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Norimberga

Norimberga

Di Mario M. Merlino

Oggi la città di Norimberga, in questi giorni di fine giugno, nonostante il cielo grigio e momenti di pioggia fastidiosa, è invasa da comitive di turisti festosi e chiassosi che risalgono le vie del centro storico per visitare il castello imperiale. Siedo all’esterno di una caffetteria con una gran tazza di caffè lungo e amaro e un triangolo di torta ricoperta da fettine di albicocca dal gusto asprigno. All’ombra inquietante della chiesa evangelica di San Sebaldo, monaco eremita ritiratosi a vivere nei boschi durante i primi secoli del cristianesimo (VIII secolo, credo). Iniziata in stile romanico nella prima metà del XIII secolo e terminata con forme gotiche solo nel 1379; roccaforte e simbolo della Riforma, nonostante la città rimanesse fedele agli imperatori di casa d’Asburgo. Al suo interno riproduzioni di fotografie in formato gigante mostrano i gravissimi danni subiti durante i bombardamenti alleati tanto che viene definita ‘eine Kirche den Frieden’, una chiesa della pace, espressione che darebbe giustizia a Roberto quando sostiene che ci hanno sconfitto anche nella guerra delle parole (insomma le bombe la distruzione – oltre il settanta per cento degli edifici furono rasi al suolo o danneggiati in Germania – il massacro di civili inermi – centinaia di migliaia di morti e feriti – per potersi ‘fregiare’ della pace alleata, poter plaudire alla finis Europae, alla propria identità …).

Sono qui per pochi giorni, ospite di un amico a cui ho dato corpo, libera creatività dello scrittore, nel racconto Il piccolo Badoglio. Così ho visitato di nuovo il castello – ormai questa è la terza volta – le chiese principali le torri di quello che resta dell’antica cinta muraria la piazza, ancora occupata da banchi di frutta, del vecchio mercato la casa ove visse per molti anni il pittore Albrecht Duerer o solo passeggiare per le vie e tentare di ritrovare le immagini, rese celebri, dal film Il trionfo della volontà della regista Leni Riefensthal sul raduno del nazionalsocialismo, il Parteitag, svoltosi dal 4 al 10 settembre del 1934. Prima che venisse costruita l’immensa spianata – Robert Brasillach ne rimase affascinato e turbato, percependo con animo da poeta qualcosa d’oscuro barbarico potente (ritrovo ne La rovina di Kash queste annotazioni: ‘E presto si accendono migliaia di fiaccole nello stadio di Norimberga per evocare dal buio l’essenza dileguata della sovranità, prima di bagnarla nel sangue, per ravvivarne il pallore larvale’, a conferma che Hitler fu, insieme a Stalin, l’ultimo tentativo d’opporsi al nichilismo) – dove sfileranno le truppe del Terzo Reich davanti all’uomo che ha saputo stringerle nel suo pugno e lanciarle, prima alla conquista della Germania e, poi, a occidente e oriente, contro il resto del mondo. La Zeppelinwiese è stata trasformata in sede fieristica, ma una sorta di museo – c’è in ciò della ironia nostalgia senso rigoroso della storia – riproduce le scene di quelle manifestazioni imponenti ‘le cattedrali di luce’ le bandiere le torce le file compatte a passo sicuro e cadenzato…

Nella notte tra il 30 e 31 marzo 1944 decolla dal suolo inglese una flotta imponente, composta da 572 bombardieri del tipo Lancaster e 214 Halifax più ulteriori apparecchi di scorta. La meta è Norimberga, i quartieri del centro dove le costruzioni, molte delle quali ancora con tetti in legno, sono più facili preda degli incendi conseguenti le esplosioni. Ai piloti è stato detto, al contrario, che gli obiettivi avrebbero avuto esclusivo carattere industriale e militare. E’ la politica del terrore, un inferno proveniente dal cielo a rendere la Germania ‘tabula rasa’ come prospettato dal maresciallo dell’aria Arthur Harris, definito dai suoi stessi connazionali Butcher, cioè il Macellaio, con l’approvazione di Winston Churchill. La grande paura di veder crollare il dominio imperiale in tanta parte del mondo, l’economia inglese estromessa dal continente europeo – la guerra del mare contro la terra, secondo la interpretazione di Carl Schmitt –, l’umiliazione subita in tanti campi bellici prima dell’arrivo dei soccorsi USA, intervento questo a segnare come un’altra potenza venisse a sostituire il leone britannico. La sua esorcizzazione, frutto di rancore e di odio, proprio sulla città a simbolo di un’altra Europa, non soltanto quella recente con la croce uncinata, ma e soprattutto quella di una idea sacra dell’Impero contro quella mercantile e puritana.

Caso vuole che, appena dopo aver attraversato la Manica, nei pressi di Liegi la contraerea tedesca abbatte il primo bombardiere e, soprattutto, segnala alla caccia tedesca la direzione per intercettare la formazione nemica, costringendola – anche a causa del cielo particolarmente nuvoloso – a rinunciare all’obiettivo previsto. Pur di liberarsi del carico di bombe e per errata segnalazione, ne farà le spese la cittadina industriale, situata a poca distanza, di Schweinfurt. In una sola notte saranno 95 bombardieri abbattuti e gli inglesi perderanno un alto numero di piloti superiore a quelli caduti durante ‘la battaglia d’Inghilterra’. L’oberleutnant Martin Becker si fregerà di aver distrutto in volo otto bombardieri. E sarebbero state ben più devastanti le conseguenze se, causa l’aggravata mancanza di carburante, molti caccia tedeschi furono costretti a rientrare alle basi. Fu questione di tempo. L’operazione venne riproposta il 2 gennaio ’45 a tarda sera con la devastazione feroce del centro urbano – circa duemila furono i morti e i senza tetto oltre centomila. Le cartoline in bianco e nero, accanto a quelle colorate della teutonica puntigliosa e perfetta ricostruzione, sono eloquente testimonianza. Di quella inutile furia distruttiva se ne ricorderanno il 20 aprile soprattutto giovani e giovanissimi in camicia bruna e pantaloncini neri armati di coraggio e di panzerfaust, quando gli alleati si presenteranno alle porte della città, davanti a cumuli di macerie, certi ormai della vittoria e in veste quasi di ‘liberatori’. Quel ricordo costerà circa cento carri armati distrutti, tremila soldati colpiti e le ultime fucilate si leveranno ancora mentre, con presunzione ed arroganza loro tipica, gli americani si davano ai festeggiamenti; la sorpresa e la rabbia genereranno una rappresaglia di cui s’è voluto stendere un velo di vergognoso oblio. Quel 20 aprile, ultimo compleanno del Fuehrer…

In un primo pomeriggio, tra nuvole cariche di pioggia e brevi squarci di sole, torno a visitare la fortezza di montagna di Rothenberg dove ero già stato in precedente occasione. Mi accorgo di avere il fiato corto nel salire per un sentiero abbastanza ripido e confido nella pazienza di Eleonora ed Anna nell’attardarsi accanto a questo vecchio quale ormai mi accorgo di essere. La fortezza, in stato di abbandono per mancanza di fondi o, come mi spiega il custode – l’unico che ancora annusa tabacco in grumi sul dorso della mano –, perché gli ecologisti si oppongono per salvare una colonia di pipistrelli nei sotterranei. Strano personaggio con un mantello stile bavarese e un cappello a punta che, nel botteghino, ha una copia del libro di Paul Carell Operazione Barbarossa e, in uno spiazzo recintato delle capre provenienti dal Camerun. Dall’alto si contempla una vista ampia con i campanili lontani di Norimberga e boschi, incontaminati e di cui la gente qui va fiera. Mi accompagna per i cunicoli e le alte volte dove si difesero, con donne e bambini, i soldati dall’assedio delle truppe napoleoniche, che furono costretti a desistere proprio mentre il cibo era ormai finito e le forze erano allo stremo.


Solo il giorno della partenza splende un bel sole. Quasi una vendetta per aver raccolto queste storie – ed altre ancora – e non quelle che gli occhi mi trasmettono della sua modernità sciatta e dimentica. L’attuale Germania mi ha manifestato il suo dissenso e ha ripagato il mio con il gioco delle ombre e delle luci? Eppure, per dirla con un articolo di Benedetto Croce alla vigilia dell’entrata dell’Italia nella Grande Guerra c’è ‘una Germania che non si può non amare’. Nel corso della sua storia, quella terra della sera di cui ci ha fatto innamorare la filosofia la musica e l’eco di stivaloni chiodati e di sguardi aquilini, illusi che il ‘domani appartiene a noi’… e, aggiungo, nel corso della mia esistenza, quando anch’io illuso vissi la breve stagione all’ombra della parola ‘sempre’…
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Categorie: Cultura, Merlino, Norimberga

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 6 Luglio 2014

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

Commenti

  1. gabbiano jonathan

    Complimenti. Un articolo bellissimo

  2. profrobertomancini@tiscali.it

    fINALMENTEmi appari come un vero essere umano un pò indifeso e quasi nostalgico per quello che poteva essere e non è stato,ma noi siamo ancora qua e forse il tempo non è passato invano, abbiamo raggiunto la pacatezza della terza etàMa quale terza età noi non possiamo invecchiare e anche se a qualcuno potremo apparire patetici,ritroviamo nelle vecchie stradine il nostro mondo che per noi è assolutamente presente perchè quella idea di Europa è ancora presente nei nostri cuori.Grazie per avermi citato a proposito della sconfitta che abbiamo subito anche nelle parole che vengono usate.In ogni caso,noi sappiamo da dove viene quella pace che ha inebetito le nostre menti e omologato tutto,ma noi siamo ancora qui.

  3. Anonymous

    bell’articolo. Io ho spermentato un viaggio simile a Dresda, città devastata ancor più che Norimberga, con la stessa assurda e stupida ferocia. Mi prese un nodo alla gola rievocare nella mente la distruzione, il martirio di quella città, i cui resti poi furono coperti dalla notte della dittatura comunista.
    In quanto alla sconfitta delle parole, basta ignorarli, gli orwelliani che pretendono di cambiare la realtà sostituendo parole. La storia parla chiaro, e la memoria è ancor viva.

  4. Patty

    Meno male che esistono ancora persone non plagiate da cio che ci viene raccontato sui libri di storia riguardo ai fatti accaduti nel Secolo scorso. L’articolo e’ bellissimo! Finalmente qualcuno che dice la verita’ su cio’ che sono sono in realta’ i nostro “liberatori”! Solamente dei conquistatori ben mascherati. Ce lo dimostrano tutti i giorni.

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