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LE IDEE E GLI UOMINI: il “grande bastonatore”

LE IDEE E GLI UOMINI: il “grande bastonatore”
“Io, quattro volte decorato al valore, ferito in guerra e pel fascismo, se il regime fosse fallito sarei oggi a condividere con Voi, in schiera piccolissima, ma senza attenuanti, la gloriosa e onorata responsabilità di una galera” (1)
di Giacinto Reale
“Le idee – si dice con giusta ragione – camminano sulle gambe degli uomini”: da qui la mia “curiosità” per i protagonisti minori della storia del fascismo (lo stesso vale per qualunque periodo storico: chi erano, per esempio, uno per uno, i “mille” di Garibaldi ? ), figure di secondo piano, spesso relegate nel cattiverio novecentesco “a priori”.
Per i nomi più noti (Farinacci, Bottai, Grandi, Starace e qualcun altro) esistono studi che, con minore o maggiore accuratezza, ne tracciano profili non scevri di sorprese; altrettanto può dirsi per pochi altri meno conosciuti al grosso (che spesso è anche il più “grossolano”) pubblico, e penso, per esempio a Gaspare Barbiellini Amidei, Cesare Forni, Pietro Marsich, Aurelio Padovani.
Restano nell’oblio personaggi anche non trascurabili dell’avventura fascista, tutti protagonisti della vigilia, perché – e questa è un’altra conferma alle giuste ragioni del mio spiccato interesse per quella “primavera di bellezza” – è lo squadrismo, con i suoi uomini, a “dare il tono” a tutto il fascismo. Ciò anche quando sembrerà apparentemente accantonato nell’illusione regimistica, prima della rentrée – per molti, anche se non per tutti – “repubblicana”.

I primi nomi che mi vengono in mente sono:
          a Torino, quello dell’ex anarchico e sindacalista Mario Gioda, interventista e fascista della prima ora, tanto mite nei comportamenti quanto intransigente nelle posizioni ideali, fortissimamente osteggiato dal “conservatore” De Vecchi, e precocemente stroncato da malattia nel 1924 ;
          a Milano quello di Mario Giampaoli, ex dirigente della gioventù socialista, interventista e fascista della prima ora, con grande seguito tra i ceti popolari e gli emarginati della società, inventore delle rappresentanze operaie di fabbrica, citato da Togliatti perché poneva dei problemi che interessavano anche gli operai”;
          a Cerignola, quello di Giuseppe Caradonna, sul quale così scrive, il 31 maggio del 1919, il Prefetto di Foggia: nemmeno dei dirigenti delle Sezioni Combattenti sin può avere fiducia….perchè vanno coltivando delle utopie sovversive, come quella fatta nel comizio pubblico tenuto nel teatro Mercadante, il 24 corrente mese, dall’avvocato Giuseppe Caradonna, Capitano del Regio Esercito, il quale inneggiò all’Internazionale e dichiarò essere tempo di finirla con la vecchia Italia, quella dell’agente delle imposte, del questurino in borghese e dell’Italia che disonorava l’Esercito col farlo correre da una città all’altra e frapporlo nelle lotte tra capitale e lavoro” (2) ….singolare ritratto per quello che poi sarà spacciato per il campione della reazione agraria;
          a Bologna, quello di Gino Baroncini, già capolega di Ponticelli, poi combattivo squadrista che, però, non dimentica le sue origini, e , prima di finire stritolato nella lotta tra Arpinati e Grandi, avrà modo di scrivere, il 14 aprile del ’23, su “L’Assalto”, l’ organo della federazione fascista bolognese: Io, che ho fatto legnare i proletari ribelli, sono disposto a far legnare gli agrari ribelli”.
E altri nomi si potrebbero fare….
A Firenze, tra tanti “uomini di mano” che pure qualche pagina meriterebbero, come Bruno Frullini e Umberto Banchelli (di Amerigo Dumini ho già parlato qui su Ereticamente), c’è Tullio Tamburini che, a differenza degli altri, avrà anche un ruolo politico non indifferente ai tempi della crisi Matteotti, e vivrà poi una singolare esperienza durante la RSI.
Nato a Prato nel 1892, sembra destinato ad una vita grama, tra espedienti e piccole attività, come emerge dal non benevolo ricordo di Banchelli:
Calligrafo. Fin da ragazzo ebbe la mania di fare i discorsi montando sui banchi della scuola elementare. Lo conobbi nel 1914. Era interventista, poverissimo, viveva fabbricando biglietti da visita alla birreria Mucke, ai caffè del centro e al Gambrinus. I suoi amici lo chiamavano “Pizzo d’oro”, per una piccola barbetta bionda che portava. Aveva l’aria mistica, un sorriso indefinibile ed una gabbana di colore altrettanto indefinibile, lunga ed untuosa…..Teneva testa ai beceri neutralisti con molta disinvoltura, tanto che questi durante la notte gli tendevano agguati per ucciderlo.” (3)
Allo scoppio della guerra, si scopre un insospettato coraggio fisico (lui, che è giovanotto piccolino e rotondetto, rossiccio, ossequioso e sorridente”) che gli frutta la promozione a Tenente, due medaglie d’argento (una delle quali con proposta di commutazione in oro) e una di bronzo.
Inevitabile, al rientro dal fronte, il suo impegno nelle file fasciste, come testimoniato da Malaparte che gli è amico e sodale:
 “A Prato, fin dall’anteguerra, i semi di zucca e i lupini costavano più delle legnate: Tamburini ed io ne sappiamo qualcosa. Tutte le domeniche erano botte da orbi: Tamburini era più matto di me, e io più di lui, ma, da buoni amici, s’andava d’accordo nel buscarle insieme dai piazzaioli di Vaiano di Campi e di Galciana, che si sfogavano sulle nostre spalle contro la guerra di Libia e la festa dello Statuto. Tamburini, diventato poi il capo del fascio di Firenze, si è vendicato di quelle legnate pratesi, spianando il gobbo ai fiorentini, e anch’io mi sono ripagato a usura come meglio ho potuto.”
Manifesta da subito il suo carattere, con dichiarata durezza verso gli avversari, ma anche coerente intransigenza verso i suoi stessi compagni di fede. Litigherà con tutti i maggiori protagonisti dell’irrequieto fascismo fiorentino, con Banchelli, con Dumini e con Dino Perrone Compagni, il quale, in una lettera lo accuserà di darsi arie da grande bastonatore: il soprannome gli rimarrà, e forse non gli dispiacerà nemmeno. (4)
Non è uno che la manda a dire, a nessuno: i giornali dell’8 novembre del ’21 riferiscono addirittura di un suo scontro con Mussolini alla Camera. Quando il futuro Duce gli impedisce di prendere la parola, finchè non saranno chiarite le voci malevole messe in giro sul suo conto da Banchelli, gli si avvicina indispettito e fa: “Resto a vostra disposizione”. Frase che forse vuole essere di accettazione delle decisioni del Capo, ma che è anche quella usuale per i duelli.
Qualche settimana dopo, informato che il Vice Segretario del PNF, Achille Starace, inviato a Firenze dalla Direzione del Partito per fare chiarezza sulle beghe di quel litigiosissimo fascio, ha rilasciato un’intervista con espressioni di rimprovero nei suoi confronti, si presenta in stazione a chiedergliene ragione.
Il “bersagliere di Gallipoli”, che pure un pavido non è (una medaglia d’argento, quattro di bronzo, due croci al valor militare), però nega, e allora lui, tignoso, va direttamente alla fonte, il giornalista Ugo Cuesta, che conferma il contenuto delle dichiarazioni; ne nascerà, secondo lo stile dell’epoca, un duello tra Starace e Cuesta.
In verità il suo carattere, da autentico “toscanaccio”, gli procura non pochi guai: alla diffusione di voci calunniose sul suo conto, fa seguito la stampa di un libello a lui dedicato proprio da Banchelli, che orgogliosamente in copertina si definisce “Fascista del 1919-20-21”. (5)
Libello che dà corpo a voci, riferisce meschinerie, rende pubbliche insinuazioni sussurrate, in un contesto pettegolo che – diciamolo pure  non fa onore agli “spezzatori di cortei” della vigilia.
Ciò che non gli mancherà mai sarà la simpatia della base squadrista e dei giovani, come, con malcelato disappunto scrive a Michele Bianchi la Commissione incaricata di ricostituire il fascio fiorentino nel maggio del 1922: “ èseguito dalla massa giovane, che lo ammira sempre come il grande bastonatore”.
Sicuro è che: ebbe animo e carattere di popolano (ma non populista); gli antifascisti di maniera, insomma, lo tenevano nel novero di coloro che indossavano camicie nere di tela grezza da ferrovieri, mente i fascisti “bene” se la facevano fare di seta dalla camiciaia.” (6)
Quando, nel marzo del ’22, fonda un suo “fascio autonomo”, con lui passa la quasi totalità delle squadre fiorentine, con l’unica eccezione della “Disperata” di Onorio Onori, e chissà che in questa scelta non abbiano giocato motivi di rivalità competitiva.
Non ne farò qui la storia “squadrista”: presente in moltissime azioni si distingue negli scontri di piazza per determinazione ed animosità”, sarà a Sarzana e a Foiano, ferito, arrestato, pluriprocessato, in perenne contrasto con l’establishment del movimento, fonderà, per due volte, “fasci autonomi”.
Dopo una breve espulsione, il 21 marzo del ’22 “da tutti i fasci d’Italia”, rientra nei ranghi, e il 28 ottobre lo vede Console della Prima Legione Fiorentina, quella “interna e dei sobborghi”, per poi assumere, dopo la Marcia, il comando della “Francesco Ferrucci”, 92° Legione della Milizia, detta “La Legione di Ferro”, che entusiasmerà Malaparte:
Aspetto essenziale della forza fascista provinciale è, a Firenze, e fuor di ogni dubbio, la 92° legione della Milizia Nazionale, tutta quanta composta da fiorentini di autentico sangue, – gente di Santa Croce, di San Niccolò del Pignone, di Barbano, di San Gallo  e da Mussolini consacrata a commemorare permanentemente la toscanissima fierezza ed asciuttezza del Ferruccio” (7)
Il momento di maggior gloria lo vive allorchè, mentre ancora Mussolini si dibatte nel dubbio del “che fare” per la crisi Matteotti, porta a Roma a sfilare la “sua” Legione (8), e, successivamente, organizza per il 31 dicembre, il concentramento a Firenze di diecimila squadristi armati.
Sono azioni come queste (“L’adunata – avrebbe riferito l’Ispettore Generale di PS Valenti era impressionante, a tinta prettamente rivoluzionaria, ed i fascisti fiorentini, non dilaniati, come in altre Regioni da lotte interne, mostravano di essere in piena efficienza, agguerriti, più forti di quanto non fossero alla vigilia della Marcia su Roma, e pronti a qualsiasi evento”) che contribuiscono, più delle parole dei mille consiglieri romani, alla fuoriuscita dalla crisi, fino al noto discorso parlamentare del 3 gennaio.
Probabilmente esagera, però, com’è proprio del suo temperamento, nell’Interpretare con troppa convinzione i compiti che il Decreto Istitutivo affida alla nuova Forza Armata, non disdegnando di assumere – se lo ritiene necessario per contribuire alla instaurazione del “nuovo ordine” – ruoli di investigazione su fatti di malaffare.
Lo stesso fa pure quando si impegna nella battaglia antimassonica indetta da Mussolini, procedendo a modo suo, talchè gli si può senz’altro addebitare una responsabilità “oggettiva” nei fatti della famosa “notte di S Bartolomeo”.
La misura è colma: scatta il divieto di restare a Firenze, perché poco compatibile con la “normalizzazione” in atto; lo stesso Mussolini telegrafa, il 13 aprile del 1926, a Federzoni, Ministro dell’Interno: “Puoi far annunciare e sapere che Tamburini non tornerà a Firenze”
Inutile, quindi, il suo appello a Roberto Farinacci, che appare, ai più, come l’unico difensore dell’oltranzismo fascista:
“Tu che hai il merito di avere bene rappresentato gli squadristi del regime fascista, hai il dovere di chiederci tutto, ma anche quello di tutelarci. Puoi tu, Farinacci permettere che coloro che, se il regime fascista fosse fallito, militerebbero nel campo avverso, abbiano ragione di quelli che sono fedelissimi ? Tu non puoi permettere questo.” (9)
Comunque, in occasione di un breve rientro a Firenze, regolarmente autorizzato, troverà in stazione, a Santa Maria Novella, quasi 2.000 squadristi ad accoglierlo festanti.
Sui motivi di questo ritorno c’è un piccolo mistero: Salvagnini lo data al 19 ottobre del ’28, senza precisare i motivi del rientro (10); Cantagalli, invece, più dettagliatamente riferisce di una sua necessaria presenza in Tribunale per testimoniare – e questa è bella  a favore di un dirigente comunista, Onorato Damen, che, imputato di aver presieduto un convegno cospirativo – preinsurrezionale a Novoli il 24 ottobre del ’24, lo ha chiamato per confermare la sua presenza, in quel giorno, a Livorno. (11). Qualcosa non quadra, però, perchè tale procedimento – secondo lo steso autore  si sarebbe concluso a gennaio del ’28…
La sua parabola, comunque, è avviata ad un inarrestabile declino: esiliato da Firenze, viene riciclato (come altri ex squadristi “scomodi”) nel ruolo di grand commis di Stato, e fa prima il Console da varie parti, e poi il Prefetto in giro per l’Italia, fino all’8 settembre, quando lo ritroviamo Capo della Polizia di Salò, alle dirette dipendenze di Buffarini.
In tale veste ha un ruolo non secondario anche nella vicenda del processo di Verona, ma tutto finisce con il suo arresto, disposto ed eseguito dalle SS, il 21 febbraio del ’45, con successivo internamento a Dachau, da dove lo libereranno gli Americani, il successivo 3 maggio. (12)
Le fonti consultate forniscono versioni contrastanti sul motivo di tale arresto: Bocca, per esempio, accenna a irregolarità amministrative consistenti nell’appropriazione di mobili appartenuti a Badoglio, Aquarone e Grandi, e nella gestione “allegra” dei fondi a disposizione (e non si vede cosa c’entrassero i Tedeschi) (13), ma l’ipotesi più probabile appare quella di una ritorsione tedesca contro Mussolini colpevole di aver rimosso il loro uomo Buffarini.
Ritorsione che si indirizza per prima verso Tamburini mal visto da Karl Wolff, che lo giudica “antitedesco”, e, soprattutto, letteralmente odiato da Preziosi, che, in più di un’ occasione ne ha denunciato presunti atteggiamenti filogiudaici. (14)
Processato ad Arezzo, mentre è detenuto in carcere, per i fatti di Foiano, viene condannato a sei anni di reclusione, ma torna libero, per amnistia, nel 1947
Se questa breve ricostruzione si fermasse qui, sarebbe però incompleta. E rischierebbe di dare un’immagine falsa del personaggio, facendone quasi e solo un intemperante attivista toscano, primo nella malapartiana guerra di fazione, tra muro e muro e tra siepe e siepe”, poi ridimensionato regime durante, e con un ritorno di fiamma (sfortunato, peraltro) all’epilogo, da vero “vecchio cattivo soggetto di recupero” (15), come lo ha definito qualcuno.
Non è così: Tamburini impersona una componente essenziale del primo fascismo, fondamentale per la vittoria del movimento mussoliniano: popolare, (“plebea” secondo la snobistica definizione di non pochi studiosi), manesca, di non grandi approfondimenti teorici, ma con un’idea chiara in testa: sovvertire il vecchio ordine per uno nuovo, più “giusto” per tutti i cittadini all’interno e più “degno” per l’Italia uscita vittoriosa dal conflitto all’estero.
È anche per questo che i due “toscanissimi” Malaparte e Maccari (ma anche Longanesi, nel suo soggiorno fiorentino) che sono gli interpreti migliori di questa istanza di rinnovamento, gravitano significativamente nell’orbita tamburianiana.
 Un’esistenza costellata di luci e ombre, quindi…purtroppo un approfondimento richiederebbe la consultazione di carte d’archivio e di Questure, giornali dell’epoca, documenti, etc …e non è fatica alla quale intendo sobbarcarmi.
Per chi volesse farlo, spero comunque di aver fornito qualche utile “pista”….
NOTE

1)      Tullio Tamburini a Benito Mussolini il 18 gennaio 1926, in: Salvatore Lupo, “Il fascismo, la politica in un regime totalitario”, Roma 2005, pag 210
2)      In: Simona Colarizi, “Dopoguerra e fascismo in Puglia (1919-26), Bari 1971, pag 16
3)      Umberto Banchelli, “Le memorie di un fascista”, Firenze 1922, pag 60
4)      In “Leo Longanesi” di Indro Montanelli e Marcello Staglieno, Milano 1984, troviamo un soprannome ancora più malevolo: “….di statura bassa, Tamburini era detto “nano a cavallo”, perchè, quando camminava, con le ginocchia piegate, muovendo rigidamente le braccia come bastoni, sembrava un Ufficiale di Cavalleria deformato dall’artrite” (pag 43)
5)      Umberto Banchelli, Fascisti di professione alla sbarra”, Firenze 1923
6)      Gigi Salvagnini, “Fascisti pratesi, 30 anni di storia e un massacro”, Bagno a Ripoli 2006, pag 11
7)      “La conquista dello Stato”, anno secondo, 8 dicembre 1925
8)      Mussolini stesso lo riconoscerà nel discorso del 5 dicembre del ’24: “Nel giugno scorso, lo sciopero che si tentava a Roma e i muratori avevano già lasciato i cantieri  gelò non appena sfilò per il Corso la Legione Francesco Ferrucci di Firenze. Tutti capirono che non c’era da scherzare”
9)      Lettera datata 17 ottobre 1925, in: Giuseppe Pardini, “Roberto Farinacci, ovvero della rivoluzione fascista”, Firenze 2007, pag 441
10)       Gigi Salvagnini, op cit, pag 14
11)       Roberto Cantagalli, “Cronache fiorentine del ventennio fascista”, Roma 1981, pag 135
12)       Frattanto, in Italia, il 7 marzo inizia il processo a suo carico (insieme ad altri squadristi) per fatti della vigilia; il Tribunale lo dichiara “latitante”
13)       Giorgio Bocca, “La Repubblica di Mussolini”, Bari 1977, pag 129
14)       Qui si innesta una vicenda un po’ misteriosa, della quale è traccia in “L’ultima guerra civile, Firenze e la RSI” di Gigi Salvagnini, Borgo a Mozzano 2004: il tentativo del dott Bruno Kiniger, uno svizzero residente a Firenze, di mettere in salvo in Svizzera, su incarico del Vaticano, un certo numero di ebrei detenuti. Kiniger, è cognato di Tamburini, che viene messo al corrente della cosa, e si dice favorevole, come il suo superiore Buffarini (e, pare, lo steso Mussolini, pure informato). Il tentativo però fallirà per le difficoltà burocratiche frapposte dal Governo svizzero

15)       Silvio Bertoldi, “Salò vita e morte della RSI”, Milano 1976 pag 36
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Categorie: Storia

Pubblicato da Giacinto Reale il 13 Luglio 2014

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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