancati col trascorrere dei millenni, non è una teoria scientifica, è la quintessenza dell’ideologia democratica, come dire falsità allo stato puro.

“E gli ominidi africani i cui resti sono emersi nei siti della Rift Valley?”, si chiederà qualcuno, “E Lucy, e il bambino di Taung e tutti gli altri, sono anch’essi dei falsi?”

E’ precisamente questo il punto che vorrei ora sviscerare con la massima chiarezza possibile. Può essere che non tutti abbiano bene a mente la scala dei tempi, e allora sarà il caso di ribadire che UNA questione è l’origine degli ominidi alcuni milioni di anni fa, UN’ALTRA COMPLETAMENTE DIVERSA è invece l’origine della nostra specie, homo sapiens alcune decine di migliaia di anni fa.

Occorre fare una premessa a tutto il discorso: quel che comunemente si intende per “evoluzione” non è la teoria di Darwin e rappresenta qualcosa che la scienza non ha mai avallato né potrebbe farlo, trattandosi di una concezione ibrida che mescola dati di fatto e giudizi di valore.

Nell’accezione comune, il concetto scientifico di evoluzione, cioè di trasformazione delle specie viventi nel tempo per effetto della selezione naturale, è arbitrariamente fuso con quello molto più ambiguo, non scientifico e non verificabile di progresso, inteso come sviluppo globalmente ascendente delle società umane, sebbene l’evoluzione riguardi un arco temporale che coinvolge l’intera storia della vita, mentre la nozione di progresso nasce da un’osservazione non scientifica e dalle speranze di alcune “anime belle” su di un segmento limitato di alcuni secoli su di una parte delle società umane. In compenso, in questa visione sono amputati aspetti importanti dell’evoluzionismo darwiniano, quali la lotta per la sopravvivenza, la selezione, la sopravvivenza dei più adatti, che rischierebbero invece di dare l’avallo scientifico a una Weltanschauung di tipo aristocratico.

Questa specie di pappa ideologica che ne risulta si accorda molto bene con il marxismo e anche in una certa misura con il cristianesimo, si veda ad esempio il lavoro di fusione fra l’evoluzionismo così inteso e il cristianesimo sviluppato dal gesuita Teilhard De Chardin, è totalmente contraria alla nostra visione del mondo, e da qui viene l’ovvio rifiuto dei nostri ambienti, rifiuto che spesso si estende anche al vero e mal compreso evoluzionismo scientifico, e al riguardo occorre stare molto attenti perché esso facilmente si trasforma in una sorta di boomerang, offre il destro a chi vuole presentarci come esponenti di un conservatorismo chiuso, al punto da rifiutare le più palesi asserzioni della scienza. Il che, se ci pensiamo, è il colmo dell’assurdità, perché semmai i cacciatori di nuvole, coloro che si alimentano di benintenzionate sciocchezze e di utopie sono loro, i “compagni”, i democratici marxisti e cristiani.

Premesso tutto ciò, e sapendo che i dati della biologia evoluzionista, quella vera, vanno presi in attenta considerazione, è noto che la documentazione fossile presenta un problema: noi riscontriamo per un lungo arco di tempo fossili di una determinata specie, che sono poi sostituiti da quelli della specie successiva che rimane stabile per tempi lunghissimi prima di essere sostituita da un’altra ancora, ma non troviamo praticamente mai forme di transizione fra una specie e l’altra, o segni di evoluzione di una specie verso la forma successiva. Si è spesso parlato di evoluzione punteggiata o evoluzione a scatti.

Per risolvere il dilemma, è stata proposta quella che è stata chiamata teoria della speciazione allopatrica. In pratica, una specie affermata e diffusa, occuperà un areale piuttosto vasto e produrrà una serie di varietà locali adattate a delle nicchie marginali. Potrà succedere che un cambiamento ambientale, ad esempio climatico, favorisca quella che prima era una popolazione marginale adattata a quelle che prima erano delle circostanze locali, che finirà per re-invadere l’areale centrale a scapito della popolazione fin allora dominante e diventare di fatto la nuova specie.

Quello che si vedrà nella documentazione fossile sarà uno scarto improvviso dalla vecchia forma alla nuova senza gradi intermedi, perché essi saranno avvenuti in un’area periferica, e il processo di fossilizzazione è statisticamente raro, e tocca solo a una frazione molto piccola degli organismi vissuti.

Il punto è proprio questo, le nuove specie si formerebbero in aree diverse da quelle in cui hanno avuto origine le specie madri, e quindi se partiamo dal presupposto che le leggi che hanno condizionato il divenire della nostra specie siano le stesse che valgono in tutto il regno animale e l’insieme dei viventi, proprio i ritrovamenti dei resti di ominidi come la famosa Lucy, costituiscono un forte argomento contro l’ipotesi dell’origine africana. Se è in Africa che si è verificato il passaggio dalla scimmia all’ominide, questo rende non più probabile, ma maggiormente improbabile che negli stessi luoghi si siano verificati i successivi passaggi dall’ominide all’uomo e da homo erectus a homo sapiens.

Noi abbiamo visto, e si è presentata l’occasione di rimarcarlo diverse volte, che quella che chiamiamo “scienza”, che nelle democrazie occidentali passa per scienza, non è affatto una ricostruzione oggettiva della realtà basata sui dati di fatto, ma una costruzione ideologica e, diciamolo pure, propagandistica che non è interessata alla conoscenza, ma a diffondere nel popolo opinioni conformi alla legittimazione delle classi dominanti al potere.

L’ipotesi dell’origine africana (non credo proprio che la si possa considerare una teoria, e “ipotesi” è probabilmente il termine più gentile e meno dileggiatorio che si possa usare) ne è forse l’esempio più chiaro anche se certamente non il solo, essa infatti come sappiamo, e per ammissione di coloro stessi che l’hanno formulata, non si basa su alcuna prova ma risponde allo scopo ideologico di distruggere il concetto di razza.

Se le cose stanno in questi termini, sarà allora il caso di dare la parola a ricercatori indipendenti al di fuori dei circuiti accademici della cultura ufficiale, che meglio sapranno illuminarci sulle nostre origini.Silvano-252520Lorenzoni

A questo riguardo, io credo che vada citato innanzi tutto l’imponente lavoro che ha svolto Silvano Lorenzoni, e poi i significativi apporti di Felice Vinci e di Gianfranco Drioli. [Per coloro che fossero interessati ad approfondire l’argomento, ricordo che tutti i testi di Silvano Lorenzoni sono reperibili presso le edizioni Primordia di Milano].

Per quanto riguarda Silvano Lorenzoni, si può fare riferimento a tre opere: Involuzione, il selvaggio come decaduto, I continenti perduti, la luna e le cesure epocali e la più recente, Il mondo aurorale. Come è facile capire fin dal titolo del primo dei testi citati, il nostro è un “involuzionista”, cioè sostiene, almeno relativamente alla specie umana, che la sua storia non rappresenta un’evoluzione, uno sviluppo ascendente, ma uno sviluppo discendente, potremmo dire una catabasi, almeno all’interno di ciascuno dei cicli che la scandiscono, al termine di ciascuno dei quali si verifica quella che egli chiama una cesura epocale. Lungi dall’essere dei primitivi, i selvaggi sono dei decaduti, popolazioni relitto di cicli precedenti.

Vorrei far notare che questa concezione “involuzionista” è certamente in contrasto con il concetto comune di evoluzione intesa come sviluppo ascendente, le “magnifiche sorti, e progressive” e via dicendo, con tutto ciò di cui i nostri progressisti si riempiono la bocca, ma non necessariamente con il pensiero di Darwin né con le effettive risultanze scientifiche. Gioverà infatti ricordare che a differenza della maggior parte dei nostri avventati contemporanei, l’autore de L’origine delle specie dava alla parola “evoluzione” semplicemente il senso di trasformazione delle specie nel tempo, senza applicarvi un giudizio di valore “ascendente” o “discendente” che fosse, e amava inquietare i suoi interlocutori che interpretavano la sua teoria in senso “progressista” con esempi di “sviluppo discendente” quali la rudimentalizzazione, la perdita di organi e di funzioni autonome di un parassita, anch’essa evolutiva nel senso in cui egli l’intendeva, ossia adattiva ed effetto della selezione naturale.

ilselvaggio[1]Oso dire un’eresia (ma d’altra parte siamo su “Ereticamente”): la teoria di Lorenzoni non è incompatibile con le risultanze scientifiche, mentre invece lo è la favoletta dell’origine africana.

Il nostro fa notare che questa catabasi di decadenza che attraversa ciascun ciclo è una discesa anche dal punto di vista fisico-geografico. La direzione dell’irradiazione della specie umana è esattamente il contrario di quella presupposta dall’ “Out of Africa”, cioè non sud-nord, ma nord-sud, e trova la sua origine in una remota patria artica resa inabitabile da un cataclisma climatico che ha reso l’Artide il deserto ghiacciato che conosciamo oggi. A riprova di ciò c’è perlomeno il fatto incontestabile che le popolazioni più primitive, cioè secondo il nostro più decadute non soltanto in termini culturali, ma anche fisici-antropologici, si trovano regolarmente nelle estreme propaggini meridionali delle terre abitabili: Khoisanidi in Africa, Tasmaniani in Oceania, Fuegini nelle Americhe.

La questione dell’origine della nostra specie si interseca con un’altra più recente e ristretta della quale ci siamo già ampiamente occupati, quella dell’origine degli Indoeuropei, se si parte dal presupposto che gli Indoeuropei non fossero che un ramo dei discendenti di una civiltà primordiale da cui sarebbero discese le popolazioni di ceppo caucasico e con ogni probabilità l’umanità attuale o almeno gran parte di essa o la maggioranza dei suoi antenati. Se cerchiamo di localizzare geograficamente questa civiltà ancestrale, questo “paradiso perduto” il cui mito (o il cui ricordo trasformato in mito) si trova nella letteratura e nelle tradizioni di popoli di tutto il mondo, le stesse tradizioni ci indicheranno unanimemente la direzione del lontano nord.

Su questa tematica le osservazioni di Lorenzoni si saldano in maniera davvero mirabile (anche perché i due ricercatori non si conoscono e non mi risulta che fra loro sia avvenuto alcuno scambio di idee, è proprio un convergere verso una verità comune partendo da approcci diversi) con quelle riportate da Felice Vinci in Omero nel Baltico. Il clima del nostro pianeta, come sappiamo, è soggetto a periodiche fluttuazioni. Vi sono ere glaciali e periodi interglaciali durante i quali la temperatura si innalza a livelli dai quali oggi, nonostante l’effetto serra e il riscaldamento globale, siamo ancora ben lontani: le nostre latitudini sono invase da una fauna e da una flora tropicali, mentre un clima temperato si estende fino all’estremo nord e le coltri glaciali spariscono.omerobaltico08pd_bxjuu

Da allora e fino circa all’8000 avanti Cristo, diecimila anni fa, una civiltà primordiale si sarebbe sviluppata nella regione artica allora libera dai ghiacci e con un clima temperato. Circa dieci millenni or sono, l’optimum climatico avrebbe iniziato a declinare, e gli antenati degli Indoeuropei, fra cui quelli degli Achei si sarebbero spostati nelle parti più meridionali della Scandinavia e della Finlandia e nel Baltico, per poi migrare anche da lì attorno al 2000 avanti Cristo in conseguenza di un ulteriore irrigidimento climatico.

Io non ho la competenza per pronunciarmi sulla tesi centrale della teoria di Vinci, che è stata aspramente contestata da Ernesto Roli, altro studioso degno della massima credibilità, ossia che il Baltico e non il Mediterraneo sarebbe stato il teatro della guerra di Troia e delle vicende di Ulisse raccontate da Omero, ma è altamente probabile che gli Achei fondatori della civiltà micenea e poi di quella ellenica, così come gli altri popoli indoeuropei siano giunti nell’Europa mediterranea provenendo da nord.

Gianfranco Drioli è un nome meno noto di quelli di Silvano Lorenzoni e di Felice Vinci, è un intellettuale triestino autore di un libro bello e documentato sulla Ahnenerbe, quella vera, l’associazione nazionalsocialista che si occupava dello studio dell’eredità degli antenati (questo è il significato della parola in tedesco), che è stato pubblicato dalle Edizioni Thule. Ad essa e al suo scopo mi sono ispirato e spero di non aver fatto un lavoro troppo indegno.

Recentemente Drioli mi ha dato in visione un suo testo ancora inedito e in una stesura non ancora definitiva: Iperborea: ricerca senza fine della Patria perduta. Poiché si tratta di un testo ancora inedito e che forse non ha nemmeno raggiunto la sua forma definitiva, mi asterrò dall’entrare nei dettagli della trattazione, tuttavia vi devo dire che per me ha rappresentato una vera sorpresa, perché il suo discorso si salda ammirevolmente a quelli di Lorenzoni e di Vinci e li completa. L’idea di una remota patria perduta o forzatamente abbandonata a causa di un cataclisma climatico si ritrova nei miti greci, nei Veda indiani, nell’Avesta iranica, nelle tradizioni di svariati popoli, e tutti sono concordi nell’indicare la localizzazione nordica di questa antica patria. Il nome di essa, Iperborea, in greco significa letteralmente “oltre – o sopra – il nord”, il che è come dire l’estremo nord, la regione artica.

ahnenerbeLe ricerche di questi tre studiosi puntano in maniera convergente in una direzione che, è ben visibile, è esattamente opposta a quella della presunta origine africana, e non è nemmeno detto che siano i soli, perché le voci dissidenti non hanno né la presunzione di autorevolezza né i mezzi di diffusione del sistema cattedratico e mediatico che, per proprio conto rimane dogmaticamente arroccato sulle proprie posizioni e rifiuta a priori tutte le novità che potrebbero metterlo in crisi.

Eppure anche qui le crepe cominciano a essere visibili. In apertura dell’articolo ho fatto un accenno alle ricerche del genetista russo Anatole Klysov che smentiscono la tesi dell’origine africana degli Europei attuali. Ne abbiamo parlato con la dovuta ampiezza la scorsa volta: il DNA non mostra alcuna traccia di questa presunta derivazione dall’Africa.

Nello stesso articolo della rivista “Atlantean Gardens” che riporta notizia delle ricerche di Klysov, si parla del sequenziamento del DNA di un uomo di Cro Magnon i cui resti risalgono a circa 28.000 anni fa: è risultato sostanzialmente identico a quello degli Europei di oggi, senza alcuna traccia della presunta origine africana. Possiamo risalire indietro nel tempo di una trentina d migliaia di anni (sei volte, per essere chiari, il tempo che separa noi stessi dall’invenzione della scrittura e dall’inizio delle prime civiltà conosciute). Non c’è niente da fare, gli Europei rimangono Europei senza la minima traccia di “africanità”.

La “scienza” ufficiale rimane chiusa in un’ortodossia dogmatica, funzionale non alla ricerca della conoscenza ma alla preservazione del potere sedicente democratico. Ma ogni ortodossia dogmatica genera i Copernico, i Giordano Bruno, i Galileo pronti a sfidarla.

Fabio Calabrese

Print Friendly, PDF & Email
Categorie: Ahnenerbe

Pubblicato da Fabio Calabrese il 15 Agosto 2014

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Primula Nera

    Vi è una sorta di razzismo inverso, nel voler ritenere i neri come una razza pura, originaria dall’inizio dei tempi, mentre gli europei come una loro versione degradata, dei neri che si sono sbiancati (!), per via del clima freddo…che già a dirla così si ha la consapevolezza di quanto assurda sia tale tesi.
    Interessante sarebbe anche un’analisi di come anche il cinema di massa hollywoodiano, contribuisca a livello subliminale ad incoraggiare questa (e altre…) visione dogmatica delle cose . Ricordo un filmetto catastrofismo come”2012″, nel quale tutti i continenti venivano sommersi, tranne l’Africa, dove arrivarono i pochi sopravvissuti, per un nuovo inizio,e la sagoma dell’Africa che compare alla fine sembrava suggerire dove tutto è cominciato…

  2. Primula Nera

    “Filmetto catastrofista…”,”compariva alla fine”,….problemi con il tablet…

  3. Fabio Calabrese

    Questo razzismo anti-bianco è in realtà ricorrente nella sinagoga mediatica hollywoodiana. Basta pensare ad esempio a “Matrix” dove appunto tutti gli umani “originari”, nati al di fuori della matrice sono neri.
    I bianchi sono invece perlopiù “derivati” e “degenerati”.

  4. Michele Ruzzai

    Complimenti a Fabio per l’articolo e la fulminea “ripartenza” con questi ultimi ed interessanti scritti dopo i recenti problemi di salute.
    Nel merito di quanto sopra, il fatto è che proprio l’opposto di ciò che suggerisce la teoria “Out of Africa” pare sia avvenuto: l’aspetto razziale “europoide” sembra in qualche essere “basale” e molto diffuso nel mondo, mentre invece i “negroidi” classici sono una razza tutto sommato molto recente. Al massmo sono stati anticipati da popolazioni “pigmoidi”, quelle sì piuttosto antiche e rappresentanti un primo allontanamento dal nucleo umano centrale, come anche rilevato da Lorenzoni nel suo interessantissimo “Il selvaggio”. Proprio questo aspetto sarà trattato nel mio prossimo articolo per Ereticamente.
    Per quanto riguarda il libro di Drioli, spero di riuscire ad averlo quanto prima, anche perchè bisogna dire che il tema delle origini nordiche gode di una letteratura così scarsa (al contrario, ad esempio, di quella, sterminata, dedicata ad Atlantide), che ogni contributo in tal senso è veramente un patrimonio inestimabile.
    Fabio: prossimamente ci piacerebbe fare in sede un incontro con Gianfranco proprio per presentare e commentare il suo libro, contando ovviamente anche sulla tua imprescindibile presenza.
    Un caro saluto.

Lascia un commento

g. casalino

c. bene

J. Thiriart

m.houellbecq

g. colli