Ex Oriente lux, ma sarà poi vero?, undicesima parte

Ex Oriente lux, ma sarà poi vero?, undicesima parte

Nelle parti precedenti di questa trattazione, abbiamo visto che la leggenda della “luce da oriente”, ossia della provenienza orientale e in particolare mediorientale della civiltà, è complessivamente infondata, sebbene sia questa la storia (nel senso di favola, non di descrizione veritiera degli eventi del passato) che ci viene ancora oggi raccontata da tutti i libri di storia, dalle elementari all’università: il Nilo e la Mezzaluna fertile, Egizi, Sumeri, Assiri e Babilonesi, eccetera, eccetera.

Al contrario, abbiamo visto che l’Europa antica e preistorica presenta, per quanto indietro possiamo risalire nel tempo, i segni di una civiltà elevata, al punto da autorizzare il sospetto che la nostra civiltà non sia nata nel Medio Oriente per poi traslocare da questo lato del Mediterraneo, ma abbia sempre avuto in Europa la sua sede, nonché la sua origine.

Nella nostra analisi abbiamo preso in considerazione la civiltà ellenica, Roma, il mondo celtico e pre-celtico con le tuttora per certi versi enigmatiche anche se imponenti tracce lasciate dalla cultura megalitica, poi nella decima parte ci siamo spostati (il “noi”, ricordatevi sempre, non è un plurale maiestatis, ma vuole avere il significato di una ricerca condotta assieme su realtà perlopiù ignorate dalla storia ufficiale, di cui scopro sempre nuove sfaccettature man mano che le espongo qui per rendervene edotti) sul mondo germanico solitamente ignorato, anzi spesso identificato con la “barbarie” per antonomasia.

Noi abbiamo visto che sul suolo tedesco si riscontrano le tracce di una cultura megalitica analoghe e per nulla inferiori a quelle che contraddistinguono le Isole Britanniche, ma occorre precisare che “germanico” è un concetto che non coincide affatto con quello di “tedesco”.

Il fatto che in italiano la grande nazione di lingua tedesca si chiami appunto “Germania” può generare confusione, ma il fatto è che nell’insieme del mondo germanico, oltre alle nazioni di lingua tedesca (Germania, Austria, gran parte della Svizzera) rientrano anche l’Olanda, l’area fiamminga del Belgio, l’Inghilterra e la Scandinavia.

Proprio la Scandinavia ci ha lasciato testimonianze notevolissime della sua cultura dell’Età del Bronzo. Al riguardo devo essere sincero: io penso di essere in realtà lontano da quella vastità culturale che alcuni come il nostro Michele Ruzzai, bontà loro, mi attribuiscono, e probabilmente non mi sarei soffermato sull’Età del Bronzo nordica se Felice Vinci e il suo libro Omero nel Baltico non avessero attirato su di essa la mia attenzione.thorfisch[1]

Noi sappiamo che gli Achei, fondatori della civiltà micenea, giunsero nella penisola ellenica da settentrione, erano un popolo indoeuropeo e perciò la loro più remota origine va posta nell’antica patria, nell’Urheimat indoeuropea posta verosimilmente da qualche parte nell’Eurasia settentrionale.

Vinci non soltanto identifica questa Urheimat con la Scandinavia dell’Età del Bronzo, ma ritiene che i poemi omerici abbiano tramandato fino a noi l’eco di vicende svoltesi allora, solo in un momento successivo, attraverso una trasposizione dei nomi geografici, ri-ambientate nel mondo mediterraneo dove gli Achei e altri popoli di provenienza nordica si sarebbero definitivamente stanziati.

La tesi di Vinci è decisamente avversata da Ernesto Roli, uno studioso alla cui opinione non possiamo non dare peso, anche considerando che è stato amico e il più stretto collaboratore di Adriano Romualdi. Secondo Roli, le vicende narrate nell’Iliade andrebbero identificate con l’epopea degli Ittiti, popolo indoeuropeo insediatosi nell’Asia Minore il cui ruolo storico è stato a lungo misconosciuto.

Non è necessario prendere posizione per l’una o l’altra di queste due tesi ciascuna delle quali ha validi elementi a proprio sostegno. E’ piuttosto importante evidenziare invece ciò che esse hanno in comune al di là del dibattito dai toni anche vivaci che si è acceso fra i due ricercatori.

In via preliminare, si può osservare che entrambi respingono l’identificazione della Troia omerica con il sito scoperto da Schliemann nell’angolo nord-occidentale della penisola anatolica non distante dallo stretto dei Dardanelli, identificazione che ormai è diventata canonica, la “verità ufficiale” sulla città di Ettore e Priamo.

Come è noto, quello individuato dal grande archeologo romantico non è che uno di una dozzina di insediamenti sovrapposti nessuno dei quali in realtà si presta a essere identificato in maniera convincente con la Troia omerica.

A parte ciò che le vanghe e i picconi degli archeologi hanno fatto emergere, la morfologia dei luoghi non coincide con quella minuziosamente descritta da Omero.

In secondo luogo, ciò che accomuna i due studiosi è l’accentuazione posta sul mondo europeo-indoeuropeo in contrapposizione a quello mediorientale-semitico, che li pone entrambi sulla stessa linea interpretativa che io ho sviluppato in queste pagine, della rivalutazione delle nostre radici (indo)europee in contrapposizione allo “strabismo mediorientale” imposto alla nostra cultura dalla diffusione della bibbia.

A questo riguardo, è forse opportuno rimarcare che lo stesso Roli, sebbene ponga le vicende omeriche in Asia minore, è ben lontano dal cadere nello “strabismo mediorientale” sopra definito. Seguendo in questo una suggestione di Adriano Romualdi che aveva una vera predilezione per questo popolo a lungo dimenticato, egli concepisce la cultura ittita come una sorta di antemurale indoeuropeo posto dalle migrazioni proprio in faccia al mondo mediorientale-semitico-mesopotamico.

Un terzo elemento forse più vago, più difficile da definire, che probabilmente accomuna Vinci e Roli anche ad altri ricercatori e che tuttavia non può essere ignorato, è la sottolineatura dell’importanza del passato al limite dei nostri orizzonti storici, delle radici remote e tuttavia profonde in faccia a una “cultura” che sembra sempre più supinamente accettare la condizione dell’uomo moderno come essere sradicato e privo di memoria storica, e per conseguenza sempre più vittima dell’imbonimento mediatico, odierno barbaro reso tale non dalla mancanza di informazioni, ma dall’incapacità di assimilarle e vagliarle criticamente.

A prescindere comunque dalla questione se l’Età del Bronzo nordica-scandinava debba o meno essere identificata con l’originario archetipo del mondo omerico, bisogna ammettere che Felice Vinci con grande competenza ce ne restituisce con grande competenza un’immagine estremamente vivida che ci aiuta a comprendere sempre meglio come il livello di civiltà dell’antico mondo nordico e germanico, dell’Europa antica nel suo complesso, sia stato di gran lunga più elevato di quanto siamo soliti supporre.

E’ inutile girarci attorno, anzi è bene rimarcarlo una volta di più: qui non stiamo parlando solo di millenni remoti, il discorso è politico, e si può citare un fatto recente che lo mette in tutta evidenza: l’anno scorso un documentario programmato dalla televisione svedese sull’Età del Bronzo nordica, è stato cancellato dalla programmazione dietro insistenza della comunità islamica che l’ha ritenuto offensivo.

E’ noto che purtroppo oggi gli immigrati (ma “invasori” sarebbe un termine senz’altro più appropriato) islamici si sono riversati in gran numero nei Paesi scandinavi per approfittare parassitariamente dello stato sociale realizzato da questi civilissimi popoli.

E’ quel che si chiama giocare d’anticipo, non si sa mai che gli Scandinavi, gli Europei in genere riscoprano l’orgoglio delle proprie origini e della propria identità e decidano una volta per tutte di liberarsi ributtandoli a mare e rispedendoli da dove sono venuti, di questi parassiti che ci infestano riversandosi su di noi dalle cloache del pianeta.

Ma torniamo al testo di Vinci che illustra questa sconosciuta civiltà nordica dell’Età del Bronzo (sia essa o meno il reale scenario delle vicende cantate da Omero). Bisogna cominciare dalle ultime pagine della quinta edizione, dagli aggiornamenti che sono andati ad aggiungersi alla trattazione preesistente. Qui troviamo un’autentica sorpresa, uno stralcio dal volume L’Europa della preistoria di Colin Renfrew, dove si parla della “rivoluzione del radiocarbonio”. In poche parole, questa tecnica di datazione avrebbe rivoluzionato le idee correnti sulla preistoria e la remota antichità.

Ciò che probabilmente rende eccezionale questo scritto, è che il noto archeologo britannico Colin Renfrew è (o è stato) uno dei più convinti sostenitori dell’ipotesi del nostratico, dell’origine mediorientale degli indoeuropei, della “luce da oriente” e questo brano ha tutto il sapore di una ritrattazione.

Per coloro che non sono esperti, sarà bene ricordare che il radiocarbonio o carbonio 14 è un isotopo radioattivo del carbonio. Esso è presente nell’atmosfera in proporzioni fisse rispetto al carbonio normale. Quando un organismo (animale o vegetale) muore cessano gli scambi gassosi con l’esterno. Mentre il carbonio normale rimane invariato, quello radioattivo decade secondo tempio di dimezzamento costanti e precisi, e costituisce quindi un ottimo “calendario” per datare la materia organica. Ora, confessa Renfrew, le ricerche condotte con esso sconfessano del tutto la tesi della “luce da oriente”:

“Molti di noi erano convinti che le piramidi d’Egitto fossero i più antichi monumenti del mondo costruiti in pietra, e che i primi templi fossero stati innalzati dall’uomo nel Vicino Oriente, nella fertile regione mesopotamica. Si riteneva anche che là, nella culla delle più antiche civiltà, fosse stata inventata la metallurgia e che, successivamente, le tecnologie per la lavorazione del rame e del bronzo, dell’architettura monumentale e di altre ancora, fossero state acquisite dalle popolazioni più arretrate delle aree circostanti, per poi diffondersi a gran parte dell’Europa e del resto del mondo antico (…)

Fu quindi un’enorme sorpresa quando ci si rese conto che tutta questa costruzione era errata. Le tombe a camera megalitiche dell’Europa occidentale sono ora considerate più antiche delle piramidi e sono questi, in effetti, i più antichi monumenti in pietra del mondo, sì che una loro origine nella regione mediterranea orientale è ormai improponibile (…) Sembra, inoltre, che in Inghilterra Stonehenge fosse completata e la ricca età del Bronzo locale fosse ben attestata, prima che in Grecia avesse inizio la civiltà micenea (…) Le nuove datazioni ci rivelano quanto abbiamo sottovalutato questi creativi “barbari” dell’Europa preistorica, i quali in realtà innalzavano monumenti in pietra, fondevano il rame, creavano osservatori solari, e facevano altre cose ingegnose senza alcun aiuto dal Mediterraneo orientale.

Pertanto i collegamenti cronologici tradizionali si spezzano e le innovazioni del Mediterraneo orientale che si supponeva portate in Europa per diffusione, si trovavano ora ad essere presenti in Europa prima che in Oriente. Crolla così l’intero sistema diffusionista e con esso cadono i presupposti che hanno retto per quasi un secolo l’archeologia preistorica.

In particolare, nel soffermarsi sulle conseguenze della datazione al radiocarbonio corretta con la dendrocronologia (cioè la calibrazione con gli anelli annuali degli alberi), il Renfrew afferma che “Si verifica tutta una serie di rovesciamenti allarmanti nelle relazioni cronologiche. Le tombe megalitiche dell’Europa occidentale diventano ora più antiche delle piramidi (…) e, in Inghilterra, la struttura definitiva di Stonehenge, che si riteneva fosse stata ispirata da maestranze micenee, fu completata molto prima dell’inizio della civiltà micenea”.

In sintesi, conclude il professore, “Quell’intero edificio costruito con cura, comincia a crollare, e le linee di base dei principali manuali di storia devono essere cambiate”.

Debacle schiacciante, quindi, della leggenda della luce da oriente, su tutta la linea.

Seguiamo però ora Vinci nel racconto di quel che ha da dirci l’archeologia sulla civiltà nordica dell’Età del Bronzo.

“Proprio nell’area circostante l’Orrdalsklint sono state rinvenute tracce antichissime della presenza umana, databili addirittura al 6000 a. C. (e accuratamente ricostruite sul posto)…Forse meno suggestivo ma altrettanto importante, è la constatazione che nel territorio di Aland si riscontrano tracce specifiche dell’epoca che ci interessa : in particolare in un’altura nel nord dell’isola è stato individuato un sito fortificato (“Fornborgen”) risalente all’età del bronzo, su un lato del quale sono tuttora visibili i resti di antiche mura formate da grosse pietre sovrapposte” (pag. 224).

“L’archeologia ci attesta la grande fioritura dell’età del bronzo nel nord dell’Europa, in particolare in Scandinavia e in Danimarca; ma pensiamo anche alle splendide spade ritrovate nell’area di Salo, non lontano da Toija, ora esposte al Museo Nazionale di Helsinki (…) In tale periodo questa civiltà aiutata dall’accrescersi del commercio, si sviluppò fino ad un’altezza mirabile, la quale supera indiscutibilmente per i suoi prodotti, per la nobiltà della forma e il gusto dell’ornamentazione degli oggetti bronzei, la corrispondente civiltà del bronzo della Germania meridionale e occidentale, e attesta l’alto tenore di vita dei suoi rappresentanti. Si costruisce un’industria stabile e altamente progredita della fusione del bronzo. In particolare è da sottolineare il fatto che l’arte della fusione raggiunse una perfezione tale che solo le più squisite opere della civiltà egeo-micenea possono reggere al confronto.

E con questo materiale i popoli di allora riuscivano a fare cose straordinarie: la ricchezza delle forme degli oggetti di bronzo germanici era stupefacente: c’erano spade preziose, ornamenti pregiati, dischi cultuali incrostati d’oro, fermagli, fibule, elmi, scudi, collari e persino completi nécessaires con rasoi e attrezzi per la cura di unghie e orecchie. Già millecinquecentoanni prima dell’arrivo dei Romani, nelle terre del nord vi erano condizioni di vita e di civiltà tali da poter essere paragonate soltanto alla civiltà greca dello stesso periodo. Chiunque abbia visitato le sale del Museo Nazionale di Copenaghen dedicato all’età del bronzo non potrà che condividere tale affermazione. (pag. 242 -243).

[L’archeologia] nordica ha da tempo rilevato singolarissime correlazioni tra le manifestazioni dell’età del bronzo in Scandinavia e le coeve civiltà mediterranee. Ci riferiamo in particolare ad uno straordinario monumento funerario ritrovato nei pressi di Kivik (Svezia meridionale): si tratta di un imponente tumulo di pietre di forma circolare, del diametro di ben 75 metri denominato “Bredadror”, contenente un sarcofago, lungo circa 4 metri, costituito di lastre di pietra squadrate su cui sono incise figure sia umane sia di animali od oggetti stilizzati come asce o ruote: il tutto si presenta a suggestivi accostamenti con analoghi reperti dell’area sia egea sia del Vicino Oriente. Sull’argomento fa testo un recente studio del prof. Klavs Randsborg, Kivik Archaeology and Iconography: esso inizia con la storia del ritrovamento, a partire dal XVIII secolo e la descrizione dei reperti (capp. 1-5); seguono i parallelismi nel contesto nordico-scandinavo (capp. 6-9) e, infine si analizzano in dettaglio le figure graffite sulle lastre della tomba (cap. 10), accostandole tra l’altro alle immagini del sarcofago cretese di Hagia Triada (cap. 11) e alle stele delle tombe di Micene (Appendice).

Emergono insomma tra questo grande tumulo svedese e le opere dell’età del bronzo egea analogie sconcertanti, che già in passato avevano colpito gli studiosi, al punto da indurre uno studioso dell’Ottocento ad attribuire la costruzione della tomba addirittura ai Fenici. Va notato che il Randsborg procede in questi accostamenti con grande cautela, dopo aver avvertito che “Other allusions are left to the reader”, (“altre allusioni vengono lasciate al lettore”). Ciò è ben comprensibile: le affinità tra un fenomeno macroscopico come la tomba di Kivik e le coeve civiltà mediterranee appaiono affatto inspiegabili, a meno di ammettere un radicale cambiamento di prospettiva (…).

Notiamo che graffiti rupestri, sul genere di quelli incisi sulle lastre della tomba di Kivik, sono tipici di tutta l’età del bronzo nordica. Essi sono incentrati su tre principali soggetti di interesse: navi e navigli, agricoltura e bestiame, armi e combattimenti singoli”.

Insomma, a volerli considerare per ciò che realmente dicono, i dati dell’archeologia sono chiarissimi: dovunque volgiamo gli occhi nel nostro continente, compresa l’area germanica e nordica, quelle tradizionalmente considerate “barbariche”, scorgiamo invece i segni di una civiltà antichissima e per nulla debitrice a influenze mediorientali.

Torniamo un attimo al libro di Colin Renfrew da cui è tratto il brano citato da Felice Vinci e che io ho a mia volta riportato: si tratta di un testo del 1979, 35 anni fa. Da allora vi sarebbe dovuto essere tutto il tempo per riscrivere i libri di storia e raccontare le più antiche fasi della civiltà umana sulla base delle nuove evidenze emerse con l’introduzione della datazione al radiocarbonio. D’altronde, si ricorderà, se avete letto le parti precedenti di questa trattazione, che la scoperta delle tavolette di Tartaria che attestano la priorità europea nella scoperta della scrittura, è ancora più antica, risale al 1962, è vecchia di oltre mezzo secolo e anch’essa non ha lasciato traccia, e i testi di storia continuano ad ammannire, dai bambini delle elementari agli studenti universitari, le solite favole mediorientali che sappiamo essere completamente false.

E’ ovvio che se la nostra cultura fosse basata su di un reale e oggettivo interesse per la conoscenza, le cose dovrebbero stare ben altrimenti, e i dati forniti dalla “rivoluzione del radiocarbonio” come del resto tutte le scoperte che abbiamo visto in questa serie di articoli, dovrebbero essere da tempo a disposizione del grosso pubblico invece di essere nascoste sotto il tappeto come finora è avvenuto.

Il problema non è archeologico, è politico: il potere che controlla tanto l’ordinamento scolastico dei Paesi “occidentali” quanto il sistema mediatico, non vuole o teme che gli Europei possano riscoprire l’antichità e la grandezza della loro civiltà, e che ritrovino l’orgoglio per opporsi al destino di sparizione a cui, tramite la denatalità indotta, l’immigrazione e il meticciato, hanno deciso di condannarci.

Fabio Calabrese

 
 

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Categorie: Archeostoria, ex oriente

Pubblicato da Fabio Calabrese il 12 Agosto 2014

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Ernesto Roli

    Condivido in pieno questa impostazione di Fabio Calabrese sulla questione oramai da anni contestata di “Ex oriente lux”. Non è certo storicamente vera tale affermazione e Calabrese ha evidenziato molto bene come in realtà sia vero semmai il contrario : “Luce dal settentrione”. Ma ciò non è stato ancora acquisito dalla cultura europea, troppo pedissequa a seguire vecchie suggestioni. Di Calabrese condivido inoltre l’equilibrio con il quale espone queste sue considerazioni evitando contrapposizioni tra me e Vinci. Mi permetto comunque di segnalare a Calabrese un aggiornamento che l’archeologia italiana e scandinava ha operato in questi ultimissimi anni circa il tumulo di Kivik situato nella Svezia meridionale. Su questo tumulo infatti non conviene più insistere sul suo carattere di “mistero”, utilizzabile per qualsiasi impostazione. Allego uno scritto di una nota studiosa di etruscologia: Barbara Lucrezia Paganelli.

    Micene sulle coste del Baltico.

    “Il Grande tumulo sepolcrale di Kivik in Svezia, costituisce una significativa testimonianza della presenza di un’ideologia religiosa affine a quella micenea anche sulle coste del Baltico. Una serie di lastre provenienti dal tumulo raffigurano simboli connessi con il sole, il prestigio eroico e il viaggio oltremondano. Vi è anche raffigurato un carro da corsa simile a quelli descritti da Omero, forse utilizzato nei giochi che si tenevano in occasione delle cerimonie funebri. L’aspetto maggiormente degno di attenzione è la rappresentazione di due processioni femminili. Una sembra una scena di compianto, l’altra pare riprodurre una scena di sacrificio ed assomiglia in modo stupefacente ad una raffigurazione presente in un sarcofago minoico, il famoso sarcofago di Agia Triada, datato al 1400 a.C. La sepoltura di Kivik risale probabilmente alla prima età del bronzo scandinava (XIV secolo a.C.), in quel periodo i Micenei dominavano l’egeo e avevano fatte proprie molte ideologie religiose di origine cretese, e di esse diventarono gli intermediari diffondendole nel resto d’Europa, sopratutto nelle regioni con cui intrattenevano rapporti commerciali come il Baltico per l’ambra, e la Cornovaglia e l’Italia per i metalli. Di recente le lastre di Kivik sono state interpretate da Klaus Randsborg che vi ha letto un complesso simbolismo riferibile ai tre mondi noti nella cosmologia sciamanica, quello di sopra, di mezzo e di sotto, che la figura dello sciamano ha il potere di connettere tra di loro.”

    Ciò significa che le due aree, quella nord europea e quella mediterranea, essendo in fin dei conti di origine comune, dialogavano fra loro molto di più dei quel che si pensava.

    Mi permetto inoltre di segnalare a Calabrese, a perfezionamento del suo bagaglio culturale, per quanto riguarda l’Età del Bronzo Scandinava e le Incisioni Rupestri della Svezia Meridionale, l’importante saggio di A. Romualdi sugli studi di F. Altheim, dal titolo “F. Altheim e le origini di Roma”, contenente la tesi della similitudine fra le incisioni rupestri della Scandinavia e quelle della Valcamonica ed inoltre tra la lingua latina e le iscrizioni camune, con il conseguente collegamento linguistico con i popoli germanici. Il saggio è stato pubblicato sul periodico “Civiltà” (anno I, N. 2, sett.- ott. 1973).

    F. Altheim e di conseguenza A. Romualdi certe verità le conoscevano in tempi non sospetti.

    Grazie per il piacevole saggio e complimenti a Fabio Calabrese.

  2. Ernesto Roli

    Chiedo scusa a Fabio Calabrese, ma ho dimenticato il titolo del libro della Paganelli, che è: “Le origini della religione etrusca”.

    E. R.

  3. Fabio Calabrese

    Posso solo ringraziare il professor Roli, oltre che per le parole di stima, per la competenza e la passione che mette nel suo lavoro.
    Fabio Calabrese

  4. Sabine Steinmeyer

    Ho avuto occasione di leggere l’undicesima parte dello studio che il prof. Fabio Calabrese ha dedicato all’argomento: “Ex oriente lux, ma sarà poi vero?”. Sinceramente da modesto appassionato di antiche civiltà non posso che trovarmi d’accordo con il professore per l’impostazione culturale, storica ed ideologica data all’argomento. La nostra Europa ha forse più dato che ricevuto. Detto questo però vorrei soffermarmi su un punto. Nel riportare stralci dell’opera dello studioso inglese Colin Renfrew, il prof. Calabrese afferma testualmente: “Ciò che probabilmente rende eccezionale questo scritto, è che il noto archeologo britannico Colin Renfrew è (o è stato)uno dei più convinti sostenitori dell’ipotesi del nostratico, dell’origine mediorientale degli indoeuropei, della luce da oriente e questo brano ha tutto il sapore di una ritrattazione.” Mi permetto di far notare al prof. Calabrese che in realtà lui non ha ritrattato affatto la tesi dell’origine orientale degli indoeuropei a favore della “Rivoluzione radiocarbonica dell’Europa”. Casomai, se di “ritrattazione” si deve parlare, è proprio quella della “Rivoluzione radiocarbonica dell’Europa”, cioè della sua maggiore antichità rispetto alle civiltà mediterranee. In effetti i suoi studi sulla rivoluzione radiocarbonica, sono precedenti (“Before Civilisation, the Radiocarbon Revolution and Prehistoric Europe”, Londra, 1973) a quelli sull’origine anatolica degli Indoeuropei (“Archaeology and Language: The puzzle of Indo – European Origins”, Londra, 1987). A questo punto bisogna chiedersi : se gli Indoeuropei vengono in seguito alla rivoluzione neolitica dall’Anatolia in Europa nel corso del VII e VI millennio, chi sono gli Europei del Renfrew, cioè quelli della rivoluzione radiocarbonica? Preindoeuropei, oppure Indoeuropei neolitici che sono penetrati pacificamente in Europa? La risposta non è facile darla. Bisognerebbe chiederla a lui. Il fatto è che il Renfrew è stato un ottimo studioso inglese, ma alquanto contraddittorio. Utilizzarlo oggi come oggi, significa cadere nelle sue stesse contraddizioni o dare adito a pericolosi equivoci .
    Comunque ripeto lo spirito dato all’argomento è più che condivisibile.

    Stelutis alpinis

  5. Stefano

    Condivido in pieno

  6. Michele Ruzzai

    Dopo aver letto il bell’articolo di Fabio Calabrese e le interessanti integrazioni del prof. Roli, mi permetto di esprimere – sottolineo, da semplice appassionato “non specialista” dell’argomento – un paio di considerazioni a seguito delle opportune puntualizzazioni del sig. Steinmeyer e soprattutto della domanda finale posta in relazione ai lavori di Renfrew. Lo studioso inglese ha avuto, a mio modesto parere, quanto meno il merito di proporre una datazione sensibilmente più alta per le origini indoeuropee di quanto ad esempio veniva proposto nella teoria “kurganica “ di età più o meno calcolitica della Gimbutas. Tale ipotesi di retrodatazione ha provocato una certa eco in quest’ambito di ricerca ma, da quanto ho avuto modo di leggere, anche altri studiosi (Kuhn, Georgiev, Durante, Sera, ecc…) avevano in precedenza proposto per le origini indoeuropee profondità temporali anche più elevate di quelle neolitiche, arrivando fino a diversi livelli del Paleolitico Superiore (Maddaleniano, ma anche prima). Più di recente Mario Alinei ha formulato la “Teoria della continuità” che arriva a porre addirittura in connessione l’arrivo delle lingue indoeuropee con il primo popolamento europeo da parte di Homo Sapiens. Io ovviamente non ho la minima competenza per stabilire quale di queste teorie sia la più fondata; rilevo solamente che, sul versante delle ricerche genetiche, sempre più sta emergendo che le nostre radici profonde hanno in larga parte origini paleolitiche, mentre sembrerebbero progressivamente ridimensionarsi le stime iniziali che enfatizzavano l’apporto neolitico da parte dei contadini di probabile origine anatolica. Ne deriverebbe, quindi, un quadro della diffusione agricola che parrebbe situare in secondo piano l’evento immigratorio rispetto all’ipotesi alternativa, cioè quella di un’acculturazione dei gruppi mesolitici locali ed autoctoni. Sotto questa luce, di conseguenza, se un certo movimento immigratorio vi è stato, mi sembra più probabile che questo abbia portato linguaggi né indoeuropei, né pre-indoeuropei, ma piuttosto an-indoeuropei (cioè non indoeuropei, ma non necessariamente precedenti alla nostra famiglia linguistica), su un fondo già indoeuropeo da millenni e che li avrebbe più o meno “assorbiti” con il tempo.
    Infine, non legherei necessariamente il concetto di “nostratico” alle sole formulazioni di “medio-orientali” di Renfrew; la scuola “macro-comparatista” sta proponendo delle analisi che mi sembrano piuttosto interessanti e, a mio parere, possono essere interpretare anche in un quadro nettamente più “boreale” (altre, recentissime, analisi genetiche sembrerebbero confermarlo) di quello della odierna ricerca accademica.
    Un cordiale saluto

  7. Fabio Calabrese

    Come sempre, le riflessioni di Michele Ruzzai si fanno notare per senso dell’equilibrio e saggezza.

  8. Ernesto Roli

    Ho seguìto con molto interesse il dibattito scaturito all’ottimo studio di Fabio Calabrese “Ex oriente Lux”, comprese le precisazioni di Stelutis Alpinis e di Michele Ruzzai. Personalmente concordo con Ruzzai sul fatto di non legare il concetto di “nostratico” alle teorie neolitiche ed anatoliche del Renfrew, bensì di collocare la patria originaria dei nostri linguaggi indoeuropei in una zona più boreale, cioè nord europea. La mia idea in proposito è che bisogna risalire almeno sino al Mesolitico (8000 – 10000, forse anche più) tanto per mantenermi cauto e moderato. Tuttavia ciò non mi impedisce di accogliere eventuali datazioni, provate, di maggiore antichità (es. Paleolitico Superiore). L’apertura al nuovo è doverosa per uno studioso. Comunque una volta eliminato lo scoglio orientale, si può accogliere molto bene il pensiero del Renfrew (Rivoluzione Radiocarbonica) circa l’antichità dell’Europa rispetto il mondo Mediterraneo, ma fatta la dovuta precisazione che si tratta di un’Europa indoeuropea e non di un’Europa “qualsiasi”, fatto che sembra aver dato adito alle preoccupazioni del sig. Stelutis Alpinis. Inoltre che la Rivoluzione Radiocarbonica in realtà risale agli anni sessanta.
    Questo civile dibattito porta sempre un arricchimento culturale a tutti i partecipanti.
    Un vivo ringraziamento a Calabrese, a Ruzzai e agli altri.

    Ernesto Roli

  9. Michele Ruzzai

    Anche da parte mia un sincero ringraziamento all’amico Fabio Calabrese, al prof. Roli ed agli altri partecipanti al dibattito per lo stimolante scambio che, tramite EreticaMente e la sua instancabile Redazione, è stato avviato attorno a queste tematiche (e che spero proseguirà in futuro).
    Buona serata

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