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Ex Oriente lux, ma sarà poi vero?, decima parte

Ex Oriente lux, ma sarà poi vero?, decima parte

Io non vorrei abusare della vostra pazienza con questi articoli in serie che tendono a trasformarsi in vere e proprie rubriche, ma penso che tutti voi capirete che il discorso complesso che stiamo portando avanti sulla nostra civiltà e le sue origini, richiede di quando in quando degli aggiornamenti e degli approfondimenti.

Riguardo alla questione della “luce da oriente”, della pretesa dell’origine non europea, e in particolare mediorientale della nostra civiltà, io avevo dedicato una serie di quattro articoli, seguita poi da altri quattro di aggiornamento-approfondimento a spiegare il concetto che non solo da un’attenta analisi di ciò che ha realmenteda dirci l’archeologia, emerge una priorità europea rispetto al Medio Oriente e a ogni altra area del mondo, ma che all’origine delle grandi civiltà dell’Estremo Oriente e delle Americhe precolombiane, nonché di quelle stesse del Medio Oriente e dell’Egitto è riconoscibile un’impronta europide, caucasica, “bianca”, che nel primo caso ci è attestata dalle mummie di Cherchen, dai Tocari, dai Kalash, dagli Jomon e dagli Ainu dell’arcipelago nipponico, nel secondo dalla cultura Clovis verosimilmente originata dai popolazioni di cacciatori sulutreani provenienti dalla sponda orientale dell’Atlantico millenni prima di Colombo, nel terzo dalle evidenti caratteristiche europidi e persino nordiche in contrasto col ceppo prevalente della popolazione, delle élite egizie e mesopotamiche.

E’ anche possibile fare una riprova al contrario: là dove un’influenza europide non è ipotizzabile: l’Africa nera ma anche gli aborigeni dell’Australia e la Nuova Guinea, vediamo che fino all’arrivo dell’uomo bianco, queste popolazioni non si sono mosse di un millimetro dal paleolitico. Tanto per avere ben chiaro cos’è questa “cultura” dei cui apporti l’immigrazione dovrebbe arricchire la nostra: nulla o pura negatività.

La questione mi pareva di averla sviscerata in maniera che più completa non si sarebbe potuto, ma lo scorso maggio un articolo di Maurizio Blondet apparso sul suo sito EffeDiEffe mi ha indotto ad aggiungere una nona parte, poiché esso ci fornisce tutti gli elementi per affermare che una civiltà islamica non esiste e non è mai esistita, se non nella misura in cui ha potuto vampirizzare e riciclare i prodotti di culture europee o indoeuropee come quella romana, bizantina o persiana in Nordafrica, in Spagna, in Sicilia, nei Balcani o nell’altopiano iranico:

“Verso il 650, gli Ommyadi si stabiliscono nei territori conquistati del Maghreb. Subito cominciano a distruggere le strade romane: i suoi lastricati non servono ai cammelli, anzi sono dannosi ai loro zoccoli molli, ma in compenso sono materiale di recupero già squadrato, prezioso per elevare moschee e fortezze. Secondo le loro usanze, i beduini tagliano gli alberi per i loro bisogni, senza il minimo scrupolo. I terreni scoperti si screpolano, le piogge dilavano l’humus, i campi coltivati, abbandonati dai contadini in fuga davanti ai predoni, diventano steppa e poi deserto. Ormai sulle alture non ci sono più i boschi, dunque nemmeno il legname per eventuali carriaggi. Le pianure non più verdeggianti, non possono più mantenere bovini. Il beduino ha creato attorno a sé il suo ambiente nativo, e ci resta felice”.

Se non che, ultimamente sono stati proprio gli amici di “Ereticamente” a farmi osservare che c’è un aspetto della questione che finora non ho considerato. Nell’ambito di una rivalutazione delle nostre radici europee, come avete visto, ho dato molta importanza ai Celti e alla cultura megalitica (forse pre-celtica) delle Isole Britanniche. Qualcuno di “Ereticamente” mi ha fatto notare che:

“Il discorso celtico ha sicuramente un’altra valenza, visto che è un ambiente più eterogeneo, aperto ad un pubblico più vasto e forse più commerciale”.

In altre parole, i Celti oggi sono di moda (anche se non nella cultura ufficiale dove continua a dominare lo strabismo mediorientale), e questo può forse indurre a sottovalutare l’importanza di altre culture europee nelle origini della nostra civiltà, e parliamo in particolare del mondo germanico.

Secondo una radicata tradizione storiografica, i Germani sono visti come i barbari per antonomasia, un pregiudizio che le calunnie dei vincitori del secondo conflitto mondiale contro il popolo tedesco, negli ultimi decenni hanno contribuito a rinfocolare.

Tanto per cominciare, però, la parola “barbari” aveva nell’antichità un significato alquanto diverso da quel che siamo soliti immaginare, per gli antichi Greci, questo termine non aveva alcuna connotazione di valore negativo, indicava semplicemente coloro che non parlavano la lingua ellenica. I Greci ad esempio avevano importanti contatti commerciali coi “barbari” Traci, la Tracia era letteralmente il granaio dell’antica Grecia.

“Senza i Traci non ci sarebbe stato il “miracolo greco”. Infatti, attorno al VII-VI millennio a. C. mentre la Grecia si trovava in età arcaica, la Tracia era più evoluta, in quanto si trovava in una posizione ideale per ricevere gli influssi provenienti dall’Asia, dall’Anatolia e dall’Europa mediterranea.

La Tracia era famosa nell’antichità per l’estensione delle sue terre e per il numero degli abitanti.

Erodoto definisce i Traci “il popolo più grande dopo gli Indi”; Pausania “quello più numeroso dopo i Celti”.

Per i Traci l’agricoltura era molto importante. Gli antichi autori greci chiamavano le terre tracie “fornitrici di grano” e i Traci “protettori del grano”, “quelli che vivono nei campi di grano”. Oltre al grano erano anche noti nel mondo antico per la coltivazione della canapa, dell’orzo, dell’aglio e della cipolla. Inoltre in Tracia cresceva l’ulivo e si coltivava la vite: “bevanda divina”, dice Omero che chiama la Tracia “madre di pecore” e definisce i suoi cavalli “Belli, robusti, molto bianchi e veloci”.

La maggior fonte di ricchezza dei Traci erano però le miniere di oro, argento, rame e ferro.

La Tracia esportò per tutto il I millennio a. C. soprattutto grano, bestiame, legname, miele, resine, metallo e schiavi.”

E’ quanto riferisce Clio dossier di Mario Palazzo e Margherita Bergese, tomo B, editrice La Scuola. Già un’altra volta sono stato ferocemente rimbeccato per aver citato un testo scolastico, vediamo se succede di nuovo. Comunque quel che importa rilevare è che, come nel caso dei “barbari” Traci con cui i Greci avevano rapporti commerciali intensi, questa parola “barbaro” non aveva la connotazione negativa che siamo soliti associarvi.

E parliamo dei “barbari” Germani. Soprattutto negli ultimi anni, gli archeologi hanno messo in evidenza un fatto che per alcuni sarà sorprendente, ma che oggi appare incontrovertibile: la Germania ha partecipato a quella stessa cultura megalitica le cui tracce oggi più note sono quelle che si trovano nelle Isole Britanniche.

La più nota Stonehenge tedesca, sia pure ben poco conosciuta fuori dai confini nazionali, è Externsteine, di cui vi riporto un breve stralcio della descrizione che ne dà Wikipedia:

“Externsteine è un complesso megalitico situato in Germania, nella regione Renania Settentrionale-Vestfalia, nella foresta di Teutoburgo, presso la città di Horn-Bad Meinberg. Si ritiene che l’etimologia del nome sia legata alle vicina area montuosa chiamata Egge Range (il nome significherebbe, dunque, rocce dell’Egge). I resti del complesso sono costituiti da un cerchio di circa 80 metri di diametro, un fossato, un tumulo e due palizzate di legno all’interno delle quali si aprono tre porte (una a nord, una a sud-est, una a sud-ovest).

Dal punto di vista geologico, le rocce sono costituite di arenaria, originarie del Cretaceo (circa 120 milioni di anni fa).

Alcuni studiosi hanno ipotizzato che si possa trattare di un santuario proprio alla cultura pagana e dunque orientato prevalentemente al culto del sole. Con l’aiuto di alcuni astronomi si è osservato come, ponendo al centro del cerchio una figura umana, questa potrebbe osservare il giorno del solstizio d’inverno il sole sorgere e tramontare attraverso le due porte poste a sud, il che ne farebbe un osservatorio solare. Il legame con il sole e il relativo culto sembra essersi rafforzato con la recente scoperta – avvenuta a circa 20 km da Goseck – del così detto Disco di Nebra, un disco astronomico di bronzo”.

Di quell’interessantissimo reperto che è il disco di Nebra parleremo fra poco.

Si può notare che la zona dove sorge Externsteine è da sempre ritenuta un’area di influenze magiche, situata nella foresta di Teutoburgo dove Arminio inferse una disastrosa sconfitta ai Romani (la peggiore tra Canne e la decadenza dell’impero). Nelle vicinanze si trova il castello di Wevelsburg dall’insolita forma a pianta triangolare che fu scelto come sede e luogo di riti iniziatici da Heinrich Himmler, dove più si evidenzia l’aspetto mistico-sacrale delle SS che, oltre all’aspetto di guardiani del regime nazionalsocialista e di élite combattente, avevano anche un importante risvolto esoterico a somiglianza degli antichi ordini cavallereschi.

Tuttavia tutta l’area germanica si è rivelata ricca di elementi interessanti dal punto di vista archeologico più di quel che ci si sarebbe forse potuti aspettare. E’ un discorso in qualche modo simile a quello di Stonehenge. Come quest’ultima ci avrebbe dovuto indurre da un pezzo a pensare che un santuario di questo tipo non poteva essere una cattedrale sperduta nel nulla, allo stesso modo Externsteine avrebbe dovuto far pensare che ci doveva per forza essere dell’altro.

Un post dell’8 agosto 2003 tratto da “Deutsche Welle” ci racconta del ritrovamento della “Stonehenge tedesca” di Goseck, scoperta nel settembre precedente, ma come vedremo, non è la sola:

“Esperti tedeschi hanno salutato il più antico osservatorio astronomico d´Europa, scoperto nella Sassonia-Anhalt lo scorso anno. La tranquilla città di Goseck, nel cuore del distretto di Weissenfels, nello stato tedesco orientale della Sassonia-Anhalt, brilla in un´estate brutalmente calda, ed i residenti cercano respiro all’ombra. Niente poteva lasciar pensare che la scoperta in cui gli archeologi sono inciampati lo scorso settembre, si sarebbe rivelato uno dei più antichi osservatori astronomici mai dissotterrato.

Gli esperti tedeschi hanno dichiarato che è una “pietra miliare nella ricerca archeologica”, all’atto di pubblicare i dati del ritrovamento. L’archeologo di stato Harald Meller ha dichiarato che il sito, che si ritiene fosse un monumento per l’esercizio di un antico culto, offra il primo sguardo sul mondo religioso e spirituale dei primi coloni europei. François Bertemes dell’Università di Halle-Wittneberg ha stimato che il sito risalga a circa 7000 anni or sono. Lo ha descritto come “uno dei più antichi siti sacri” scoperti nell’Europa centrale.

Mediante l’analisi al radiocarbonio di due punte di freccia ed ossa di animale trovate all’interno del comparto circolare del sito, gli archeologi sono stati in grado di determinare la data delle origini. Dicono che con tutta probabilità può essere fatto retrocedere al periodo compreso tra il 5000 ed il 4800 a.C. Se questo fosse il caso, renderebbe il sito di Goseck il più antico osservatorio astronomico datato nella storia europea.

Ma non è solo l´età che rende la locazione di Goseck così insolita. Paragonato agli altri circa 200 simili siti preistorici sparsi attraverso l’Europa, il sito di Goseck evidenzia sorprendenti deviazioni. Invece degli usuali quattro accessi al comparto circolare, il monumento di Goseck ne ha solo tre. Il comparto murato consta anche di un’inusuale formazione di cerchi concentrici di palizzate di legno ad altezza d’uomo. Gli anelli e le entrate nei cerchi più interni si fanno via via più stretti a mano a mano che ci si avvicina al centro, indicando forse che solo poche persone potevano raggiungere il cerchio più interno.

Wolfhard Schlosser della Ruhr University Bochum ritiene che la costruzione unica del sito indichi sia uno dei primi esempi di osservatorio astronomico. Schlosser, specialista di astro-archeologia, ha dichiarato che l’entrata meridionale punta il sorgere ed il tramontare del sole nel solstizio d’estate e d’inverno, mettendo in condizione i primi europei di determinare con accuratezza il corso del sole attraverso il cielo. Schlosser è convinto che il sito fosse costruito per l´osservazione di fenomeni astronomici come il movimento del sole, della luna e delle stelle, e per tracciare il corso del tempo. Questi cicli celesti sarebbero stati importanti per le semine ed i raccolti delle prime civiltà.

Ma Goseck non è semplicemente una “costruzione calendario” ha spiegato Schlosser, “piuttosto chiaramente un edificio sacro”. Gli archeologi hanno trovato dovizia di prove che provano come Goseck fosse un luogo di venerazione di culti preistorici. La disposizione delle ossa umane, per esempio, è tipica dei siti sepolcrali, e segni indicativi praticati su di esse indicano che vi fossero praticati sacrifici umani.

Bertemes ha dichiarato che non è strano che gli osservatori astronomici funzionassero come luoghi di venerazione e centri di vita sociale e religiosa.

Il sito di Goseck, eretto dalle prime comunità di coloni tra l’Età del Bronzo e quella del Ferro, era concluso 3000 anni prima dell’ultima fase di costruzione dei megaliti di stonehenge in Gran Bretagna.

Gli esperti stanno anche tracciando paralleli tra i tumuli di Goseck ed un’altra scoperta ugualmente spettacolare compiuta nella regione. “La formazione del sito, il suo orientamento ed i segni dei solstizi di estate e inverno mostrano analogie con il famoso “Disco di Nebra”, malgrado il disco fu realizzato solo 2400 anni più tardi” ha dichiarato Schlosser.Disco-di-Nebra

Il disco di Nebra, risalente a 3600 anni or sono, fu scoperto a soli 25 chilometri di distanza da Goseck nella boscosa regione di Nebra ed è considerato la più antica rappresentazione concreta del cosmo. Il disco di 32 centimetri è decorato con simboli di lamina d´oro in rilievo che rappresentano chiaramente il sole, la luna e le stelle. Un ammasso di sette punti è stato interpretato come la costellazione delle Pleiadi come appariva 3600 anni or sono. Schlosser ritiene che le formazioni sul disco si siano basate su precedenti osservazioni archeologiche, che potrebbero essere state fatte a Goseck.

Gli archeologi sono certi che l´osservatorio, con la sua principale funzione di tracciare il tempo, giocò un ruolo cruciale in una società dominata dai mutamenti stagionali. Teorizzano che l´osservatorio di Goseck ed il disco di Nebra indichino che le conoscenze astronomiche fossero collegate ad una visione mitologica-cosmologica del mondo dei primi tempi della civiltà.

Gli archeologi hanno notato da immagini aeree scattate nel 1991, che il sito di Goseck era caratterizzato da una serie di tumuli di terra orientati geometricamente. Ma si è dovuto attendere fino allo scorso anno perché venisse intrapreso uno scavo. Poiché è stato destinato ai campi-studio degli studenti dell’Università di Halle-Wittenberg, è aperto per un numero limitato di settimane all’anno. L´anno prossimo un gruppo di studenti dell’Università di California a Berkeley avranno la possibilità di scavare il sito”.

Prima di procedere oltre, vediamo di capire cos’è il disco di Nebra di cui si parla qui, e che forse non tutti conoscono: è un oggetto che apparentemente non sembra avere nulla di eccezionale, un disco metallico di bronzo con applicazioni in oro di una trentina di centimetri di diametro con incise delle figurazioni astronomiche: il sole (o la luna piena), la luna (falcata), diverse stelle fra le quali è riconoscibile il gruppo delle Pleiadi. L’aspetto eccezionale del disco, però non è dato solo dal fatto che esso risale all’Età del Bronzo ed è la più antica rappresentazione conosciuta del cielo, ma dal fatto che posizionandosi sul vicino monte Mittelberg e usando come punto di riferimento il Brocken, il monte più alto della Germania del nord, traguardando attraverso i due archi posti ai lati del disco, è possibile determinare la posizione del sole al tramonto in coincidenza con gli equinozi di primavera e d’autunno; è un oggetto che presuppone una conoscenza astronomica raffinata e sorprendentemente precoce. Lo si potrebbe forse definire una Stonehenge portatile.

Il disco, ritrovato da due saccheggiatori di tombe nel 1999, è venuto nelle mani delle autorità nel 2001.

In questo caso, un collegamento con le Isole Britanniche e la loro cultura megalitica, più che probabile, è praticamente certo:

“La piastra fu sottoposta ad analisi comparata tramite fluorescenza X da parte di E. Pernicka, allora all’università di Freiburg in Sassonia. L’esame degli isotopi di piombo radioattivo contenuti nel rame avevano inizialmente attribuito la sua provenienza dalla regione di Bischofshofen, nel Mitterberg, nelle Alpi austriache orientali, circa 50 km a sud di Salisburgo. Per l’oro si era ipotizzata una provenienza dai Carpazi. Analisi più recenti condotte dallo stesso Pernicka e da altri studiosi ritengono invece che l’oro provenga dal fiume Carnon in Cornovaglia e che anche lo stagno contenuto nel bronzo provenga dalla stessa regione inglese”. (da Wikipedia).

E’ dunque del tutto verosimile supporre un collegamento fra il megalitismo britannico e Externsteine, considerando che Nebra e Goseck si trovano nel raggio di una ventina di chilometri da quest’ultimo sito.

Come nel caso della cultura megalitica britannica, si può ipotizzare che le conoscenze astronomiche espresse in questo artefatto non avessero solo delle finalità pratiche (connesse ad esempio col ciclo stagionale dei lavori agricoli) ma anche religiose, essendo il Cielo la sede degli dei; infatti, riporta ancora Wikipedia:

“Secondo l’opinione degli esperti, si tratta del più antico ed evoluto modello rappresentativo del cielo notturno in ogni epoca, opera di una civiltà mitteleuropea e, di conseguenza, la prima raffigurazione del cosmo nella storia dell’umanità, che anticipa di 200 anni la scoperta del più antico reperto egiziano. Secondo l’archeologa Miranda Aldhouse Green racchiude i simboli di un tema profondamente religioso come il sole, l’orizzonte per i solstizi, la barca del sole, la luna ed altri esemplari particolari di stelle: le Pleiadi. Gli artefici dello scudo hanno voluto sicuramente raggruppare tutti gli altri simboli di culto venuti alla luce anche in diverse regioni europee; esso fa parte quindi di un complesso sistema religioso diffuso in tutta Europa; forse indica un messaggio di fede. L’uomo mitteleuropeo dell’età del bronzo era già in grado di esprimere il proprio credo religioso, (o per lo meno l’essenza della religione) in una forma semplice e pratica”.

Non basta ancora, perché un post del portale di archeologia Antikitera del 13 ottobre 2011 ci segnala la scoperta di una nuova “Stonehenge tedesca” anche se stavolta molto più recente, risalente all’epoca celtica, a Magdalenenberg nella Foresta Nera:

“Un gran cerchio – calendario celtico è stato scoperto nella tomba reale di Magdalenenberg, presso Villingen-Schwenningen, nella Foresta Nera, dai ricercatori del Römisch-GermanischesPress Zentralmuseum di Mainz in Germania, nell’esaminare le piante degli scavi già effettuati. L’ordine dei sepolcri intorno alla tomba reale centrale segnavano la posizione delle costellazioni nel cielo dell’emisfero Nord.

Mentre Stonehenge era orientata verso il sole, il tumulo sepolcrale di Magdalenenberg, che ha un diametro di più di cento metri, puntava alla luna. I costruttori puntarono lunghi pali di legno nel tumulo per segnare le posizioni dei lunastizi, che avvengono ogni 18, 6 anni e costituivano le “pietre angolari” del calendario Celtico.

La posizione delle tombe a Magdeleneberg rappresenta il disegno delle costellazioni che si possono vedere tra il solstizio d’inverno e quello d’estate. Con l’aiuto del computer, il Dr. Allard Mees, ricercatore del Römisch-Germanischen Zentralmuseum, ha ricostruito la posizione delle costellazioni nell’epoca celtica e in particolare di quelle che si vedevano a metà estate. La ricerca archeo-astronomica ha fornito la data del solstizio del 618 a.C., il che rende questo l’esempio più antico e più completo di un calendario celtico focalizzato sulla luna”.

Tre “Stonehenge tedesche”: Externsteine, Goseck e Magdalenenberg, più quell’oggetto particolarissimo che è il disco di Nebra. Testimonianze di un’antichissima Europa di gran lunga più civile di quanto avessimo potuto immaginare, forse di un’unica civiltà estesa su vaste aree del nostro continente.

Dovunque volgiamo lo sguardo, la lezione che ricaviamo dallo studio del nostro lontano passato è sempre la stessa: l’Europa è da sempre la sede di una civiltà antichissima, di un patrimonio storico e culturale che non ha uguali in nessuna altra area di questo pianeta, un’eredità da difendere con le unghie e con i denti contro l’appiattimento culturale rappresentato dall’americanizzazione, e soprattutto contro la minaccia alla sua sussistenza etnico-antropologica che oggi l’immigrazione ci porta in casa.

Fabio Calabrese

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Categorie: Archeologia, Archeostoria, ex oriente

Pubblicato da Fabio Calabrese il 14 Luglio 2014

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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