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Ereticamente intervista Roberto Incardona

Ereticamente intervista Roberto Incardona

A cura di Luca Valentini

 

  1. Nel panorama attuale, Lei, tra i fondatori del <Movimento Tradizionalista Romano>, e studioso della tradizione italico-romana è, pertanto, tra gli esponenti più importanti della “Via romana agli Dei”. Vuol indicarci le prospettive attuali e future di un tale riferimento spirituale ed esistenziale?

Innanzitutto alcune brevi precisazioni.

Come correttamente Lei ricordava, mi sono trovato ad essere, nel lontano 1988, tra i fondatori del <Movimento Tradizionalista Romano>, insieme al compianto Salvatore Ruta ed al prof. Renato Del Ponte.

Da tale <Movimento>, e da tutto ciò che ne è poi conseguito o ancora ne rappresenta, a vario titolo, la <continuità>, ho preso le distanze già nel 2007.

Richiamo questi dati senza alcuna intenzione polemica o di <sconfessione> di un percorso intrapreso consapevolmente e convintamente.

Ma, oggi, quell’esperienza, almeno per ciò che personalmente mi riguarda, è definitivamente conclusa.

Che io, poi, possa essere considerato uno degli <<esponenti più importanti della ”Via romana agli Dei”>>, temo sia frutto di un Suo personale e benevolo giudizio, ma purtroppo, non per colpa a Lei addebitabile, non corrisponde esattamente al percorso di approfondimento e di ricerca che conduco attualmente.

Fatte queste necessarie premesse, tenterò di rispondere alla domanda che Lei mi poneva.

Quando venne fondato il <MTR>, si trattò in realtà dell’esigenza di coordinare ed orientare, verso obiettivi culturali e <<religiosi>> comuni, delle realtà che già negli anni precedenti agivano ed <<operavano>>, anche ritualmente, lungo quella che appunto, con un’espressione suggestiva, veniva indicata come la <Via romana agli Dei>.

Una delle finalità contingenti che si poneva il <Movimento Tradizionalista Romano>, era quella di radicarsi come un solido e sicuro punto di riferimento, soprattutto culturale, per quanti, allora non tantissimi, volgevano i loro sguardi verso il mito di Roma e manifestavano interesse verso forme di spiritualità <pre-cristiane> o <non-cristiane>.

Si riteneva, così, di poter fornire anche eventuali indicazioni <<rituali>> per una corretta pratica della pietas, sfrondandola da tutte le possibili ricostruzioni arbitrarie e personali che, già allora, erano circolanti e diffuse.

Un tale ambizioso ed impegnativo progetto non ha prodotto, però, nessuno dei suoi esiti sperati.

Tant’è che oggi assistiamo all’incontenibile proliferare, specie sulla cosiddetta <<rete>>, di circoli, gruppi ed associazioni che si professano <romani> e sulla cui reale intenzione (culturale, politica, religiosa, archeologica, “esoterica”?) è perfino difficile pronunciarsi.

È evidente che nessuno può pretendere di possedere il “monopolio” su tutto ciò che riguarda l’antico modo della romanità e dei suoi aspetti sacrali, ma è pur vero che anche nella buona fede che anima talune di queste iniziative non è difficile cogliere una preoccupante carenza dottrinaria, che le espone al rischio di risolversi in patetiche parodie pseudo-tradizionali.

Quando non in cose ancor più preoccupanti.

Pertanto, non posso nascondere le mie riserve verso il diffondersi di quella che considero una tendenza alla banalizzazione della Tradizione di Roma, indipendentemente dalle singole individualità che se ne fanno promotrici o che ad esse si ricollegano.

 

  1. Nella sua recente pubblicazione per le Edizioni Tipheret, De religionibus. Norme, prescrizioni e tempi del culto romano, ha evidenziato come essenziale sia per il praticante, un corretto approccio al Sacro, per il quale una purificazione non solo corporale si rende indispensabile. Può chiarirci meglio questo nodo essenziale?

Nel capitoletto sulla <purezza>, contenuto nel mio scritto da Lei richiamato, avevo raccolto alcune antiche prescrizioni rituali che ammonivano di accostarsi agli Dei debitamente purificati nel corpo ma, ancora più, nell’anima.

Infatti, secondo quanto riportato in un’iscrizione posta all’ingresso del tempio di Asklepio, ad Epidauro, <<purezza>> equivale ad <<avere pensieri pii>>.9788864960616[1]

Questo ammonimento, però, non và inteso in un senso banalmente morale, ma trasposto su di un piano più profondo.

Detto altrimenti, si tratta di svuotare la nostra mente ed il nostro animo da tutto ciò che ci <distrae> e ci allontana dal sacro, o che <lega> la nostra coscienza al corpo: desideri, passioni, timori e anche aspettative ed illusioni.

E <purezza> vuol dire anche coltivare corrette dottrine sugli Dei, liberando la nostra mente da tutte le false opinioni e dall’ignoranza che la ottenebra.

Pertanto una autentica <katharsis> deve presupporre un sistema elaborato di regole e prescrizioni (ivi comprese le norme di igiene personale e quelle che riguardano un opportuno regime alimentare), che dovrà essere osservato ininterrottamente per tutta la vita, in modo da potere eventualmente condurci a quella che gli Orfici chiamavano <katharos bios>, cioè una <vita pura>.

 

  1. Rimanendo sul tema della retta pratica, ricordando il pericolo paventato da Piero Fenili su Politica Romana circa la formazione di larve psichiche a seguito di certe ritualità pagane, ma anche l’utilizzo da parte di compiante personalità storiche del tradizionalismo romano come Salvatore Ruta e Gianfranco Barbera di una sorta di ascesi ausiliaria, spesso associata alle tecniche descritte in Ur o alle meditazioni di uno Scaligero, ritiene sia necessario – anche non dimenticando diversi casi di dissociazione psichica avvenuti in un certo neopaganesimo ultramoderno – un percorso di rettificazione e di centramento animico e sottile, che accompagni la pratica culturale gentilizia?

La risposta a questa domanda, quanto mai delicata e complessa, ci costringe ad affrontare una serie di questioni preliminari.

Sarebbe interessante capire innanzitutto a cosa Lei si riferisce esattamente con l’espressione <retta pratica>.

Ci sembra di capire, da quello che segue, che Lei abbia in vista non solo le forme di cultualità religiosa (la pietas e la religio), ma anche una <ritualità> che dovrebbe esser propria di una sfera, per cosi dire <esoterica> o <iniziatica>.

Qui si aprono problematiche che non possiamo pretendere di affrontare in questa sede, perché richiederebbero spazi ben più vasti.

Possiamo, e dobbiamo, però, fare almeno qualche cenno ad una delle questioni che reputiamo essenziale, anche se quanto diremo potrebbe non riuscire gradito a taluni.

Prima ancora da mettere in guardia, giustamente, dai pericoli che potrebbero derivare da una non corretta esecuzione di <riti> (sia di ordine esoterico che di altra natura) dovrebbe seriamente essere affrontato il problema della <provenienza> di tali rituali e, soprattutto, la verifica di una loro effettiva <trasmissione> tradizionale.

Infatti, come ci viene ricordato autorevolmente da René Guénon, non basta documentarsi, possedere o conoscere attraverso una semplice ricerca sui testi antichi, le modalità di esecuzione di un rito qualsiasi, affinché questo produca il suo effetto.

Affinché un rito <agisca>, esso và debitamente <animato>, ovvero in esso deve essere presente una <influenza spirituale>, di origine <non-umana>, che permetta la effettiva comunicazione tra il piano umano e quello divino, anche nel caso si tratti di riti <religiosi>.

Se cosi non è, a nulla possono condurre le <rette intenzioni> dei celebranti o dei praticanti, perché si tratta di un ordine di realtà posto al di là della sfera della sentimentalità individuale.

Ciò detto, non si debbono altresì ritenere esagerati o vani gli avvertimenti alla prudenza, perché, anche se non si stabiliscono contatti con le sfere superiori, nessuno può esser certo che non socchiudano, inconsapevolmente, le porte alle realtà inferiori del mondo sottile e animico.

E taluni casi, di cui siamo personalmente a conoscenza, lascerebbero pensare che talvolta sia accaduta proprio quest’ultima, tragica, eventualità.

 

  1. In una società tradizionale sono Autorità, Ordine, Giustizia e Gerarchia, i principi che governano il Cielo luminoso, i movimenti dei Pianeti e degli Astri, mediante Amor che muove il Sole e le altre stelle, come insegna Dante. L’uomo, Stato in piccolo, deve essere governato, illuminato, dalla Mente, dall’Intelletto che è il Sole dell’uomo ed è la sfera dell’ordine giuridico – religioso che forma, cioè dà la forma all’ordine politico che è l’insieme organico degli uomini, tanto i vivi quanto i morti, aventi il medesimo Destino, cioè un mandato sacro chi proviene dal Divino e che quegli uomini devono riconoscere ed attuare, come Ordine degli Dei.

È possibile, in tale ottica, una dinamica d’azione non solo in senso religioso, ma anche politica?

Non ritengo di svelare alcun mistero se ricordo di avere personalmente svolto, per lunghi anni della mia esistenza, un intenso impegno politico “militante” nelle fila delle organizzazioni politiche della destra radicale degli anni ’70.

Ancora negli anni ’90 e sino alla prima metà del duemila, ho fatto parte del <Fronte Nazionale> guidato da Adriano Tilgher, all’interno del quale, insieme ad altri, abbiamo cercato, invano, di aggregare una componente di orientamento “tradizionale”.

Chiarito così, in via preliminare, che chi parla non nutre alcun preconcetto nei confronti dell’agire politico, devo rispondere negativamente circa l’eventuale <<dinamica d’azione in senso politico>> a cui Lei si riferisce.

Non si tratta soltanto dell’esito negativo delle nostre personali esperienze politiche, che assolutamente non rinneghiamo.

Si tratta delle condizioni cicliche complessive che riguardano l’intera umanità ad essersi ulteriormente deteriorate e, a nostro personale giudizio, non consentire più alcuna ingenua illusione di ritorno alle “origini” e, tantomeno, all’<Ordine>.

La società occidentale, e quella italiana con essa, è irreversibilmente proiettata verso una sempre più rapida dissoluzione, i cui effetti, soprattutto “interiori”, sono, del resto, sotto gli occhi di tutti.

Nostro compito, tutt’altro che semplice, dev’essere quello più volte ribadito da Julius Evola: <<fare in modo che ciò contro cui non possiamo nulla, nulla possa contro di noi>>.

Può apparire persino banale ricordarlo, eppure in questo compito risiede il nostro stesso destino.

 

  1. In riferimento a metodiche di prassi quotidiana e di reale partecipazione alla società contemporanea, tutti coloro che si ricollegano alla cosiddetta Via Romana agli Dei hanno vissuto con vero dispiacere fenomeni non isolati di divisione interna e di abbandoni. Senza voler ripercorrere vicende che già sono state trattate qui su EreticaMente, le chiediamo se, comunque, consideri certi avvenimenti come segnali di una certa decadenza umana, etica e, diremmo, anche sottile di tutto un certo ambiente e se ciò non abbia legami con una pratica cultuale, che per alcuni non è fondata su di una legittima trasmissione spirituale?

Sugli aspetti, per così dire, “problematici” del tradizionalismo romano contemporaneo ci siamo in qualche modo già espressi.

Quella che Lei, molto eufemisticamente, chiama <<una certa decadenza umana ed etica e, diremmo, anche sottile>>, non è altro, in definitiva, che la conseguenza assolutamente normale, ed in larga misura inevitabile, di un’epoca di decadenza e di smarrimento della tradizione.

A tutto questo occorre aggiungere anche la scarsa qualificazione di molti di coloro che si autoinsigniscono di funzioni e di ruoli all’interno di quelle micro-comunità che costituiscono l’odierno arcipelago tradizionalista.

Lei mi chiede:

può avere tutto questo a che fare con una <<pratica cultuale, che per alcuni non è fondata su di una legittima trasmissione spirituale>>?

Sinceramente ritengo che le due questioni siano separate, anche se l’ultimo interrogativo e tutt’altro che fuori luogo.

In parte un tale problema era già stato toccato in relazione alla questione della efficacia rituale.

Ma ancora una volta siamo costretti a ribadire che non può essere questa la sede per una simile discussione.

Né tantomeno si possono ritenere sufficienti le ricorrenti allusioni a misteriose, quanto indimostrabili, trasmissioni di carattere tradizionale.

E neppure è il caso di attardarsi a discutere su quelle <ricostruzioni> erudite ed esclusivamente libresche della ritualità romana antica, o, per tal via, sulle sue presunte <continuità>.

 

  1. In merito alle evidenti condizioni di decadenza non solo del mondo moderno, ma anche di tutto un mondo del tradizionalismo che spesso sfocia quasi nella parodia del Sacro e non in un suo sperato recupero, è possibile porre un argine a tutto ciò?

Non credo sia in nostro potere porre argini o tantomeno arrestare e invertire i processi di decadenza in atto, che riguardano e investono non soltanto il nostro modestissimo ed irrilevante <orticello>, ma l’intero cosmo.

Come abbiamo ricordato prima, nostro compito è innanzitutto di <resistere>, sia interiormente che esteriormente, combattendo la nostra quotidiana battaglia contro quel nemico insidiosissimo che ha il nostro stesso nome, e che fà uso indiscriminato di armi temibili ed efficaci: l’incostanza, la scarsa attitudine all’approfondimento dottrinario, il disordine esistenziale, la sopravvalutazione di sé stessi, la incapacità a dominare i propri istinti ed i propri bisogni, l’insofferenza verso ogni gerarchia e ogni disciplina, e potremmo continuare.

Ci hanno insegnato che la presente umanità è entrata, da ormai migliaia di anni, nell’ultima delle età del mondo, di <questo> mondo, quella nella quale la <coltivazione> di sé deve affrontare gli ostacoli e le difficoltà peggiori.

A tutto questo si deve aggiungere anche il fatto che <siamo soli>.

Nessun aiuto può provenirci da quei <Centri> tradizionali un tempo presenti in Occidente.

Difficile quindi poter offrire indicazioni concrete a chi, spinto da una sicura vocazione, cerca di darsi un preciso orientamento, sia culturale che spirituale.

 

  1. Lei ha partecipato al convegno di Napoli su Evola del 21 Giugno 2014, come relatore: può esprimerci il suo giudizio sull’evento organizzato da EreticaMente e dall’associazione napoletana Il Cervo Bianco?

Dell’incontro napoletano del 21 Giugno scorso, conservo un vivo e caro ricordo. Si è trattato di un’occasione importante, che ha permesso a tutti noi di <ricaricare> le proprie pile.

Senza concedere nulla ai doveri di cortesia, devo rinnovarVi i miei più sentiti ringraziamenti per avermi invitato e per avermi accolto con generosità e simpatia.10449935_799018566777281_5755961997727291148_n[1]

Assolto questo preciso dovere, posso solo aggiungere che, sia il gruppo che anima <EreticaMente> che gli amici della Associazione <Il Cervo Bianco>, hanno saputo organizzare al meglio un evento che, anche sul piano <logistico>, per la presenza di tanti partecipanti non napoletani, presentava oggettive difficoltà.

Ma il positivo risultato finale credo abbia compensato ogni sacrificio ed ogni sforzo sostenuto.

 

  1. Nel suo intervento a Napoli, ha specificato il non senso dell’espressione “religione misterica”, in riferimento ad un frequente fraintendimento di dominio: può chiarire ai nostri lettori tale determinante aspetto?

Trovo alquanto singolare che, dopo tutto quello che è stato precisato in proposito dai maggiori esponenti dalla cultura tradizionale, anche negli scritti di qualche autore che a quella cultura pure afferma di ricollegarsi, si incontrino espressioni come <religione misterica> o <religioni di mistero>, che costituiscono una evidente contraddizione in termini.

Contraddizione che deriva verosimilmente da una incomprensione o confusione circa le precise differenze che separano la sfera <religiosa> dal dominio <iniziatico>.

Non ci piace affatto assumere il ruolo del <professorino> che impartisce lezioni appoggiandosi sull’autorità di altri, ma non può essere al contempo taciuto un errore così grave, che spesso è all’origine di ancor più gravi fraintendimenti.

Come ha ripetutamente affermato il Guénon, in alcuni suoi scritti specifici ai quali rimandiamo (si vedano i capitoli XI, XIV, XVII, XXII di <Considerazioni sulla Via Iniziatica>, il cap. VIII di <Iniziazione e realizzazione spirituale> e, infine, il I e II cap. di <Scritti sull’esoterismo islamico e il Taoismo>), mentre tutte le religioni si rivolgono indistintamente agli individui nel loro complesso, i <Misteri>, o ciò che vi corrisponde in altre forme tradizionali, erano esclusivamente riservati a coloro che ne possedevano la <qualificazione>.

Mai, nell’antichità, quella sperimentata nei Misteri fu considerata una esperienza religiosa.

Aggiungiamo, semplificando al massimo e ad esclusivo beneficio di coloro che si ostinano a non leggere i testi tradizionali al riguardo, che mentre il fine ultimo delle pratiche religiose è quello di conseguire la <Salvezza> dell’anima, i Misteri conducevano alla <Liberazione> ed alla eventuale identificazione con il Principio supremo.

Molto altro ci sarebbe da aggiungere, ma ci auguriamo che queste semplici annotazioni spingano chi ne ha interesse ad ulteriori approfondimenti.

 

  1. A tal punto, quale la linea di demarcazione tra Culto e Rito Misterico, tra religiosità gentilizia e dimensione esoterica?

La partecipazione ai riti religiosi pubblici di una tradizione e la celebrazione dei <sacra privata>, cioè dei riti privati di esclusiva pertinenza del <pater familias>, rientrano tutti rigorosamente nell’ambito della sfera religiosa.

Ed il fine di questi riti era, in linea generale, la <salvezza> delle famiglie (gens) e dello Stato o Res publica.

Le norme e le prescrizioni che, nell’antico mondo romano, regolavano le modalità di svolgimento della <pietas>, non miravano a nessun fine iniziatico, ma soltanto a garantire quella che veniva chiamata la <Pax deorum>.

Per coloro che, invece, intendevano percorrere una personale via di ricerca e di realizzazione interiore, anche a Roma, si offriva la possibilità di accesso ai <Misteri>, o ad altre forme equivalenti.

È a tutti nota la singolare espansione di forme misteriche diverse nella tarda romanità, sulle cui vere ragioni ancora non sono stati addotti argomenti convincenti.

 

  1. Infine, una domanda che non vuole essere irriverente e che poniamo a tutti: perché tante comunità separate che si rifanno al tradizionalismo romano? È una necessità o vi è un’esplosione, come in politica, di personalismo? La ringraziamo del tempo che ha dedicato ad EreticaMente.

Sul fenomeno, recentissimo, della proliferazione di piccole comunità che si aggregano intorno ai simboli di Roma, ci sarebbe da svolgere un’analisi accurata.

Nell’attesa che qualcuno calmi questo vuoto conoscitivo, vorremmo sviluppare brevemente alcune osservazioni conclusive.

Per noi è fuor di dubbio che il risveglio di interesse, a qualunque livello, verso la tradizione di Roma, sia partito dall’interno di quella vasta area politico–culturale che viene chiamata <Destra Radicale>.

Perché abbiamo voluto ricordare questo dato oggettivo?

Perché è innegabile che ancora oggi, indipendentemente dal < Movimento Tradizionalista Romano > o dai gruppi e dai circoli che l’avevano preceduto, gli attuali giovani esponenti dei nuovi gruppi che operano nel nome di Roma, continuano, in larghissima misura, a provenire da quella stessa area politico – culturale.

E, purtroppo, l’irriducibile tendenza allo <scissionismo> che ha imperato per decenni sul versante politico di quell’area, si riversa, immutata, come una malattia endemica, nel mondo del <tradizionalismo>.

Anzi, temiamo che, in alcuni casi, la repentina infatuazione per Roma non sia altro che il tentativo di continuare un’esperienza politica rivelatasi alla lunga fallimentare e frustrante, sotto nuovo segno. Senza rendersi ben conto della differenza che separa i due domini.

Dove approderà tutto questo?

Non vogliamo apparire eccessivamente pessimisti, ma la lunga esperienza maturata ci impedisce di coltivare velleità ed illusioni.

Se, come è accaduto sinora, a prevalere continueranno ad essere i personalismi, gli arroganti egoismi e lo spirito di discordia, non nascerà nulla di autenticamente importante.

Anche noi abbiamo le nostre colpe e continuiamo a combattere contro tutto quello che di umanamente meschino ancora si oppone alla nostra “liberazione”.

Preghiamo, però, fiduciosi gli Dei, affinché concedano, a noi ed a Voi,

<<la grazia di conservare immutabili i veri pensieri, di infondere in noi per l’eternità la verità delle cose eterne, di rendici partecipi di una intelligenza più perfetta degli Dei: in essa riposa il fine beatissimo dei beni e il fondamento stesso dell’amicizia che ci unisce, unanimi, nel pensiero.>>

(Giamblico, De Mysteriis, X, 294, I – 6).

                                                                                Trabia,Kal. Aug.

                                                                                1 Agosto 2014

                                                                                Festa della Speranza e della Vittoria

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Categorie: Intervista, Roberto Incardona, Roma, Tradizione

Pubblicato da Luca Valentini il 29 Agosto 2014

Luca Valentini

Redazione di EreticaMente.net, cultore di filosofia antica, di dottrina ermetico-alchimica e di misteriosofia arcaica e mediterranea: collaboratore di riviste come Elixir, Vie della Tradizione, Atrium, Fenix Rivista, Il Cervo Bianco, Pietas, Il Primato Nazionale. Dirige le collane Arcana, rarità classiche ed ermetiche, ed Orfeo, narrativa e poetica esoterica, per la Casa Libraria Edit@ di Taranto. Partecipa a seminari di ricerca di livello nazionale ed europeo. Ha pubblicato testi inerenti l'Alchimia, l'Amor Sacro e di poetica ermetica.

Commenti

  1. Ostilio

    Nessun fumoso giro di parole, nessun utopismo a sfondo messianico, nessun plagio: solo sostanza, chiarezza e sguardo storbidato.
    Ecco uno dei pochissimi Uomini che merita di essere additato quale rappresentante della Tradizione di Roma…

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