Itaca, Itaca…

Itaca, Itaca…

Alcuni giorni fa ho ‘postato’ (è questo il termine corretto? Boh!) una canzone di Lucio Dalla, dal titolo Itaca. Non ricordo l’anno d’incisione, certo quando ero ancora un adolescente inquieto e irrequieto. Il viaggio… di cui Ulisse, personaggio poco gradevole e ambiguo, personifica e torna nella cultura di un continente che, forse per scarsità di risorse forse per innato senso d’avventura, non s’è fatto intimorire – e per secoli – dalla vastità dei mari dall’altitudine dei monti dall’impenetrabilità dei boschi dal silenzio del deserto. E lo scrivo, consapevole d’aver esaltato l’eroe troiano Ettore là, alle porte Scee, quando risolve il dramma tra il dovere d’essere a capo dell’esercito a difesa della città natale e l’amore privato per la sua donna e il proprio figlio. Nella tragedia greca questo ruolo sarà rappresentato da Ifigenia figlia del re acheo Agamennone. (E non vi scomoderò su quanto scrive il filosofo danese Kierkegaard e la figura di Abramo per quel ‘salto’ – Albert Camus ha parlato, in altro(?) e laico contesto, de La caduta a cui ha intitolato uno dei suoi scritti insinuante e interrogante – nella sfera del sacro).

Ulisse, dunque, quello di Omero che affronta ogni avversità ed anche ogni gradevolezza perché ‘la pietrosa Itaca’ lo attende con la moglie Penelope (tra i dieci anni sotto le mura di Troia e i dieci anni tra un maroso e l’altro si sarà fatta alquanto ‘stagionata’ e scarsamente competitiva con la ninfa Calypso, che se lo spupazza per ben sette anni nell’isola di Ogigia, con la maga Circe, che di tutti fa carne di porco ma con lui volentieri farebbe l’attrice di film hard core, con la giovanissima principessa Nausica e le sue ondate ormonali… sarà che sui gusti non si obietta, però…) e il figlio Telemaco, cresciuto e fattosi giovanotto un po’ imbranato e con scarsi attributi di fronte ai pretendenti della madre. E la vendetta – quel piatto servito freddo di cui si parla ne La cena delle beffe – compensa privazioni sacrificio e dedizione? Ho scritto, credo più volte, che non possiedo rancori e rimorsi e rivalse…

Vi è, poi, alle soglie dell’età nova l’Ulisse narrante e in forma di dannata fiamma infernale di cui Dante, in pochi e vividi versi, ci offre una immagine immortale e superba. Nulla vale l’attaccamento alla moglie (era ora!) e al figlio e alla patria, non la pietà (e qui Dante mostra come rettamente intenda – e nell’autenticità del termine originario e romano – senza lasciarsi intimorire da lagne e piagnistei giudaico-cristiani) per il vecchio padre quando dentro senti il richiamo a vincere tempo e spazio (di questo tipo umano fa fede Lucio Dalla e la sua canzone). Perché, consapevole o meno, tu sei e tempo e spazio. Una razza di conquistatori, di predatori, di costruttori… Quando volge ai suoi, diventati vecchi e stanchi dietro il remo e all’ombra della vela, la ‘piccola’ concione, indica il fondamento della natura umana: la ‘virtute’ e la ‘canoscenza’, insomma una sorta di equivalente ‘mens sana in corpore sano’ (se si gradisce – e a me lo è – ‘libro e moschetto’). Poi, certo, la brama dell’oro delle Americhe la via della seta per il misterioso Katai gli imperi coloniali i diamanti del Sud Africa il controllo delle rotte il petrolio e chi più ne ha vi aggiunga dell’altro ancora, magari la croce dei missionari e l’idea civilizzatrice, il fardello dell’uomo bianco, cantata da Kipling. E quale risposta se non di dare nuova energia alla rotta della nave e sfidare i confini del mondo conosciuto…

Il ‘900 annovera fra i suoi poeti più grandi il polacco ebreo Ossip Mandel’stam, morto nel gulag staliniano di Vladivostok nel 1938 (si legga della sua morte in I racconti della Kolyma di Varlam Salamov). All’arresto a Mosca del maggio ’34 egli porta con sé solo una copia de La Divina Commedia e, di questo poema, l’Inferno gli fa da guida e la figura di Ulisse. Si viaggia oltre lo spazio noto; si percorre un cammino all’interno della propria anima e, come pensava il filosofo Eraclito, è il più periglioso e destinato all’insuccesso in quanto di costei i confini sono indefiniti. Un Ulisse placato nell’ansia degli occhi delle gambe delle mani – solo neve freddo fame torrette reticolati baracche -, eppure, o proprio per questo, disperato e folle nel cammino di dare a se stesso un senso una dignità una rivolta.

E c’è, infine, l’Ulysses di James Joyce. Espressione del naufragio dell’uomo moderno in uno dei romanzi tappa della modernità. Libro pubblicato a Parigi nel 1922 su insistenza ed impegno del poeta Ezra Pound (scrive: ‘tutti gli uomini di lettere seri…dovranno certamente assumere per proprio conto una posizione critica di fronte a questa opera’), una parte composta durante il soggiorno a Trieste. Il protagonista, un modesto borghese ebreo, Leopold Bloom, gira per le vie di Dublino e, attraverso la tecnica di stesura dei ‘flussi di coscienza’, intreccia il suo essere i suoi gesti pensieri emozioni con quelli di uomini e donne che incontra in modo apparentemente casuale. Tutto questo in un solo giorno, il 16 giugno del 1904 (giorno in cui lo scrittore aveva incontrato per la prima volta la donna amata e poi sposata). Martin Heidegger traduce il termine ‘nostalgia’ come ‘il ritorno a casa con dolore’. Leopold Bloom e sua moglie Molly si tradiscono a vicenda e in modo consapevole, trascinando una esistenza retta dalla pigrizia, dall’abitudine. Essi appaiono tanto simili a quegli ‘uomini vuoti’ di cui, nel 1925, poeterà Thomas Stearns Eliot ‘così il mondo finirà/ così il mondo finirà/ così il mondo finirà/ non con uno schianto ma con un lamento’ (si ricordi la risposta di Pound, venti anni dopo, nel primo dei suoi Pisan Cantos). Tornare a casa per quale motivo, tornare a casa per chi… Non c’è più una patria dei sentimenti delle idee eppure…

No, non posso non devo non voglio credere che Ulisse sia soltanto il fenotipo di una razza estinta. Non farò mia la citazione del filosofo Heidegger, no, vi è volgendosi a ritroso un mondo straordinariamente carico di doni e non tutti si sono consunti con il trascorrere delle stagioni. Enea fugge da Troia in fiamme portandosi sulle spalle il vecchio padre e per mano il figlio ancora bambino. La libertà consiste nello stare tra ciò che fu e quanto sarà o, per usare una espressione felice e a noi vicina, ‘nostalgia del futuro. E, quando si batte sulle coste del Lazio, incontra ‘durum a stirpe genus’, un popolo, quello italico, dal cui scontro e fusione si getterà il seme fecondo per la nascita di Roma. Ad altri esili ad altri incontri ad altri scontri siamo destinati e ad altre città daremo il solco e il nome.

Abbiamo preso le mosse da una vecchia canzone di Lucio Dalla – e scrivevo come il cantante nella sua prima giovinezza frequentasse la sede della Giovane Italia di Bologna. Forse un richiamo a ‘virtute’ e ‘canoscenza’. Essa ci dice dell’altro e su quest’altro dirò qualcosa. E’ il lamento di un umile marinaio che, rivolgendosi al suo ‘capitano’, gli ricorda d’essere egli un povero e di avere a casa moglie e figli da sfamare, non certo una reggia e un erede al trono. Diceva Napoleone che ‘in guerra, quelle che mancano sono sempre le scarpe’… Ai generali statue a cavallo nelle piazze circondati da aiuole fiorite, senza però quegli umili sporchi affamati senza scarpe appunto essi stessi sarebbero nella polvere, sarebbero polvere. Non essendo per nostra intima fortuna di quel mondo becero ed ipocrita che s’attarda, in qualche salotto o dietro qualche cattedra, a far la lode del misero e del diseredato, ovviamente senza nulla condividere con esso se non parole (altra cosa è appartenere idealmente all’’Italia proletaria e fascista’), crediamo che vi sia un senso quando nella ultima strofa… ‘Capitano, che risolvi con l’astuzia ogni avventura, ti ricordi di un soldato che ogni volta ha più paura, ma anche la paura in fondo ha un gusto strano, se ci fosse ancora al mondo, sono pronto – dove andiamo?’…

Evidenziava Nietzsche che ‘dove c’è uno stile, là è passato un Capo’. Obbedire per imparare a comandare, di più: si obbedisce quando si riconosce in colui che ci guida l’interprete del comune destino (Max Stirner: ‘Io troverò sempre qualcuno con cui condividere le mie battaglie senza dovermi sottomettere ad alcuna bandiera’). Gli occhi per dare spazio allo stupore il cuore per avvertire l’insorgere delle emozioni la mente per edificare gli imperi. Il Capitano e il marinaio, se si vuole l’inverso, si abbisognano vicendevoli l’uno dell’altro perché, al fondo, appartengono alla stessa razza di conquistatori predoni costruttori. Raccontava Adriano Bolzoni, già ufficiale degli alpini corrispondente di guerra alle dirette dipendenze del maresciallo Rodolfo Graziani in repubblica, scrittore (suo il libro sull’armata del generale Vasslov), sceneggiatore come era nato il motto, gridato nelle piazze da camerati e tifosi, ‘boia chi molla!’. Un reparto di alpini, circondato dagli austriaci durante la rotta di Caporetto, veniva spronato a resistere da un giovane tenente che, per infondere loro nuove energie, li rassicurava sul pronto arrivo di rinforzi. Fu, allora, che un alpino si levò in piedi e urlò agli altri: ‘Mona ch’il crede, ma boia chi molla!’.

(Se non racconto qualcosa di episodico della mia vita, come sapete, mi sento defraudato). Diversi anni fa ero stato nominato commissario d’esame di maturità presso un liceo di suore ai Parioli. Mattina degli orali. Si presenta una ragazza, esile e bionda, che avevo notato dalla scheda di valutazione essere poco amata dai suoi professori per un carattere insofferente e deciso. Un marinaio in cerca di nuove terre a cui approdare nonostante ufficiali timorosi e scarsi d’immaginazione. Porta proprio una tesina sul viaggio. Mi sorge una delle mie ricorrenti ‘fantasie’ (la danza degli ascari prima della battaglia). Le cito Heidegger . Non si turba, non si scompone, mi risponde forse perché la casa è vuota, non c’è ritorno alcuno. Mi impongo, protetto dalla presidente, autorevole preside e amica del sindaco Veltroni, per darle il massimo voto possibile e di chiudere l’esame perché, essendo di maturità, ulteriori nozioni sarebbero superflue… Ecco perché rimango dentro un inguaribile malato di giovanilismo. Itaca di Lucio Dalla, la tradizione del viaggio di Ulisse, le radici della ‘virtute’ e ‘canoscenza’ ci appartengono… da anarcofascista posso fare a meno di un Capitano (forse) non di mettere ‘ali al folle volo’ con voi, amici miei, lettori di Ereticamente…

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Categorie: Cultura

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 28 Luglio 2014

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

Commenti

  1. giacinto reale

    cento righi scarsi per fare un viaggio (Kierkegaard, Camus, Nietzsche, Dante, Kipling, Mandel’stam, etc etc) più avventuroso di quello di Ulisse…grazie

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